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    10 Cloverfield Lane: Brividi low cost

    Si alza il sipario del misterioso film a basso budget prodotto da J.J. Abrams, seguito solo ideale del monster movie Cloverfield. E John Goodman ci porta negli spazi claustrofobici di un rifugio antiatomico. In sala dal 28 aprile.

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    A due anni dall’annuncio, a pochi mesi dal primo e inaspettato trailer, il mistero è svelato. Un mistero intitolato 10 Cloverfield Lane, un film prima di tutto, ma anche un’operazione di marketing ad orologeria, di quelle a cui ormai ci ha abituato J.J. Abrams, figura sempre più prominente nel panorama creativo di Hollywood, sia quando si parla di ideare, sceneggiare e anche musicare serie tv di culto (Lost, Alias), sia quando c’è da dirigere i blockbuster più ricchi (Il Risveglio della Forza) o da scrivere dei curiosi esperimenti metaletterari (S. La nave di Teseo). Abrams però è anche un produttore, non solo dei film di Mission Impossible e di Star Trek, ma anche di pellicole più modeste nei mezzi se non nelle intenzioni. 10 Cloverfield Lane, diretto dal semiesordiente Dan Trachtenberg, è proprio una di queste, come nel 2008 lo fu Cloverfield, con cui questo film non divide niente se non una parola del titolo. Spieghiamo l’arcano, 10 Cloverfield Lane non è il seguito di Cloverfield, è semplicemente un film low cost prodotto in gran segreto da Abrams, come lo era Cloverfield, e così un titolo diventa anche un brand che – è facile immaginarlo – tornerà anche in altre forme.

    La storia è stata ideata dagli esordienti Josh Campbell e Matthew Stuecken e rivista da Damien Chazelle che avrebbe anche dovuto dirigere il film salvo poi farsi dirottare su un progetto più personale, quel Whiplash che ha trovato fama e fortuna anche alla notte degli Oscar (due statuette). La storia, si diceva, è di quelle che pretendono di non essere svelate. Si sappia solo che Michelle, interpretata da Mary Elizabeth Winstead (The Returned, Scott Pilgrim), si sveglia dopo un incidente automobilistico e si trova nel rifugio antiatomico di Howard (il sempreverde John Goodman) che le rivela che il mondo esterno non è più abitabile.

    Quello che segue a questa premessa stringata è un continuo capovolgimento di prospettive, un volteggio narrativo e di atmosfere che sposa in pieno il suo setting claustrofobico senza l’accidia di chi si incammina su un sentiero già battuto e già scontato. 10 Cloverfield Lane rifiuta l’etichetta dell’horror, che sarebbe stato così facile appiccicarsi, sceglie invece di sposare un’inconsueta matrice hitchcockiana, inconsueta perché accompagnata e condita da una sottile tensione fantascientifica, una suggestione più che una visione, che colpisce con le sue sottrazioni, con i suoi anticlimax. Niente tripudio di effetti speciali quindi, solo il buio di un piccolo mondo, che può essere teso e angosciante, ma anche rilassante e familiare, una dimensione ambivalente esplorata di recente dallo splendido Room di Lenny Abrahamson, che però ha il vantaggio di mantenere le sue caratteristiche anche quando c’è da cambiare pelle, c’è da lasciarsi alle spalle la protezione di quattro mura. La regia di Trachtenberg, che si era fatto notare grazie a un corto ispirato al videogioco Portal, ha il merito di assecondare uno script che alterna con passaggi improvvisi le istanze ritmiche più diverse. Le cadenze serrate di un action all’inizio, i bassi giri di un thriller poi, un motore al minimo a cui basta una scintilla per avviarsi con un ruggito violento, spingendosi sempre un passo più in là di quanto non creda lo spettatore. Ma 10 Cloverfield Lane comprime nella sua ora e tre quarti anche momenti più distesi, dove i personaggi, ingranaggi di un meccanismo perfetto, cercano di guadagnarsi una profondità, una terza dimensione. L’Howard di Goodman, la Michelle della Winstead, e il terzo protagonista, il John Gallagher jr. della serie tv The Newsroom, cambiano a ogni svolta dell’intreccio, nella percezione se non nella loro parabola narrativa. Il mix funziona e ha il doppio vantaggio di esaltare e non di frustrare, la strategia vincente del film segreto. 10 Cloverfield Lane vince la sua scommessa, conquista il botteghino internazionale e probabilmente anche quello italiano con soli 15 milioni di budget, e lo fa nascondendo un piatto gustoso e ben concepito dentro un’astuta nuvola di fumo.

     

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    Hardcore!: Sparatutto in prima persona

    Hardcore! è il film-videogioco del regista-rocker Ilya Naishuller, un esperimento fanta-action girato in prima persona. In sala dal 14 aprile.

    Pistola puntata, musica a palla e un accenno di trama, se serve. Hardcore! è il film-videogioco prodotto da Timur Bekmambetov e diretto da Ilya Naishuller. Regista kazako di film come Wanted e il prossimo Ben Hur il primo, frontman della band russa dei Biting Elbows il secondo. Due persone che a giudicare dai curriculum non vanno spesso per il sottile e non lo hanno fatto neanche stavolta. Il progetto nasce non solo dalla passione per i videogiochi, i cosiddetti first person shooter, dallo storico Doom fino a Call of Duty passando per il fantascientifico Dead Space, ma anche dagli esperimenti di Naishuller, che per i video della sua band aveva adottato la prospettiva in prima persona attirando l’interesse di Bekmambetov che lo ha convinto, sfidato quasi, a farci un intero lungometraggio.

    Ecco allora nascere la storia di Henry, protagonista disincarnato, o meglio interpretato da ogni singolo spettatore, che si sveglia senza memoria e senza riuscire a parlare, con un corpo bionico e una bella moglie (la Haley Bennett di Weightless, prossimo film di Terrence Malick) da salvare da un villain malvagio e per di più coi superpoteri (il russo Danila Kozlovsky). Unico alleato apparente il misterioso Jimmy (lo Sharlto Copley di District 9), personaggio trasformista che da buon videogamer sembra avere più di una vita a disposizione.

    La sceneggiatura firmata dallo stesso Naishuller è di fatto una non-sceneggiatura perché Hardcore! probabilmente è un non-film. L’esperimento messo in piedi dal regista esordiente travalica il concetto di quelli che erano stati i vari e spesso scadenti cine-games, i film dedicati a Tomb Raider, a Super Mario e così via. Qua non si tratta di un semplice adattamento, di una traduzione da un linguaggio all’altro. In Hardcore! della traduzione manca  il tradimento, e il film di Ilya Naishuller è la sintesi di un’esperienza videoludica mostrata attraverso un media diverso. Le evoluzioni dell’eroe silenzioso, gli schermi che si accendono all’improvviso a metterti in contatto con la moglie lontana, le comparsate di Copley che spesso sono il preludio agli scontri furibondi, possono sembrare i passaggi piatti di uno script insensato, ma sono anche una riproduzione pedissequa, un ricalco voluto, di certe dinamiche da videogame. E non sorprenda infatti che Naishuller abbia in passato anche firmato delle sceneggiature per quest’industria così lontana e così vicina allo stesso tempo.

    Qualcuno potrebbe obiettare che al film, adrenalinico, fracassone, a tratti iper-violento, manchi l’elemento dell’interattività, che è poi il senso stesso del videogame. Hardcore! compensa questo suo handicap trasformando i pixel in atomi, la finzione digitale in realtà, o quantomeno in una valida approssimazione del reale. E in questo flusso ininterrotto di pistole che sparano, di arrampicate e di aerei che precipitano c’è anche il tempo per qualche strizzatina d’occhio cinefila (la scena del cavallo), per un pizzico di stravaganza, per le note rimbombanti di una colonna sonora quasi senza soste, perché Naishuller adora i videogiochi ma è affascinato, è evidente, anche da un cinema più tradizionale. E il risultato finale di questo mix è un film esperimento che farà la gioia dei fan e che potrà trovare una divertita eco in quegli strati sempre più ampi della popolazione che sono cresciuti con il pad in mano. Certo, Hardcore! è un must per i gamer incalliti e per gli appassionati del cinema d’azione, che assisteranno a evoluzioni incredibili da una prospettiva decisamente inedita, ma allo stesso tempo il film dovrebbe essere severamente vietato ai cardiopatici, alle menti più suggestionabili e agli appassionati di un cinema che cammina sulle punte, che preferisce i fioretti ai fucili calibro 12. Tutti gli altri sono avvertiti.

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    Criminal: La parabola del villain

    Kevin Costner interpreta il suo primo anti-eroe in Criminal, thriller diretto dall’israeliano Ariel Vromen. Nel cast anche Tommy Lee Jones, Gary Oldman, Ryan Reynolds e Gal Gadot. In sala dal 13 aprile.

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    Dopo 35 anni il più incorruttibile dei buoni di Hollywood cede al fascino del male, più o meno. Parliamo di Kevin Costner, l’ex Guardia del Corpo, l’ex Robin Hood, l’ex procuratore che indagava sulla morte di John Fitzgerald Kennedy che oggi abbraccia il suo lato criminale. E non poteva che essere “Criminal” il titolo di questa pellicola diretta dall’israeliano Ariel Vromen e interpretata da una costellazione hollywoodiana al completo: Costner ma anche Gary Oldman e Tommy Lee Jones, Ryan Reynolds e Michael Pitt, senza dimenticare Gal Gadot, la nuova Wonder Woman che ha rubato la scena ai colleghi Batman e Superman nel film a loro dedicato.

    La storia è quella di Jericho Stewart (Costner), ergastolano sociopatico, che si ritrova impiantati in testa i segreti di una spia americana. Segreti che, neanche a dirlo, sono fondamentali per salvare il mondo dalle trame terroristiche di un anarchico spagnolo. Se questo non fosse già un problema Stewart scoprirà che oltre ai ricordi nella sua testa si manifesteranno anche le emozioni dell’agente segreto, emozioni che il protagonista è solitamente incapace di provare.

    La sceneggiatura firmata dal duo Douglas Cook e David Weisberg, che già scrissero l’action thriller The Rock per la regia di Michael Bay, affida la quest dell’eroe alle mani di un cattivo e completa il ribaltamento di prospettiva con un intreccio che gioca con l’identità, come avevano fatto un anno fa un altro thriller,Self /Less, e 55 anni fa il classico di genere Operazione Diabolica con Rock Hudson. La struttura del racconto è a parabola e sembra richiamare un altro classico, stavolta della letteratura, quel Fiori di Algernon di Daniel Keyes che probabilmente ha commosso tutti quelli che hanno avuto la fortuna di leggerlo.

    Il risultato è un personaggio sfaccettato, non proprio un villain, magari un anti eroe, con sfoghi violenti e accessi di tenerezza che Costner porta bene sullo schermo mostrando di avere ancora qualche cartuccia (forse un intero caricatore) da sparare nonostante la cresta dell’onda sia ormai ben lontana. Peccato però che la sceneggiatura si accontenti troppo presto di uno spunto più che buono avvolgendolo in una trama approssimativa ad essere generosi, con un cattivo (quello vero) anche più improbabile della media e un finale così mansueto e stucchevole che fa sfiorire qualunque velleità iniziale.

    A tutto questo Vromen non riesce a mettere una toppa, vittima com’è di una regia impersonale ai limiti dello scolastico e troppo concentrata sul protagonista. La produzione non è da meno e consapevole forse di uno script tutt’altro che inattaccabile non trova altra soluzione che affidare a volti noti anche dei personaggi che definire di contorno sarebbe un atto di generosità. In definitiva la sensazione prevalente è quella del rammarico, perché Criminal dà l’impressione di sciupare delle belle premesse e perché Costner trova dopo anni un ruolo interessante ma lo trova decisamente nel film sbagliato. L’operazione di rilancio – speriamo – è solo rimandata.

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    Il Cacciatore e la Regina di Ghiaccio: Sequel delle mie brame

    A tre anni da Biancaneve e Il Cacciatore arriva uno spin-off dedicato al personaggio interpretato da Chris Hemsworth. Al suo fianco un cast di attrici all-star: Charlize Theron, Emily Blunt e Jessica Chastain. In sala dal 6 aprile.

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    Neanche il tempo di un “vissero tutti felici e contenti” che è già ora di tornare sulla scena. Il Cacciatore e la Regina di Ghiaccio arriva meno di tre anni dopo di Biancaneve e il Cacciatore, film di cui è rispettivamente sequel, prequel e anche spin-off. Di acqua sotto i ponti comunque ne è passata e per un motivo o per un altro sono stati messi alla porta sia il regista Rupert Sanders che la star Kristen Stewart. Adesso al centro della scena – ce lo suggerisce anche il titolo – c’è il cacciatore Eric interpretato da Chris Hemsworth, accompagnato da un harem di attrici che più sulla cresta dell’onda non si può: Charlize Theron (che torna nel ruolo della regina Ravenna), Emily Blunt e Jessica Chastain. La regia invece è di Cedric Nicolas-Troyan, francese, esordiente, una carriera dignitosa nel ramo effetti speciali al servizio dei Pirati dei Caraibi e non solo.

    La storia è quella del cacciatore Eric, appunto, di cui ci viene narrata l’origine che – guardacaso – è collegata anche alla nuova minaccia che incombe sul regno di Biancaneve, quella della Regina di Ghiaccio (Blunt), vagamente ispirata alla fiaba di Hans Christian Andersen e alla sua iterazione disneyana intitolata Frozen. Il film si inerpica dunque lungo il sentiero scosceso di un fantasy dai toni gotici nelle intenzioni e patinati nel risultato, dove gli attori sono costretti ad esprimersi in un bizzarro accento scozzese (nella versione originale quantomeno) e dove gli effetti in cgi finiscono per sottolineare più che dissipare il senso di posticcio che circonda tutta la messa in scena.

    Difficile quindi farsi coinvolgere in queste condizioni, nonostante il tourbillon di avventura e romance, di sentimenti grandi e non sempre buoni, e nonostante un apparato comico affidato al nome di Nick Frost (che torna a fingersi nano dopo l’exploit del primo film) e al brio della nana Bronwyn, interpretata dalla poco conosciuta Sheridan Smith, che probabilmente contende il ruolo di mattatrice del film a Charlize Theron. Già Charlize Theron, la sua presenza magnetica finisce per mettere in ombra quasi tutti gli altri colleghi, vuoi perché Hemsworth e la Chastain sono troppo impegnati a mettere in scena le schermaglie di un amore sentito e, in tutti i sensi, risentito per prendersi la scena. Vuoi perché la Blunt, che interpreta con la giusta fragilità il ruolo più interessante del film, viene travolta dal carisma della diva e dalle esigenze di una sceneggiatura (firmata da Evan Spiliotopoulos e Craig Mazin) che non passerà certo alla storia per l’originalità e la finezza. Per farsi un’idea basti pensare a come gli autori impieghino ben tre battute e un cameo del principe azzurro Sam Claflin per giustificare la cancellazione del personaggio principale del film precedente. Del Cacciatore e la Regina di Ghiaccio resta dunque ben poco, qualche effetto speciale ben concepito e ben realizzato seppur ridondante, le battute dei nani e uno specchio magico che al momento di indicare la più bella del reame non sembra avere troppi dubbi.

     

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    Love & Mercy: Bad Vibrations

    Il produttore Bill Pohlad porta al cinema l’ascesa, la caduta e la risalita di Brian Wilson, anima dei Beach Boys, considerato uno dei musicisti più influenti del secolo scorso. Protagonisti Paul Dano e John Cusack. In sala dal 31 marzo.

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    Una forza creativa impetuosa, difficile da tenere in riga. Poi l’incontro-scontro con le droghe, un percorso musicale complesso e osteggiato, il plauso della critica e il successo del pubblico. Ma la storia di Brian Wilson, leader e anima dei Beach Boys, non è purtroppo tutta qui. E a ricordarcelo o a farcelo scoprire per la prima volta ci pensa Love & Mercy, secondo film di Bill Pohlad, uno che nella storia del cinema ha lasciato traccia più nelle vesti di produttore, mettendosi al servizio di pellicole come Into the Wild, 12 anni schiavo e The tree of life di Terrence Malick.

    In questa sua nuova escursione dietro la macchina da presa Pohlad racconta la storia di Wilson alternando i principali capitoli della sua storia con gli aspetti meno noti del presente del musicista, alle prese con una difficile disintossicazione, un nuovo amore e un branco di squali e sfruttatori al seguito. Al suo fianco un cast interessante con Paul Dano e John Cusack che si prendono in carico il personaggio principale, il primo durante gli anni d’oro, il secondo nella fase del tramonto, ed Elizabeth Banks e Paul Giamatti che si dividono i resti nella parte della protagonista femminile e del villain di turno.

    Il regista prende le mosse da una sceneggiatura di Oren Moverman e Michael Alan Lerner, che nei flashback riprende la classica formula del biopic, narrando con piglio didascalico anche gli aspetti più risaputi dell’intreccio (l’arduo concepimento del capolavoro del gruppo, Pet Sounds, e le conseguenze che finirono per minare la salute di Wilson e la tenuta del gruppo), mentre quando l’obiettivo torna al presente cerca di puntare su toni più delicati, quelli del dramma sentimentale, esplorando un territorio sicuramente meno battuto sia dalla cronaca che dall’iconografia del rock. Il risultato di questa scelta è un andamento altalenante, che quando si torna negli anni 60 sembra accontentarsi del trasformismo di Paul Dano, trasfigurato in un ottima replica di Wilson, mentre quando la data del calendario si fa più prossima la componente emozionale pare liberarsi dei vincoli della storia.

    Il Brian Wilson di John Cusack, tra debolezza, malinconia e il desiderio di comunicare, è meno simile al reale ma è anche un personaggio più vivo e interessante, descritto a tutto tondo nonostante un impianto narrativo che fa poco per tirarsi fuori da uno schema prevedibile. L’attore di Essere John Malkovich e Alta Fedeltà ha anche il vantaggio di poter appoggiare il peso della sua performance su due comprimari di lusso come la Banks e Giamatti (nel ruolo di uno sfruttatore che ricorda quello di Straight outta Compton), mentre Dano regge praticamente su di sé tutto il fardello dei flashback. Così le lunghe scene in cui si tratteggia l’estro creativo del genio Wilson, il rapporto difficile con il padre e con i cugini e compagni della band, finiscono per sparare a salve. Vuoi perché nel frattempo il racconto della musica al cinema ha fatto passi da gigante (Whiplash di Damien Chazelle su tutti), vuoi perché, si diceva prima, la storia è già nota. Love & Mercy resta comunque un documento interessante per un pubblico che abbia voglia di riscoprire e a volte a scoprire un grande della musica che non si accontentava soltanto di canzonette sul surf e sulle ragazze della California.

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    Gaudioso-Volo-Leone: “La nostra provincia è uno spazio mentale”

    La provincia, la crisi, la voglia di non arrendersi e di ritrovare la dignità del lavoro. Un Paese quasi perfetto è la nuova commedia di Massimo Gaudioso, sceneggiatore impegnato, spesso al servizio di Matteo Garrone (Reality, Gomorra, L’imbalsamatore), ma che di certo non disprezza i toni leggeri come dimostra la firma sullo script di Benvenuti al Sud. Ora Gaudioso e tre dei protagonisti del suo film, le Iene Fabio Volo e Miriam Leone e Nando Paone ci raccontano il film che uscirà in 250 copie il 24 marzo.

    Un paese quasi perfetto è tratto da un film canadese, La Grand Seduction di Ken Scott, come anche Benvenuti al Sud era tratto da un film francese. Quanto c’è di nuovo e quanto dell’originale?
    Massimo Gaudioso: Rispetto a Benvenuti al sud la storia di Un paese quasi perfetto corrisponde di più alla situazione attuale dell’Italia con le fabbriche che chiudono e la disoccupazione. Lo spunto è più drammatico anche se ho cercato di usare un tono leggero. Personalmente mi aveva commosso la storia dei minatori del Sulcis, che non solo avevano perso il lavoro ma erano stati toccati nella loro identità, e allora ho voluto raccontare di questo paesino dove chiude una miniera ma dove gli abitanti trovano dentro loro le risorse per cambiare il proprio destino.

    Fabio Volo e Miriam Leone, cosa pensate dei vostri personaggi?
    Miriam Leone: Sono personaggi scritti con leggerezza, forse un po’ disonesti ma vengono presentati senza giudizio e alla fine parteggiamo per loro. In fondo non vogliono fregare nessuno ma solo riconquistare la propria dignità.
    Fabio Volo: Questo è un film che parla di due bisogni che si incontrano. Il mio personaggio è un chirurgo plastico ed è facilmente associabile ad aspetti della vita finti e superficiali. Poi si ritrova in un paesino dove tutto dovrebbe essere autentico mentre invece non lo è. Lui che a Milano indossa una maschera, qui tra le dolomiti lucane è l’unico senza. Ma come il paese ha bisogno di lui, lui ha bisogno di relazioni sane, e questo si inserisce anche nel grande tema del ritorno al paesino, da dove prima si era fuggiti, del recupero dell’agraria e non solo.

    Il film è molto fedele all’originale. Come avete lavorato per dargli un’impronta personale?
    Gaudioso: La storia originale aveva una struttura che funzionava quindi non ho sentito il bisogno di cambiarla, a parte forse nel finale. Ma per me quello di Un paese quasi perfetto non è stato tanto un lavoro di sceneggiatura, quanto di scrittura sul set o in fase di montaggio. Mi volevo misurare come regista, scegliendo una storia popolare ma universale. Ho coinvolto un intero paese che non aveva mai visto un set cinematografico, ho fatto recitare delle battute a una signora di 102 anni e spero di aver trovato un equilibrio tra attori e non attori. Io non riesco mai ad arrivare al grande pubblico con qualcosa di personale, perché i miei gusti sono più particolari ma spero si possa essere considerati autori pure per il modo di raccontare e credo che il mio stile sia riconoscibile.

    Il film è girato a Castelmezzano e Pietrapertosa, in Basilicata. Com’è andata sul set? Qualche aneddoto particolare?
    Miriam Leone: Abbiamo fatto abuso di vino rosso, baccalà, caffè. Il paese ci ha accolto con grandissimo entusiasmo: gli abbiamo riempito case e ristoranti. Io e Fabio abbiamo fatto il volo dell’angelo e siamo stati gli unici rimasti a metà percorso. Io ho provato anche a farlo di nascosto, la produzione non voleva per questioni assicurative. Sono andata dall’assessore, con cui ci vedevamo tutte le mattine al bar, e gli ho raccomandato di non dirlo a nessuno. E lui invece: “Oh, guarda che c’è la Miss che sta scendendo con il volo dell’angelo!”. È un paese dove non esistono i segreti; ma è stata una bellissima esperienza.
    Fabio Volo: Io vengo dalla provincia, la amo, ma non sono mai stato un provinciale: vivo 3-4 mesi l’anno a New York, ho una compagna islandese. Quindi mi è piaciuto molto girare in quei luoghi, ma dopo un po’ sento l’esigenza di scappare, come da Brescia, Milano, e anche da New York. Apprezzo molto la bellezza dei posti autentici, ma dopo essere passati a trovare i parenti è bello andare via: io quando vado a Brescia il venerdì, già il lunedì sento il bisogno di andarmene. Non vedo la provincia come luogo candido, contrapposto alla città come luogo violento. La provincia italiana per tante cose è violenta: nei giudizi, per esempio.
    Nando Paone: I paesi sono meravigliosi. Castelmezzano è una strada ma ogni volta che ci si rincontra ci si saluta di nuovo. Anche se si è dimenticato il prosciutto nel negozio, ci si deve salutare come se fosse la prima volta.

    Questo film racconta anche di una fuga dalla città. Voi come la vivreste una situazione del genere?
    Gaudioso: Quando siamo arrivati dopo tre giorni provavamo tutti lo stesso desiderio di cercare una casa in cui vivere. Il primo istinto è quello, perché ritrovi qualcosa che ti appartiene o che ti è appartenuto. Più che uno spazio fisico, si cerca uno spazio mentale.
    Paone: Ognuno poi le vive in modo diverso. C’è chi ama l’idea di andar via dal proprio paese e di non tornarci mai più: io a 19 anni sono andato via da Pozzuoli, dove non mi trovavo bene. Sono stato 24 anni a Roma, e poi sono tornato a Pozzuoli e ora non mi schioda più nessuno.
    Leone: In fondo ognuno ha la sua Itaca, ma prima di tornarci deve fare la sua Odissea.

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    Batman v Superman: Dawn of Justice, Scontro fra titani

    Ben Affleck, Henry Cavill, Amy Adams, Jesse Eisenberg e il regista Zack Snyder portano in scena il duello inedito tra i due supereroi più famosi del mondo, Batman e Superman. Dal 23 marzo in scena.

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    Il sole e la notte, l’uomo d’acciaio, il cavaliere oscuro, le due icone più riconoscibili del pantheon fumettistico. È la logica del botteghino a far incrociare le loro strade, è lo spirito del fanboy a metterli uno contro l’altro. Batman v Superman: Dawn of Justice è il primo grande evento supereroistico della stagione cinematografica, un evento che rimette gli eroi in carreggiata dopo le libere uscite di Ant-Man e Deadpool e il passo falso (narrativo, non economico) di Avengers: Age of Ultron. La squadra è pressoché invariata rispetto al capitolo precedente, L’Uomo d’Acciaio del 2013, Zack Snyder alla regia, Henry Cavill con indosso il mantello da Superman, Amy Adams è Lois Lane. Della partita ovviamente fa parte anche Batman che prende la forma di Ben Affleck e si trova accanto il solito maggiordomo Alfred, stavolta interpretato da Jeremy Irons. Senza un villain poi non c’è suspense ecco allora che è il versatile Jesse Eisenberg a riportare sul grande schermo il malvagio Lex Luthor, onore finora toccato a gente come Gene Hackman e Kevin Spacey. E sullo schermo ci compare anche, ed è la prima volta, Wonder Woman, al secolo l’ex modella israeliana Gal Gadot, perché Batman v Superman non è solo il punto di arrivo di due tradizioni che risalgono a tre quarti di secolo fa ma anche il punto di una partenza, quella del nuovo franchise cinematografico degli eroi Dc Comics che segue la riga, forse falsa ma di certo ricca, dei rivali dei Marvel Studios.

    L’intreccio prende le mosse dalle ultime scene del film precedente che vedevano una Metropolis distrutta in uno scontro tra Superman e il cattivo di turno e da lì inizierà una sorta di processo al supereroe che vedrà scendere in campo Batman, Luthor e tutti gli attori del film, in una trama fitta, a volte un po’ convoluta, che porta alle estreme conseguenze la filosofia di base del film. Zack Snyder (300, Watchmen) si conferma un regista di grande impatto visivo e un acerrimo nemico delle mezze misure e sceglie la via dell’epos, estremizzando gli aspetti drammatici dei suoi personaggi, circoscrivendo l’azione a poche scene in sequenza, rifiutando orgogliosamente la formula battute-e-cazzotti che ha fatto la fortuna della Marvel, e arrivando fino a rinnegare la radice stessa della parola “comics”.

    La sceneggiatura firmata da Chris Terrio, un Oscar per Argo, e David S. Goyer, eminenza grigia della trilogia del Cavaliere Oscuro, sposa in pieno l’estetica dell’amato e odiato regista. E quella tra Superman e Batman diventa una sfida tra speranza e disperazione, utopia e disillusione. Che in questo film, per inciso, sembrano solo due facce di una comune follia. Ad emergere in tutto questo è senz’altro il personaggio di Batman, pescato a piene mani dalle opere di Frank Miller e molto diverso dalle precedenti interpretazioni cinematografiche. Il Bruce Wayne portato sullo schermo da un convincente Ben Affleck è un uomo rabbioso e sconfitto, costretto a un passo dalla pazzia. Resta indietro invece il Superman di Henry Cavill, probabilmente più per un difetto di personalità dell’attore che non dello script, che mostra il Kal-El di Krypton come un piccolo dio incompreso, diviso tra l’affetto per Lois e per la madre, una Diane Lane che sfrutta al meglio il poco spazio concesso, e un’atmosfera di paura e sospetto che lo circonda.

    A prescindere dai suoi eroi però non tutto funziona in Batman v Superman, vuoi perché le due ore e mezzo di durata, senza il balsamo dell’umorismo e il passatempo dell’azione, potrebbero avere la meglio su uno spettatore meno appassionato, vuoi perché le esigenze del franchise costringono gli sceneggiatori a inserire elementi di trama che allungano i tempi senza pagare dividendi, almeno non in questo film, per una dinamica da serie tv che di fronte alle cadenze più serrate, alle forme più circoscritte del cinema, si traduce in una sorgente di dissonanze se non di vere stonature. Una nota di merito invece se la guadagnano sia Jesse Eisenberg, interprete di un Lex Luthor vivido, scienziato e multimiliardario pazzo, ambizioso e pieno di tic, ma anche la Wonder Woman di Gal Gadot, tra le sorprese più gradite del film, che riscatta il genere femminile e anche quello supereroistico che troppo spesso riduce le donne (compresa una talentuosa Amy Adams) al ruolo eterno di ostaggio, e la colonna sonora di Hans Zimmer e Junkie XL che riprende i movimenti principali dalla splendida soundtrack dell’Uomo d’Acciaio e ci aggiunge un incalzante tema dedicato proprio a Wonder Woman.

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    Le mille e una notte – Inquieto, Storie sull’orlo di una crisi economica

    In una versione ambiziosa e complessa delle Mille e una Notte, Miguel Gomes ci racconta la realtà di un Portogallo alle prese con una crisi senza precedenti. Dal 18 marzo al cinema.

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    Le voci degli operai, le promesse e le minacce di uno stregone, la malinconica provincia del Portogallo, la voce ammaliante della più leggendaria delle narratrici. Sono solo quattro fili nello sterminato arazzo di Le Mille e una Notte – Arabian Nights, film infinito, con oltre sei ore di durata che hanno impedito al regista, Miguel Gomes, di concorrere al Festival di Cannes se non nella selezione della Quinzaine des réalisateurs. Dopo una conveniente divisione in tre parti (intitolate Inquieto, Desolato e Incantato) adesso quest’opera sperimentale e ambiziosa arriva in sala grazie a Milano Film Network.

    Il progetto illustrato dallo stesso regista in un’articolata sequenza di apertura è quello di raccontare il reale passando attraverso il linguaggio del fantastico e allo stesso tempo di calare il fantastico nel reale prendendo a prestito titolo e formula dal classico dei classici della tradizione araba. Dopo aver narrato lo spasimo degli operai di Viana do Castelo per mantenere il loro lavoro ai cantieri e la lotta altrettanto impari di un uomo solo che fronteggia un’invasione di vespe che mette a repentaglio l’intero ecosistema del paese il regista cede il passo e la voce a Shahrazade, che per mantenere vivo l’interesse del suo sanguinario marito, il visir, tesse ogni notte i fili di un racconto, lasciandolo saggiamente in sospeso nel momento di maggiore tensione.

    Comincia così un viaggio nel Portogallo della crisi economica, della Troika, della disoccupazione. Un viaggio che per forza di cose e per esigenze narrative non può avere fine. Gomes si muove sulla linea sottile che divide il surreale dall’allegoria, in mondo dove gli emissari della Banca Europea si trovano alle prese con una magica medicina che dona poderose erezioni, dove un gallo è al centro di una bega legale ed elettorale, dove una passionale storia d’amore a base di sms e incendi viene messa in scena da una serie di attori bambini e dove un disoccupato è tormentato dagli incubi dove appare una balena.

    Quello delle Mille e una Notte è un cinema d’autore, lontano più che mai da un qualunque approccio mainstream. Un tipo di cinema perfetto per le platee cinefile dei festival e delle sale d’essai. Gomes dichiara il suo amore per il documentario con una serie di frammenti dove i nuovi disoccupati si raccontano, o quando al centro della scena è la un gallo che da semplice bega tra vicini diventa caso e giudiziario e politico. Forse è meno efficace quando abbraccia il canone del realismo magico, quando immagina il suo harem e la sua Shahrazad, ma la sua creatività non è mai in discussione, come mai in discussione è l’animo dolente e rassegnato di un Portogallo sull’orlo del più nero dei baratri.

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    La Corte, l’amore in pretura

    Christian Vincent e Fabrice Luchini ci aprono le porte di un tribunale francese per La Corte, film che l’anno scorso si aggiudicò il premio per la migliore sceneggiatura e quello per il miglior attore all’ultimo Festival di Venezia. In sala dal 17 marzo.

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    La vita, la disperazione, la morte e l’amore. Tutto racchiuso nei rigidi comma della procedura penale. Pochi giorni per celebrare un processo, pochi giorni per cambiare il corso di una o più vite. Mentre sulla Laguna comincia a muoversi la macchina che imbastirà il prossimo Festival di Venezia c’è ancora qualche eroe che cerca di riportare in superficie i tesori nascosti tra le sue acque. La Corte, per esempio, ultimo film del francese Christian Vincent, interpretato dal mattatore Fabrice Luchini, che l’anno scorso si portò a casa la Coppa Volpi per il protagonista maschile e il riconoscimento per la miglior sceneggiatura.

    E La Corte ci porta in un’aula di tribunale, così lontana dalla grandeur populista a stelle e strisce, dove il giudice di corte d’assise Michel Racine (Luchini) si trova alle prese con un caso drammatico, quello di un uomo accusato di aver ucciso la figlia in fasce, e con un incontro inatteso, quello con la giurata Ditte (la danese Sidse Babett Knudsen).

    La sceneggiatura, firmata dallo stesso Vincent, si è conquistata l’alloro a Venezia componendo un mosaico di grande equilibrio, raccontando l’intreccio giudiziario e amoroso con uno stile scarno e realistico, fatto di tante piccole scene che modellano, una pennellata alla volta, la vita e la psicologia dei personaggi. Un affresco vivido nonostante i tempi costringano a non scendere troppo sotto la superficie, perché la chiave narrativa e stilistica del film è proprio in quel processo, che in sette giorni deve afferrare una verità per sua stessa natura inafferrabile. L’unica soluzione è quella di sposare una prospettiva quasi inedita, quella di chi nei film processuali si limita spesso a battere il martelletto e ad accogliere le obiezioni dei protagonisti, una prospettiva di soluzioni suggerite più che narrate, immersa in una ritualità laica e meccanica che se possibile rende lo scampolo di vita raccontato ne La Corte ancora più nobile e straniante.

    In tutto questo emerge come un gigante Fabrice Luchini, protagonista dell’amato Moliere in bicicletta e di tanti altri film, perfetto interprete di un personaggio duplice, costretto tra un’ordinarietà squallida e frustrante e quella toga d’ermellino (L’Hermine del titolo originale) che ne trasfigura l’esistenza, quella Corte dove si nasconde anche un amore che come l’omicidio è raccontato, suggerito e non vissuto.

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    Weekend al cinema: le uscite del 18 febbraio

    Il penultimo weekend al cinema di febbraio porta in sala sette nuovi titoli, tra cui Il caso Spotlight, pellicola candidata all’Oscar come Miglior Film. Diretto da Tom McCarthy, il film racconta le vicende che hanno portato un gruppo di giornalisti del Boston Globe a scoprire una serie di abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti appartenenti all’Arcidiocesi di Boston, vincendo anche il Premio Pulitzer. Il cast vede la partecipazione di Michael Keaton, Liev Schreiber, John Slattery, Stanley Tucci e i due candidati all’Oscar Mark Ruffalo e Rachel McAdams. Da Berlino, dove è in corso il Festival, invece, arriva Fuocoammare, del regista italiano Gianfranco Rosi. Applauditissimo dopo la proiezione in sala, il film racconta l’isola di Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un dodicenne che va a scuola, ama sparare con la fionda e andare a caccia, mentre intorno a lui migliaia di persone, che arrivano ogni giorno sbarcando da fatiscenti imbarcazioni, cercano un destino migliore.

    Restando sul genere drammatico, Tom Hooper, regista Premio Oscar con Il discorso del Re, porta in sala la storia di Lili Elbe con The Danish Girl. Lili è stata la prima transessuale nella storia ad essere riconosciuta come tale e la prima persona a sottoporsi ad un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale, all’epoca sperimentale. Il Premio Oscar Eddie Redmayne e la candidata all’Oscar Alicia Vikander sono i protagonisti di questa storia fatta di grande complicità tra un marito e sua moglie. Cambiando genere, da oggi sarà in sala il più irriverente dei supereroi Marvel: Deadpool (in foto). Tim Miller dirige Ryan Reynolds e Morena Baccarin in questo film che racconta la storia di Wade Wilson, ex agente operativo della Forze Speciali che, dopo aver acquisito il potere del Fattore Rigenerante, abbraccia una nuova identità.

    Per il genere commedia, Rocco Papelo torna tre anni dopo il suo ultimo film da regista con Onda su Onda, commedia che lo vede anche protagonista insieme ad Alessandro Gassman. Gegè e Ruggero si incontrano sulla nave diretta a Montevideo. Sin da subito i due non si sopportano, ma ben presto nascerà una complicità che sarà fondamentale per le loro rispettive carriere. Ad un anno dall’uscita in sala di Cinquanta sfumature di Grigio, Mike Tiddes ci propone la parodia del film con Cinquanta sbavature di Nero. Marlon Wayans sarà un nuovo Christian Grey tutto da scoprire. Concludiamo questa rassegna con il nuovo film di animazione della Disney: Zootropolis. Diretto da Byron Howard e Rich Moore, il film racconta la storia di Judy, coniglietta dalle grandi ambizioni che sogna di diventare poliziotta. Quando dalla città scompaiono 14 animali, Judy dovrà iniziare a collaborare con la volpe Nick per trovare una soluzione al mistero.

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