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    DC come Doomsday Clock

    Agli appassionati più accaniti di comics non sarà sfuggita una celebre citazione tra le pagine dell’ultimo numero di Doomsday Clock, il maxi evento fumettistico targato Dc Comics che cerca di unire la mitologia supereroistica di Batman e soci con quella di Watchmen. C’è da aspettarsi che questa nuova invenzione DC abbia il grande successo che hanno avuto le precedenti, basti guardare i campi in cui si sono diffusi i nostri personaggi preferiti: abbigliamento, gadgets, videogiochi e perfino giochi di casinò a tema, ma anche gioielleria e automobili personalizzate. Ad ogni modo, questo secondo numero di Doomsday Clock è un concentrato di easter egg e strizzatine d’occhio più o meno velate, ma i fan di Alan Moore saranno rimasti sicuramente contenti di notare il riferimento al suo The Killing Joke. Specialmente perché si parla di una citazione elegante e non plateale, realizzata senza neanche una riga di testo. Nella storia narrata nel numero in questione, Ozymandias, Rorschach, Marionette e Mime arrivano dalla loro Terra su quella degli eroi Dc alla disperata ricerca del Dottor Manhattan, giunto lì prima di loro.
    Così la “owlship” nella quale viaggiano giunge proprio in un parco giochi abbandonato che dovrebbe essere abbastanza famigliare a chi ha amato The Killing Joke, riconoscibile non solo per l’iconica ruota panoramica ma anche per l’edificio cilindrico circondato da una inconfondibile scala a spirale. Non solo, nella vignetta è visibile anche un piccolo elefante rosa come quelli su cui si siedono i bambini per giocare, presente anche nei disegni di Brian Bolland. Quel parco giochi nella storia di Moore veniva usato dal Joker come ambientazione di alcune prove di resistenza per il commissario Gordon, che avevano lo scopo di dimostrare che la pazzia risiede anche nelle menti delle persone apparentemente normali e che questa esce fuori quando si spinge la propria psiche oltre una determinata soglia. Data la natura cross-over di Doomsday Clock, però, non è da escludere che la citazione non abbia uno scopo semplicemente nostalgico ma sia da intendere come un collegamento preciso con quella storia ormai storica.
    Dobbiamo quindi aspettarci nuovi riferimenti a The Killing Joke anche nei prossimi numeri? Questo non possiamo saperlo, ma sicuramente in Doomsday Clock c’è talmente tanta carne al fuoco che è davvero difficile non essere curiosi sul suo prosieguo futuro.

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    Salvatores: “Ecco come cresce il mio ragazzo invisibile”

    A tre anni dal successo del primo film della saga, Gabriele Salvatores torna a raccontare la storia di Michele Silenzi (Ludovico Girardello) in Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione, in sala dal prossimo 4 gennaio. È passato un po’ di tempo da quando Michele ha scoperto i suoi poteri e questa volta a complicare la situazione ci si mette anche l’adolescenza e una perdita molto importante. “Verso i 16-17 anni – ha detto Salvatores durante la presentazione del film a Roma – si scopre il lato oscuro delle cose, ma anche quello malinconico e, in un certo senso, poetico. Il film segue questa oscurità, è una sorta di Boyhood di un supereroe, un po’ come succedeva ad Harry Potter. Anche in termini narrativi c’è una maggiore complessità rispetto al primo film“. Le paure di Michele prendono spunto da un contest lanciato nelle scuole dopo l’uscita del primo film: “Abbiamo chiesto agli studenti quali fossero le loro paure più grandi – spiega il regista Premio Oscar – e a sorpresa è venuto fuori che molti di loro hanno paura di scoprire di non essere figli delle loro madri, segue la paura del terrorismo. Io non avevo nessuna intenzione di far riferimento al terrorismo, non era questo il luogo adatto, ma ho voluto inserire un concetto secondo me molto importante: se una persona diventa cattiva lo fa solo perché la società lo ha reso tale“.

    In questo nuovo capitolo, che sarà accompagnato nella sua uscita in sala anche dalla pubblicazione di una graphic novel e di un romanzo, Michele si troverà ad affrontare altre persone che hanno le sue stesse abilità, rendendo immediato il confronto con la saga degli X-Men: “Non ho mai visto questi film – continua Salvatoresanche perché non un patito di pellicole sui supereroi, pur amando lo Spiderman di Raimi. Sono più affezionato al cinema americano degli anni Ottanta, quello dei Gremlins o dei Goonies, un cinema dove il pensiero si univa alla spettacolarità e che poteva avere come pubblico un’intera famiglia, senza rischiare di annoiare i grandi e divertire i bambini o viceversa“. Al cinema vediamo i supereroi che salvano il mondo, che aiutano le persone in difficoltà, ma “nella realtà le cose non stanno così: alcuni hanno dei superpoteri, ma invece di usarli in questo senso, li usano per farsi guerra tra loro. Ora me ne vengono in mente due in particolare: uno è sudcoreano e l’altro è americano“.

    Ricco di effetti visivi, il nuovo film di Salvatores può contare sulla professionalità di Victor Perez: “Avendo un budget molto costretto, abbiamo avuto non pochi problemi per realizzare questo secondo capitolo, ma in una situazione del genere, però, esce fuori il meglio di tutti. La cosa di cui sono fiero, e lo dico da spagnolo, quindi figuratevi, è che un prodotto del genere è stato fatto in Italia. Il problema principali per progetti di questo tipo è quello di spazzare via il preconcetto per cui in questo Paese, questi film non si possono fare. Invece, nonostante la ristrettezza di budget, siamo riusciti non solo a creare intere scene al computer, ma anche a ricreare un volto umano“.

    Il rapporto di Salvatores con la fantascienza si fa sentire già nel 1996 quando, un anno dopo aver vinto il Premio Oscar come Miglior Film Straniero con Mediterraneo, realizza Nirvana: “Dopo l’Oscar mi sono sentito come Spiderman: il ragno mi aveva morso e avevo acquisito dei superpoteri. Così ho deciso di fare cose nuove, di imparare a fare cose nuove e Nirvana ne è stata la conseguenza. Ho voluto continuare a raccontare la storia di Michele sia perché non ho figli e in qualche modo ne sto crescendo uno cinematografico, ma anche perché non voglio fare sempre lo stesso tipo di film. Se ci sarà un sequel? Un vecchio detto recita che ‘non c’è due senza tre’. Ma possiamo anche contraddirlo. Vedremo“.

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    Torino Film Festival 35: Due italiani in concorso. Asia Argento guest director

    Il Festival di Torino (in programma dal 24 novembre al 2 dicembre) ricomincia dalla Mole Antonelliana. È qui infatti che si terrà la serata di apertura con il film di Richard Loncraine Finding Your Feet – Ricomincio da me, una scelta definita dal presidente del Museo del Cinema Laura Milani “di affermazione di un’identità che riparte dalla sede su cui poggerà il prossimo futuro”.
    Commedia brillante sul “non è mai troppo tardi”, racconta la storia della borghesissima Lady Sandra (Imelda Staunton), che si vede crollare il mondo addosso quando scopre che il marito ha da anni una relazione con la sua migliore amica. Lascia tutto e si rifugia dalla sorella Bif (Celia Imrie), un’anticonformista dallo spirito libero che la trascina in una scuola di ballo e le presenta i suoi maturi amici ballerini, tra cui Charlie (Timothy Spall), uno stravagante restauratore di mobili che vive su una barca.
    La numero trentacinque si configura come un’edizione di transizione con la perdita della sala del Lux e 40 film in meno, che non inficiano però la vocazione storica di una manifestazione attenta ai talenti più innovativi, che quest’anno conta 134 lungometraggi, 10 mediometraggi e 25 corti.
    Sono quindici i titoli del concorso “come sempre incentrato sul cinema giovane e alla ricerca dei talenti che esprimono le migliori tendenze del cinema indipendente”; molti Europei, tre dall’Estremo Oriente (Cina, Giappone, Hong Konfg) e due italiani. Il BelPaese si affaccia nella sezione competitiva con Lorello e Brunello di Jacopo Quadri e Blue Kids di Andrea Tagliaferri assistente alla regia di Matteo Garrone.

    Come di consueto torna Festa Mobile, la sezione dedicata ai film inediti in Italia e “che ci sono piaciuti di più in giro per mondo. Temevo che quest’anno ci fosse carenza di film italiani nonostante i 26 presenti a Venezia, invece ne sono arrivati tanti”. Tornano tre simboli del cinema indipendente di casa nostra: Elisabetta Sgarbi con di L’altrove più vicino, tra le suggestioni della vicina Slovenia, Davide Ferrario con Cento anni, un viaggio da Caporetto a oggi tra sconfitte che potrebbero trasformarsi in vittorie, Bruno Bigoni con My War Is Not Over, storia del certosino lavoro di un soldato inglese che sbarcò ad Anzio per dare un nome ai tanti militari sconosciuti sepolti in Italia.  Ma fuori concorso arrivano anche Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini sulle nevrosi sentimentali dei nostri tempi, Tito e gli alieni, diretto da Paola Randi e interpretato da Valerio Mastandrea sulle avventure di due ragazzini napoletani nel cuore del Nevada e tra i segreti della galassia, e infine Balon di Pasquale Scimeca che segue il disperato e coraggioso viaggio di due giovani nigeriani scampati a una strage e in fuga verso il Mediterraneo.
    “Bizzarro che ci siano anche due italiani in After Hours”, dichiara la direttrice Emanuela Martini. Nella sezione horror-thriller, spesso molto sui generis, troviamo infatti Riccardo va all’inferno di Roberta Torre, rilettura musicale contemporanea e psichedelica del Riccardo III di William Shakespeare e Favola di Filippo Timi, tratto dallo spettacolo teatrale omonimo scritto e diretto dall’attore nel 2011.
    Attesi Darkest Hour, ritratto di Winston Curchill, appena nominato primo ministro nel 1940, davanti all’ipotesi della guerra ai nazisti, diretto da Joe Wright e interpretato da Gary Oldman; Kings, sui moti e le tensioni razziali esplosi a Los Angeles nel 1992, vissuti dal punto di vista di una mamma single afroamericana e dei ragazzini di cui si prende cura, diretto da Deniz Gamze Ergüven e interpretato da Halle Berry e Daniel Craig; TheReagan Show, documentario di Pacho Velez e Sierra Pettengill sulla forza comunicativa di Ronald Reagan; e The Florida Project di Sean Baker , il film di chiusura del festival già accolto con grande entusiasmo alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes.

    Molti gli ospiti confermati da Noomi Rapace, protagonista di What Happened to Monday di Tommy Wirkola, a Julian Temple, Filippo Timi, Nanni Moretti, Pablo Larrain (presidente di giuria), e Asia Argento.
    Sarà lei la Guest Director di questa edizione: “Da anni avrei voluto fosse una donna a dirigere questa sezione, –  rivela la Martini – così ho chiamato Asia Argento perché la considero una regista curiosa, interessante e brava fin dal suo controverso debutto con Scarlett Diva, oltre che una donna di cultura, che ha una mano, uno sguardo e un senso della narrazione molto forti e coraggiosi nel panorama dei registi italiani. La sua sezione si chiamerà Amerikana: ne fanno parte film d’epoca che raccontano l’America del profondo, o meglio dello sprofondo, dei poveracci che vivono tra baraccopoli e motel, quella di Paris, Texas tanto per intenderci. È l’America che ha votato Trump”. Si chiamerà Amerikana e comprenderà anche una performance dal vivo con Asia Argento diretta da Bertrand Bonello.
    Fiore all’occhiello la retrospettiva “doverosa” su Brian De Palma: “È uno dei grandi emersi del cinema americano degli anni “60 e “70, un grande autore e laboratorio di linguaggi. I suoi film sono fondamentali per la conoscenza del cinema contemporaneo”, dice la direttrice. Sulla sua presenza al festival non ci conta molto: “Ci spero, ma al momento De Palma è al montaggio del suo ultimo film, Domino”.

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  • Visioni Fuori Raccordo 2017: Preapertura con Normal

    In occasione della preapertura del festival Visioni Fuori Raccordo domenica 12 Novembre presso il Live Alcazar di Roma, sarà presentata in anteprima assoluta l’opera visuale Normal. Track_01 della regista Adele Tulli e prodotta da Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico  in co-produzione con Minollo Film e con il sostegno di SIAE – bando “SILLUMINA – copia privata per i giovani, per la cultura”. sarà proiettata in tre orari (17:00, 18:00, 19:00) con ingresso è gratuito.

    L’opera è una riflessione sugli stereotipi di genere e un’esplorazione della quotidiana messa in scena degli universi maschili e femminili nella società italiana di oggi. Quali sono le convenzioni culturali che ancora condizionano fortemente le nostre identità? Quali le pressioni sociali che influenzano ogni aspetto della nostra vita, dai giochi dell’infanzia alle scelte professionali, regolando i nostri gesti, desideri, comportamenti e aspirazioni?
    NORMAL. Track_01 risponde a queste domande componendo un affresco intenso dell’Italia di oggi, con un’opera di sequenze filmate dal forte impatto visivo. L’accostamento delle immagini ci racconta il quotidiano da un punto di osservazione dai tratti surreali, come in uno specchio allucinato e distorto della realtà che ci circonda, che di proposito gioca a confondere i confini tra ‘normalità’ e ‘anomalia’. Attraverso un mosaico caleidoscopico di scene di vita quotidiana, racconta la “normalità” rendendocela aliena.

    Per l’occasione l’autrice sarà presente per raccontare al pubblico la genesi del lavoro.

     

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