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    La truffa dei Logan: cantica del loser

    Il regista Steven Soderbergh di nuovo alle prese con una rapina del secolo. Dopo Ocean’s Eleven ecco La Truffa dei Logan con Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig e Hillary Swank. In sala dal 31 maggio.

    Una banda di rapinatori, un piano infallibile o quasi e un cast di stelle. Magari meno fulgide ma sempre stelle. A 17 anni da Ocean’s Eleven Steven Soderbergh torna sulla scena del crimine con La Truffa dei Logan. Archiviati i superdivi Clooney, Pitt e Damon stavolta in ballo ci finisce una compagine più variegata ma non meno valida, da Channing Tatum all’Adam Driver di Star Wars, passando per lo 007 Daniel Craig, per Katherine Waterston, Katie Holmes e per una rediviva Hillary Swank.

    La storia è quella dei fratelli Logan: Jimmy (Tatum) ha appena perso il lavoro e visto che la sua ex moglie (Holmes) vorrebbe trasferirsi in un’altra città, rischia di vedersi portar via anche la figlia. Clyde (Driver) è un veterano della guerra in Iraq, ha un braccio prostetico e gestisce con poca fortuna il bar di famiglia. E la poca fortuna sembra il motto dei Logan che però quella fortuna decidono di andare a cercarsela per conto loro, provando a rapinare un autodromo dove si terrà un corsa di Nascar. Per portare a segno il colpo decidono di arruolare un improbabile alleato, il rapinatore incallito Joe Bang (Craig) che però è rinchiuso in galera. I due Logan dovranno quindi liberare il complice, compiere la rapina, riportare il complice in galera, il tutto sfuggendo alla legge e ai sospetti di un’agente delle Fbi (Swank).

    È strano e in qualche modo sorprendente che un regista che ha sempre amato variare i toni e le ambientazioni dei suoi film torni così sfacciatamente alle atmosfere di quello che è stato il suo maggiore successo commerciale. Ancora più strano e in qualche modo ancor più sorprendente è che La truffa dei Logan lasci, a conti fatti, un’impressione molto migliore del più blasonato Ocean’s Eleven. Forse perché la sceneggiatura di Rebecca Blunt non si accontenta di un intreccio meccanico e ben oliato e dei volti patinati dei suoi attori ma preferisce costruire dei personaggi che avrebbero, molto più di Danny Ocean e soci, le gambe per sopportare un sequel e forse due. E se i tempi della commedia alternati ai ritmi dell’azione funzionano a meraviglia in La truffa dei Logan si fa strada anche l’emozione, specie nel rapporto tenero tra Jimmy e la figlia, interpretata dall’adorabile Farrah Mackenzie.

    Certo sulla Truffa dei Logan pesa la zavorra della scarsa originalità e anche se è un netto passo avanti rispetto al più famoso precedente non saranno in pochi a trovare deludente l’accostamento specie, si diceva, se dietro la macchina da presa c’è un regista tanto eclettico. Ma è anche vero che è difficile volere male alla famiglia Logan e ai suoi divertenti e talentuosi interpreti. Ed è anche difficile trascurare un film tanto delizioso e ben confezionato in un periodo in cui il cinema commerciale spesso è così vuoto da rasentare il nulla.

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    Rabbia furiosa: ‘Er canaro’

    Torna Stivaletti e spariglia le carte: il genere italiano che ancora vive e resiste. In sala dal 7 giugno.

     

     

    Si tema l’irta dei mansueti perché loro riverseranno in voi tutto ciò che hanno subito”, (Bibbia, dal Libro dell’Apocalisse).
    È una dichiarazione d’intenti l’incipit di Rabbia Furiosa di Sergio Stivaletti: tra un verso dell’Apocalisse e un cane che brucia in un rogo improvvisato parte infatti l’opera dell’effettista-regista ispirata alla storia del canaro della Magliana. Che anche se il caso ha voluto contemporaneo al Dogman di Matteo Garrone, almeno nell’uscita in sala, non poteva essere prodotto più distante negli obiettivi e più diverso nella messa in scena. Là dove Dogman infatti cercava spunti cronachistici per dare libero sfogo alle sue ossessioni autoriali, Rabbia Furiosa invece cerca di restituire quanto più possibile la realtà per come è, furiosa appunto, spietata, costruita su un fatalismo inevitabile.

    Immerso e impregnato, poi, nella Roma dei sobborghi: mai favolisitici, per nulla surreali, sempre dilaniati da una tristezza sorda e brutale. “Ti sono cresciuto accanto, come l’erba che cresce, cresce… ma nessuna la vede”.
    La sceneggiatura (di Stivaletti, Antonio Lusci e Antonio Tentori) non tradisce quindi le aspettative: una storia malsana, d’urgenza disperata, che riecheggia il meglio del Bis italiano – rimandando ai tempi d’oro di Argento e Bava – che dipinge un affresco di energia vitale ma virata al negativo, di un dolore claustrofobico.
    Non che sia necessario, e magari neanche giusto, affiancare i film, ma un confronto con Dogman può servire per rendere giustizia all’opera terza da regista per Stivaletti, per capire cosa (non) è Rabbia Furiosa: là dove Garrone stilizza, Stivaletti si mantiene raso terra e racconta la realtà, seppure filtrata attraverso i suoi occhi. Se Garrone riporta in poesia, Stivaletti compie invece un’operazione chirurgica, da entomologo del cinema e dei generi: e così Rabbia Furiosa diventa radiografia dell’essere umano, selvatico e rabbioso, riportando il racconto nell’alveo di un cinema e di una dimensione narrativa dimenticati, oggi forse (irrimediabilmente?) persi mentre dimenticano il fattore umano anche e soprattutto nella produzione, nella lavorazione artigianale dell’opera d’arte. Ma la cosa più bella è che proprio nel momento in cui Stivaletti riscopre la matericità del racconto, ecco che nello stesso momento prende le distanze dalla realtà e vola di fantasia, contornando la cronaca di fantasiosi voli borderline.

    È proprio in questi momenti (come sull’agghiacciante finale) che Rabbia Furiosa prende il volo, regalando momenti altissimi di cinema come proprio il cinema italiano mainstream non fa più: tutto diventa pretesto per arrivare alla lunga, insostenibile a tratti, sequenza finale (e si rimpiange che Stivaletti non abbia voluto centrare tutto il film proprio su questo elemento) dove la vendetta sarà violentissima ed efferata, ripresa in primissimo piano, senza lesinare in sangue e frattaglie, strumenti di tortura e parti anatomiche strappate. Ecco allora il gore, signori: senza paura e senza remore, ecco la soddisfazione del genere che lambisce il disgusto ma racconta la vita, l’horror utilizzato per svelare quello che di noi, la parte peggiore, quella bestiale e ferina, teniamo nascosta. Rabbia Furiosa, quindi, è una splendida riappropriazione di genere: la sublimazione dell’analogico, cinema d’autore che non ha paura di scandagliare sul non mostrabile, delirante e liberatorio, libero e indipendente. Anche e soprattutto quando della poesia ci mostra il lato interiore, interiora sanguinanti incluse.

    di GianLorenzo Franzì

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    Solo – A Star Wars story: L’educazione di una canaglia

    Il contrabbandiere spaziale più famoso del cinema lascia a casa l’amico Skywalker e si prende la scena in Solo: a Star Wars story, diretto da Ron Howard e interpretato da Alden Ehrenreich, Emilia Clarke, Donald Glover e Woody Harrelson. In sala dal 23 maggio. 

    Pistola alla fondina, sorriso beffardo, un’astronave scalcinata ma velocissima. Solo: a Star Wars story è la prima uscita in solitaria – scusate il bisticcio di parole – dell’eroe Han,  figura quintessenziale di avventuriero dello spazio che trova le sue origini nella letteratura pulp e nelle strisce di Flash Gordon e che prese corpo al cinema, più di 40 anni fa, grazie alla fortunata intuizione di George Lucas. E anche se Lucas ha preferito lasciare il suo universo ad altre mani questo nuovo corso del personaggio è stato affidato a un regista che alla corte di Lucas è cresciuto umanamente e professionalmente. Il riferimento è a Ron Howard che il miglior ruolo da attore cinematografico lo ebbe nel lucasiano American Graffiti e che dietro la macchina da presa firmò il fantasy Willow su un soggetto scritto dal celebre regista/producer.

    Tornando invece a Solo, e al suo nuovo volto, quello del 28enne Alden Ehrenreich, lo troviamo negli slum di un pianeta cantiere intento a vivere alla giornata, qualche anno (non si sa quanti) prima dell’incontro/scontro/confronto con la famiglia Skywalker. Al suo fianco ci sarebbe la giovane Qi’ra (l’Emilia Clarke del Trono di Spade), se non fosse che i loro destini si separano e poi si incrociano nuovamente qualche anno dopo quando Solo, disertore delle forze imperiali, si trova alle prese con una rapina per conto di un’organizzazione criminale transplanetaria guidata dallo spietato Dryden Vos (Paul Bettany). Nell’impresa il futuro contrabbandiere potrà contare sul contributo di una serie di simpatiche canaglie, dal ladro Beckett (Woody Harrelson), al fascinoso contrabbandiere Lando (Donald Glover), passando per un droide idealista e politicizzato (che in originale è doppiato dall’inglese Phoebe Waller-Bridge) e per il futuro compagno di mille avventure, il peloso wookie di nome Chewbacca (il cui costume viene riempito stavolta dal finlandese Jonas Suotamo).

    La sceneggiatura, forte della firma di colui che scrisse probabilmente le battute migliori del personaggio (“Ti amo”/”Lo so”), quel Lawrence Kasdan che qui si fa affiancare dal figlio Jonathan, ripesca dalla tradizione dei migliori film di rapina lasciando intatta la formula originaria del franchise di Guerre Stellari. Ovvero quel sapore di frontiera che condito dai voli del Millennium Falcon arricchisce il bagaglio fantascientifico tradizionale di sentori e richiami alla grande epopea dei western. Una teoria estetica che nell’atto pratico del film si traduce in una grande rapina al treno futuribile, in partite a carte giocate in saloon fumosi e promiscui e nel bisogno costante di mettere mano alla pistola. Solo: a Star Wars story è quindi un Guerre Stellari puro all’80%, dove l’unica carenza dell’equazione è proprio la rinuncia all’aspetto zen della saga, a tutte le ascendenze orientali (dalla Forza ai Cavalieri Jedi ricalcati sulle orme degli antichi samurai) che mischiate all’occidente dei cowboy spaziali avevano creato la formula di un successo che non sembra patire particolarmente il peso degli anni.

    Molto diverso quindi l’approccio rispetto all’altro spin-off, Rogue One, del 2016 che invece cercava di allargare il discorso ad altri generi e ad altre soluzioni narrative. Quello che hanno in comune i due film è però l’essere usciti apparentemente indenni da un iter quantomeno travagliato. Se Rogue One era stato costretto a sottoporsi a una massiccia dose di riprese aggiuntive (che pare abbiano modificato il film per un terzo circa della sua durata) girate da un regista non accreditato (il Tony Gilroy di Michael Clayton) a Solo è andata anche peggio, perché i due registi originari, Phil Lord e Christopher Miller sono stati letteralmente cacciati a metà della produzione per aver puntato troppo, pare, su un accento comico poco gradito alla plenipotenziaria Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm. Un plauso allora a Ron Howard che è riuscito a riportare in carreggiata quello che sembrava un carrozzone impazzito e che ha trasformato un’opera nata male in un dignitoso film di avventure, che mostra alcuni degli episodi citati nei film della serie tradizionale ma mai mostrati in video, dalla famigerata rotta di Kessel al cambio di mano del Millennium Falcon. Ehrenreich vanta dalla sua una buona somiglianza all’Harrison Ford giovane e riesce a incanalare quel senso di spavalderia che era poi l’unica cosa che la sceneggiatura gli chiedeva. Mette in tal modo a tacere quelle voci che durante la travagliata lavorazione lo davano come poco adatto al ruolo. Emilia Clarke invece gestisce con grazia il ruolo difficile della ex, il primo amore di un eroe, famoso per aver conquistato in un imprecisato futuro il cuore di una delle principesse più celebri del cinema.

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    Avengers: Infinity War – Ingorgo di eroi

    Tutti gli eroi Marvel si riuniscono per fronteggiare il tiranno Thanos in Avengers: Infinity War. Sullo schermo tra gli altri Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Benedict Cumberbatch e Chris Hemsworth. Alla regia i fratelli Joe ed Anthony Russo. In sala dal 25 aprile.

    C’era una volta un bastimento carico di eroi, così affollato da sembrare un autobus all’ora di punta, di quelli dove per riuscire a emergere, anche solo a respirare, tocca sgomitare e farsi spazio in una piccola e sporca guerra con chi ci sta accanto. Se tutto questo fosse un film si chiamerebbe Avengers: Infinity War e alla fine così è, per gentile concessione di Walt Disney e soci, che hanno deciso ancora una volta di riunire in una sola pellicola tutti i personaggi di casa con sommo gaudio di pubblico e botteghini e per somma disperazione di sceneggiatori e narrativa in generale. Questa famiglia allargatissima comprende una schiera di attori che è difficile anche solo enumerare (per citarne alcuni: Robert Downey Jr., Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Chris Pratt, Chris Evans, Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen, Zoe Saldana, Mark Ruffalo, Gwyneth Paltrow e le rising star Tom Holland e Chadewick Boseman, più qualche guest star in solo voce, come Bradley Cooper e Vin Diesel). Non sorprende quindi che a dirigere il plotone siano serviti non uno ma due sergenti istruttori, al secolo Joe ed Anthony Russo, nati come registi televisivi, poi adottati dalla Marvel a cui, prima della promozione agli Avengers, avevano affidato due pellicole di Capitan America.

    Non è facile riassumere la trama che, come ogni tanto accade con i Marvel Studios, tende a non reggersi sulle proprie gambe ma a dover fare affidamento su altri film che così si trasformano inconsapevolmente negli episodi della serie tv più costosa di sempre. In Infinity War in particolare ci troviamo di fronte alla minaccia del tiranno Thanos (versione fanta-digitale di un Josh Brolin più che dignitoso), figura nascosta in sottotraccia in tante altre pellicole dello stesso universo, che fa finalmente la sua roboante entrata in scena alla ricerca di sei mistici feticci, le gemme dell’infinito. Inutile aggiungere che tutti gli eroi della terra (e qualcuno anche di fuori) si muovono per prendere le difese dell’inconsapevole pianeta nonostante i rancori accumulati in qualche sfida precedente (per i particolari consultare Captain America: Civil War). E così ecco Iron Man (Downey Jr.), Capitan America (Evans), Thor (Hemsworth), Hulk (Ruffalo), i Guardiani della Galassia (Pratt, Saldana e soci), il Doctor Strange (Cumberbatch), Spider-Man (Holland) e Black Panther (Boseman), tutti schierati in bella vista contro la minaccia.

    E qui scendono in campo le sgomitate di cui sopra, perché per piazzare in 160 minuti di film almeno 20 eroi e un cattivo i poveri sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely hanno dovuto di fatto rinunciare a ogni velleità narrativa, affidando il carattere dei personaggi a pochi scambi di battute e lasciando che a comunicare fosse per lo più il linguaggio universale dei pugni, anche perché i pochi attimi di pausa vanno riservati a presentare l’unico personaggio poco noto al pubblico, il cattivo Thanos. Così finisce che Avengers: Infinity War diventi un film sul cattivo dove i buoni sono protagonisti nella forma ma non nella sostanza. Una cosa di per sé piuttosto originale anche se la sensazione è che si tratti di un’originalità involontaria, figlia più di una contingenza che di un’onesta riflessione narrativa. I sintomi del male che affligge gli Avengers si potevano già riscontrare nel primo film della saga (diretto da Joss Whedon nel lontano 2010), quando il villain Loki, interpretato da Tom Hiddleston, finiva per rubare la scena ai troppi protagonisti. Ma in Infinity War la diagnosi è anche peggiore perché nel frattempo i personaggi sono aumentati di numero e anche di profondità, hanno lasciato la loro bozza larvale e nei rispettivi film da solisti hanno preso una dimensione che nel film dei fratelli Russo va tristemente perduta. Dal canto suo il gigante viola Thanos non riesce a colmare quel vuoto di personalità e quel pizzico di amareggiata delusione che resta nel vedere tanti bei personaggi appiattiti alle esigenze di un blockbuster più commerciale del solito. Ed è un peccato doppio perché la carne al fuoco è tanta e le scene a effetto pure, a cominciare da un finale drammatico e inconsueto che probabilmente basta a segnare il successo anche delle prossime uscite Marvel.

    Avengers: Infinity War resta comunque un film difficile da decifrare. Perché è indubbiamente divertente ma è anche vero che si fa fatica a definirlo film. L’inizio è praticamente in media res (per i particolari consultare Thor: Ragnarok), i personaggi sono presi a prestito da altre pellicole e salvo rare eccezioni sono assolutamente privi di un qualunque sviluppo emozionale e anche il finale finisce per alimentare la sensazione che quella dei fratelli Russo sia solo una magnifica appendice, il corollario fragoroso di un collage narrativo che si può ammirare solo nella nostra memoria o più facilmente tra le righe di una voce Wikipedia. Ci troviamo di fronte a nuova forma di narrativa cinematografica? Figlia magari di una decade d’oro per l’intrattenimento televisivo a puntate? Finora gli applausi meglio riservarli al confezionamento commerciale. Perfetto, da marchiare a ferro e fuoco in ogni manuale di marketing applicato all’industria dell’entertainment. Però proprio uno dei personaggi presenti nel film sembra farsi carico di un pro-memoria che non ci ha lasciato indifferenti. Il Black Panther interpretato da Chadewick Boseman, reduce da un poderoso miliardo incassato in tutto il mondo, ci ricorda infatti che i soldi al cinema si possono fare anche preferendo le storie agli stratagemmi, alla dinamica lievemente ricattatoria dei crossover e dei finali aperti. E allora godiamoci queste due ore e passa di vuoto luccicante e aspettiamo un altro film per vedere di nuovo all’opera dei personaggi. Uno o due alla volta però, per carità.

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  • Io sono tempesta: Nessuna quiete dopo la tempesta

    Il nuovo film di Daniele Luchetti si inserisce nell’interstizio fra giusto e sbagliato con un interprete gigantesco, Marco Giallini. In sala dal 12 aprile.

     

     

    Il divario tra ricchi e poveri, l’incerta situazione economica italiana, il confine tra lecito e illecito: tutte contraddizioni e stilemi tipicamente italiani, che di volta in volta vengono declinati nei nostri film (preferibilmente di commedia, spesso all’italiana) e che, complici personaggi della cultura politica discutibili e “bigger than life”, hanno creato un vero e proprio genere. Che poi alcuni autori di svolta – Moretti e Sorrentino su tutti- abbiano saputo delimitarne i confini e le caratteristiche è un altro discorso: circostanza che ha creato delle icone cinematografiche da cui il cinema stesso fa fatica a svincolarsi, oggi.

    Sarà per questo che due film diversissimi fra loro per regista, obiettivi e realizzazione come Loro 1 e proprio Io Sono Tempesta finiscano per avere contorni simili, che però slabbrano e sfumano rendendo le due opere uguali ai loro autori e quindi assolutamente personali: al centro, manco a dirlo, Silvio Berlusconi e il berlusconismo, quello stile di vita che ha segnato così a fondo la cultura e l’immaginario italiano degli ultimi vent’anni, se non proprio la nostra storia. La fotografia di Bigazzi fa il resto -con stanze grandi, grandissime, dentro cui i protagonisti sembrano proprio scomparire -, e così Io Sono Tempesta diventa uno dei film più importanti della stagione: perché oltretutto perfettamente incastonato nella creazione filmica di Daniele Luchetti, che dichiaratamente fin dalle sue primissime cose (Arriva la Bufera e Il Portaborse) si muove lungo le coordinate e le misure che distanziano la commedia politica dal dramma sociale, perché finemente cesellato sui due protagonisti tra i quali necessariamente primeggia Marco Giallini.

    In un ruolo gigantesco per risultati più che per intenzioni: il Numa Tempesta di Giallini si affianca al Bruno di Elio Germano, due personaggi a tema che si specchiano l’uno nell’altro per mostrare come tra ricchi e poveri non ci sia differenza, la predisposizione al male alberga in tutti noi, e la politica è solo uno strumento che viene offerto per tirarla allo scoperto. La politica, come la finanza, si mettono quindi al centro del film a ricordarci come siamo fatti e come il mondo ci cambia senza necessariamente che siamo noi a cambiarlo, dandocene solo l’illusione: e si distanzia perciò dalla ricca e intensa produzione luchettiana, solo superficialmente, preferendo non utilizzare le tonalità del dramma in maniera teatrale e sfruttando al meglio i suoi protagonisti e la sua storia.

    Numa Tempesta è in fondo un gaglioffo dal cuore d’oro; che poi d’oro sia solo placcato non interessa a nessuno, perché il personaggio di Giallini risulta alla fine così (con)vincente, affascinante, coinvolgente, amabile da essere al di sopra di tutto e di tutti, lievitando con la sua potenza su ogni necessaria definizione di giusto e sbagliato.

    Il film allora inanella situazioni brillanti ed estreme, imbarazzanti e fortemente emotive, letteralmente intrise di umanità dolente e sfuggente, come la seduzione di Numa dell’assistente sociale, la prima/ultima cena di Numa e suo padre; e soprattutto, nella sua andatura ondivaga, piena di sussulti e oscurità come di abbagli di luce che ripiegano all’improvviso il film su sé stesso, costellato da sguardi importanti.

    Dev’essere stato imponente lo sforzo di Luchetti di tenere a bada il macchiettismo, il grottesco, i toni troppo alti e quelli troppo bassi per tenere Io Sono Tempesta in un perfetto equilibrio paradossale (è una commedia nera? O è solo una commedia?): e renderlo uno specchietto perfetto della nostra storia e della nostra società, per le nostre acrimonie da dissolvere liberatoriamente in una risata assolutoria. Fino al finale: che, sinceramente e per amore d’onestà, è un po’ paraculo, con le psicologhe dietro al bancone del bar. Sempre che Luchetti non abbia voluto mascherare una sconfitta da vittoria, accendendo all’improvviso i colori e facendo un passo indietro preferendo non prendere posizione. Ponendo una domanda, invece che dare una risposta; decostruendo ogni forma di buonismo e/o ottimismo interrogando il pubblico se quello che gli offre nell’happy ending sia o meno la salvezza migliore per ognuno.

    Perché il riscatto ognuno lo cerca nelle maniere che ritiene migliori; per dormire la notte, o per mandare avanti le prossime generazioni. Certo è che non c’è quiete, dopo Tempesta.

    Gianlorenzo Franzì

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    Rampage – Furia Animale: I nemici a quattro zampe

    Dwayne Johnson e il regista Brad Peyton tornano a collaborare in Rampage – Furia animale, monster movie ispirato a un classico videogioco arcade. Nel cast anche Naomie Harris e Malin Akermann. In sala dal 12 aprile.

    C’erano un lupo, un gorilla e una grossa lucertola. Non è una favola di Esopo e neanche una barzelletta delle elementari. È, o meglio era, un videogame da sala giochi e ora è anche un film che affianca al brand classico un sottotitolo italiano truce quanto basta. Rampage – Furia animale, per chi ancora non dovesse saperlo, è la nuova collaborazione tra il divo ex wrestler Dwayne Johnson (un tempo noto come The Rock) e il regista Brad Peyton, già artefici di San Andreas, disaster movie per famiglie che dopo aver spazzato via una metropoli e ridisegnato la geografia di un continente si chiudeva sull’inquadratura di un indomito bandierone americano. Il peggio che Hollywood abbia da offrire, penserà qualcuno. Un investimento valido ripagato più di tre volte al botteghino, hanno pensato invece i contabili della Warner Bros. E quindi ecco riproporre la formula. Johnson, Peyton e una città che crolla.

    E allora ecco un esperimento poco etico e degli animali giganti diretti su una città malcapitata. I personaggi umani sembrano quasi un’aggiunta distratta. Li si cita giusto per dovere di cronaca. C’è Davis, primatologo ed ex soldato (Johnson), c’è la scienziata ribelle Kate (la Naomie Harris dei film di James Bond e del recente Moonlight), c’è  il federale-cowboy Russell (Jeffrey Dean Morgan) e c’è la spietata capitalista Claire (Malin Akermann). Lo schema è abbastanza semplice: la spietata capitalista porta avanti l’esperimento poco etico, la scienziata ribelle è l’unica che potrebbe fermarla e in suo aiuto si schiereranno il primatologo ex soldato e il federale cowboy.

    Per scrivere Rampage – Furia animale sono serviti quattro sceneggiatori e la notizia farebbe già arcuare non poche sopracciglia. Se poi tra i quattro spunta anche il nome di Carlton Cuse, importante autore televisivo (Lost e non solo) i dubbi cominciano ad assumere la forma inquietante della certezza, specie considerato che era stato proprio Cuse a scrivere San Andreas. Né lui né gli altri tre (al secolo Ryan Engle, Ryan Condal e Adam Sztykiel, il primo dei quali accreditato anche come soggettista) sembrano provare il minimo interesse per i propri personaggi e finiscono per profondere tutto l’impegno dedicato a questo film (che immaginiamo non sia stato eccessivo) nel cercare di dare uno straccio di trama a un videogioco dove impersonavi un mostro che distruggeva una città.

    Date le premesse non esaltanti non c’è da meravigliarsi che proprio la parte iniziale, quella introduttiva, sia la più debole, nonostante usi tutti gli stratagemmi peggiori per arrivare dritto al punto. Un esordio che sembra la parodia di Gravity, preceduto da una schermata con uno spiegone in didascalia, e seguito dall’introduzione dei personaggi avvolta in una comicità tra l’infantile e il blando non bastano a tagliare i tempi. E alla fine i mostri e l’azione arrivano solo dopo più di mezz’ora quando la pazienza dello spettatore ha già subito parecchi colpi, quasi tutti bassi. E quando il punto arriva non è che la situazione migliori più di tanto. Lucertole alla Godzilla da una parte, gorilla alla King Kong dall’altra e il senso di deja vu nel mezzo, se fosse stato un film di Sergio Leone si sarebbe chiamato Il brutto e il cattivo, perché di Buono c’è davvero poco. E in effetti l’unica cosa che sembra salvarsi è lo scimmione albino George, ricreato in digitale sui movimenti dell’attore Jason Liles, a cui sono affidate le battute migliori del film (e potrebbe non essere un caso visto che parla solo il linguaggio dei segni).

    Rampage – Furia animale eleva ad arte il concetto di mediocre innocuità, e pure se avrebbe potuto scriverlo un generatore automatico di film catastrofici ha almeno il vantaggio di non essere platealmente offensivo. L’encefalogramma però resta piatto e i  miracoli non li può fare neanche il carisma di Dwayne Johnson (che in America gode di una stima tanto diffusa che qualcuno aveva pensato di lanciare una sua candidatura alla Casa Bianca). E così il film finisce per sembrare un’anteprima sbiadita del già annunciato King Kong vs Godzilla, senza peraltro averne le ambizioni, che non devono essere per forza quelle di fare buon cinema, ma semplicemente di aggiungere un nuovo cult alla lista dei nostri piaceri colpevoli.

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    I segreti di Wind River: Storie di una frontiera che non c’è più

    Jeremy Renner ed Elizabeth Olsen, dopo le avventure degli Avengers, affrontano nevi e belve in I segreti di Wind River. Dirige Taylor Sheridan, sceneggiatore di Sicario ed Hell or high water. In sala dal 5 aprile

    Storie estreme di un’esistenza ai margini. Anche se i margini non sono i sobborghi putridi di una megalopoli ma gli spazi sconfinati della frontiera americana, una frontiera che non c’è più. I segreti di Wind River canta una canzone un po’ retrò, quella dei cowboy e degli indiani, ma la reinterpreta secondo i canoni estetici della modernità, perché in fondo il western è stato spesso un genere senza tempo, perso tra montagne e deserti senza una collocazione temporale e geografica precisa. E il Caronte di questa traslazione si chiama Taylor Sheridan, uno che fino a qualche tempo fa faceva l’attore (nella serie tv Sons of Anarchy) e che ora ha trovato una nuova voce a Hollywood, una voce che viene ascoltata con sempre più attenzione. Ha cominciato prima come sceneggiatore, firmando Sicario di Denis Villeneuve e poi Hell or high water, il film distribuito in Italia solo da Netflix che gli è valso una nomination all’Oscar. Adesso è tornato il momento di mettersi dietro la macchina da presa (Sheridan aveva diretto un film nel 2011) e la musica – si diceva – non è tanto diversa da quella di Hell or high water.

    Cory (Jeremy Renner) è un cacciatore solitario. Il suo lavoro è dare la caccia ai predatori e non per metafora. Lupi all’inizio, un leone di montagna poi. Ma lupi e leoni non sono le uniche belve feroci che si muovono ai confini della riserva di Wind River. E Cory un giorno trova il cadavere di una ragazza semisepolta nella neve. Solo allora arriva l’agente Jane (Elizabeth Olsen). Originaria della Florida, di stanza a Las Vegas, non c’è niente di più lontano dai paesaggi aspri del Wyoming. Eppure anche lei dovrà cambiare, dovrà mostrare una forza che non pensa di avere, se vuole sopravvivere perché, come le spiega Cory, “il lupo non uccide il cervo sfortunato, ma solo quello debole”.

    La musica è quella di Hell or high water si diceva. E I segreti di Wind River, come il film diretto da David Mackenzie, è un western moderno che alterna la malinconia di fondo a scoppi di violenza tanto inattesi quanto fragorosi. Perché in fondo dai cowboy ci aspettiamo sì i deserti e le montagne (in questo caso le montagne) ma anche le colt spianate e il rumore del proiettile. La sceneggiatura, ovviamente firmata dallo stesso Sheridan, ha i tempi bruschi e il linguaggio minimale di un romanzo di Cormac McCarthy ma non ha l’attualità di Hell or high water, che affiancava alla storia di due fratelli rapinatori anche una riflessione amara sulla crisi e un dito accusatorio puntato contro le banche.

    L’elemento politico lascia il posto a una più intensa componente emozionale che poggia per lo più sulle spalle di Jeremy Renner, attore che fa sempre piacere vedere all’opera e che fa ancora più piacere vedere al centro della scena. Portatore sano di gravitas il suo Cory incanala il senso della perdita ma anche la quieta solidità delle montagne, uno spirito placido e indomito che sa di eternità. Nella strana coppia di pseudo-sbirri l’ex gemellina Olsen sfrutta dal canto suo l’affiatamento con Renner, maturato sul set degli Avengers. È lei il personaggio dinamico, contraltare alla malinconica staticità del cacciatore filosofo. È lei che è costretta a rispondere ai nuovi stimoli di un ambiente antico o a evolversi in un senso più darwiniano del termine. Il suo tassello nell’incastro di Wind River è forse il più importante, serve a non cedere alla tentazione di una lettura superomistica, serve a ricordare che il rapporto modellante tra natura e uomo non è una risorsa chiusa. Che le montagne sono lì, pronte a impartire la loro lezione a chiunque sappia ascoltare, a chiunque abbia voglia di non arrendersi.

    Quanto è fuorviante il titolo italiano de I segreti di Wind River, forse un richiamo alla lynchiana Twin Peaks, eppure il film di Sheridan di segreti non ne ha molti. E quelli che ci sono vengono svelati appena passata la boa di metà film. E dopo a parlare sono solo le lacrime e le pistole, la neve e le belve feroci. Sostanzialmente l’esame è superato, senza magari l’eccellenza ma con voti ampliamente al di sopra del sei. L’esame ovviamente è quello del Taylor Sheridan regista, l’unico enigma di un film che per il resto poggiava su basi solide quanto i piedi di una montagna. L’attore-sceneggiatore si trova a suo agio a guado nella neve e se qualche volta sembra preferire la scorciatoia delle sparatorie è anche vero che poi si ricorda del potere consolatorio delle lacrime e lascia lo spettatore nella solitudine delle sue riflessioni e delle sue commozioni. I segreti di Wind River è un film piccolo e potente, che si fa apprezzare e che lascia anche un grande margine di crescita a un autore da tenere d’occhio nella skyline tanto irregolare della città di celluloide.

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  • Io c’è: Il tragicomico e la necessità di credere

    Dopo la fulminante opera seconda Orecchie, Alessandro Aronadio ci riprova e centra perfettamente il bersaglio con una commedia che riflette sulla modernità. In sala dal 29 marzo.

     

     

     

    Massimo (Edoardo Leo) ha ereditato dal padre un bed & breakfast nel cuore di Roma: lo porta avanti insieme alla sorella Adriana (Margherita Buy), che è anche la sua commercialista; finchè chiedono a Marco (Giuseppe Battiston) di inventare per loro una religione, così da trasformare l’albergo in un luogo di culto e non pagare più le tasse.
    Dopo la fulminante opera seconda Orecchie, Alessandro Aronadio ci riprova e questa volta centra perfettamente il bersaglio: se nel primo film c’era tanto stile e poca sostanza a supportarlo, qui di idee ne abbiamo a iosa, tanto da trasformare l’opera in un densissimo pamphlet che riflette, neanche  superficialmente, su bisogni primari e nuclei esistenziali.
    Io c’è scava nella crepa profonda che si apre tra qualsiasi forma di spiritualità e il culto ad essa relativo: indagando così sul significato del voler credere, sulla necessità di affidarsi ad un immanente (per quanto farlocco sia), sul bisogno di ognuno di poter affidarsi ad una storia che, anche manifestamente assurda, faccia sentire al sicuro. Il film passa poi allo scarto successivo: la Chiesa è la struttura di una forma di pensiero e deve quindi riportarsi primariamente alla sua idea principale.
    Allora, la scriteriata corsa del trio di protagonisti del film, volta a radunare una folla per avere l’approvazione ministeriale sugli sgravi fiscali, diventa inevitabilmente una ricerca di marketing su una clientela. In maniera quindi semplicissima, geniale, profonda quanto lucidissima, Aronadio infila il dito in una piaga tutta italiana, quando la pratica supera la teoria, anzi la surclassa, la mette da parte e prende vita propria: che in tutto questo si vada a parlare poi di religione (cristianesimo in primis, ma anche buddismo, ebraismo, fede musulmana…) è soltanto marginale, e non rispecchia la vera volontà autoriale.
    Perché ad Aronadio preme mostrare la vulnerabilità dell’essere umano messo di fronte a qualcosa di più forte di lui, prima di tutto le conseguenze delle proprie azioni che riflettono la pochezza dei nostri istinti primari. Il messaggio di Io C’è, dunque, lungi dal voler essere destruens nei confronti di qualsivoglia credo religioso, è qualcosa di potente e lacerante, una malinconica riflessione sulla modernità che ha trasformato, e sta trasformando, lentamente i nostri bisogni in vizi.
    Un cortocircuito narrativo e teorico, anche, e anche molto moderno, di una comunità basata sull’individualismo (contraddizione in termini), su un Dio che si avvicina al tempo di reazione di un tweet e su uno specchio che manda indietro la propria divinità, in ogni senso.
    Io c’è parte fortissimo con quest’idea assoluta -quanto sia semplice creare una nuova religione, anche senza motivi transustanziali-, e poi a metà sembra sbriciolarsi sotto le sue stesse ambizioni, come accade spesso quando l’idea alla base è più forte del film stesso: e invece si smarca e si rialza magnifico, mostrando in pieno l’enormità della sua portata teoretica. Diramandosi in mille domande e mille dubbi, e alzando il tono che da commedia si trasforma in dramma esistenziale. Grazie anche e forse soprattutto ad un comparto attoriale eccellente: non ce ne vogliano il pur molto bravo Leo (che inevitabilmente mette qualcosa di sé, e della sua maschera da cialtrone italiano di buon cuore) e la Buy (la più grande attrice italiana di oggi), ma Battiston erige un tempio, formale e sostanziale, inquadra il suo personaggio e crea il ruolo di una vita, gigantesco, enorme e spaventoso nel suo delirio di onnipotenza, quando capisce prima di tutti la potenza delle idee. Che non muoiono mai.

    di Gianlorenzo Franzì

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    Ready Player One: Un grande regista e il suo habitat

    A poche settimane da The Post Steven Spielberg torna al cinema con il fantascientifico Ready Player One, tratto dal romanzo culto di Ernest Cline. Interpreti Mark Rylance e i giovani Tye Sheridan e Olivia Cooke. In sala dal 28 marzo.

    Non serve neanche inserire la moneta per vedere la scritta Ready Player One. Il mantra delle sale giochi oggi diventa il titolo di un film che è allo stesso tempo un atto d’amore per un momento d’oro nella cultura popolare e un tramite verso le generazioni future, il tutto racchiuso nell’involucro luccicante e ultramoderno di una pellicola virtuale che vive almeno il 60% della sua durata nel rigore digitale della computer graphics. Regista neanche troppo occulto è Steven Spielberg, che mescola l’esperienza ultratecnologica del suo recente Le avventure di Tintin alla sindrome di Peter Pan che ha caratterizzato la parte più felice della sua carriera, quegli anni 80 e 90 che sono il serbatoio principale di citazioni e rimandi della sua ultima opera.

    Il giovane Wade Watts (Tye Sheridan, visto nell’ultimo film degli X-Men) cerca di sfuggire alla tetra realtà dello slum dove vive con una zia non particolarmente affezionata. La sua via di fuga è l’universo virtuale di Oasis, la colossale, straripante creazione di James Halliday (Mark Rylance, già alla terza collaborazione con Spielberg), uno strano ibrido tra il genio innovatore di Bill Gates e la solitaria misantropia del Willy Wonka di Gene Wilder. Halliday è morto ma nonostante tutto la sua ombra aleggia ancora su Oasis, nella forma del suo Avatar virtuale, il mago Anorak. Halliday è morto ma è anche in cerca di eredi, e così la cultura del Mmorpg (acronimo che sta per gioco di ruolo online per il multiplayer di massa) diventa una quest cavalleresca, la ricerca di tre chiavi nascoste dal creatore nello sterminato panorama del videogioco, tre chiavi che apriranno le porte del regno al fortunato vincitore. Sulle tracce dell’insperato tesoro non c’è solo Wade ma una platea di cacciatori e appassionati come la misteriosa Art3mis (Olivia Cooke, già vista nel delizioso Il fantastico peggior anno della mia vita), ma anche la squadra dei Sixers, un esercito di giocatori al servizio del losco affarista Nolan Sorento (Ben Mendelsohn) e della sua multinazionale.

    Lo scrittore Ernest Cline, nell’adattare il suo omonimo romanzo in collaborazione con Zak Penn, è rimasto fedele nello spirito pur essendo costretto a cambiare molti dei riferimenti presenti. Colpa – com’è facilmente intuibile – della giungla dei copyright, in cui una grande produzione cinematografica non avrebbe potuto farsi strada a colpi di machete come aveva fatto invece il bestseller in libreria. Ma se anche cambiano gli attori in gioco, se lo Shining di Kubrick prende il posto del War Games con Matthew Broderick, se compare il più noto Gundam al posto del misconosciuto Ultraman e se dal magma delle citazioni emergono Ritorno al Futuro (prodotto dall’Amblin di Spielberg) o Il Gigante di Ferro di casa Warner Bros. (che produce e distribuisce anche Ready Player One) il valore effettivo non cambia.

    E, non neghiamolo, al di là della sottotraccia idealista, di una critica sociale che prende la forma di una realtà tendente al distopico, al di là del richiamo più che necessario alla vita reale il corpo magnetico del film è proprio nell’omaggio continuo, sistematico e ricchissimo ad ogni aspetto della cultura popolare. Cinema, musica, fumetti, cartoni animati e videogame. Il gioco di rimandi è una gioia per gli occhi, una cornucopia enigmistica, che fa venir voglia di vedere il film più volte, di osservarne anche i fotogrammi per riconoscere i personaggi, le situazioni. E lo spettacolo non si limita alle immagini o ai tanti richiami nei dialoghi ma trova il suo spazio anche nella colonna sonora, con una tracklist di pezzi anni 80 che si mescola alle composizioni originali di Alan Silvestri e a brani di altre colonne sonore (da Ritorno al Futuro e non solo) che accompagnano le apparizioni delle citazioni più celebri.

    Ma il grande merito di questo film, che oltre alle citazioni mette in campo un ottimo ritmo narrativo e apparecchia un mondo vivace e nuovo,  è forse quello di restituire un grande regista al suo habitat naturale. Ready Player One rispolvera lo Spielberg eterno adolescente che alla fine, a parte alcuni picchi (Schindler’s List, L’Impero del Sole, il recente The Post), si è dimostrato un regista molto più compiuto e interessante dello Spielberg adulto. Ed il merito non è solo del regista, che su questo film ha lavorato quasi un anno e mezzo, ma anche del materiale di partenza che è riuscito a ispirarlo come non era riuscito al Roald Dahl del precedente Il GGG. Certo, la padronanza del mezzo cinema non era mai stata in discussione. Del resto Spielberg è uno che il linguaggio della celluloide lo ha rivoluzionato più volte. Ciò non toglie che sin dal volgere del nuovo secolo sempre più di rado il regista di E.T. e di Incontri ravvicinati è riuscito a trovare la sintonia con il suo pubblico, quello che da Duel allo Squalo, da Indiana Jones a Jurassic Park fino ai già citati ed episodici film seri, era pronto ad affrontare qualunque fila al botteghino per lui. Vuoi la scelta di argomenti verbosi che hanno alimentato una naturale propensione alla retorica (Amistad, Lincoln), vuoi la firma su alcuni film riusciti ma non particolarmente personali (Prova a prendermi, The Terminal) anche quando affrontava la tanto cara fantascienza (Minorit Report, La Guerra dei Mondi) Spielberg sembrava aver perso la sua voce autoriale, che ritorna prepotente in Ready Player One. E l’augurio, per noi e per il cinema, è che non sia un caso isolato.

     

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