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    Skyscraper: Grattacielo di fuoco

    In Skyscraper Dwayne Johnson è di nuovo alle prese con un disaster movie. Stavolta dovrà salvare la sua famiglia da una banda di criminali e dall’incendio che sta consumando il grattacielo più alto del mondo. Dirige Rawson Marshall Thurber. In sala dal 19 luglio.

    Inferno di cristallo 50 anni dopo. Il titolo oggi è in inglese, Skyscraper, perché così vuole la consuetudine. E al posto dei divi Newman e McQueen c’è il culturista più amato dal pubblico americano, Dwayne “The Rock” Johnson, l’ex wrestler assurto in un niente allo status di stella, uno dei pochi che sembra fare ancora la differenza al botteghino, complice il fatto di aver perfezionato la formula di una pozione carica di magia hollywoodiana, quel misto di azione e commedia per famiglie che riesce a riunire in coda ai botteghini due generazioni e forse più.

    Scritto e diretto da Rawson Marshall Thurber, con cui Johnson aveva collaborato in Una spia e mezzo, Skyscraper racconta dell’incendio devastante che divora, un piano alla volta, la torre più alta che ingegneria umana abbia concepito, la Perla di Hong Kong, un fittizio moloch architettonico di 240 piani, 102 in più della Glass Tower di Inferno di Cristallo, con tanto di turbine, cascate e un’insensata installazione virtuale lassù in cima. In tutto questo Johnson interpreta il ruolo di Will Sawyer, ex testa di cuoio che dopo un blitz andato male si è ritrovato con una gamba mutilata e una vita da ricostruire. Adesso Will è un esperto di security, coinvolto da un ex commilitone nel progetto Pearl. Peccato che dietro la sua assunzione ci sia un complotto che mira non tanto alla distruzione dell’edificio quanto allo svelamento dei suoi segreti e dei suoi tesori, e qui, più che al classico di John Guillermin, si torna con la mente all’altra grande ispirazione della pellicola di Thurber, Trappola di Cristallo con Bruce Willis (Die Hard per qualcuno), un grande classico dell’action movie di fine anni 80.

    Ora, senza la classe di Newman, senza essere un’icona come McQueen e come il John McClane di Die Hard, The Rock si trova ad affrontare la doppia minaccia del fuoco e dei terroristi, il primo che tende aristotelicamente verso l’alto e i secondi che invece mirano a far finire tutto verso il basso. Con buona pace delle ambizioni ingegneristiche e di una famiglia rigorosamente da salvare, quella di Will, neanche a dirsi, composta da una mamma che sa il fatto suo (una rediviva Neve Campbell) e due bambini belli e riccioluti, uno per di più malato.

    Tutto questo racconto è ovviamente solo premessa, per non dire pretesto. Perché il centro di tutto è vedere Dwayne Johnson arrampicarsi sulle gru, saltare tra le fiamme, imbracciare un’arma da fuoco, del resto gli elementi cattivi e i cattivi elementi incombono dietro ogni angolo. E Skyscraper è questo, prendere o lasciare. Non lo definiremmo un film stupido, anche se forse un po’ ottuso lo è. Ma di sicuro è divertente, di un divertimento genuino e alla fine ben concepito nella sua studiata assenza di ambizioni. Perché Dwayne Johnson è l’uomo giusto per questi film, perché la sceneggiatura di Thurber è consapevole delle proprie scelte e anche dei propri limiti, e perché in fondo Skyscraper vuole regalare solo un’ora e mezzo di intrattenimento senza ribaltare la storia del cinema, neanche quello d’azione.

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    Il sacrificio del cervo sacro: Il sonno della ragione

    Con il film vincitore a Cannes della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura, Lanthimos si conferma autore classicissimo e modernissimo, con echi innegabilmente kubrickiani e da Haneke. In sala dal 28 giugno.

     

     

    A vista del crudele ma amabile idol mio  quest’anima fedele  con gioia spirerò”.
    (Euripide, Ifigenia In Aulide, 407 a.c.)

    Bisogna sempre avere un occhio di riguardo per i registi greci, sia anche pregiudizievole: perché se Alexandros Avranas e adesso anche Yorgos Lanthimos ci dimostrano qualcosa, è che quando il cinema nasce dal tormento, quello vero, molto spesso vengono fuori capolavori. Se il sonno della ragione, citato più volte figurativamente, in questo Il sacrificio del cervo sacro, genera mostri, quello della gioia produce arte.

    Ed è così che dalle macerie sociali, culturali e soprattutto dalle ferite interne ed esterne della Grecia vengono fuori storie che coinvolgono, costringono e legano pubblico e privato, mettendo in scena una riproposizione di una classicità che è patrimonio culturale declinata attraverso le lenti deformanti dell’attualità: in questo senso, Lanthimos mette in scena il silenzio assordante della divinità, la sua assenza mai così presente, e la conseguente, affannosa e affannata corsa dell’uomo per poter liberarsi dalla “terribile legatura” che agli dèi lo lega.

    Con il film vincitore a Cannes della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura, Lanthimos si conferma autore classicissimo e modernissimo, con echi innegabilmente kubrickiani e da Haneke: e sulle spoglie di un racconto mitologico, immerso in un dècor glaciale, sceglie come protagonista del suo capolavoro una divinità punitrice bambina, crudele e capricciosa, congelando scenografie e recitazione in momenti di drammaticità soffocante.

    Steven, affermato cardiologo con famiglia borghesissima in casa, ha un rapporto ambiguo con un adolescente: che, rivelatosi figlio di un suo paziente morto sotto i ferri del chirurgo, assumerà lentamente le forme di una divinità coinvolgendo il medico in un allucinante gioco al massacro psicologico e fisico.

    Il sacrificio del cervo sacro è alla fine un horror senza esserlo: così come The Lobster raffreddava il melò, questo coniuga i luoghi comuni del terrore scegliendo però la strada più difficile, dove qualunque causa soprannaturale è lasciata fuori scena e alla nostra immaginazione suggestionata, rimanendo sul palcoscenico gli effetti sui corpi disastrati dei mortali, effetti che però vengono innegabilmente da decisioni prese altrove, in una dimensione altra. E l’incredibile capacità di Lanthimos sta proprio qua: nel suggerire e nel non mostrare, ma contemporaneamente rendere quel suggerimento (anzi, suggestione) centro emotivo e narrativo del racconto.

    Nessuno spiegherà mai se e come, realmente, il giovane Martin abbia giocato con le vite e con la biologia dei figli di Steven: eppure, chi osserva dall’esterno sa che è così, talmente coinvolto e convinto dalla composizione musicale, dalle scelte espressive, dalle inquadrature. Insomma, da quello che una divinità altra (il regista) ha deciso per lui. Corridoi labirintici alla Shining, inquadrature stranianti, recitazione in sottrazione – e quanto è brava, e ci piace, Nicole Kidman quando gioca ad essere altrove anche solo con lo sguardo: come non pensare a Eyes Wide Shut?-, tutto per allontanare qualsivoglia segnale della presenza del libero arbitrio, per confermare il teorema, disumano e angosciante, che nulla può smuovere la spietata e crudele verità del Fato, del Caso che governa vita e morte in una tremenda simmetria, in un cinema tremendo, ellittico, asciutto.

    E quale altro atto, inevitabile ed ineludibile, esiste come il battito incessante e “mostruoso” di un muscolo cardiaco? L’inizio del film è ancora una volta illuminante: riportandoci ad un’opera simile e diversissima, quel The Act Of Seeing With One Own’s Eyes che ha segnato un immaginario, quali occhi possono sopportare la visione di una violenza così spietata e casuale?

    di GianLorenzo Franzì

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    La prima notte del giudizio: Blaxploitation all’epoca di Trump

    La Prima Notte del Giudizio è l’ultimo episodio del fortunato franchise prodotto da Jason Blum. Il regista Gerard McMurray dirige un cast di giovani afroamericani. In sala dal 5 luglio.

    “Le possibilità di un franchise come La Notte del Giudizio sono praticamente infinite”. Così disse il produttore Jason Blum in un suo breve passaggio in Italia. Era l’anno 2014 e nel corso di questi 1.400 giorni i film che in America escono con il titolo di The Purge sono passati da due a quattro e presto le storie ideate da James De Monaco potranno contare su una testa di ponte televisiva. Nel 2018, anno del presidente Donald Trump, arriva una nuova declinazione della serie che racconta di un futuro distopico dove una notte all’anno ogni cosa è concessa, ogni crimine è perdonato. La Prima Notte del Giudizio è quindi una sorta di prequel, sebbene non prenda a prestito i personaggi dei film precedenti.

    Nella pellicola diretta da Gerard McMurray (che riceve il testimone dallo stesso De Monaco) si raccontano le storie del gangster Dmitri (Y’lan Noel), dell’attivista Nya (Lex Scott Davis) e del suo fratellino, l’adolescente Isaiah (Joivan Wade), tre anime perdute afroamericane che popolano i quartieri più poveri di Staten Island, quartiere ghetto che sarà la sede dell’esperimento “Notte del giudizio”, sorta di decimazione mascherata sponsorizzata dal perverso regime Wasp dei Padri Fondatori e supervisionata dal dottor Updale (Marisa Tomei).

    De Monaco, che si ritaglia il ruolo di sceneggiatore, continua a imbastire quel mix tra thriller horror e fantascienza alla John Carpenter che è stato il trademark di almeno due dei film precedenti. Di nuovo c’è invece un elemento black che sembra figlio del successo di un altro film recente prodotto da Jason Blum, quello Scappa – Get Out che è riuscito a tornarsene dal Chinese Theatre di Hollywood con un’Oscar alla miglior sceneggiatura ma soprattutto che è riuscito, insieme al marvelliano Black Panther, a capitalizzare gli incassi di un’intera fetta di popolazione che si è recata al botteghino in massa. Storie di ghetto applicate alle visioni inquiete della Notte del giudizio, dove tutti i carnefici sono bianchi, dove tutte le vittime sono nere, dove bande di mercenari indossano maschere del Ku Klux Klan per fare pulizia etnica e dove non manca neanche qualche frecciata (che forse andrà persa in fase di traduzione) diretta proprio a Trump.

    Alla Prima Notte del Giudizio manca però l’intelligenza e l’afflato satirico di Scappa – Get Out e anche quell’accenno di rigore dei film precedenti si annacqua in un mix di gore e action che potrebbe avere un retrogusto autoironico. La cosa più probabile è però che non si tratti di autoironia ma di semplice exploitation, blaxploitation visto il focus sugli afroamericani. E allora ci si accontenta di Y’Lan Noel che affronta i nemici in canotta, un po’ come Rambo o John McClane di Die Hard, o delle maschere disegnate dalla costumista Amela Baksic, che aggiungono una nota sinistra a una sinfonia già inquietante di suo.

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    Unsane: Stalking on the moon

    Unsane è l’ultima impresa di Steven Soderbergh: un thriller sullo stalking girato in una settimana con un iPhone. Protagonisti: Claire Foy e Joshua Leonard. In sala dal 5 luglio.

    Un regista alla deriva tra i generi, un iPhone, un horror con le radici ben piantate nella realtà dei fatti, la realtà nera come la cronaca. Ed ecco servito l’instant movie che non ti aspetti, Unsane, ultima prova dello Steven Soderbergh di Ocean’s Eleven, che per le logiche insondabili della distribuzione italiana approda in sala a poche settimane da un altro suo film, La truffa dei Logan. Ad attirare l’attenzione dell’eclettico di Hollywood è stavolta il tema dello stalking. E la denuncia prende le forme di un horror a tema, sulla falsariga di Scappa – Get Out ma senza la vena satirica che accompagnava il film di Jordan Peele premiato agli Oscar per la miglior sceneggiatura.

    Del resto sullo stalking c’è poco da fare ironia come spiega Soderbergh raccontando la storia di Sawyer (la Claire Foy della serie tv The Crown), la cui vita è diventata un incubo a causa della persecuzione di David (il Joshua Leonard di Blair Witch Project). L’ansia giornaliera prende anche la forma del terrore puro, quando in seguito alle macchinazioni di David, Sawyer finisce per essere ricoverata forzatamente in un ospedale psichiatrico dove lavora lo stesso David. Lì, alla mercé del suo aguzzino, senza essere creduta da nessuno, Sawyer potrà affidarsi solo all’amicizia e alla complicità di un altro ricoverato, Nate (Jay Pharoah), e della madre (Amy Irving).

    Ma oltre al tema attuale imbastito dalla sceneggiatura di Jonathan Bernstein e James Greer, Soderbergh ci mette l’estro registico decidendo di girare Unsane in soli sette giorni e realizzando le riprese unicamente con un iPhone. Scelta estetica radicale che sarebbe molto piaciuta a Jason Blum, re delle pellicole horror a basso costo e a grandi incassi, a cominciare dal fenomeno Paranormal Activity per finire proprio con il già citato Scappa – Get out. Certo, un’idea del genere meglio affidarla a un regista di spessore, uno che non ha paura di affrontare i temi e le tecniche più disparate. Sarebbe stato troppo facile per un cineasta più sprovveduto sprecare lo spunto inserendosi in una dinamica di genere vista e stravista, veder smorzare la tesi nel profluvio di effetti e di brandelli sanguinolenti intrisi in salsa gore. Meglio quindi il rigore formale che insieme al buon quoziente thrilling dello script e all’intensa performance della Foy forma una base a tre colonne per un film di genere più intelligente della media e che potrebbe trovare il plauso non solo ai fan dell’horror ma anche a una platea cinefila.

     

     

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    La truffa dei Logan: cantica del loser

    Il regista Steven Soderbergh di nuovo alle prese con una rapina del secolo. Dopo Ocean’s Eleven ecco La Truffa dei Logan con Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig e Hillary Swank. In sala dal 31 maggio.

    Una banda di rapinatori, un piano infallibile o quasi e un cast di stelle. Magari meno fulgide ma sempre stelle. A 17 anni da Ocean’s Eleven Steven Soderbergh torna sulla scena del crimine con La Truffa dei Logan. Archiviati i superdivi Clooney, Pitt e Damon stavolta in ballo ci finisce una compagine più variegata ma non meno valida, da Channing Tatum all’Adam Driver di Star Wars, passando per lo 007 Daniel Craig, per Katherine Waterston, Katie Holmes e per una rediviva Hillary Swank.

    La storia è quella dei fratelli Logan: Jimmy (Tatum) ha appena perso il lavoro e visto che la sua ex moglie (Holmes) vorrebbe trasferirsi in un’altra città, rischia di vedersi portar via anche la figlia. Clyde (Driver) è un veterano della guerra in Iraq, ha un braccio prostetico e gestisce con poca fortuna il bar di famiglia. E la poca fortuna sembra il motto dei Logan che però quella fortuna decidono di andare a cercarsela per conto loro, provando a rapinare un autodromo dove si terrà un corsa di Nascar. Per portare a segno il colpo decidono di arruolare un improbabile alleato, il rapinatore incallito Joe Bang (Craig) che però è rinchiuso in galera. I due Logan dovranno quindi liberare il complice, compiere la rapina, riportare il complice in galera, il tutto sfuggendo alla legge e ai sospetti di un’agente delle Fbi (Swank).

    È strano e in qualche modo sorprendente che un regista che ha sempre amato variare i toni e le ambientazioni dei suoi film torni così sfacciatamente alle atmosfere di quello che è stato il suo maggiore successo commerciale. Ancora più strano e in qualche modo ancor più sorprendente è che La truffa dei Logan lasci, a conti fatti, un’impressione molto migliore del più blasonato Ocean’s Eleven. Forse perché la sceneggiatura di Rebecca Blunt non si accontenta di un intreccio meccanico e ben oliato e dei volti patinati dei suoi attori ma preferisce costruire dei personaggi che avrebbero, molto più di Danny Ocean e soci, le gambe per sopportare un sequel e forse due. E se i tempi della commedia alternati ai ritmi dell’azione funzionano a meraviglia in La truffa dei Logan si fa strada anche l’emozione, specie nel rapporto tenero tra Jimmy e la figlia, interpretata dall’adorabile Farrah Mackenzie.

    Certo sulla Truffa dei Logan pesa la zavorra della scarsa originalità e anche se è un netto passo avanti rispetto al più famoso precedente non saranno in pochi a trovare deludente l’accostamento specie, si diceva, se dietro la macchina da presa c’è un regista tanto eclettico. Ma è anche vero che è difficile volere male alla famiglia Logan e ai suoi divertenti e talentuosi interpreti. Ed è anche difficile trascurare un film tanto delizioso e ben confezionato in un periodo in cui il cinema commerciale spesso è così vuoto da rasentare il nulla.

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    Rabbia furiosa: ‘Er canaro’

    Torna Stivaletti e spariglia le carte: il genere italiano che ancora vive e resiste. In sala dal 7 giugno.

     

     

    Si tema l’irta dei mansueti perché loro riverseranno in voi tutto ciò che hanno subito”, (Bibbia, dal Libro dell’Apocalisse).
    È una dichiarazione d’intenti l’incipit di Rabbia Furiosa di Sergio Stivaletti: tra un verso dell’Apocalisse e un cane che brucia in un rogo improvvisato parte infatti l’opera dell’effettista-regista ispirata alla storia del canaro della Magliana. Che anche se il caso ha voluto contemporaneo al Dogman di Matteo Garrone, almeno nell’uscita in sala, non poteva essere prodotto più distante negli obiettivi e più diverso nella messa in scena. Là dove Dogman infatti cercava spunti cronachistici per dare libero sfogo alle sue ossessioni autoriali, Rabbia Furiosa invece cerca di restituire quanto più possibile la realtà per come è, furiosa appunto, spietata, costruita su un fatalismo inevitabile.

    Immerso e impregnato, poi, nella Roma dei sobborghi: mai favolisitici, per nulla surreali, sempre dilaniati da una tristezza sorda e brutale. “Ti sono cresciuto accanto, come l’erba che cresce, cresce… ma nessuna la vede”.
    La sceneggiatura (di Stivaletti, Antonio Lusci e Antonio Tentori) non tradisce quindi le aspettative: una storia malsana, d’urgenza disperata, che riecheggia il meglio del Bis italiano – rimandando ai tempi d’oro di Argento e Bava – che dipinge un affresco di energia vitale ma virata al negativo, di un dolore claustrofobico.
    Non che sia necessario, e magari neanche giusto, affiancare i film, ma un confronto con Dogman può servire per rendere giustizia all’opera terza da regista per Stivaletti, per capire cosa (non) è Rabbia Furiosa: là dove Garrone stilizza, Stivaletti si mantiene raso terra e racconta la realtà, seppure filtrata attraverso i suoi occhi. Se Garrone riporta in poesia, Stivaletti compie invece un’operazione chirurgica, da entomologo del cinema e dei generi: e così Rabbia Furiosa diventa radiografia dell’essere umano, selvatico e rabbioso, riportando il racconto nell’alveo di un cinema e di una dimensione narrativa dimenticati, oggi forse (irrimediabilmente?) persi mentre dimenticano il fattore umano anche e soprattutto nella produzione, nella lavorazione artigianale dell’opera d’arte. Ma la cosa più bella è che proprio nel momento in cui Stivaletti riscopre la matericità del racconto, ecco che nello stesso momento prende le distanze dalla realtà e vola di fantasia, contornando la cronaca di fantasiosi voli borderline.

    È proprio in questi momenti (come sull’agghiacciante finale) che Rabbia Furiosa prende il volo, regalando momenti altissimi di cinema come proprio il cinema italiano mainstream non fa più: tutto diventa pretesto per arrivare alla lunga, insostenibile a tratti, sequenza finale (e si rimpiange che Stivaletti non abbia voluto centrare tutto il film proprio su questo elemento) dove la vendetta sarà violentissima ed efferata, ripresa in primissimo piano, senza lesinare in sangue e frattaglie, strumenti di tortura e parti anatomiche strappate. Ecco allora il gore, signori: senza paura e senza remore, ecco la soddisfazione del genere che lambisce il disgusto ma racconta la vita, l’horror utilizzato per svelare quello che di noi, la parte peggiore, quella bestiale e ferina, teniamo nascosta. Rabbia Furiosa, quindi, è una splendida riappropriazione di genere: la sublimazione dell’analogico, cinema d’autore che non ha paura di scandagliare sul non mostrabile, delirante e liberatorio, libero e indipendente. Anche e soprattutto quando della poesia ci mostra il lato interiore, interiora sanguinanti incluse.

    di GianLorenzo Franzì

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    Solo – A Star Wars story: L’educazione di una canaglia

    Il contrabbandiere spaziale più famoso del cinema lascia a casa l’amico Skywalker e si prende la scena in Solo: a Star Wars story, diretto da Ron Howard e interpretato da Alden Ehrenreich, Emilia Clarke, Donald Glover e Woody Harrelson. In sala dal 23 maggio. 

    Pistola alla fondina, sorriso beffardo, un’astronave scalcinata ma velocissima. Solo: a Star Wars story è la prima uscita in solitaria – scusate il bisticcio di parole – dell’eroe Han,  figura quintessenziale di avventuriero dello spazio che trova le sue origini nella letteratura pulp e nelle strisce di Flash Gordon e che prese corpo al cinema, più di 40 anni fa, grazie alla fortunata intuizione di George Lucas. E anche se Lucas ha preferito lasciare il suo universo ad altre mani questo nuovo corso del personaggio è stato affidato a un regista che alla corte di Lucas è cresciuto umanamente e professionalmente. Il riferimento è a Ron Howard che il miglior ruolo da attore cinematografico lo ebbe nel lucasiano American Graffiti e che dietro la macchina da presa firmò il fantasy Willow su un soggetto scritto dal celebre regista/producer.

    Tornando invece a Solo, e al suo nuovo volto, quello del 28enne Alden Ehrenreich, lo troviamo negli slum di un pianeta cantiere intento a vivere alla giornata, qualche anno (non si sa quanti) prima dell’incontro/scontro/confronto con la famiglia Skywalker. Al suo fianco ci sarebbe la giovane Qi’ra (l’Emilia Clarke del Trono di Spade), se non fosse che i loro destini si separano e poi si incrociano nuovamente qualche anno dopo quando Solo, disertore delle forze imperiali, si trova alle prese con una rapina per conto di un’organizzazione criminale transplanetaria guidata dallo spietato Dryden Vos (Paul Bettany). Nell’impresa il futuro contrabbandiere potrà contare sul contributo di una serie di simpatiche canaglie, dal ladro Beckett (Woody Harrelson), al fascinoso contrabbandiere Lando (Donald Glover), passando per un droide idealista e politicizzato (che in originale è doppiato dall’inglese Phoebe Waller-Bridge) e per il futuro compagno di mille avventure, il peloso wookie di nome Chewbacca (il cui costume viene riempito stavolta dal finlandese Jonas Suotamo).

    La sceneggiatura, forte della firma di colui che scrisse probabilmente le battute migliori del personaggio (“Ti amo”/”Lo so”), quel Lawrence Kasdan che qui si fa affiancare dal figlio Jonathan, ripesca dalla tradizione dei migliori film di rapina lasciando intatta la formula originaria del franchise di Guerre Stellari. Ovvero quel sapore di frontiera che condito dai voli del Millennium Falcon arricchisce il bagaglio fantascientifico tradizionale di sentori e richiami alla grande epopea dei western. Una teoria estetica che nell’atto pratico del film si traduce in una grande rapina al treno futuribile, in partite a carte giocate in saloon fumosi e promiscui e nel bisogno costante di mettere mano alla pistola. Solo: a Star Wars story è quindi un Guerre Stellari puro all’80%, dove l’unica carenza dell’equazione è proprio la rinuncia all’aspetto zen della saga, a tutte le ascendenze orientali (dalla Forza ai Cavalieri Jedi ricalcati sulle orme degli antichi samurai) che mischiate all’occidente dei cowboy spaziali avevano creato la formula di un successo che non sembra patire particolarmente il peso degli anni.

    Molto diverso quindi l’approccio rispetto all’altro spin-off, Rogue One, del 2016 che invece cercava di allargare il discorso ad altri generi e ad altre soluzioni narrative. Quello che hanno in comune i due film è però l’essere usciti apparentemente indenni da un iter quantomeno travagliato. Se Rogue One era stato costretto a sottoporsi a una massiccia dose di riprese aggiuntive (che pare abbiano modificato il film per un terzo circa della sua durata) girate da un regista non accreditato (il Tony Gilroy di Michael Clayton) a Solo è andata anche peggio, perché i due registi originari, Phil Lord e Christopher Miller sono stati letteralmente cacciati a metà della produzione per aver puntato troppo, pare, su un accento comico poco gradito alla plenipotenziaria Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm. Un plauso allora a Ron Howard che è riuscito a riportare in carreggiata quello che sembrava un carrozzone impazzito e che ha trasformato un’opera nata male in un dignitoso film di avventure, che mostra alcuni degli episodi citati nei film della serie tradizionale ma mai mostrati in video, dalla famigerata rotta di Kessel al cambio di mano del Millennium Falcon. Ehrenreich vanta dalla sua una buona somiglianza all’Harrison Ford giovane e riesce a incanalare quel senso di spavalderia che era poi l’unica cosa che la sceneggiatura gli chiedeva. Mette in tal modo a tacere quelle voci che durante la travagliata lavorazione lo davano come poco adatto al ruolo. Emilia Clarke invece gestisce con grazia il ruolo difficile della ex, il primo amore di un eroe, famoso per aver conquistato in un imprecisato futuro il cuore di una delle principesse più celebri del cinema.

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    Avengers: Infinity War – Ingorgo di eroi

    Tutti gli eroi Marvel si riuniscono per fronteggiare il tiranno Thanos in Avengers: Infinity War. Sullo schermo tra gli altri Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Benedict Cumberbatch e Chris Hemsworth. Alla regia i fratelli Joe ed Anthony Russo. In sala dal 25 aprile.

    C’era una volta un bastimento carico di eroi, così affollato da sembrare un autobus all’ora di punta, di quelli dove per riuscire a emergere, anche solo a respirare, tocca sgomitare e farsi spazio in una piccola e sporca guerra con chi ci sta accanto. Se tutto questo fosse un film si chiamerebbe Avengers: Infinity War e alla fine così è, per gentile concessione di Walt Disney e soci, che hanno deciso ancora una volta di riunire in una sola pellicola tutti i personaggi di casa con sommo gaudio di pubblico e botteghini e per somma disperazione di sceneggiatori e narrativa in generale. Questa famiglia allargatissima comprende una schiera di attori che è difficile anche solo enumerare (per citarne alcuni: Robert Downey Jr., Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Chris Pratt, Chris Evans, Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen, Zoe Saldana, Mark Ruffalo, Gwyneth Paltrow e le rising star Tom Holland e Chadewick Boseman, più qualche guest star in solo voce, come Bradley Cooper e Vin Diesel). Non sorprende quindi che a dirigere il plotone siano serviti non uno ma due sergenti istruttori, al secolo Joe ed Anthony Russo, nati come registi televisivi, poi adottati dalla Marvel a cui, prima della promozione agli Avengers, avevano affidato due pellicole di Capitan America.

    Non è facile riassumere la trama che, come ogni tanto accade con i Marvel Studios, tende a non reggersi sulle proprie gambe ma a dover fare affidamento su altri film che così si trasformano inconsapevolmente negli episodi della serie tv più costosa di sempre. In Infinity War in particolare ci troviamo di fronte alla minaccia del tiranno Thanos (versione fanta-digitale di un Josh Brolin più che dignitoso), figura nascosta in sottotraccia in tante altre pellicole dello stesso universo, che fa finalmente la sua roboante entrata in scena alla ricerca di sei mistici feticci, le gemme dell’infinito. Inutile aggiungere che tutti gli eroi della terra (e qualcuno anche di fuori) si muovono per prendere le difese dell’inconsapevole pianeta nonostante i rancori accumulati in qualche sfida precedente (per i particolari consultare Captain America: Civil War). E così ecco Iron Man (Downey Jr.), Capitan America (Evans), Thor (Hemsworth), Hulk (Ruffalo), i Guardiani della Galassia (Pratt, Saldana e soci), il Doctor Strange (Cumberbatch), Spider-Man (Holland) e Black Panther (Boseman), tutti schierati in bella vista contro la minaccia.

    E qui scendono in campo le sgomitate di cui sopra, perché per piazzare in 160 minuti di film almeno 20 eroi e un cattivo i poveri sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely hanno dovuto di fatto rinunciare a ogni velleità narrativa, affidando il carattere dei personaggi a pochi scambi di battute e lasciando che a comunicare fosse per lo più il linguaggio universale dei pugni, anche perché i pochi attimi di pausa vanno riservati a presentare l’unico personaggio poco noto al pubblico, il cattivo Thanos. Così finisce che Avengers: Infinity War diventi un film sul cattivo dove i buoni sono protagonisti nella forma ma non nella sostanza. Una cosa di per sé piuttosto originale anche se la sensazione è che si tratti di un’originalità involontaria, figlia più di una contingenza che di un’onesta riflessione narrativa. I sintomi del male che affligge gli Avengers si potevano già riscontrare nel primo film della saga (diretto da Joss Whedon nel lontano 2010), quando il villain Loki, interpretato da Tom Hiddleston, finiva per rubare la scena ai troppi protagonisti. Ma in Infinity War la diagnosi è anche peggiore perché nel frattempo i personaggi sono aumentati di numero e anche di profondità, hanno lasciato la loro bozza larvale e nei rispettivi film da solisti hanno preso una dimensione che nel film dei fratelli Russo va tristemente perduta. Dal canto suo il gigante viola Thanos non riesce a colmare quel vuoto di personalità e quel pizzico di amareggiata delusione che resta nel vedere tanti bei personaggi appiattiti alle esigenze di un blockbuster più commerciale del solito. Ed è un peccato doppio perché la carne al fuoco è tanta e le scene a effetto pure, a cominciare da un finale drammatico e inconsueto che probabilmente basta a segnare il successo anche delle prossime uscite Marvel.

    Avengers: Infinity War resta comunque un film difficile da decifrare. Perché è indubbiamente divertente ma è anche vero che si fa fatica a definirlo film. L’inizio è praticamente in media res (per i particolari consultare Thor: Ragnarok), i personaggi sono presi a prestito da altre pellicole e salvo rare eccezioni sono assolutamente privi di un qualunque sviluppo emozionale e anche il finale finisce per alimentare la sensazione che quella dei fratelli Russo sia solo una magnifica appendice, il corollario fragoroso di un collage narrativo che si può ammirare solo nella nostra memoria o più facilmente tra le righe di una voce Wikipedia. Ci troviamo di fronte a nuova forma di narrativa cinematografica? Figlia magari di una decade d’oro per l’intrattenimento televisivo a puntate? Finora gli applausi meglio riservarli al confezionamento commerciale. Perfetto, da marchiare a ferro e fuoco in ogni manuale di marketing applicato all’industria dell’entertainment. Però proprio uno dei personaggi presenti nel film sembra farsi carico di un pro-memoria che non ci ha lasciato indifferenti. Il Black Panther interpretato da Chadewick Boseman, reduce da un poderoso miliardo incassato in tutto il mondo, ci ricorda infatti che i soldi al cinema si possono fare anche preferendo le storie agli stratagemmi, alla dinamica lievemente ricattatoria dei crossover e dei finali aperti. E allora godiamoci queste due ore e passa di vuoto luccicante e aspettiamo un altro film per vedere di nuovo all’opera dei personaggi. Uno o due alla volta però, per carità.

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  • Io sono tempesta: Nessuna quiete dopo la tempesta

    Il nuovo film di Daniele Luchetti si inserisce nell’interstizio fra giusto e sbagliato con un interprete gigantesco, Marco Giallini. In sala dal 12 aprile.

     

     

    Il divario tra ricchi e poveri, l’incerta situazione economica italiana, il confine tra lecito e illecito: tutte contraddizioni e stilemi tipicamente italiani, che di volta in volta vengono declinati nei nostri film (preferibilmente di commedia, spesso all’italiana) e che, complici personaggi della cultura politica discutibili e “bigger than life”, hanno creato un vero e proprio genere. Che poi alcuni autori di svolta – Moretti e Sorrentino su tutti- abbiano saputo delimitarne i confini e le caratteristiche è un altro discorso: circostanza che ha creato delle icone cinematografiche da cui il cinema stesso fa fatica a svincolarsi, oggi.

    Sarà per questo che due film diversissimi fra loro per regista, obiettivi e realizzazione come Loro 1 e proprio Io Sono Tempesta finiscano per avere contorni simili, che però slabbrano e sfumano rendendo le due opere uguali ai loro autori e quindi assolutamente personali: al centro, manco a dirlo, Silvio Berlusconi e il berlusconismo, quello stile di vita che ha segnato così a fondo la cultura e l’immaginario italiano degli ultimi vent’anni, se non proprio la nostra storia. La fotografia di Bigazzi fa il resto -con stanze grandi, grandissime, dentro cui i protagonisti sembrano proprio scomparire -, e così Io Sono Tempesta diventa uno dei film più importanti della stagione: perché oltretutto perfettamente incastonato nella creazione filmica di Daniele Luchetti, che dichiaratamente fin dalle sue primissime cose (Arriva la Bufera e Il Portaborse) si muove lungo le coordinate e le misure che distanziano la commedia politica dal dramma sociale, perché finemente cesellato sui due protagonisti tra i quali necessariamente primeggia Marco Giallini.

    In un ruolo gigantesco per risultati più che per intenzioni: il Numa Tempesta di Giallini si affianca al Bruno di Elio Germano, due personaggi a tema che si specchiano l’uno nell’altro per mostrare come tra ricchi e poveri non ci sia differenza, la predisposizione al male alberga in tutti noi, e la politica è solo uno strumento che viene offerto per tirarla allo scoperto. La politica, come la finanza, si mettono quindi al centro del film a ricordarci come siamo fatti e come il mondo ci cambia senza necessariamente che siamo noi a cambiarlo, dandocene solo l’illusione: e si distanzia perciò dalla ricca e intensa produzione luchettiana, solo superficialmente, preferendo non utilizzare le tonalità del dramma in maniera teatrale e sfruttando al meglio i suoi protagonisti e la sua storia.

    Numa Tempesta è in fondo un gaglioffo dal cuore d’oro; che poi d’oro sia solo placcato non interessa a nessuno, perché il personaggio di Giallini risulta alla fine così (con)vincente, affascinante, coinvolgente, amabile da essere al di sopra di tutto e di tutti, lievitando con la sua potenza su ogni necessaria definizione di giusto e sbagliato.

    Il film allora inanella situazioni brillanti ed estreme, imbarazzanti e fortemente emotive, letteralmente intrise di umanità dolente e sfuggente, come la seduzione di Numa dell’assistente sociale, la prima/ultima cena di Numa e suo padre; e soprattutto, nella sua andatura ondivaga, piena di sussulti e oscurità come di abbagli di luce che ripiegano all’improvviso il film su sé stesso, costellato da sguardi importanti.

    Dev’essere stato imponente lo sforzo di Luchetti di tenere a bada il macchiettismo, il grottesco, i toni troppo alti e quelli troppo bassi per tenere Io Sono Tempesta in un perfetto equilibrio paradossale (è una commedia nera? O è solo una commedia?): e renderlo uno specchietto perfetto della nostra storia e della nostra società, per le nostre acrimonie da dissolvere liberatoriamente in una risata assolutoria. Fino al finale: che, sinceramente e per amore d’onestà, è un po’ paraculo, con le psicologhe dietro al bancone del bar. Sempre che Luchetti non abbia voluto mascherare una sconfitta da vittoria, accendendo all’improvviso i colori e facendo un passo indietro preferendo non prendere posizione. Ponendo una domanda, invece che dare una risposta; decostruendo ogni forma di buonismo e/o ottimismo interrogando il pubblico se quello che gli offre nell’happy ending sia o meno la salvezza migliore per ognuno.

    Perché il riscatto ognuno lo cerca nelle maniere che ritiene migliori; per dormire la notte, o per mandare avanti le prossime generazioni. Certo è che non c’è quiete, dopo Tempesta.

    Gianlorenzo Franzì

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