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    Rampage – Furia Animale: I nemici a quattro zampe

    Dwayne Johnson e il regista Brad Peyton tornano a collaborare in Rampage – Furia animale, monster movie ispirato a un classico videogioco arcade. Nel cast anche Naomie Harris e Malin Akermann. In sala dal 12 aprile.

    C’erano un lupo, un gorilla e una grossa lucertola. Non è una favola di Esopo e neanche una barzelletta delle elementari. È, o meglio era, un videogame da sala giochi e ora è anche un film che affianca al brand classico un sottotitolo italiano truce quanto basta. Rampage – Furia animale, per chi ancora non dovesse saperlo, è la nuova collaborazione tra il divo ex wrestler Dwayne Johnson (un tempo noto come The Rock) e il regista Brad Peyton, già artefici di San Andreas, disaster movie per famiglie che dopo aver spazzato via una metropoli e ridisegnato la geografia di un continente si chiudeva sull’inquadratura di un indomito bandierone americano. Il peggio che Hollywood abbia da offrire, penserà qualcuno. Un investimento valido ripagato più di tre volte al botteghino, hanno pensato invece i contabili della Warner Bros. E quindi ecco riproporre la formula. Johnson, Peyton e una città che crolla.

    E allora ecco un esperimento poco etico e degli animali giganti diretti su una città malcapitata. I personaggi umani sembrano quasi un’aggiunta distratta. Li si cita giusto per dovere di cronaca. C’è Davis, primatologo ed ex soldato (Johnson), c’è la scienziata ribelle Kate (la Naomie Harris dei film di James Bond e del recente Moonlight), c’è  il federale-cowboy Russell (Jeffrey Dean Morgan) e c’è la spietata capitalista Claire (Malin Akermann). Lo schema è abbastanza semplice: la spietata capitalista porta avanti l’esperimento poco etico, la scienziata ribelle è l’unica che potrebbe fermarla e in suo aiuto si schiereranno il primatologo ex soldato e il federale cowboy.

    Per scrivere Rampage – Furia animale sono serviti quattro sceneggiatori e la notizia farebbe già arcuare non poche sopracciglia. Se poi tra i quattro spunta anche il nome di Carlton Cuse, importante autore televisivo (Lost e non solo) i dubbi cominciano ad assumere la forma inquietante della certezza, specie considerato che era stato proprio Cuse a scrivere San Andreas. Né lui né gli altri tre (al secolo Ryan Engle, Ryan Condal e Adam Sztykiel, il primo dei quali accreditato anche come soggettista) sembrano provare il minimo interesse per i propri personaggi e finiscono per profondere tutto l’impegno dedicato a questo film (che immaginiamo non sia stato eccessivo) nel cercare di dare uno straccio di trama a un videogioco dove impersonavi un mostro che distruggeva una città.

    Date le premesse non esaltanti non c’è da meravigliarsi che proprio la parte iniziale, quella introduttiva, sia la più debole, nonostante usi tutti gli stratagemmi peggiori per arrivare dritto al punto. Un esordio che sembra la parodia di Gravity, preceduto da una schermata con uno spiegone in didascalia, e seguito dall’introduzione dei personaggi avvolta in una comicità tra l’infantile e il blando non bastano a tagliare i tempi. E alla fine i mostri e l’azione arrivano solo dopo più di mezz’ora quando la pazienza dello spettatore ha già subito parecchi colpi, quasi tutti bassi. E quando il punto arriva non è che la situazione migliori più di tanto. Lucertole alla Godzilla da una parte, gorilla alla King Kong dall’altra e il senso di deja vu nel mezzo, se fosse stato un film di Sergio Leone si sarebbe chiamato Il brutto e il cattivo, perché di Buono c’è davvero poco. E in effetti l’unica cosa che sembra salvarsi è lo scimmione albino George, ricreato in digitale sui movimenti dell’attore Jason Liles, a cui sono affidate le battute migliori del film (e potrebbe non essere un caso visto che parla solo il linguaggio dei segni).

    Rampage – Furia animale eleva ad arte il concetto di mediocre innocuità, e pure se avrebbe potuto scriverlo un generatore automatico di film catastrofici ha almeno il vantaggio di non essere platealmente offensivo. L’encefalogramma però resta piatto e i  miracoli non li può fare neanche il carisma di Dwayne Johnson (che in America gode di una stima tanto diffusa che qualcuno aveva pensato di lanciare una sua candidatura alla Casa Bianca). E così il film finisce per sembrare un’anteprima sbiadita del già annunciato King Kong vs Godzilla, senza peraltro averne le ambizioni, che non devono essere per forza quelle di fare buon cinema, ma semplicemente di aggiungere un nuovo cult alla lista dei nostri piaceri colpevoli.

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    I segreti di Wind River: Storie di una frontiera che non c’è più

    Jeremy Renner ed Elizabeth Olsen, dopo le avventure degli Avengers, affrontano nevi e belve in I segreti di Wind River. Dirige Taylor Sheridan, sceneggiatore di Sicario ed Hell or high water. In sala dal 5 aprile

    Storie estreme di un’esistenza ai margini. Anche se i margini non sono i sobborghi putridi di una megalopoli ma gli spazi sconfinati della frontiera americana, una frontiera che non c’è più. I segreti di Wind River canta una canzone un po’ retrò, quella dei cowboy e degli indiani, ma la reinterpreta secondo i canoni estetici della modernità, perché in fondo il western è stato spesso un genere senza tempo, perso tra montagne e deserti senza una collocazione temporale e geografica precisa. E il Caronte di questa traslazione si chiama Taylor Sheridan, uno che fino a qualche tempo fa faceva l’attore (nella serie tv Sons of Anarchy) e che ora ha trovato una nuova voce a Hollywood, una voce che viene ascoltata con sempre più attenzione. Ha cominciato prima come sceneggiatore, firmando Sicario di Denis Villeneuve e poi Hell or high water, il film distribuito in Italia solo da Netflix che gli è valso una nomination all’Oscar. Adesso è tornato il momento di mettersi dietro la macchina da presa (Sheridan aveva diretto un film nel 2011) e la musica – si diceva – non è tanto diversa da quella di Hell or high water.

    Cory (Jeremy Renner) è un cacciatore solitario. Il suo lavoro è dare la caccia ai predatori e non per metafora. Lupi all’inizio, un leone di montagna poi. Ma lupi e leoni non sono le uniche belve feroci che si muovono ai confini della riserva di Wind River. E Cory un giorno trova il cadavere di una ragazza semisepolta nella neve. Solo allora arriva l’agente Jane (Elizabeth Olsen). Originaria della Florida, di stanza a Las Vegas, non c’è niente di più lontano dai paesaggi aspri del Wyoming. Eppure anche lei dovrà cambiare, dovrà mostrare una forza che non pensa di avere, se vuole sopravvivere perché, come le spiega Cory, “il lupo non uccide il cervo sfortunato, ma solo quello debole”.

    La musica è quella di Hell or high water si diceva. E I segreti di Wind River, come il film diretto da David Mackenzie, è un western moderno che alterna la malinconia di fondo a scoppi di violenza tanto inattesi quanto fragorosi. Perché in fondo dai cowboy ci aspettiamo sì i deserti e le montagne (in questo caso le montagne) ma anche le colt spianate e il rumore del proiettile. La sceneggiatura, ovviamente firmata dallo stesso Sheridan, ha i tempi bruschi e il linguaggio minimale di un romanzo di Cormac McCarthy ma non ha l’attualità di Hell or high water, che affiancava alla storia di due fratelli rapinatori anche una riflessione amara sulla crisi e un dito accusatorio puntato contro le banche.

    L’elemento politico lascia il posto a una più intensa componente emozionale che poggia per lo più sulle spalle di Jeremy Renner, attore che fa sempre piacere vedere all’opera e che fa ancora più piacere vedere al centro della scena. Portatore sano di gravitas il suo Cory incanala il senso della perdita ma anche la quieta solidità delle montagne, uno spirito placido e indomito che sa di eternità. Nella strana coppia di pseudo-sbirri l’ex gemellina Olsen sfrutta dal canto suo l’affiatamento con Renner, maturato sul set degli Avengers. È lei il personaggio dinamico, contraltare alla malinconica staticità del cacciatore filosofo. È lei che è costretta a rispondere ai nuovi stimoli di un ambiente antico o a evolversi in un senso più darwiniano del termine. Il suo tassello nell’incastro di Wind River è forse il più importante, serve a non cedere alla tentazione di una lettura superomistica, serve a ricordare che il rapporto modellante tra natura e uomo non è una risorsa chiusa. Che le montagne sono lì, pronte a impartire la loro lezione a chiunque sappia ascoltare, a chiunque abbia voglia di non arrendersi.

    Quanto è fuorviante il titolo italiano de I segreti di Wind River, forse un richiamo alla lynchiana Twin Peaks, eppure il film di Sheridan di segreti non ne ha molti. E quelli che ci sono vengono svelati appena passata la boa di metà film. E dopo a parlare sono solo le lacrime e le pistole, la neve e le belve feroci. Sostanzialmente l’esame è superato, senza magari l’eccellenza ma con voti ampliamente al di sopra del sei. L’esame ovviamente è quello del Taylor Sheridan regista, l’unico enigma di un film che per il resto poggiava su basi solide quanto i piedi di una montagna. L’attore-sceneggiatore si trova a suo agio a guado nella neve e se qualche volta sembra preferire la scorciatoia delle sparatorie è anche vero che poi si ricorda del potere consolatorio delle lacrime e lascia lo spettatore nella solitudine delle sue riflessioni e delle sue commozioni. I segreti di Wind River è un film piccolo e potente, che si fa apprezzare e che lascia anche un grande margine di crescita a un autore da tenere d’occhio nella skyline tanto irregolare della città di celluloide.

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  • Io c’è: Il tragicomico e la necessità di credere

    Dopo la fulminante opera seconda Orecchie, Alessandro Aronadio ci riprova e centra perfettamente il bersaglio con una commedia che riflette sulla modernità. In sala dal 29 marzo.

     

     

     

    Massimo (Edoardo Leo) ha ereditato dal padre un bed & breakfast nel cuore di Roma: lo porta avanti insieme alla sorella Adriana (Margherita Buy), che è anche la sua commercialista; finchè chiedono a Marco (Giuseppe Battiston) di inventare per loro una religione, così da trasformare l’albergo in un luogo di culto e non pagare più le tasse.
    Dopo la fulminante opera seconda Orecchie, Alessandro Aronadio ci riprova e questa volta centra perfettamente il bersaglio: se nel primo film c’era tanto stile e poca sostanza a supportarlo, qui di idee ne abbiamo a iosa, tanto da trasformare l’opera in un densissimo pamphlet che riflette, neanche  superficialmente, su bisogni primari e nuclei esistenziali.
    Io c’è scava nella crepa profonda che si apre tra qualsiasi forma di spiritualità e il culto ad essa relativo: indagando così sul significato del voler credere, sulla necessità di affidarsi ad un immanente (per quanto farlocco sia), sul bisogno di ognuno di poter affidarsi ad una storia che, anche manifestamente assurda, faccia sentire al sicuro. Il film passa poi allo scarto successivo: la Chiesa è la struttura di una forma di pensiero e deve quindi riportarsi primariamente alla sua idea principale.
    Allora, la scriteriata corsa del trio di protagonisti del film, volta a radunare una folla per avere l’approvazione ministeriale sugli sgravi fiscali, diventa inevitabilmente una ricerca di marketing su una clientela. In maniera quindi semplicissima, geniale, profonda quanto lucidissima, Aronadio infila il dito in una piaga tutta italiana, quando la pratica supera la teoria, anzi la surclassa, la mette da parte e prende vita propria: che in tutto questo si vada a parlare poi di religione (cristianesimo in primis, ma anche buddismo, ebraismo, fede musulmana…) è soltanto marginale, e non rispecchia la vera volontà autoriale.
    Perché ad Aronadio preme mostrare la vulnerabilità dell’essere umano messo di fronte a qualcosa di più forte di lui, prima di tutto le conseguenze delle proprie azioni che riflettono la pochezza dei nostri istinti primari. Il messaggio di Io C’è, dunque, lungi dal voler essere destruens nei confronti di qualsivoglia credo religioso, è qualcosa di potente e lacerante, una malinconica riflessione sulla modernità che ha trasformato, e sta trasformando, lentamente i nostri bisogni in vizi.
    Un cortocircuito narrativo e teorico, anche, e anche molto moderno, di una comunità basata sull’individualismo (contraddizione in termini), su un Dio che si avvicina al tempo di reazione di un tweet e su uno specchio che manda indietro la propria divinità, in ogni senso.
    Io c’è parte fortissimo con quest’idea assoluta -quanto sia semplice creare una nuova religione, anche senza motivi transustanziali-, e poi a metà sembra sbriciolarsi sotto le sue stesse ambizioni, come accade spesso quando l’idea alla base è più forte del film stesso: e invece si smarca e si rialza magnifico, mostrando in pieno l’enormità della sua portata teoretica. Diramandosi in mille domande e mille dubbi, e alzando il tono che da commedia si trasforma in dramma esistenziale. Grazie anche e forse soprattutto ad un comparto attoriale eccellente: non ce ne vogliano il pur molto bravo Leo (che inevitabilmente mette qualcosa di sé, e della sua maschera da cialtrone italiano di buon cuore) e la Buy (la più grande attrice italiana di oggi), ma Battiston erige un tempio, formale e sostanziale, inquadra il suo personaggio e crea il ruolo di una vita, gigantesco, enorme e spaventoso nel suo delirio di onnipotenza, quando capisce prima di tutti la potenza delle idee. Che non muoiono mai.

    di Gianlorenzo Franzì

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    Ready Player One: Un grande regista e il suo habitat

    A poche settimane da The Post Steven Spielberg torna al cinema con il fantascientifico Ready Player One, tratto dal romanzo culto di Ernest Cline. Interpreti Mark Rylance e i giovani Tye Sheridan e Olivia Cooke. In sala dal 28 marzo.

    Non serve neanche inserire la moneta per vedere la scritta Ready Player One. Il mantra delle sale giochi oggi diventa il titolo di un film che è allo stesso tempo un atto d’amore per un momento d’oro nella cultura popolare e un tramite verso le generazioni future, il tutto racchiuso nell’involucro luccicante e ultramoderno di una pellicola virtuale che vive almeno il 60% della sua durata nel rigore digitale della computer graphics. Regista neanche troppo occulto è Steven Spielberg, che mescola l’esperienza ultratecnologica del suo recente Le avventure di Tintin alla sindrome di Peter Pan che ha caratterizzato la parte più felice della sua carriera, quegli anni 80 e 90 che sono il serbatoio principale di citazioni e rimandi della sua ultima opera.

    Il giovane Wade Watts (Tye Sheridan, visto nell’ultimo film degli X-Men) cerca di sfuggire alla tetra realtà dello slum dove vive con una zia non particolarmente affezionata. La sua via di fuga è l’universo virtuale di Oasis, la colossale, straripante creazione di James Halliday (Mark Rylance, già alla terza collaborazione con Spielberg), uno strano ibrido tra il genio innovatore di Bill Gates e la solitaria misantropia del Willy Wonka di Gene Wilder. Halliday è morto ma nonostante tutto la sua ombra aleggia ancora su Oasis, nella forma del suo Avatar virtuale, il mago Anorak. Halliday è morto ma è anche in cerca di eredi, e così la cultura del Mmorpg (acronimo che sta per gioco di ruolo online per il multiplayer di massa) diventa una quest cavalleresca, la ricerca di tre chiavi nascoste dal creatore nello sterminato panorama del videogioco, tre chiavi che apriranno le porte del regno al fortunato vincitore. Sulle tracce dell’insperato tesoro non c’è solo Wade ma una platea di cacciatori e appassionati come la misteriosa Art3mis (Olivia Cooke, già vista nel delizioso Il fantastico peggior anno della mia vita), ma anche la squadra dei Sixers, un esercito di giocatori al servizio del losco affarista Nolan Sorento (Ben Mendelsohn) e della sua multinazionale.

    Lo scrittore Ernest Cline, nell’adattare il suo omonimo romanzo in collaborazione con Zak Penn, è rimasto fedele nello spirito pur essendo costretto a cambiare molti dei riferimenti presenti. Colpa – com’è facilmente intuibile – della giungla dei copyright, in cui una grande produzione cinematografica non avrebbe potuto farsi strada a colpi di machete come aveva fatto invece il bestseller in libreria. Ma se anche cambiano gli attori in gioco, se lo Shining di Kubrick prende il posto del War Games con Matthew Broderick, se compare il più noto Gundam al posto del misconosciuto Ultraman e se dal magma delle citazioni emergono Ritorno al Futuro (prodotto dall’Amblin di Spielberg) o Il Gigante di Ferro di casa Warner Bros. (che produce e distribuisce anche Ready Player One) il valore effettivo non cambia.

    E, non neghiamolo, al di là della sottotraccia idealista, di una critica sociale che prende la forma di una realtà tendente al distopico, al di là del richiamo più che necessario alla vita reale il corpo magnetico del film è proprio nell’omaggio continuo, sistematico e ricchissimo ad ogni aspetto della cultura popolare. Cinema, musica, fumetti, cartoni animati e videogame. Il gioco di rimandi è una gioia per gli occhi, una cornucopia enigmistica, che fa venir voglia di vedere il film più volte, di osservarne anche i fotogrammi per riconoscere i personaggi, le situazioni. E lo spettacolo non si limita alle immagini o ai tanti richiami nei dialoghi ma trova il suo spazio anche nella colonna sonora, con una tracklist di pezzi anni 80 che si mescola alle composizioni originali di Alan Silvestri e a brani di altre colonne sonore (da Ritorno al Futuro e non solo) che accompagnano le apparizioni delle citazioni più celebri.

    Ma il grande merito di questo film, che oltre alle citazioni mette in campo un ottimo ritmo narrativo e apparecchia un mondo vivace e nuovo,  è forse quello di restituire un grande regista al suo habitat naturale. Ready Player One rispolvera lo Spielberg eterno adolescente che alla fine, a parte alcuni picchi (Schindler’s List, L’Impero del Sole, il recente The Post), si è dimostrato un regista molto più compiuto e interessante dello Spielberg adulto. Ed il merito non è solo del regista, che su questo film ha lavorato quasi un anno e mezzo, ma anche del materiale di partenza che è riuscito a ispirarlo come non era riuscito al Roald Dahl del precedente Il GGG. Certo, la padronanza del mezzo cinema non era mai stata in discussione. Del resto Spielberg è uno che il linguaggio della celluloide lo ha rivoluzionato più volte. Ciò non toglie che sin dal volgere del nuovo secolo sempre più di rado il regista di E.T. e di Incontri ravvicinati è riuscito a trovare la sintonia con il suo pubblico, quello che da Duel allo Squalo, da Indiana Jones a Jurassic Park fino ai già citati ed episodici film seri, era pronto ad affrontare qualunque fila al botteghino per lui. Vuoi la scelta di argomenti verbosi che hanno alimentato una naturale propensione alla retorica (Amistad, Lincoln), vuoi la firma su alcuni film riusciti ma non particolarmente personali (Prova a prendermi, The Terminal) anche quando affrontava la tanto cara fantascienza (Minorit Report, La Guerra dei Mondi) Spielberg sembrava aver perso la sua voce autoriale, che ritorna prepotente in Ready Player One. E l’augurio, per noi e per il cinema, è che non sia un caso isolato.

     

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    Pacific Rim – La Rivolta: Il ritorno dei giganti di ferro

    Torna la sfida tra gli svettanti Jaeger e i minacciosi Kaiju in Pacific Rim – La Rivolta. Protagonisti John Boyega e Scott Eastwood, dirige Steven DeKnight, veterano delle serie tv Spartacus e Daredevil. In sala dal 22 marzo.

    La lotta è continuata, nonostante il gran rifiuto del padre fondatore. Pacific Rim – La Rivolta ha trovato la via dei cinema, più forte dei dubbi dei suoi creatori, a cominciare dai produttori della Legendary e della Universal che avevano dovuto fare i conti con i segnali contrastanti al botteghino del film capostipite, che fu un mezzo fiasco nel mercato americano ma un crac imprevisto all’estero e soprattutto nella strategica piazza cinese. Ma anche i dubbi dello stesso regista, Guillermo Del Toro, che posto di fronte alla scelta tra questo sequel e il passion project La Forma dell’Acqua ha puntato su quest’ultimo e il tempo e le giurie (a Venezia come agli Oscar) gli hanno dato ragione.

    Ma il mondo stilizzato di robot giganti e mostri alieni, specie in una versione che ha assunto le forme fittizie della realtà, era troppo appetibile a un certo tipo di platee per lasciarlo a prender polvere nel cassetto di qualche executive. E allora dopo aver ricalibrato il budget (150 milioni a fronte dei 190 del primo film), dopo aver trovato un nuovo regista (lo Steven DeKnight della serie tv Daredevil) e dopo aver messo da parte mezzo cast del primo film Pacific Rim – La Rivolta prende le mosse  dall’incontro tra Jake e Amara. Lui è un ex pilota di robot che ha preferito una vita vissuta ai margini dell’illegalità ed ha il volto di John Boyega, l’astro nascente degli ultimi film di Star Wars ma anche del Detroit diretto da Kathryn Bigelow. Lei è un’adolescente appassionata di robotica che di robot se ne è costruito uno in casa ed è interpretata dall’esordiente Cailee Spaeny.

    Il loro incontro è uno scontro che finirà per attirare le attenzioni delle autorità. E i due verranno arruolati nel programma Jaeger, dove Jake troverà l’ex amico Nate (Scott Eastwood, figlio sosia del leggendario Clint) e la sorellastra Mako (Rinko Kikuchi), uno dei pochi reduci del primo film. In queste fila si iscrivono anche gli scienziati Hermann e Newton (Burn Gorman e Charlie Day), un tempo inseparabili soci ora su fronti opposti. Sempre nel programma Jaeger il primo, al servizio della ipermanager Liwen (l’attrice cinese da esportazione Jian Ting) l’altro.

    La minaccia, neanche a dirlo, è quella dei Kaiju, i grandi mostri giapponesi che spuntano dalle acque del pacifico ma arrivano da un’altra dimensione. E giusto il tempo di una premessa neanche troppo convinta e la sceneggiatura, firmata a otto mani dal regista, da Emily Carmichael, Kira Snyder e T.S. Nowlin, si getta a capofitto nella caciara delle scazzottate a taglie forti tra mostri e robot e, giusto per aggiungere un pizzico di novità, i colpi volano anche tra robot e robot. Ma forse per Pacific Rim – La Rivolta varrebbe il detto “niente nuove, buone nuove”, e invece qua le nuove ci sono e non sono buone. Anche se Pacific Rim non sarà mai considerato né il più riuscito né il più sentito dei film di Guillermo Del Toro è impossibile non sentirne la mancanza, specie dopo che il regista messicano è andato a conquistarsi tutti gli allori a disposizione nel vecchio e nel nuovo continente.

    Steven DeKnight invece rischia di fare la fine di un altro collega dal percorso simile, Alex Kurtzman, sceneggiatore e produttore televisivo stimato che è caduto nella trappola dell’esordio con un film ad alto budget (nel suo caso fu il disastroso La Mummia, con Tom Cruise). Senza volersi ergere a Cassandra il rischio di affidare tanti soldi a un regista inesperto non è da poco. Dal canto suo il producer delle versioni televisive di Spartacus e di Daredevil sembra volersi addentrare su sentieri molto più battuti e sicuri. E se Del Toro voleva incanalare direttamente le ascendenze di manga e anime giapponesi DeKnight preferisce rifarsi a un materiale simile ma comunque mediato e metabolizzato dalla cultura americana, a cominciare dai quei Transformers che al cinema sono stati la fortuna di Michael Bay.

    E proprio la formula, tutta azione ed esplosioni del regista californiano, sembra la bibbia di questo sequel, che mette da parte qualunque tentativo del predecessore (peraltro già abbastanza sporadico) di affrontare anche il tema dell’empatia e dell’emozione umana. Quello sì che è finito nel cassetto dell’executive, meglio limitarsi alle botte da orbi e ai mostri in cgi che quando ci si allontana troppo dal canovaccio il film di DeKnight finisce per scadere non solo nel già visto ma anche nel banale. Pacific Rim – La Rivolta in sostanza è il seguito sbiadito di un film che già non era particolarmente riuscito di suo ma che almeno aveva un pizzico di anima, per di più diretto da un regista alle prime armi quando il regista del primo film, proprio quest’anno, ha raggiunto le massime consacrazioni internazionali. Un film che rischia di essere fagocitato dall’ombra di quel che è stato prima e forse proprio per questa paura finisce per ancorarsi a terra in una sorta di scontata autocensura, di accontentarsi della multietnicità del suo cast, come se bastasse qualche attore dell’estremo oriente per rifarsi dei soldi dell’investimento. Il marketing ci dice che potrebbe andare proprio così, ma il cinema è un’altra cosa.

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    Hostiles: l’umanesimo di Scott Cooper

    Aveva aperto la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma pe ora arriva, dal 22 marzo, nelle nostre sale Hostiles, il western di Scott Cooper. Tra immense vallate e montagne rocciose, la storia di un viaggio che è un “percorso dell’anima”, come lo ha definito lo stesso regista. Protagonisti sono Christian Bale, Rosamund Pike e Wes Studi.

    Leggi la nostra recensione del film dalla Festa del Cinema di Roma qui.

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    Un sogno chiamato Florida: sotto la maschera di cartapesta

    Abbandonata la videocamere dell’i-Phone, Sean Baker mette ancora in scena gli ultimi della società con Un sogno chiamato Florida. Ad altezza bambino, il racconto di una vita di confine tra povertà e sogno. In sala dal 22 marzo.

    Ad un personaggio di Tangerine (presente nel catalogo italiano di Netflix), Sean Baker fa dire: “Los Angeles è una menzogna splendidamente confezionata“. A due anni da quel film, sembra che The Florida Project, in italiano reso con Un sogno chiamato Florida, prenda spunto proprio da quella frase per raccontare una nuova storia. Sì, perché se sostituiamo “Los Angeles” con “Orlando”, il significato di fondo resta quello. Dalla capitale delle stelle alla capitale del divertimento per famiglie, il percorso di Baker resta coerente, concentrato com’era – e com’è – sugli ultimi della società, quelli presi a calci nel didietro dal sogno americano (Tonya, a breve nei cinema, e The Disaster Artist ne sono altri due splendidi e attuali esempi).

    Moonee ha sei anni e vive con la madre in un motel dai colori pastello alle porte del parco divertimenti di Disney World, che, molto probabilmente, non ha mai visitato. Il caldo estivo della Florida, i grandi paesaggi tropicali, qualche spicciolo recuperato per comprare un gelato (in una gelateria a forma di gelato) e i due piccoli vicini di casa sono la sua Disney World. Quello di Moonee è un mondo di confine e lei deve imparare ad affrontare ogni giorno una realtà in cui i colori pastello sono solo quelli dei muri dei palazzi. Piccola bulla che sputa sulle macchine dei nuovi arrivati al motel dove soggiorna (ora diventato una sorta di “casa popolare”), che spia la signora in topless in piscina, che prende in giro, urla, dice parolacce e contravviene alle regole imposte dal manager Bobby (un fantastico Willem Dafoe, unico attore professionista nel film e meritatamente candidato all’Oscar per questo ruolo).

    Baker prende la sua telecamera, segue Moonee e i suoi amichetti e mette in scena un ritratto (che non ha nessuna intenzione di scadere nello sdolcinato) della white trash, della “spazzatura bianca“, i poveri d’America che non hanno la pelle nera: alle spalle di un parco giochi, simbolo di un Impero costruito sul mito – superato – dell’opportunità per tutti, la disperazione di chi, senza un lavoro, senza una prospettiva, nell’orizzonte ampio che gli si staglia davanti, cerca solo il modo per arrivare alla fine di un’altra lunga giornata.
    Le strade del Magic Castle e di Futureland (così si chiamano i comprensori in cui si svolge questa storia) da riparo per turisti – ce ne sono due, nel film, che appena arrivano, vogliono scappare – diventano non-luoghi della disperazione, un po’ come le strade di Los Angeles riprese in Tangerine. Gli ampi campi lunghi e gli accesi colori dei paesaggi (la scena sull’albero con Moonee e l’amica che mangiano waffle con marmellata è di una bellezza prepotente) sono i mezzi di cui Baker si serve per sfasciare la cartapesta dei sogni e sviscerare i drammi di una realtà che ha pochissimo da offrire. Da non perdere!

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    Foxtrot: destino ballerino

    Dopo Lebanon, il regista israeliano Samuel Maoz torna nei cinema italiani con Foxtrot. Una danza con il destino che ha vinto il Gran Premio della Giuria all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. In sala dal 22 marzo.

    Sinistra, sinistra. Avanti, avanti. Destra, destra. Indietro, indietro. I passi del Foxtrot, ma anche la resa visiva del rapporto che l’essere umano ha con il destino. Almeno secondo Samuel Maoz che, dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (nel 2009, sempre al Lido, aveva vinto il Leone d’Oro con il suo primo film, Lebanon), arriva dal 22 marzo nelle sale italiane.

    Gli spazi angusti del primo film (il carroarmato) ora tendono ad allargarsi, pur mantenendo un’atmosfera claustrofobica che sottolinea quanto gli individui al centro delle vicende siano, in qualche modo, intrappolati e impossibilitati ad un movimento veramente ampio. Dalla casa in cui vive Michael (fatta di luci scure e geometrie perfette quasi snervanti) al checkpoint in cui suo figlio è stanziato insieme ad altri commilitoni, gli ambienti ritratti di Maoz sono in balìa di una forza centripeta che non gli permette di uscire da questo circolo vizioso, da questo movimentato ballo con il loro destino. I passi del Foxtrot segnano un eterno ritorno, disegnano un cerchio che collega padre e figlio, allontanati dalla crudeltà della guerra. Ed è proprio in questo movimento circolare che rientra l’intera struttura della pellicola: il regista israeliano mischia stili e registri in una composizione a tre atti che tanto ricorda la più classica delle tragedie greche.

    Se all’inizio ci troviamo davanti alla tragedia, all’evento che stravolge le vite, con un padre e una madre che affrontano la notizia terribile del figlio “caduto in battaglia” (per un soldato non si usa “morto”, tendono a specificare al telefono mentre preparano il necrologio), Maoz passa, dopo un velocissimo cambio di prospettiva, a qualcosa di più surreale e fortemente simbolico. La vita dei quattro soldati, stanziati in un checkpoint ai confini di qualsivoglia realtà, si divide tra il container-dormitorio che ogni sera sprofonda di un centimetro nel fango, il lavoro svolto quasi per assuefazione e un cammello che lentamente gli passa davanti. Scherzo beffardo di un destino che provoca fino ad esplodere quando una innocente lattina di birra cade da una macchina durante un controllo. Infine l’ultimo cambio, quando la speranza fa capolino in un microcosmo devastato dal dolore.

    Maoz ha la pecca di aver costruito troppo questo Foxtrot. Come un esperto coreografo, i suoi “passi di danza” seguono una logica ferrea, spesse volte prevedibile, ma genuinamente sorprendente nei colpi di scena. Il cerchio disegnato da Maoz si delinea nel secondo atto della vicenda, quando, anche grazie all’aiuto del cartoon, vuole trovare il punto di contatto tra padre e figlio: la donnina con i seni censurati sulla rivista per adulti, il senso di colpa per essere stati, ognuno per sé, responsabili del proprio (tragico) destino.

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    Insyriated: guerra, morale e sacrificio

    Vincitore del Premio del Pubblico nella sezione Panorama della scorsa edizione del Festival di Berlino, dopo la presentazione alla scorsa Festa del Cinema di Roma, arriva nelle nostre sale Insyriated, il dramma firmato dal belga Philippe Van Leeuw. Un sofferto viaggio tra le mura di una casa in una città siriana sotto assedio.

    Leggi la nostra recensione dalla Festa del Cinema di Roma qui.

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    Metti la nonna in freezer: Quando la commedia si tinge di acido

    In sala dal 15 marzo la black comedy di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi con un’inedita Miriam Leone. Risate assicurate.

     

     

     

    Dal web al cinema il passo non è né breve né lungo, solo difficile: arrivano oggi Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, carichi di aspettative per un passato di satira bollente su internet, con in dote un produttore dallo sguardo lungo come Nicola Giuliano. E Metti La Nonna In Freezer, la dark comedy con cui debuttano sul grande schermo, ha un po’ di tutto, dai problemi di sceneggiatura delle opere prime alla genialità “scongelata” dei nuovi autori. Che con occhio critico osservano il mondo, e che come la commedia all’italiana ci ha insegnato descrivono i drammi della realtà trasformandoli in battuta. Prendendo quindi spunto da alcuni casi di allarmante attualità (nascondere la morte di un parente per continuare a sopravvivere con la sua pensione) costruiscono un film che va avanti per continui, e insospettati, e quindi gradevoli, detour narrativi.

    Perché pur nella disfunzionalità del canovaccio classico (i film comici hanno sempre lo stesso difetto: appena si esaurisce la spinta dell’idea iniziale, arrancano per arrivare al finale), Stasi e Fontana riescono a depistare lo spettatore restando nei canoni del film per tutti: ecco allora che l’Italia in piena mutazione sociale avanza e diventa una commedia vestita di nero con impreviste incursioni demenziali.
    Il politicamente scorretto che ben aveva fatto sperare sui due registi si diluisce nel marketing, ma poco importa, perché Metti la nonna In freezer è girato in maniera tutt’altro che impersonale: il film di Stai e Fontana mette in scena la crisi identitaria di un paese anche passando dalla rappresentazione del gioco di coppia che scarta le prevedibilità e si declina invece con una cifra stilistica grottesca, che ribalta completamente la prospettiva (la donna è sempre l’oggetto del desiderio del protagonista, ma il punto di vista questa volta è il suo, e il racconto prevede almeno all’inizio i suoi tentativi di smarcarsi).
    C’è poi tutta un’attenzione per i particolari: dal perfetto quasi cameo di Eros Pagni al gusto sottile per i riferimenti musicali, arrivando al respiro internazionale con cui certi movimenti di macchina instradano lo sguardo dello spettatore, e finendo su quel carrello iniziale che tanto ricorda De La Iglesia.

    Certo, il finale è claudicante (la morale per cui tutti rubano, quindi è difficile “essere onesti da soli”, suona paracula), ma già è tanto arrivare fino a lì senza stancarsi, senza affanno e sorretti da un ritmo forsennato con un’inedita Miriam Leone che, nonostante i passati ruoli drammatici, centra il peso e la misura rivelandosi semplicemente perfetta.
    Ad maiora.

    di Gianlorenzo Franzì

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