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    Transformers: L’ultimo cavaliere – Robottoni alla tavola rotonda

    Mark Wahlberg, Anthony Hopkins e il regista Michael Bay ci portano di nuovo nel mondo degli Autobot con Transformers: L’ultimo cavaliere, quinto capitolo della saga dedicata ai giocattoli della Hasbro. In sala dal 22 giugno. 

    Robot trasformabili, catastrofi planetarie, eroi ed eroine senza macchia e senza paura. Torna il grand cirque du Transformers che stavolta, oltre alla consueta caciara, si porta dietro anche re Artù, la tavola rotonda, un nobiluomo da Oscar e un maggiordomo robotico. Siamo al quinto capitolo di una saga tra le più fortunate di Hollywood, intitolato Transformers: L’ultimo cavaliere, e oltre al solito serraglio di giganti di ferro ispirati ai giocattoli della Hasbro ci sarebbe un cast di primo piano composto da Mark Wahlberg, John Turturro e Stanley Tucci, più qualche nuova aggiunta, a cominciare dal beniamino dell’Academy Anthony Hopkins e dalla protagonista femminile, l’affascinante attrice britannica Laura Haddock. In cabina di regia, per la quinta volta di seguito, c’è Michael Bay e allora non potranno che essere botti e botte da orbi.

    La trama prende quota direttamente ai tempi di Camelot dove re Artù e compagnia si trovano alle prese con un nemico implacabile e dei nuovi alleati, ma presto si ritorna al presente dove il valoroso leader Optimus Prime viene convinto da una sorta di strega robotica che per salvare il pianeta natio, Cybertron, bisogna distruggere la Terra. A opporsi al piano è un manipolo di valorosi, a cominciare dall’inventore Cade Yeager (Wahlberg), accompagnato dal fido Bumblebee, per finire con la scienziata inglese Vivien Wembley (Haddock), che nasconde un legame con un antico manufatto del passato. A dirigere le fila dei guerrieri anti-apocalisse il nobile Sir Edmond Burton (Hopkins), mentre i malvagi Decepticon, guidati dall’altrettanto malvagio Megatron, non esiteranno comunque a dire la loro.

    La sfida, per lo spettatore distratto, potrebbe essere quella di distinguere un film dei Transformers dall’altro. Ma stavolta più di altre si correrebbe il rischio di commettere una piccola ingiustizia perché, anche solo per il tono generale, L’ultimo cavaliere è abbastanza diverso dai suoi predecessori. Con il capo dei buoni inconsapevole alleato del male, con l’esercito a stelle e strisce schierato contro i protagonisti, e un’apocalisse più inquietante del solito questo quinto capitolo è sicuramente il più dark della saga, pur rimanendo sempre nei rigidi confini dell’intrattenimento per famiglie. Per il resto il fracasso è sempre quello, il quoziente di computer graphics in ogni scena è – se possibile – aumentato e migliorato ma in generale Transformers: L’ultimo cavaliere è un film che sa di non doversi prendere troppo sul serio. Forse perché i tre sceneggiatori (gli Art Marcum e Matt Holloway di Iron Man e il Ken Nolan di Black Hawk Down) e il supervisore Akiva Goldsman si sono resi conto di narrare le gesta di un gruppo di robot alieni che si trasformano in automobili e combattono al fianco di Merlino e re Artù, forse perché l’alleggerimento comico funziona, affidato com’è a tanti personaggi e situazioni, dal comico Jerrold Carmichael, nel ruolo della spalla di Cade, al robot Hound, doppiato in originale da John Goodman, da un cinico Turturro a uno Stanley Tucci nelle vesti di un mago ubriacone. Se la cavano degnamente in questo senso anche Wahlberg e la Haddock che mostrano un’ottima chimica sul set mettendo in scena una serie di spassosi battibecchi.

    In definitiva Transformers: L’ultimo cavaliere è probabilmente uno dei capitoli più riusciti di una saga insensata ma discretamente divertente, confezionata per un pubblico di adolescenti golosi di popcorn e per qualche inguaribile nostalgico che ha voglia di tornare a spolverare i giocattoli dell’infanzia. Peccato solo che gli elementi positivi finiscano per perdersi spesso in quel fracasso che accompagna ogni film di Michael Bay, fracasso che probabilmente era messo lì per coprire gli elementi negativi. E allora si torna alla sfida di cui sopra. Basterà qualche pizzico di novità a far distinguere questo quinto capitolo dai quattro precedenti?

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    Civiltà perduta: La giungla nel destino

    In Civiltà perduta uno dei maestri del cinema indipendente americano, James Gray, ci racconta la storia vera dell’esploratore Percy Fawcett. Con Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller e Tom Holland. In sala dal 22 giugno.

    Un segreto nascosto nella giungla, un esploratore, un uomo in cerca di gloria e di riscatto sociale. Ce ne sarebbe abbastanza per impiattare un blockbuster alla Indiana Jones o per dare alle stampe un romanzo di Wilbur Smith e invece Civiltà perduta è il nuovo dramma di una delle voci più celebrate del cinema indipendente americano, quel James Gray che magari non sarà mai stato profeta in patria ma che è sempre conteso dai festival europei più prestigiosi, Cannes e Venezia in primis. Al suo fianco in questa spedizione al quinto angolo del mondo un cast eterogeneo composto da Charlie Hunnam, attore reso celebre dalla serie tv Sons of Anarchy, da Sienna Miller, dal Robert Pattinson di Twilight e dal prossimo Spider-Man del grande schermo Tom Holland.

    La storia è quella vera di Percy Fawcett (Hunnam), militare britannico che all’inizio del secolo scorso accetta di partecipare a una spedizione in una zona remota dell’Amazzonia e lì trova le tracce di una misteriosa civilizzazione che costringerebbe la polverosa accademia inglese a riscrivere secoli di luoghi comuni coloniali sull’inferiorità razziale degli indios. Contro tutto e tutti, compreso se stesso, Fawcett lascerà a casa moglie e figlio (Miller e Holland) e si impegnerà fino all’ossessione in questa missione impossibile in una terra quantomai ostile.

    Nella scelta di adattare per il grande schermo il romanzo di David Grann, giornalista del New Yorker che ha dedicato anni della sua vita allo studio della figura di Fawcett e delle sue spedizioni, James Gray si incammina per un sentiero battuto da tanti grandi del cinema, il sentiero di un dramma che si lascia sedurre più dallo spessore dei suoi personaggi che non dal fascino semplice dell’avventura. E così nei meandri della sua Amazzonia (Civiltà perduta è stato girato in un’area della foresta che si trova nel territorio della Colombia) riemergono ogni tanto gli echi di un passato glorioso, quelli del cinema di John Huston, da Moby Dick a L’uomo che volle farsi re, ma anche la folle ambizione dell’Aguirre di Werner Herzog e il fiume di Apocalypse Now con tutti i suoi rimandi all’opera di Joseph Conrad. E questo crocevia glorioso che riunisce cinema, storia e letteratura è tradotto da Gray in una serie di splendide immagini, catturate con grande dovizia dalla bella fotografia del collaboratore abituale Darius Khondji.

    A dispetto però del conquistador Aguirre, dell’Achab di Huston e di Herman Melville, del Kurtz di Apocalypse Now il Fawcett incarnato da Charlie Hunnam dà la caccia a un’ossessione senza essere per forza un adepto della follia. La sua vocazione, anzi, è quella del martire del progresso, portatore com’è di valori positivi scevri di ogni tenebra, una sorta di supereroe moderno applicato a un contesto classico. E anche se al personaggio manca forse quel pizzico cupo di fascino che avevano i suoi padri putativi non per questo risulta banale. E in questo senso è azzeccata anche la scelta di un attore di grande fisicità ma non solo, un novello Brad Pitt che riceve una sorta di investitura proprio dal suo nume tutelare perché è la Plan B di Pitt a produrre la pellicola.

    Il risultato è che Hunnam trova il suo personaggio cinematografico più interessante, quello che gli permetterà di mettersi meglio in mostra grazie al mescolarsi di ambizioni e determinazione, di rimpianti e del rapporto tenero che lo lega alla moglie e al figlio. Tanta materia su cui lavorare rispetto ai protagonisti monocordi di Pacific Rim e King Arthur, le due più importanti prove cinematografiche di Hunnam prima di incontrare Gray. Nelle sapienti mani del maestro di Little Odessa e di C’era una volta a New York non sfigurano neanche gli attori di contorno, un Robert Pattinson che nasconde le guance lisce da vampiro dietro una barba ispida e una personalità scontrosa ma anche Sienna Miller nel ruolo di una donna idealista ed emancipata, e Tom Holland che veste i panni di un figlio prima ribelle e poi sempre più conquistato dal sogno del padre.

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    Biografilm 2017: All this panic, adolescenza pop

    Arriva dall’America All this panic, il documentario presentato al Biografilm Festival 2017 nella categoria Contmporary lives: diretto da Jenny Gage, fotografa e regista esordiente, con il contributo del marito Thomas Betterton, il film racconta la storia di crescita di alcune adolescenti newyorkesi fra i 15 e i 19 anni.
    L’adolescenza e la sua fine sono il punto centrale di questo racconto di formazione che cerca di cogliere uno dei momenti fondamentali della vita di ogni persona, quando ci si inizia a porre delle domande, a dover gestire stati d’animo altalenanti, quando s’iniziano a far le prime esperienze, quando a volte si vuole far di tutto per essere grandi e sfidare limiti e divieti, quando per forza di cose ci si prepara a lasciare il nido e volare verso orizzonti inesplorati. Se dopo l’infanzia si perde l’innocenza e si diventa più smaliziati, consapevoli del proprio corpo e del proprio cervello, quando si saluta l’adolescenza ci si deve preparare a perdere quel senso di protezione dato dal nucleo familiare e della scuola e a trovare il coraggio di scommettere su qualcosa di ignoto. Le ragazze protagoniste di questa storia di vita si trovano in questo momento magico e struggente allo stesso tempo. Per raccontare questo arco temporale le adolescenti sono state seguite per tre anni dalla regista e dal marito, entrambi interessati a cogliere le sfumature dei loro pensieri, seguendo le loro giornate dopo la scuola, durante le feste e durante i litigi con i propri genitori, questi ultimi relegati su uno sfondo fuori fuoco perché tanto “loro non possono capire”. Dalle immagini sul grande schermo si notano i cambiamenti fisici delle ragazze, lo slittare delle proprie priorità: prima i ragazzi, le feste, l’alcol o come hanno capito qual è il proprio orientamento sessuale; dopo il college, il divertimento notturno, la ricerca di indipendenza, la carriera fino a giungere a quella domanda che prima o poi arriva: chi sono e cosa voglio diventare. Molti film si sono promessi di raccontare il graduale e delicato, a volte doloroso, passaggio dall’adolescenza all’età adulta, chi con toni da commedia e dramma indie come Noi siamo infinito o in modo più leggero in Suxbad. Un esempio memorabile di cinema generazionale per l’entità del progetto (12 anni ci sono voluti per la sua realizzazione) e per la riuscita emozionante è Boyhood di Richard Linklater, dove il regista porta sul grande schermo la vita di un ragazzo dall’infanzia fino al momento del college. All this panic però parla di adolescenza vista al femminile e cinematograficamente parlando non si può non pensare a pellicole come Il giardino delle vergini suicide di Sophia Coppola o al più recente Mustang, entrambi incentrati a raccontare l’esigenza di scoperta e curiosità per la vita delle adolescenti protagoniste contrapposte alle proibizioni di una società bigotta da un lato e conservatrice e tradizionalista dall’altra. Il documentario di Gage riesce a catturare queste emozioni e queste paure lasciandole fortemente ancorate alla realtà quotidiana, nonostante le protagoniste siano così disinvolte di fronte la videocamera, quasi da far dimenticare allo spettatore di essere di fronte ad un documentario. La regista e il direttore della fotografia hanno lavorato a stretto braccio nella realizzazione del film. In un’intervista su Filmakermagazine.com Gage e Betterton hanno raccontato di come hanno iniziato a seguire Ginger e Lena, le due storie principali del film. I due conoscevano le ragazze da quando avevano l’età di 8 anni, le vedevano passare ogni giorno per andare a scuola con i capelli di colori diversi e si domandavano ma cosa penseranno? Da qui l’idea di seguire le ragazze per sviluppare il loro concetto di fotografia narrativa trasformandola in immagine in movimento e documento in cui per forza di cose ci si trova coinvolti. All this panic è dal punto di vista della regia estremamente curato nei dettagli rendendolo opera d’arte pop che emoziona e coinvolge, perché in fin dei conti, tutti siamo stati adolescenti.
    Federica De Masi

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    Due uomini, quattro donne e una mucca depressa: da maschio a femmina

    Dall’8 giugno in sala, Due uomini, quattro donne e una mucca depressa è la commedia corale di Anna Di Francisca, coprodotta da Italia e Spagna. Un piccolo paesino del sud della Spagna è lo scenario del cambiamento improvviso delle vite dei suoi abitanti.

    Coproduzione italo-spagnola, Due uomini, quattro donne e una mucca depressa ha molto della Spagna e pochi rimandi al cinema nostrano. Tangibili sono, infatti, le influenze della cinematografia iberica, ad iniziare dal primo Almodóvar, non solo a livello formale, ma anche di racconto. Nel nuovo film di Anna Di Francisca, che si fece notare nel 1997 con La bruttina stagionata, la coralità della storia è il tratto distintivo di un racconto che si propone al pubblico con una certa leggerezza e spensieratezza.
    Gli equilibri di un piccolo paesino della Spagna del Sud vengono stravolti dall’arrivo dello “straniero” Edoardo, compositore in crisi esistenziale e artistica che va a trovare un caro amico in occasione del suo compleanno. Suo malgrado, Edoardo (quel Miki Manojlović feticcio di Emir Kusturica) si ritrova a dirigere il piccolo coro parrocchiale, venendo in contatto con una serie di storie, pulsioni, desideri repressi e sogni ancora chiusi nel cassetto.

    Alla Di Francisca va sicuramente il merito di proporre al suo pubblico una storia semplicissima, di quelle in cui non ci sono grandi sconvolgimenti, ma dove il cambiamento passa per piccoli eventi, quasi invisibili, e per piccoli scambi di battute (forse eccessivamente elementari, ma comunque funzionali). Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, però, non azzarda molto, non va oltre quello che propone: le basi di partenza sono interessantissime, ma la Di Francisca tiene troppo tirati i freni della sua macchina e viene fuori un’opera tanto equilibrata e pulita quanto statica e trattenuta.
    Di italiano, in questa piccola pellicola, c’è quello scontro tra sessi che per molto tempo ha contraddistinto la nostra cinematografia (e che ha, francamente, stancato), ma per fortuna la Di Francisca decide di proporre una sua personale visione della questione: Due uomini, quattro donne e una mucca depressa parte come un film maschile, concentrato sugli uomini che lo popolano, per poi mutare sesso e puntare i riflettori sulle sue donne e le loro apparenti debolezze, tanto da diventare loro l’emblema di quel cambiamento che sta al centro del film (ed il personaggio secondario di Irma, interpretato da Serena Grandi, ne è la dimostrazione).

    Da lodare il modo in cui la regista affronta la coralità che caratterizza questo film, tanto che i suoi personaggi non finiscono per diventare macchiette, ma ognuno di loro ha il suo preciso spazio. Resta però l’amarezza di avere davanti quello che può essere considerato solo un compitino portato a termine in maniera sufficiente, con un andamento che pochissime volte (e a fatica) coinvolge chi guarda. Forse, però, se qualcuno avesse dato più spazio, più “voce” e più ascolto a quella “mucca depressa” del titolo e non l’avesse trattata solo come mero espediente sornione per catturare l’attenzione del pubblico, il risultato finale sarebbe stato molto più accattivante.

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    La Mummia: Il nuovo (mostro) che avanza

    La Mummia riporta in scena uno dei classici del cinema horror nelle vesti di un franchise che più moderno non si può. Alex Kurtzman dirige Tom Cruise, Russell Crowe e Sofia Boutella in una versione in rosa del mostro del titolo. In sala dall’8 giugno.

    Bende strette, coperchio del sarcofago scostato. La Mummia è pronta a rivestirsi di moderno per un nuovo reboot. E se stavolta rivestirsi di moderno vuol dire incrociare le strade di altri mostri celebri della tradizione letteraria e cinematografica allora ben venga il Dark Universe, la nuova idea con ambizioni di franchise partorita da Universal e affidata a due sceneggiatori molto stimati a Hollywood, Chris Morgan, tessitore delle trame di Fast & Furious, e Alex Kurtzman, ex allievo di J.J. Abrams, che di questa nuova Mummia è anche e soprattutto il regista. La formula prevede ovviamente che il cielo sia fitto di stelle e per cominciare si è scelto di andare sul sicuro con un Tom Cruise che cerca di allargare il suo parco blockbuster. In attesa del revival di Top Gun infatti l’indimenticato protagonista di Jerry Maguire conta un solo pezzo da novanta, Mission Impossible, e qualche operazione più modesta come Jack Reacher. Al suo fianco un sempreverde Russell Crowe, la bionda Annabelle Wallis, conosciuta con la serie tv Peaky Blinders, e l’esotica mummia del titolo, la franco-algerina Sofia Boutella, già vista in Kingsman e nell’ultimo Star Trek, in un’inedita rilettura in rosa del personaggio.

    La storia è quella del sottufficiale Nick Morton (Cruise), impegnato in una missione in Medio Oriente, che da aspirante sciacallo decide di pigliarsi una libera uscita per andare a cercare un tesoro nascosto ovviamente in una zona pattugliata dall’Isis. Come se non bastasse il tesoro nascosto non è altro che la mummia di un’antica principessa egizia (Boutella) che, già quand’era in vita, tramava per riportare sulla Terra il malvagio dio Set. Sembrerebbe tutto perduto se non arrivasse la cavalleria nella forma della misteriosa organizzazione Prodigium e della sua eminenza grigia il bifronte dottor Jekyll (Crowe).

    Già la sfilza di sceneggiatori censiti dai titoli di coda (i due veterani David Koepp e Christopher McQuarrie, quest’ultimo da tempo quasi un braccio destro per Cruise, più il semiesordiente Dylan Kussman e tre soggettisti, tra cui lo stesso Kurtzman) lasciava immaginare che il papiro della Mummia fosse più che altro un lavoro di patchwork ma il risultato finale fa pensare più al mostro di Frankenstein che non ai non-morti della tradizione egizia. Se il classico degli anni 30 resta nella leggenda, e il remake del 1999 con Brendan Fraser ci riporta a un’epoca più scanzonata e un filo più sfacciata, questa Mummia degli anni 10 è un grammelot semiotico, un cocktail di suggestioni che affiorano ogni tanto dal brusio dei dialoghi e dal fragore dell’azione.

    Il passato è racchiuso in un’essenza, che si riproduce in laboratorio e si ripropone per una nuova generazione. L’idea del mostro per amore è intatta, anche nei colpi di scena di questo nuovo intreccio. Ma ora l’idea originale è meticcia, impreziosita o svilita a seconda dell’animo e della data di nascita, da 80 anni di film, telefilm, videogiochi e tutto quello che è e che è stato popolare. Il personaggio di Tom Cruise sembra un misto tra Indiana Jones e il George Clooney di Three Kings, l’idea di far incrociare la strada ai mostri trova una sua origine nei fumetti del britannico Alan Moore, già trasposti al cinema nella Leggenda degli Uomini Straordinari e travisati con classe per il piccolo schermo dalla serie tv Penny Dreadful. Guardando i set, le scene d’azione, gli scontri con i non morti, viene da pensare anche a serie come The Walking Dead, a videogiochi come Uncharted e Tomb Raider e chi più ne ha più ne metta. L’idea poi di unire in un franchise trame e personaggi diversi è propria dei cinecomics ed in particolare è stata la ricetta del successo del mega producer Kevin Feige dei Marvel Studios.

    In definitiva La Mummia è una mongolfiera carica di gente, di ambizioni e di zavorra che non ha grossi pregi e non avrebbe neanche difetti troppo evidenti, se non forse la confusione generata da un’eccessiva ansia di piacere. Tom Cruise fa il Tom Cruise, ed è il puntello più grosso su cui sembra reggersi la baracca, gli altri interpreti, Crowe in primis, se la cavano. La regia di Kurtzman è un po’ scolastica ma il producer di Star Trek e Amazing Spider-Man si trova a suo agio con questi mostri-supereroi e rispetto ai colleghi in calzamaglia e mantello questi personaggi riveduti e corretti hanno almeno il vantaggio di non farti capire dove si andrà a parare. Basterà a raggiungere la gloria di Hollywood? La parola ai botteghini.

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    Sieranevada: Affari di famiglia

    Presentato al Festival di Cannes del 2016 Sieranevada di Cristi Puiu, uno dei massimi esponenti della new wave del cinema romeno, è un lucido e infinito spaccato familiare, tra vissuto quotidiano e attualità. In sala dall’8 giugno.

    Una tavola imbandita, una famiglia che si riunisce, una commemorazione. Sieranevada è una vecchia polaroid sbiadita, un’istantanea che intrappola l’attimo fuggente di una realtà piccola, ma è anche – per induzione – una foto satellitare e ultradettagliata di un mondo più grande. Prima di tutto però è l’ultima opera di Cristi Puiu, massimo rappresentante insieme a Cristian Mungiu della new wave del cinema romeno, che dopo il passaggio in concorso al Festival di Cannes del 2016 trova spazio anche nelle sale italiane, sgomitando con bagnini, pirati e supereroi, grazie al coraggio e all’amore per il cinema di Parthenos Distribuzione.

    Lary (Mimi Branescu) è un medico e deve andare a casa della madre, dove si terrà una cerimonia in suffragio del padre scomparso un mese prima. Lì incontrerà una famiglia più o meno disastrata: gli zii in preda a una crisi matrimoniale, una sorella inviperita dalle nostalgie comuniste di un’anziana invitata, un cugino affascinato dall’11 settembre e dalle teorie della cospirazione, una cugina alle prese con un’amica croata che potrebbe essere sotto gli effetti di qualche droga, o semplicemente ubriaca.

    E sono solo alcuni degli episodi di questo lungo, infinito, film mosaico, incastrato per lo più nella cornice claustrofobica di un appartamento dove si muove, parla, vive, un nutrito gruppo di personaggi in un’imitazione anche troppo realistica di una famiglia numerosa e allargata. Sieranevada è un film complesso perché Cristi Puiu, anche sceneggiatore, non fa sconti. Nelle quasi tre ore di durata il regista non concede spazio alla didascalia, calando direttamente lo spettatore nelle acque gelide di un torrente di parole che spazia dalla spesa al Carrefour alla strage di Charlie Hebdo, dai tradimenti di un marito alla missione internazionale nel Kosovo, da Ceausescu ai segreti che offuscano il cielo anche delle coppie più solide.

    Da un lato una macchina da presa ferma che gira il suo occhio a destra o a sinistra, seguendo l’andirivieni dei protagonisti, come a declinare nella chiave di un realismo placido e drammatico l’impostazione teatrale e i tempi forsennati del Rumori fuori scena di Peter Bogdanovich, dall’altro una ricostruzione lucida delle dinamiche familiari, serene o agitate che siano, dove affiorano di tanto in tanto gli scogli dell’attualità, i grandi movimenti del mondo che nel microcosmo forse diventano margine ma che non per questo è possibile ignorare. Sieranevada è un film complesso e non per tutte le platee, di un realismo di grande maturità stilistica, in equilibrio sulla corda che congiunge il cervello al cuore, ma che probabilmente risulterà indigesto a chi in cuor suo non disprezza le regole del linguaggio mainstream. Quella imbastita da Cristi Puiu è una piccola e grande avventura cinematografica che avrà bisogno di un pubblico pronto a calarsi nelle sue atmosfere per riuscire a lasciare quel segno che certo merita di lasciare.

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    Un appuntamento per la sposa: della perseveranza

    Presentato nella sezione Orizzonti della 73esima Mostra d’Arte Internazionale di Venezia, Un appuntamento per la sposa, il nuovo film di Rama Burshtein, si muove tra dramma e commedia romantica, raccontandoci una storia di perseveranza e fede da parte di una (futura) sposa chassidica. In sala dall’8 giugno.

    C’è ancora una volta una storia di nozze al centro del nuovo film di Rama Burshtein, Un appuntamento per la sposa, nelle sale italiane a partire dal prossimo 8 giugno. Restiamo nell’ambiente ultraortodosso del chassidismo, questa volta, però, la protagonista non è una giovane esposta al volere della famiglia, ma una donna un po’ più matura e pronta a convolare a nozze con il suo amato. Fatto sta che il futuro sposo le confessa di non amarla più e quella che ha le fattezze di una tragedia, sembra non intaccare l’animo di Michal.
    Forte di avere dalla sua parte Dio, Michal decide di andare avanti con i preparativi delle nozze e si dà poco più di venti giorni di tempo per trovare l’agognato sposo.

    A metà tra dramma e commedia romantica, Un appuntamento per la sposa (pessima versione italiana dell’originale Through the wall) fa leva intorno a questa folle idea della sua protagonista e riesce a portare sullo schermo un’affascinante figura femminile, che difficilimente si scorda. La Burshtein, come ha fatto nel suo esordio del 2012, La sposa promessa, mette i suoi occhi non al servizio di una critica sociale orientata verso il femminismo, ma ci restituisce un resoconto che oscilla tra studio antropologico e fiction. Se vi state aspettando la versione israeliana di una qualche commedia blockbuster al femminile intrisa di situazioni grottesche o surreali, nulla è più lontano da questo genere del film della Burshtein. Di comico, in questo film, c’è poco: a parte qualche situazione improbabile, la pellicola si focalizza tutta sulla perseveranza di Michal, sulla sua fede che la porta a mettersi in gioco con tutta se stessa. Qui sta la “parete” da attraversare, come suggerisce il titolo originale: la sfida che Michal lancia a se stessa, la forza con cui vuole cambiare la sua vita, vuole darle un senso. Ma fate bene attenzione: il senso non lo dà il marito tanto cercato, quanto il percorso che Michal intraprende per arrivare al suo desiderato lieto fine.

    Sorretto da una scrittura intelligente che, c’è da ammetterlo, a volte si perde in lunghi dialoghi, Un appuntamento per la sposa propone in chiave velatamente leggera una profonda riflessione sulla fede, complice anche la regia delicata. Burshtein riesce a mantenere un certo equilibrio per tutto il film, nonostante la pericolosità di alcune scene, non giudica la storia di Michal, ma ce ne restituisce lo svolgimento invitandoci a guardare oltre quanto raccontato. Sono i personaggi che, da soli, ci si svelano man mano, con le loro paure, le loro insofferenze, la loro genuina voglia di andare avanti nonostante tutto e tutti. Entriamo poco alla volta nel percorso di crescita di un personaggio femminile intrigante (a cui l’attrice Noa Koler dà volto), tanto da sentirci molto vicini a lei nel finale. Un’attesa che ci stringe il cuore, ma che, in fondo, viviamo con una forte speranza. Proprio come in un atto di fede.

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    Baywatch: I bagnini al potere

    I bagnini di Baywatch esordiscono al cinema in un’avventura balneare interpretata da Dwayne Johnson, Zac Efron, e dalle belle Alexandra Daddario e Kelly Rohrbach. Alla regia il Seth Gordon di Come ammazzare il capo e vivere felici. In sala dall’1 giugno.

    Galleggianti rossi, costumi abbinati, muscoli e curve al vento. I bagnini di Baywatch provano a lasciare di nuovo la loro impronta nell’immaginario collettivo e per farlo scelgono il bagnasciuga del cinema, tanto più spazioso quanto remunerativo rispetto ai confinati lidi televisivi che avevano calcato nelle loro leggendarie corse al rallenty già dalla metà degli anni 90. In cabina di regia lo specialista in commedie Seth Gordon (Come ammazzare il capo e vivere felici), sul proscenio di sabbia e onde il superdivo Dwayne Johnson e l’ex teen star Zac Efron a mettere in mostra bicipiti e addominali, l’ex True Detective Alexandra Daddario e la modella Kelly Rohrbach a sfoggiare tutto un armamentario di curve degno del Gran Premio di Montecarlo e di non pochi rally.

    La storia è quella di Matt Brody (Efron), un Michael Phelps in versione comica, allo stesso tempo ragazzo prodigio e bad boy del nuoto a stelle e strisce. Per rifarsi una vita Matt decide di entrare tra le fila dei bagnini di Malibù, guidati dal roccioso (in tutti i sensi) tenente Mitch Buckhannon (Dwayne “The Rock” Johnson). Lì dovrà riuscire a fare squadra con un team già affiatato composto da Summer (Daddario), C.J. (Rohrbach), dall’esotica Stephanie (Ilfenesh Hadera) e dal nerd Ronnie (Jon Bass). E allo stesso tempo dovrà sventare i piani della trafficante-affarista Victoria Leeds (Priyanka Chopra) in un turbillon di evoluzioni acquatiche misto a un umorismo che non disdegna la via del demenziale.

    Pur senza attraversare mai il confine del nonsense le sei persone che hanno messo mano allo script (gli sceneggiatori Damian Shannon e Mark Swift e quattro soggettisti) hanno scelto questa strada per aggiornare un prodotto televisivo tanto scanzonato che oggi sarebbe difficile da riproporre anche nel panorama dei palinsesti pomeridiani. Ci riferiamo alla strada di in umorismo che non esita a puntare in basso senza raggiungere le vette del becerume proposte da American Pie ed emuli, e in fondo c’era da aspettarselo, vuoi perché lo stesso trattamento è stato riservato ad altri telefilm trasposti per il cinema (dallo Starsky & Hutch dell’accoppiata Stiller e Wilson fino al più recente 21 Jump Street) vuoi perché pur sempre di un film per famiglie si tratta. Quindi a parte gli inseguimenti in moto d’acqua, i tuffi dai pontili e tutto il resto si scherza sulle erezioni incontrollate del personaggio interpretato da Jon Bass ma anche sui peni dei cadaveri in obitorio e sugli sguardi incontrollati alle tette di qualche protagonista.

    Un retrogusto pecoreccio che forse stona un po’ con l’innocente malizia del prodotto originale ma che in fondo può adattarsi ai canoni – invero piuttosto bassi – della farsa americana di oggigiorno. Per il resto il nuovo Baywatch incassa i dividendi grazie al carisma di Dwayne Johnson, una delle stelle forse più inaspettate di Hollywood, che per un motivo o per un altro esce sempre vincitore dalla sfida al botteghino, e grazie all’innocente malizia di cui sopra, ovvero quel mix insensato ma divertente di galleggianti e costumi rossi, attori palestrati, attrici tutte curve, corse al rallenty e quel sano spirito di squadra, arricchito da qualche guest star annunciata e da un pizzico di autoironia che non guasta mai.

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    Wonder Woman: l’altro colore dei supereroi

    La supereroina più famosa dei fumetti diventa un film diretto da Patty Jenkins e interpretato da Gal Gadot e Chris Pine. Wonder Woman arriva in sala dall’1 giugno.

    Milioni di lettori, 75 anni di vita, icona del femminismo e della cultura pop. Eppure solo nel 2017 Wonder Woman esordisce al cinema, con una pellicola tutta al femminile diretta dalla regista Patty Jenkins e interpretata dall’ex modella israeliana Gal Gadot, che già aveva portato sullo schermo il personaggio nel recente Batman v Superman: Dawn of Justice, e che qui è affiancata dal Chris Pine di Star Trek. Non si tratta del primo film dedicato a un’eroina dei fumetti, già negli anni 80 il cinema aveva dedicato due ore a Supergirl, cugina meno famosa di Superman, mentre nel 21esimo secolo si conta anche il mezzo fiasco della Catwoman interpretata da Halle Berry. Wonder Woman rappresenta comunque un nuovo inizio, vuoi perché è il primo film dedicato interamente a un personaggio femminile da quando il cinecomics è diventato il genere più redditizio di Hollywood, vuoi perché per la prima volta la protagonista non deve il suo successo a una controparte maschile, ma è assurta agli onori della cultura popolare grazie alla serie a fumetti che la vede protagonista sin dai primi anni quaranta e a una serie tv interpretata da Lynda Carter che ha traslato il successo anche a un paio di generazioni successive.

    La storia, imbastita dallo sceneggiatore televisivo e fumettistico Allan Heinberg, vede la giovane Diana (Gadot), crescere sull’isola di Themiscyra, regno delle amazzoni. Ma anche se grava sulla sua vita l’ombra di una profezia Diana è comunque intrigata dall’idea di conoscere il mondo al di là della coltre di nebbia che circonda l’isola. L’occasione alla fine arriverà nella forma dell’aitante Steve Trevor (Pine), spia americana al servizio degli inglesi, intenta a svelare le oscure macchinazioni del generale Ludendorf (Danny Huston). Diana deciderà allora di mettere il suo idealismo al servizio del mondo degli uomini e sfidare apertamente il dio Ares, proprio quando le nazioni della Terra sono alle prese con il primo devastante conflitto mondiale.

    L’idea di affidare un blockbuster con un budget da quasi 150 milioni nelle mani di una regista che non dirigeva un film dal 2003 (quel Monster che valse un Oscar alla sua protagonista, Charlize Theron) rappresentava una scommessa quantomai rischiosa per la Warner Bros. che della Dc Comics è proprietaria. E l’esito è stato tanto scontato quanto sorprendente. Perché pur mostrando un certo imbarazzo nelle sequenze più prettamente supereroistiche (lo scontro finale è sicuramente il passaggio meno riuscito del film) la Jenkins riesce a dare nuova linfa all’esperienza cinecomics, come se in fondo bastasse arruolare qualcuno che non era già un fanboy, qualcuno che si lasciasse stupire dai supereroi che raccontava. Inutile dire che riuscire a farlo con personaggio tanto nuovo e allo stesso tempo tanto carico di tradizione era sicuramente l’opzione ideale per trasformare quel Wonder del titolo nel wow che è la genesi stessa della parola.

    Ecco che Wonder Woman diventa di fatto un romanzo di formazione, e il villain non è tanto il cattivo di turno che non sveliamo, quanto la realtà  dei fatti, che finisce per scontrarsi con l’idealismo ingenuo di una protagonista che crede di essere stata plasmata nell’argilla. Se l’intreccio potrà sembrare esile la trama di fondo di Wonder Woman è invece piuttosto solida, è quella di una giovane che diventa adulta e che nonostante lo scoramento trova un motivo e la forza per non smettere di combattere.

    A rendere piacevoli le quasi due ore e mezzo di Wonder Woman è però anche il talento (inaspettato e ce ne scusiamo) di Gal Gadot che dopo aver colpito piacevolmente il pubblico di Batman v Superman conferma di avere altri registri oltre alla fisicità dell’eroina d’azione. La guerriera veterana che aveva animato il film di Zack Snyder lascia il posto a una ragazza dagli occhi sognanti che si trova a suo agio anche nei siparietti più comici. Gli spassosi scambi di battute con Pine – che mostra un grande personalità nel riuscire a mettere da parte la consueta spavalderia dei suoi ruoli da protagonista – strappano più di un sorriso come pure ottima è la sintonia con la divertente attrice inglese Lucy Davis, nel ruolo della segretaria di Pine, la suffragetta Hetta Candy, a cui però andava concesso probabilmente più spazio.

    La leggerezza del tocco, la solidità dei temi trattati, l’ottima interpretazione della protagonista e di molti degli interpreti di contorno riescono a dare un pizzico di novità anche a quella che poteva essere la più scontata delle origin story e in un mercato che produce 7-8 cinecomics all’anno non è poco e sicuramente basta a bilanciare gli aspetti più negativi del film, a cominciare da quello scontro finale forzato e appesantito da un uso eccessivo della computer graphics.

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