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    Atomica Bionda: spie a Berlino

    La fisicità conturbante di Charlize Theron, la Berlino del 1989, spionaggio e action: gli ingredienti di Atomica Bionda in sala dal 17 agosto. David Leitch porta al cinema la graphic novel The Coldest City, di Antony Johnston e Sam Hart.

    Dopo aver collaborato con Chad Stahelski per il primo capitolo delle avventure di John Wick, David Leitch approda da solista sul grande schermo con le sensuali movenze di Charlize Theron in Atomica Bionda, pellicola action in sala dal prossimo 17 agosto. The Coldest City, questo il titolo della graphic novel da cui la pellicola prende le mosse, è la Berlino sul finire della Guerra Fredda, pochi giorni prima la caduta di quel muro che ha condannato l’Occidente per gli orrori commessi.
    Lorraine Broughton, agente dell’MI6 inglese, viene inviata nella futura capitale della Germania unita per collaborare con David Percival (James McAvoy) così da smantellare un’organizzazione di spionaggio che ha appena ucciso un agente sotto copertura. La collaborazione tra Lorraine e David si muove tra reciproche diffidenze: tutti sono nemici di tutti nella pellicola di Leitch, che riporta in auge quell’immaginario classico delle spy story, fatto di sotterfugi e di colpi di scena che solo il personaggio conosce.

    Con l’obiettivo tutt’altro che velato di intrattenere il suo pubblico, Atomica Bionda non va oltre quella esasperata ricerca dell’effetto di cui ogni scena sembra essere pregna. Proprio per questo motivo, la pellicola di Leitch in più occasioni si perde per strada e lascia spazio ad una eccessiva confusione (soprattutto se ci si distrae per qualche secondo). Lì dove Leitch, però, colleziona momenti memorabili, sono le scene puramente action. E, d’altra parte, non ci saremmo aspettati diversamente da chi per lungo tempo, prima di finire dietro la macchina da presa, ha lavorato come stuntman per film come Blade, Ocean’s Eleven, Matrix, 300.

    Su tutte, quella che spicca non solo per la perfezione tecnica con cui è stata realizzata, ma anche interessante da un punto di vista narrativo e di costruzione del personaggio, il lungo piano sequenza ambientato tra i pianerottoli di un palazzo. La Theron domina lo schermo – non solo qui, sia chiaro – con la sua conturbante fisicità: i suoi gesti, le sue espressioni, le sue movenze sono il punto nevralgico di una pellicola che, se avesse affidato ad un altro volto quel ruolo, non sarebbe rimasta ben impressa.

    Come la Berlino che mette in scena, Atomica Bionda è pericolosamente in bilico sul baratro della confusione. La matassa messa in piedi da Leitch indubbiamente ha un certo impatto nel suo spettatore a livello sonoro e visivo, ma il resto – tre quarti di film – resta notevolmente sottotono.

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    La Torre Nera: L’epica sullo sfondo

    Idris Elba e Matthew McConaughey ci portano ai piedi de La Torre Nera, una delle più affascinanti invenzioni del re del brivido, Stephen King. Dirige il danese Nikolaj Arcel. In sala dal 10 agosto. 

    La Torre Nera dieci anni dopo. Tanto c’è voluto per trasformare in realtà cinematografica il progetto narrativo più ambizioso dello scrittore più letto del mondo, Stephen King, una saga in sette romanzi che spazia in scioltezza dal western al fantasy, dalla fantascienza all’horror. A spuntarla alla roulette dei registi è stato il danese Nikolaj Arcel (Royal Affair), ma prima di lui avevano puntato e perso mostri sacri come Ron Howard e J.J. Abrams. Stesso discorso per il fronte protagonisti. Dopo essere stato accostato a Russell Crowe e Javier Bardem il ruolo dell’iconico pistolero Roland è andato a Idris Elba, mentre quello del cattivissimo uomo in nero è toccato al divo Matthew McConaughey.

    La storia è quella di Jake Chambers (Tom Taylor), ragazzino di New York tormentato da incubi e visioni apocalittiche. Al centro di tali visioni è l’enigmatica Torre Nera, un edificio che incarna le forze del bene, l’equilibrio dell’universo, e che si trova sotto attacco ad opera delle armate dell’Uomo in nero (McConaughey). Unica speranza per l’umanità è rappresentata dalle pistole infallibili del misterioso Roland (Elba), che però è concentrato più su una vendetta personale che non nella missione della vita.

    Dieci anni di lavorazione vuol dire un processo di riscrittura continua dello script. In termini empirici questo si traduce in una corposa lista di sceneggiatori a cui va accreditato il film. Dal premio Oscar Akiva Goldsman, che per primo seguì la stesura ai tempi in cui era Ron Howard il regista prescelto, passando per Jeff Pinkner (The Amazing Spider-Man 2), per il danese Anders Thomas Jensen e per lo stesso regista, che fu il primo ad adattare Uomini che odiano le donne, il celebre thriller di Stieg Larsson. In termini narrativi invece il risultato è un prevedibile stravolgimento della trama imbastita da King che non esitava a mescolare viaggi nel tempo, cavalieri, maghi, cowboy, in un intruglio weird che non poteva che spaventare il mondo del cinema, sempre restio a mescolare i generi. E così La Torre Nera, che nelle intenzioni dichiarate dei produttori vorrebbe essere il primo film di un franchise, prende poco e nulla dal primo libro della serie firmata dallo scrittore del Maine e preferisce inoltrarsi in un sentiero inedito ma non particolarmente avventuroso, smussando gli spigoli narrativi e finendo per edulcorare un po’ le atmosfere cupe, pre e post apocalittiche della serie.

    Tradotto in immagini dalla regia di Arcel, che evita i fronzoli ma non produce particolari trovate, e sostenuto da un budget probabilmente non all’altezza (60 milioni di dollari a fronte degli oltre 100 del più economico cinecomics) il vivido immaginario de La Torre Nera finisce così per affiorare solo a tratti nelle menti e nei cuori degli spettatori. E questo nonostante il film non sia piagato da evidenti errori tecnici e le scelte di casting risultino alquanto azzeccate. Matthew McConaughey è probabilmente il centro magnetico del film, con il suo Uomo in nero che esteticamente richiama una rock star a metà tra Elvis Presley e Robert Smith dei Cure, e che resta impresso perché incarna una malvagità distratta, una violenza quasi casuale. Idris Elba resta un po’ indietro, vuoi perché il film, che dura poco più di un’ora e mezzo, sembra voler lasciare in cantina i particolari più interessanti del suo personaggio, vuoi perché il pistolero di Stephen King era l’archetipo dell’eroe western, crudo, militaresco e non particolarmente espressivo. Eppure Elba ha una gravitas naturale che lavora a suo favore e anche quando l’atmosfera s’ammorbidisce, quando c’è da dare un pizzico di umanità al personaggio, si fa trovare pronto. Bene anche il giovane Tom Taylor, un po’ protagonista, un po’ spalla, l’unico altro personaggio a staccarsi dalla quinta del palcoscenico e a prendere un po’ di forma.

    E a rifletterci forse è proprio questa la crepa che rischia di far crollare la struttura de La Torre Nera. Sono davvero pochi gli elementi che si staccano dallo sfondo, a cominciare dai personaggi femminili che latitano, ma non solo. Anche a voler considerare questo film come un prologo delle avventure a venire la forza epica, di cui pure si percepisce un’eco, viene ingabbiata e attenuata. E a non conoscere l’opera originale verrebbe da pensare che il grande respiro che ci si aspetta da una saga tanto corposa sia in realtà un fiato decisamente corto. Probabilmente non è così ed eventuali seguiti potrebbero chiarire l’equivoco, ma in attesa di notizie da Hollywood La Torre Nera in versione cinematografica si limita a questo, un film corto e neanche troppo spiacevole ma che non lascia davvero il segno.

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    Prima di domani: Sisifo e la bulla

    La regista Ry Russo-Young porta sul grande schermo il romanzo di Lauren Oliver, E finalmente ti dirò addio. Zoey Deutch è la protagonista di Prima di domani, thriller adolescenziale che punta in alto, ma non conquista completamente. In sala dal 19 luglio.

    E se il destino decidesse di punire il bullo facendogli rivivere l’ultimo giorno della sua giovane vita in un loop temporale, fino a che non capisce cosa deve cambiare? Partendo dal romanzo di Lauren OliverE finalmente ti dirò addio, la regista Ry Russo-Young porta nelle nostre sale Prima di domani, thriller adolescenziale con Zoey Deutch (Tutti vogliono qualcosaProprio Lui?Nonno scatenato) protagonista assoluta.
    Sam gode di tanta popolarità a scuola, è circondata da amiche carissime, il suo ragazzo è uno dei più “fichi” della scuola, ha regolarissimi scontri con la sua famiglia. Tutto nella norma, insomma, per questa adolescente americana, se non fosse che Sam e le sue amiche Lindsay, Ally ed Elody sono le bulle della scuola: le ragazze inarrivabili a cui tutto è concesso, anche prendersi gioco di chi vuole vivere la sua vita in maniera diversa dalla loro.

    Così è facile non tifare per le quattro protagoniste della Russo-Young tanto che anche da parte della regista non c’è quella certa vicinanza empatica che, di solito, si ritrova in un teen movie. Ciò che si apprezza di questo film è il modo con cui la regista racconta l’amicizia, inserendolo in un contesto torbido, ai limiti del dark, dove il vuoto e il futile sono i motori principali delle azioni delle quattro ragazze. Quelle azioni che le portano ad essere sì le più popolari, ma anche le più crudeli.
    Ricorrendo al mito di Sisifo e alla teoria del butterfly effect, Russo-Young punisce la sua bulla, facendo rivivere a Sam il suo ultimo giorno, in un loop temporale che si trasforma in una fonte di frustrazione per la giovane ragazza. Almeno fino a quando Sam non capisce cosa deve fare per farlo cessare: cambiare se stessa e i suoi atteggiamenti, scoprire le storie che stanno dietro altre vite, capire dove risiedono i veri sentimenti. Dal vuoto al pieno, dal superficiale al profondo.

    Alla Russo-Young si apriva un vasto territorio da poter esplorare, soprattutto viste le premesse (Sisifo e la Teoria del Caos), ma la strada scelta è popolata da eccessivi cliché, già ampiamente trattati in altro genere di prodotto (si pensi a Thirteen di Netflix), tanto che la sensazione di avere di fronte qualcosa di già visto non tarda ad arrivare. Come detto, ciò che alza i toni e permette alla pellicola di farsi apprezzare è l’aver voluto – letteralmente – mostrare il lato oscuro dell’adolescenza (sia a livello formale, con le luci e i colori freddi, con il paesaggio invernale, con la recitazione, sia a livello di sostanza). Ciò che delude è la grande dose di prevedibilità del racconto e le decisioni prese per portarlo al cinema.
    Dal ritmo altalenante (che quando sembra aver trovato la giusta carica, rallenta in maniera brusca) e con una scrittura che ha proprio l’obiettivo di stuzzicare lo spettatore attraverso rivelazioni improvvise spacciate come arguti colpi di scena, a Prima di domani manca quel tanto di personalità in più necessario per poter apprezzare pienamente l’opera nella sua interezza. Un messaggio che aspetta il monologo finale per dominare le scene, quando, in realtà, è stato preponderante anche nei 95 minuti precedenti.

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    The War – Il pianeta delle scimmie: Elegia del digitale

    Il regista Matt Reeves porta sullo schermo The War – Il pianeta delle scimmie, terzo capitolo della saga ispirata al classico sci-fi con Charlton Heston. Protagonisti Andy Serkis e Woody Harrelson. Dal 13 luglio al cinema.

    Un’espressione da una parte, un’emozione dall’altra e un sensore nel mezzo. In gergo si chiama motion capture, ovvero la cattura e la digitalizzazione di un movimento e di un’espressione, ed è stata al centro di un dibattito piuttosto acceso tra sostenitori e detrattori. A dispetto di questi ultimi The War – Il pianeta delle scimmie, terzo e ultimo capitolo del franchise generato dal classico con Charlton Heston, trasforma la tecnica del motion capture in una forma d’arte tanto che oltreoceano alcune note testate di settore hanno invitato l’Academy ad assegnare un Oscar speciale ad Andy Serkis. Parliamo ovviamente del protagonista del film e anche di molti altre pellicole, dal Signore degli Anelli all’Episodio VII di Star Wars. Un attore molto attivo a Hollywood, peccato che in faccia non l’abbiate visto quasi mai. Serkis, artista ormai specializzato nel motion capture, è il cuore pulsante di questo film, assieme al regista Matt Reeves, prossimo cantore di Batman, tanto che gli attori in carne e ossa (Woody Harrelson nello specifico) passano quasi in secondo piano.

    Dopo l’avvento di una nuova razza e dopo il tramonto del sogno di una convivenza pacifica la storia di Caesar (Serkis), leader delle scimmie, lo porta ad affrontare un’ultima battaglia per la sopravvivenza della specie contro l’armata sanguinaria del Colonnello (Harrelson), ufficiale rinnegato dell’esercito americano.

    Scritto da Reeves e da Matt Bomback The War – Il pianeta delle scimmie chiude uno dei cicli più interessanti del cinema commerciale moderno. Uno dei pochi a dare un senso non solo economico ma anche narrativo al concetto di franchise. Pur senza raggiungere le vette del precedente Apes Revolution, dove alla spettacolarità del blockbuster si sovrapponeva una riflessione molto amara sulle dinamiche della storia, sulla semplicità della guerra e sull’estrema labilità della pace, il terzo capitolo è più che altro un’elegia al motion capture, il coronamento di un progetto ambizioso che ha messo in secondo piano l’elemento reale e ha dato il centro della scena a un personaggio profondo, umano e indiscutibilmente virtuale. La sicurezza nei mezzi tecnologici è tanta e tale che spesso The War si affida ai silenzi e alle espressioni dei suoi attori umani coperti da un costume digitale. Non solo Andy Serkis ma anche Karin Konoval che dà voce e sguardo al saggio e mansueto Maurice e Toby Kebbell incarnazione del malvagio Koba. Dall’altra parte, a soffrire di più questa condizione è forse Woody Harrelson. Il suo Colonnello è un personaggio stereotipato, che vorrebbe assomigliare al Kurtz di Apocalypse Now senza averne il fascino magnetico. Il vuoto di carisma è colmato da una spietatezza superficiale che lo rende uno degli elementi più banali di un film che gli schemi preferisce crearli piuttosto che adottarli. Una piccola nota stonata, acuita dall’avere a disposizione un attore che in questi anni sta facendo vedere il meglio di sé.

    Quanto alla regia Reeves riesce a mescolare epica e delicatezza, rifacendosi nelle scene iniziali a tutta la tradizione del Vietnam di celluloide (Apocalypse Now sempre ma anche i film di Oliver Stone) e lasciando poi parlare le emozioni quando ce n’è bisogno. Il risultato finale è un film spettacolare ma anche inaspettatamente maturo, che sfrutta al massimo il suo personaggio principale, uno dei migliori degli anni recenti. In sostanza The War – Il pianeta delle scimmie è la degna conclusione di una saga cinematografica azzeccata sin dal primo capitolo, un piccolo esempio per chiunque decida di intraprendere la via del franchise, un pro-memoria per chi invece ripropone senza vergogna la stessa formula, più o meno mediocre, a ogni uscita, sperando che gli incassi possano far passare in secondo piano la povertà qualitativa.

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    Spider-Man: Homecoming – Ritorno alle origini

    Con Spider-Man: Homecoming esordisce in un film tutto suo la nuova versione del supereroe più famoso della Marvel. Al fianco del protagonista, Tom Holland, ci sono Marisa Tomei, Michael Keaton e Robert Downey Jr. nelle vesti di Iron Man. Dirige Jon Watts. Al cinema dal 6 luglio.

    Un eroe che spara ragnatele, un criminale della classe operaia, un ragazzino alle prese con la scuola e la vita di tutti giorni, ma anche con un’altra realtà che sembra più grande. Spider Man: Homecoming rappresenta la nuova vita cinematografica dell’Uomo Ragno, il supereroe più famoso dei fumetti Marvel, uno di quelli con la storia di celluloide più travagliata. Prima il saliscendi della trilogia targata Sam Raimi con Tobey Maguire fino alla malcelata delusione degli ultimi due film interpretati da Andrew Garfield ed Emma Stone. Tutte produzioni targate Columbia Pictures e Sony. Stavolta però le redini sono in mano ai Marvel Studios, gli stessi di Iron Man e Captain America, ed è questo principalmente il senso dell’Homecoming, il ritorno a casa citato nel titolo. Per l’occasione il mega produttore Kevin Feige ha scommesso su una versione adolescente del personaggio, incarnata da Tom Holland che aveva già indossato il costume in Captain America: Civil War, e ha affidato le chiavi dell’auto e un budget consistente al regista Jon Watts che finora aveva diretto un solo lungometraggio, Cop Car, inedito in Italia ma molto applaudito al Sundance Film Festival. A completare il cast Marisa Tomei, Michael Keaton e Robert Downey jr. che torna a indossare l’armatura di Iron Man per la settima volta.

    La storia è quella dello studente Peter Parker (Holland) che all’insaputa di zia May (Tomei), vive una doppia vita da supereroe. È lui infatti quello Spider-Man che grazie alla sponsorizzazione del miliardario Tony Stark (Downey jr.) è diventato il paladino del quartiere e di Youtube, in attesa di una nuova collaborazione con gli Avengers. Peccato che tra gli amori di gioventù e le ambizioni da eroe Peter finisca per incrociare la strada di Adrian Toomes (Keaton), ex titolare di una ditta di costruzioni che si è ritrovato a trafficare in armi costruite con tecnologia aliena, tra cui la sua armatura volante da Avvoltoio.

    La scelta della pletora di sceneggiatori al servizio del film (ben sei, tra cui il regista) è tra le più radicali. Tante stazioni della via crucis dell’Uomo Ragno vengono saltate a pie’ pari. In Spider-Man: Homecoming non troverete traccia del morso di un ragno radioattivo, a cui è dedicato un semplice accenno en passant, ma neanche della tragica fine dello zio Ben, momento catartico all’origine dell’eroe. La nascita di Spider-Man, il suo mantra (“da grandi poteri derivano grandi responsabilità“), sono tra le colonne portanti della storia del fumetto di supereroi ma per questa nuova prima volta restano nel cassetto. Colpa di una congestione di film, non sempre riusciti, che avrebbe costretto lo spettatore ad assistere alla stessa storia raccontata tre volte in 15 anni.

    Il paradosso è che il primo Uomo Ragno gestito direttamente da casa Marvel è anche il più spurio, con un costume ipertecnologico che sembra figlio più del successo dei film di Iron Man che non di una tradizione fumettistica che dura da oltre 50 anni. Spariscono le classiche fiamme di Peter Parker, la rossa Mary Jane e la bionda Gwen, e lasciano spazio a due personaggi femminili minori, Liz e Michelle, interpretati rispettivamente da Laura Harrier e dalla teen star Zendaya. Pur tra tutte le infedeltà e un’eterodossia inattesa ad emergere in questo Spider-Man: Homecoming è però la solidità di un personaggio che da qualche film a questa parte tanto aveva vacillato da essere messa in dubbio. In questa versione adolescenziale la parabola di Peter Parker torna ad essere prima di tutto una vicenda umana dove alle evoluzioni supereroistiche si affianca anche il romanzo di formazione, e non è poco. Un altro punto a favore del film di Jon Watts è anche la scelta di ridurre la portata della minaccia, di non mettere per forza il mondo o una metropoli sul piatto della bilancia. Scelta ambiziosa visti i tempi e nobilitata da un ottimo Michael Keaton che porta sullo schermo un villain fuori dagli schemi, incarnazione della rabbia e dell’insicurezza di un’America post crisi. Un uomo costretto ai compromessi e a una vita violenta ma non privo di un codice d’onore l’Avvoltoio in questa versione è uno dei migliori cattivi dell’universo cinematografico Marvel, una merce a dire la verità piuttosto rara nel mondo di Captain America e soci, dove a restare impresso nell’immaginario è stato finora solo Tom Hiddleston con il suo Loki.

    Quello che non funziona invece è la scelta di inserire il nuovo Spider-Man in un flusso narrativo in movimento. Traduzione: pur essendo un nuovo inizio non vuol dire che sia l’inizio e se non avete visto Captain America: Civil War probabilmente farete fatica a capire non solo una delle sequenze iniziali ma anche una delle colonne portanti su cui si basa la narrativa del film. E già lo stesso Captain America: Civil War era abbastanza incomprensibile per chi non avesse visto il precedente Avengers: Age of Ultron. Una scelta questa che premia e fidelizza i fan di lungo corso e che lascia a brancolare nel buio tutti gli altri, costretti a riempire con l’intuizione gli spazi apparentemente vuoti. Ma se Civil War oltre a non avere una trama indipendente era solo una sequela di scene d’azione attaccate con lo spago Spider-Man: Homecoming è di un’altra pasta e le cose da dire ce l’ha, a cominciare dalla buona interpretazione di Holland, che riesce a creare un’ottima chimica con i comprimari, a partire da Downey Jr. e dallo stesso Keaton. In definitiva il film di Watts non sfigura pur senza raggiungere l’epicità di alcuni suoi predecessori, a cominciare da quello Spider-Man 2 che rappresenta una delle vette indiscusse del genere supereroistico.

     

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    Transformers: L’ultimo cavaliere – Robottoni alla tavola rotonda

    Mark Wahlberg, Anthony Hopkins e il regista Michael Bay ci portano di nuovo nel mondo degli Autobot con Transformers: L’ultimo cavaliere, quinto capitolo della saga dedicata ai giocattoli della Hasbro. In sala dal 22 giugno. 

    Robot trasformabili, catastrofi planetarie, eroi ed eroine senza macchia e senza paura. Torna il grand cirque du Transformers che stavolta, oltre alla consueta caciara, si porta dietro anche re Artù, la tavola rotonda, un nobiluomo da Oscar e un maggiordomo robotico. Siamo al quinto capitolo di una saga tra le più fortunate di Hollywood, intitolato Transformers: L’ultimo cavaliere, e oltre al solito serraglio di giganti di ferro ispirati ai giocattoli della Hasbro ci sarebbe un cast di primo piano composto da Mark Wahlberg, John Turturro e Stanley Tucci, più qualche nuova aggiunta, a cominciare dal beniamino dell’Academy Anthony Hopkins e dalla protagonista femminile, l’affascinante attrice britannica Laura Haddock. In cabina di regia, per la quinta volta di seguito, c’è Michael Bay e allora non potranno che essere botti e botte da orbi.

    La trama prende quota direttamente ai tempi di Camelot dove re Artù e compagnia si trovano alle prese con un nemico implacabile e dei nuovi alleati, ma presto si ritorna al presente dove il valoroso leader Optimus Prime viene convinto da una sorta di strega robotica che per salvare il pianeta natio, Cybertron, bisogna distruggere la Terra. A opporsi al piano è un manipolo di valorosi, a cominciare dall’inventore Cade Yeager (Wahlberg), accompagnato dal fido Bumblebee, per finire con la scienziata inglese Vivien Wembley (Haddock), che nasconde un legame con un antico manufatto del passato. A dirigere le fila dei guerrieri anti-apocalisse il nobile Sir Edmond Burton (Hopkins), mentre i malvagi Decepticon, guidati dall’altrettanto malvagio Megatron, non esiteranno comunque a dire la loro.

    La sfida, per lo spettatore distratto, potrebbe essere quella di distinguere un film dei Transformers dall’altro. Ma stavolta più di altre si correrebbe il rischio di commettere una piccola ingiustizia perché, anche solo per il tono generale, L’ultimo cavaliere è abbastanza diverso dai suoi predecessori. Con il capo dei buoni inconsapevole alleato del male, con l’esercito a stelle e strisce schierato contro i protagonisti, e un’apocalisse più inquietante del solito questo quinto capitolo è sicuramente il più dark della saga, pur rimanendo sempre nei rigidi confini dell’intrattenimento per famiglie. Per il resto il fracasso è sempre quello, il quoziente di computer graphics in ogni scena è – se possibile – aumentato e migliorato ma in generale Transformers: L’ultimo cavaliere è un film che sa di non doversi prendere troppo sul serio. Forse perché i tre sceneggiatori (gli Art Marcum e Matt Holloway di Iron Man e il Ken Nolan di Black Hawk Down) e il supervisore Akiva Goldsman si sono resi conto di narrare le gesta di un gruppo di robot alieni che si trasformano in automobili e combattono al fianco di Merlino e re Artù, forse perché l’alleggerimento comico funziona, affidato com’è a tanti personaggi e situazioni, dal comico Jerrold Carmichael, nel ruolo della spalla di Cade, al robot Hound, doppiato in originale da John Goodman, da un cinico Turturro a uno Stanley Tucci nelle vesti di un mago ubriacone. Se la cavano degnamente in questo senso anche Wahlberg e la Haddock che mostrano un’ottima chimica sul set mettendo in scena una serie di spassosi battibecchi.

    In definitiva Transformers: L’ultimo cavaliere è probabilmente uno dei capitoli più riusciti di una saga insensata ma discretamente divertente, confezionata per un pubblico di adolescenti golosi di popcorn e per qualche inguaribile nostalgico che ha voglia di tornare a spolverare i giocattoli dell’infanzia. Peccato solo che gli elementi positivi finiscano per perdersi spesso in quel fracasso che accompagna ogni film di Michael Bay, fracasso che probabilmente era messo lì per coprire gli elementi negativi. E allora si torna alla sfida di cui sopra. Basterà qualche pizzico di novità a far distinguere questo quinto capitolo dai quattro precedenti?

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    Civiltà perduta: La giungla nel destino

    In Civiltà perduta uno dei maestri del cinema indipendente americano, James Gray, ci racconta la storia vera dell’esploratore Percy Fawcett. Con Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller e Tom Holland. In sala dal 22 giugno.

    Un segreto nascosto nella giungla, un esploratore, un uomo in cerca di gloria e di riscatto sociale. Ce ne sarebbe abbastanza per impiattare un blockbuster alla Indiana Jones o per dare alle stampe un romanzo di Wilbur Smith e invece Civiltà perduta è il nuovo dramma di una delle voci più celebrate del cinema indipendente americano, quel James Gray che magari non sarà mai stato profeta in patria ma che è sempre conteso dai festival europei più prestigiosi, Cannes e Venezia in primis. Al suo fianco in questa spedizione al quinto angolo del mondo un cast eterogeneo composto da Charlie Hunnam, attore reso celebre dalla serie tv Sons of Anarchy, da Sienna Miller, dal Robert Pattinson di Twilight e dal prossimo Spider-Man del grande schermo Tom Holland.

    La storia è quella vera di Percy Fawcett (Hunnam), militare britannico che all’inizio del secolo scorso accetta di partecipare a una spedizione in una zona remota dell’Amazzonia e lì trova le tracce di una misteriosa civilizzazione che costringerebbe la polverosa accademia inglese a riscrivere secoli di luoghi comuni coloniali sull’inferiorità razziale degli indios. Contro tutto e tutti, compreso se stesso, Fawcett lascerà a casa moglie e figlio (Miller e Holland) e si impegnerà fino all’ossessione in questa missione impossibile in una terra quantomai ostile.

    Nella scelta di adattare per il grande schermo il romanzo di David Grann, giornalista del New Yorker che ha dedicato anni della sua vita allo studio della figura di Fawcett e delle sue spedizioni, James Gray si incammina per un sentiero battuto da tanti grandi del cinema, il sentiero di un dramma che si lascia sedurre più dallo spessore dei suoi personaggi che non dal fascino semplice dell’avventura. E così nei meandri della sua Amazzonia (Civiltà perduta è stato girato in un’area della foresta che si trova nel territorio della Colombia) riemergono ogni tanto gli echi di un passato glorioso, quelli del cinema di John Huston, da Moby Dick a L’uomo che volle farsi re, ma anche la folle ambizione dell’Aguirre di Werner Herzog e il fiume di Apocalypse Now con tutti i suoi rimandi all’opera di Joseph Conrad. E questo crocevia glorioso che riunisce cinema, storia e letteratura è tradotto da Gray in una serie di splendide immagini, catturate con grande dovizia dalla bella fotografia del collaboratore abituale Darius Khondji.

    A dispetto però del conquistador Aguirre, dell’Achab di Huston e di Herman Melville, del Kurtz di Apocalypse Now il Fawcett incarnato da Charlie Hunnam dà la caccia a un’ossessione senza essere per forza un adepto della follia. La sua vocazione, anzi, è quella del martire del progresso, portatore com’è di valori positivi scevri di ogni tenebra, una sorta di supereroe moderno applicato a un contesto classico. E anche se al personaggio manca forse quel pizzico cupo di fascino che avevano i suoi padri putativi non per questo risulta banale. E in questo senso è azzeccata anche la scelta di un attore di grande fisicità ma non solo, un novello Brad Pitt che riceve una sorta di investitura proprio dal suo nume tutelare perché è la Plan B di Pitt a produrre la pellicola.

    Il risultato è che Hunnam trova il suo personaggio cinematografico più interessante, quello che gli permetterà di mettersi meglio in mostra grazie al mescolarsi di ambizioni e determinazione, di rimpianti e del rapporto tenero che lo lega alla moglie e al figlio. Tanta materia su cui lavorare rispetto ai protagonisti monocordi di Pacific Rim e King Arthur, le due più importanti prove cinematografiche di Hunnam prima di incontrare Gray. Nelle sapienti mani del maestro di Little Odessa e di C’era una volta a New York non sfigurano neanche gli attori di contorno, un Robert Pattinson che nasconde le guance lisce da vampiro dietro una barba ispida e una personalità scontrosa ma anche Sienna Miller nel ruolo di una donna idealista ed emancipata, e Tom Holland che veste i panni di un figlio prima ribelle e poi sempre più conquistato dal sogno del padre.

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    Biografilm 2017: All this panic, adolescenza pop

    Arriva dall’America All this panic, il documentario presentato al Biografilm Festival 2017 nella categoria Contmporary lives: diretto da Jenny Gage, fotografa e regista esordiente, con il contributo del marito Thomas Betterton, il film racconta la storia di crescita di alcune adolescenti newyorkesi fra i 15 e i 19 anni.
    L’adolescenza e la sua fine sono il punto centrale di questo racconto di formazione che cerca di cogliere uno dei momenti fondamentali della vita di ogni persona, quando ci si inizia a porre delle domande, a dover gestire stati d’animo altalenanti, quando s’iniziano a far le prime esperienze, quando a volte si vuole far di tutto per essere grandi e sfidare limiti e divieti, quando per forza di cose ci si prepara a lasciare il nido e volare verso orizzonti inesplorati. Se dopo l’infanzia si perde l’innocenza e si diventa più smaliziati, consapevoli del proprio corpo e del proprio cervello, quando si saluta l’adolescenza ci si deve preparare a perdere quel senso di protezione dato dal nucleo familiare e della scuola e a trovare il coraggio di scommettere su qualcosa di ignoto. Le ragazze protagoniste di questa storia di vita si trovano in questo momento magico e struggente allo stesso tempo. Per raccontare questo arco temporale le adolescenti sono state seguite per tre anni dalla regista e dal marito, entrambi interessati a cogliere le sfumature dei loro pensieri, seguendo le loro giornate dopo la scuola, durante le feste e durante i litigi con i propri genitori, questi ultimi relegati su uno sfondo fuori fuoco perché tanto “loro non possono capire”. Dalle immagini sul grande schermo si notano i cambiamenti fisici delle ragazze, lo slittare delle proprie priorità: prima i ragazzi, le feste, l’alcol o come hanno capito qual è il proprio orientamento sessuale; dopo il college, il divertimento notturno, la ricerca di indipendenza, la carriera fino a giungere a quella domanda che prima o poi arriva: chi sono e cosa voglio diventare. Molti film si sono promessi di raccontare il graduale e delicato, a volte doloroso, passaggio dall’adolescenza all’età adulta, chi con toni da commedia e dramma indie come Noi siamo infinito o in modo più leggero in Suxbad. Un esempio memorabile di cinema generazionale per l’entità del progetto (12 anni ci sono voluti per la sua realizzazione) e per la riuscita emozionante è Boyhood di Richard Linklater, dove il regista porta sul grande schermo la vita di un ragazzo dall’infanzia fino al momento del college. All this panic però parla di adolescenza vista al femminile e cinematograficamente parlando non si può non pensare a pellicole come Il giardino delle vergini suicide di Sophia Coppola o al più recente Mustang, entrambi incentrati a raccontare l’esigenza di scoperta e curiosità per la vita delle adolescenti protagoniste contrapposte alle proibizioni di una società bigotta da un lato e conservatrice e tradizionalista dall’altra. Il documentario di Gage riesce a catturare queste emozioni e queste paure lasciandole fortemente ancorate alla realtà quotidiana, nonostante le protagoniste siano così disinvolte di fronte la videocamera, quasi da far dimenticare allo spettatore di essere di fronte ad un documentario. La regista e il direttore della fotografia hanno lavorato a stretto braccio nella realizzazione del film. In un’intervista su Filmakermagazine.com Gage e Betterton hanno raccontato di come hanno iniziato a seguire Ginger e Lena, le due storie principali del film. I due conoscevano le ragazze da quando avevano l’età di 8 anni, le vedevano passare ogni giorno per andare a scuola con i capelli di colori diversi e si domandavano ma cosa penseranno? Da qui l’idea di seguire le ragazze per sviluppare il loro concetto di fotografia narrativa trasformandola in immagine in movimento e documento in cui per forza di cose ci si trova coinvolti. All this panic è dal punto di vista della regia estremamente curato nei dettagli rendendolo opera d’arte pop che emoziona e coinvolge, perché in fin dei conti, tutti siamo stati adolescenti.
    Federica De Masi

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    Due uomini, quattro donne e una mucca depressa: da maschio a femmina

    Dall’8 giugno in sala, Due uomini, quattro donne e una mucca depressa è la commedia corale di Anna Di Francisca, coprodotta da Italia e Spagna. Un piccolo paesino del sud della Spagna è lo scenario del cambiamento improvviso delle vite dei suoi abitanti.

    Coproduzione italo-spagnola, Due uomini, quattro donne e una mucca depressa ha molto della Spagna e pochi rimandi al cinema nostrano. Tangibili sono, infatti, le influenze della cinematografia iberica, ad iniziare dal primo Almodóvar, non solo a livello formale, ma anche di racconto. Nel nuovo film di Anna Di Francisca, che si fece notare nel 1997 con La bruttina stagionata, la coralità della storia è il tratto distintivo di un racconto che si propone al pubblico con una certa leggerezza e spensieratezza.
    Gli equilibri di un piccolo paesino della Spagna del Sud vengono stravolti dall’arrivo dello “straniero” Edoardo, compositore in crisi esistenziale e artistica che va a trovare un caro amico in occasione del suo compleanno. Suo malgrado, Edoardo (quel Miki Manojlović feticcio di Emir Kusturica) si ritrova a dirigere il piccolo coro parrocchiale, venendo in contatto con una serie di storie, pulsioni, desideri repressi e sogni ancora chiusi nel cassetto.

    Alla Di Francisca va sicuramente il merito di proporre al suo pubblico una storia semplicissima, di quelle in cui non ci sono grandi sconvolgimenti, ma dove il cambiamento passa per piccoli eventi, quasi invisibili, e per piccoli scambi di battute (forse eccessivamente elementari, ma comunque funzionali). Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, però, non azzarda molto, non va oltre quello che propone: le basi di partenza sono interessantissime, ma la Di Francisca tiene troppo tirati i freni della sua macchina e viene fuori un’opera tanto equilibrata e pulita quanto statica e trattenuta.
    Di italiano, in questa piccola pellicola, c’è quello scontro tra sessi che per molto tempo ha contraddistinto la nostra cinematografia (e che ha, francamente, stancato), ma per fortuna la Di Francisca decide di proporre una sua personale visione della questione: Due uomini, quattro donne e una mucca depressa parte come un film maschile, concentrato sugli uomini che lo popolano, per poi mutare sesso e puntare i riflettori sulle sue donne e le loro apparenti debolezze, tanto da diventare loro l’emblema di quel cambiamento che sta al centro del film (ed il personaggio secondario di Irma, interpretato da Serena Grandi, ne è la dimostrazione).

    Da lodare il modo in cui la regista affronta la coralità che caratterizza questo film, tanto che i suoi personaggi non finiscono per diventare macchiette, ma ognuno di loro ha il suo preciso spazio. Resta però l’amarezza di avere davanti quello che può essere considerato solo un compitino portato a termine in maniera sufficiente, con un andamento che pochissime volte (e a fatica) coinvolge chi guarda. Forse, però, se qualcuno avesse dato più spazio, più “voce” e più ascolto a quella “mucca depressa” del titolo e non l’avesse trattata solo come mero espediente sornione per catturare l’attenzione del pubblico, il risultato finale sarebbe stato molto più accattivante.

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    La Mummia: Il nuovo (mostro) che avanza

    La Mummia riporta in scena uno dei classici del cinema horror nelle vesti di un franchise che più moderno non si può. Alex Kurtzman dirige Tom Cruise, Russell Crowe e Sofia Boutella in una versione in rosa del mostro del titolo. In sala dall’8 giugno.

    Bende strette, coperchio del sarcofago scostato. La Mummia è pronta a rivestirsi di moderno per un nuovo reboot. E se stavolta rivestirsi di moderno vuol dire incrociare le strade di altri mostri celebri della tradizione letteraria e cinematografica allora ben venga il Dark Universe, la nuova idea con ambizioni di franchise partorita da Universal e affidata a due sceneggiatori molto stimati a Hollywood, Chris Morgan, tessitore delle trame di Fast & Furious, e Alex Kurtzman, ex allievo di J.J. Abrams, che di questa nuova Mummia è anche e soprattutto il regista. La formula prevede ovviamente che il cielo sia fitto di stelle e per cominciare si è scelto di andare sul sicuro con un Tom Cruise che cerca di allargare il suo parco blockbuster. In attesa del revival di Top Gun infatti l’indimenticato protagonista di Jerry Maguire conta un solo pezzo da novanta, Mission Impossible, e qualche operazione più modesta come Jack Reacher. Al suo fianco un sempreverde Russell Crowe, la bionda Annabelle Wallis, conosciuta con la serie tv Peaky Blinders, e l’esotica mummia del titolo, la franco-algerina Sofia Boutella, già vista in Kingsman e nell’ultimo Star Trek, in un’inedita rilettura in rosa del personaggio.

    La storia è quella del sottufficiale Nick Morton (Cruise), impegnato in una missione in Medio Oriente, che da aspirante sciacallo decide di pigliarsi una libera uscita per andare a cercare un tesoro nascosto ovviamente in una zona pattugliata dall’Isis. Come se non bastasse il tesoro nascosto non è altro che la mummia di un’antica principessa egizia (Boutella) che, già quand’era in vita, tramava per riportare sulla Terra il malvagio dio Set. Sembrerebbe tutto perduto se non arrivasse la cavalleria nella forma della misteriosa organizzazione Prodigium e della sua eminenza grigia il bifronte dottor Jekyll (Crowe).

    Già la sfilza di sceneggiatori censiti dai titoli di coda (i due veterani David Koepp e Christopher McQuarrie, quest’ultimo da tempo quasi un braccio destro per Cruise, più il semiesordiente Dylan Kussman e tre soggettisti, tra cui lo stesso Kurtzman) lasciava immaginare che il papiro della Mummia fosse più che altro un lavoro di patchwork ma il risultato finale fa pensare più al mostro di Frankenstein che non ai non-morti della tradizione egizia. Se il classico degli anni 30 resta nella leggenda, e il remake del 1999 con Brendan Fraser ci riporta a un’epoca più scanzonata e un filo più sfacciata, questa Mummia degli anni 10 è un grammelot semiotico, un cocktail di suggestioni che affiorano ogni tanto dal brusio dei dialoghi e dal fragore dell’azione.

    Il passato è racchiuso in un’essenza, che si riproduce in laboratorio e si ripropone per una nuova generazione. L’idea del mostro per amore è intatta, anche nei colpi di scena di questo nuovo intreccio. Ma ora l’idea originale è meticcia, impreziosita o svilita a seconda dell’animo e della data di nascita, da 80 anni di film, telefilm, videogiochi e tutto quello che è e che è stato popolare. Il personaggio di Tom Cruise sembra un misto tra Indiana Jones e il George Clooney di Three Kings, l’idea di far incrociare la strada ai mostri trova una sua origine nei fumetti del britannico Alan Moore, già trasposti al cinema nella Leggenda degli Uomini Straordinari e travisati con classe per il piccolo schermo dalla serie tv Penny Dreadful. Guardando i set, le scene d’azione, gli scontri con i non morti, viene da pensare anche a serie come The Walking Dead, a videogiochi come Uncharted e Tomb Raider e chi più ne ha più ne metta. L’idea poi di unire in un franchise trame e personaggi diversi è propria dei cinecomics ed in particolare è stata la ricetta del successo del mega producer Kevin Feige dei Marvel Studios.

    In definitiva La Mummia è una mongolfiera carica di gente, di ambizioni e di zavorra che non ha grossi pregi e non avrebbe neanche difetti troppo evidenti, se non forse la confusione generata da un’eccessiva ansia di piacere. Tom Cruise fa il Tom Cruise, ed è il puntello più grosso su cui sembra reggersi la baracca, gli altri interpreti, Crowe in primis, se la cavano. La regia di Kurtzman è un po’ scolastica ma il producer di Star Trek e Amazing Spider-Man si trova a suo agio con questi mostri-supereroi e rispetto ai colleghi in calzamaglia e mantello questi personaggi riveduti e corretti hanno almeno il vantaggio di non farti capire dove si andrà a parare. Basterà a raggiungere la gloria di Hollywood? La parola ai botteghini.

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