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    I morti non muoiono: Un pastiche apocalittico

    Il regista cult Jim Jarmusch alle prese con un altro classico dei film horror: gli zombie. Nel cast Bill Murray, Adam Driver e Tilda Swinton. I morti non muoiono arriva in sala dal 13 giugno.

    Catastrofi ambientali, zombie e un’umanità consumista e strampalata che sembra suggerire poche speranze per il futuro. Non ce n’è una che vada giusta ai protagonisti di I morti non muoiono, il pastiche horror-satirico firmato da Jim Jarmusch, regista che già in passato aveva dimostrato di saper giocare nel giardino dei cliché, dal western onirico di Dead Man fino ai vampiri decadenti e decadentisti di Solo gli amanti sopravvivono.

    Stavolta è il successo mediatico dei non morti dal passo claudicante a muovere la penna. E come sempre succede quando a scrivere è il regista originario dell’Ohio, si sa dove si inizia, ma è raro che si sappia dove si va a parare. E lo stesso succede agli sballottati protagonisti del film, un coro di volti noti guidati dallo sceriffo Bill Murray, dai suoi fidi vice, Adam Driver e Chloë Sevigny, e di cui fanno parte celebri caratteristi (Steve Buscemi, Danny Glover), una diva trasformista (Tilda Swinton) e la solita parata di amici con l’hobby della musica (Tom Waits, Iggy Pop, il rapper RZA e la stellina Selena Gomez).

    Già dai primi passaggi, quando Driver e Murray ascoltano una canzone alla radio e Driver rivela a Murray che quella è la colonna sonora del film, si capisce che non ci troviamo di fronte a un prodotto canonico. E se questo non bastasse ecco dipanarsi di fronte allo spettatore una pellicola dove dialoghi e situazioni sembrano collegare con un filo rosso i toni strambi e delicati del cinema di Kaurismaki a quel grottesco venato di politica che George Romero, padrino cinematografico degli zombie, adottò come cifra stilistica. Kaurismaki e Romero, quindi, ma anche battute di metacinema, una Swinton a metà tra Kill Bill e il David Bowie dell’Uomo che cadde sulla Terra, e soprattutto tanta amara ironia. Perché la morale di I morti non muoiono sembra essere che al mondo degli uomini, in fondo, non resti molto a cui appigliarsi, se non la forza di non perdere il senso dell’humour fino all’ultimissimo momento.

    E fin qui tutto farebbe pensare a un film delizioso, che magari non disdegna quei tempi dilatati che avevano caratterizzato l’opera precedente di Jarmusch, il riflessivo Paterson. Però tutto sembra abbozzato, a cominciare dai personaggi che si accontentano di essere macchiette e poi muoiono dopo un periodo relativamente breve sullo schermo. E anche la metafora dello zombie, usata per puntare il dito contro la società dell’era dei consumi, non è certo originale, ma prende le mosse dai film del già citato Romero e di John Carpenter. Certo, qua il tono è divertito, quando lì era più indignato, ma non basta a rivestire di una nuova confezione un’idea riciclata. I morti non muoiono resta quindi un divertissement non sgradevole da guardare ma che non riscriverà certo le regole del genere, né tantomeno ribalterà la filmografia di un regista che ci aveva abituato a standard decisamente più alti.

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    X-Men: Dark Phoenix – Mutatis Mutanti

    X-Men: Dark Phoenix, diretto da Simon Kinberg, sarà l’ultimo film del franchise prima dell’acquisizione da parte della Disney. In scena tornano James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence e la Sophie Turner del Trono di Spade. In sala dal 6 giugno.

    Mutatis mutandis, dicevano i latini. “Dopo aver cambiato quel che si doveva cambiare”. E se l’effettiva necessità del cambiamento può essere il tema di un dibattito, il fatto che il cambiamento sia avvenuto è già inchiostro su carta. E allora gli eroi mutanti dei fumetti si sono ritrovati a cambiare scuderia proprio mentre era ancora in lavorazione quello che sarà l’ultimo capitolo della loro avventura cinematografica, almeno – è presumibile – per questa incarnazione. X-Men: Dark Phoenix esce in sala per la regia di Simon Kinberg, finora accreditato solo come produttore, e con una strana sensazione addosso, quella di portarsi dietro una specie di condanna preventiva all’oblio. Perché la 2oth Century Fox adesso è di proprietà della Disney, proprietaria a sua volta dei Marvel Studios di Tony Stark e soci. E se questo vuol dire che tra qualche anno vedremo spuntare gli X-Men nelle trame degli Avengers, è anche vero che difficilmente troveremo gli stessi protagonisti di oggi. E che protagonisti, per altro. Da James McAvoy a Michael Fassbender, da Jennifer Lawrence a Nicholas Hoult. E in un genere che vive di aspettative future più che di gioie presenti, che si alimenta delle promesse da marinaio dei sequel, dell’idea che ci possa essere in futuro qualcosa di più grande di quello che si sta vedendo sullo schermo, avere addosso il peso della conclusione potrebbe suonare come una condanna a un immeritato insuccesso.

    Immeritato perché le trame dei film degli X-Men, sia quelli dei primi del secolo firmati da Bryan Singer, sia questi più recenti, sono sempre state cariche di spunti stranamente emotivi, in un genere che preferisce da sempre la caciara e le formule banali del cinema per famiglie, intrecciate di buoni sentimenti e sorrisi vuoti. In Dark Phoenix la giovane Jean Grey (la Sophie Turner del Trono di Spade) finisce per essere posseduta da una forza misteriosa che la renderà un pericolo per l’intero pianeta. E se da un lato gli alleati e gli ex nemici si prodigano per risolvere la situazione, dall’altro una misteriosa forza aliena, che prende il volto di Jessica Chastain, sembra più interessata a carpirne i segreti e soprattutto il potere.

    Kinberg, autore anche della sceneggiatura, riprende una famosa saga firmata da due grandi autori degli X-Men a fumetti, Chris Claremont e John Byrne, storia che era già stata alla base di un precedente film del franchise (X-Men: Conflitto finale del 2006) che per peraltro lui stesso aveva sceneggiato. Di fatto X-Men: Dark Phoenix è un vero e proprio reboot di quel film, dove a interpretare Jean Grey era Famke Janssen. Ora, se l’idea di mostrare nuovamente su pellicola quello che già un altro film aveva mostrato non denota una grande originalità, è anche vero che stavolta Kinberg riesce a rendere una giustizia quantomeno migliore a una delle storie più amate dai fan, anche se, sul risultato finale, contano più i demeriti di Conflitto finale che i meriti di Dark Phoenix. Paragoni a parte Dark Phoenix meriterebbe un’accoglienza migliore di quanto probabilmente riceverà, perché la struttura consolidata della sua narrazione è molto più solida di tanti altri cinecomics. Per esempio Dark Phoenix, e in generale i film degli X-Men, reggono molto meglio la coralità della storia, mentre spesso tanti film degli Avengers assembravano una tale accozzaglia di eroi che finivano per soffocarsi a vicenda. Gli X-Men invece, forse perché nascono già come gruppo, riescono a trovare terreno fertile proprio nel rapporto tra i personaggi. A cominciare dal dissidio, tenero e allo stesso modo insanabile, che divide l’idealista Professor X (McAvoy) al disilluso Magneto (Fassbender), o dal rapporto intenso e complesso tra l’ex killer Mystica (Lawrence) e il mite scienziato dalla pelle blu Bestia (Hoult).

    Eppure più passano in sequenza i fotogrammi di X-Men: Dark Phoenix, più torna alla mente quella sensazione di straniamento che potrebbe prendere andando in spiaggia i primi giorni d’autunno. Un’esperienza pure soddisfacente in sé, se solo non fosse accompagnata da una mestizia che è anche difficile da celare. Non bastano i bravi attori e una storia che fila, non servono la forza dei personaggi e dell’intreccio. E non è neanche colpa di un villain un po’ incolore e di qualche scena madre che forse meritava un po’ di pathos in più. È che le logiche di mercato a Hollywood hanno seguito la legge del mutatis mutandis, e tra le cose che dovevano cambiare, a quanto pare, c’erano anche gli X-Men. Di cui Dark Phoenix, alla fine, è una lettera che non sapeva ancora di essere una lettera d’addio.

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    Rocketman: La rapsodia di Elton

    La storia di Elton John diventa un film interpretato da Taron Egerton e diretto da Dexter Fletcher, regista-ombra di Bohemian Rhapsody. Rocketman arriva in sala dal 30 maggio.

    Sotto il costume sgargiante, sotto la maschera dell’artista, si nasconde un uomo. E sotto il costume sgargiante di Rocketman, sotto la maschera di un musical travestito da biopic, si nasconde la parabola artistica e musicale di Elton John, genio del rock che come già successe al compianto Freddy Mercury e ai suoi Queen, si ripromette di scuotere non solo le coscienze, ma anche gli incassi al botteghino. E il richiamo al successo di Bohemian Rhapsody non suoni solo di circostanza, perché la storia del regista di Rocketman, Dexter Fletcher, è legata a doppio filo al film che è valso un Oscar al bravissimo Rami Malek. Fu Fletcher infatti il primo regista a cui venne affidato il progetto Bohemian Rhapsody, e fu sempre lui a dirigere la fine delle riprese e a curare il montaggio, quando il subentrato di lusso, Bryan Singer, abbandonò il set prima di essere cacciato dalla produzione.

    I particolari della vicenda restano avvolti in una cappa di mistero, che però non basta a oscurare la luce di Rocketman. Film che, per inciso, non potrebbe essere più diverso da Bohemian Rhapsody. La sceneggiatura firmata da Lee Hall (già autore di pellicole come Billy Elliott e War Horse) non è troppo dissimile dal suo protagonista e chiarisce fin da subito di volersi scrollare di dosso zavorre e impacci. A cominciare dalle pastoie del genere biografico, preferendo di gran lunga avviarsi, come fosse una strada di mattoni gialli, per i vivaci territori del musical, tra i tasselli di un mosaico di coreografie in cui la vena del surrealismo sembra involarsi nelle memorie della vecchia Hollywood, salvo interrompersi a intervalli cadenzati, quando l’uomo razzo deve rientrare alla base per riempire i serbatoi di un nuovo carico di cronaca.

    E a rimarcare la distanza tra la creazione cinematografica e la realtà c’è anche la scelta di lasciare che a cantare le canzoni di Reggie “Elton” Dwight e del suo fido paroliere Bernie Taupin, non sia una traccia in playback, ma gli attori stessi, a cominciare dal protagonista, Taron Egerton, che nella sua interpretazione dolente sembra farsi carico di tutte le insicurezze, di quel sottile senso di alienazione, che ha permeato la vita di un’artista più tormentato di quanto non lasciasse trasparire la sua icona da palcoscenico.

    Taron Egerton quindi. Che entra in scena vestito da diavolo, per poi accomodarsi su una delle sedie disposte in circolo di una sessione di terapia di gruppo. Uno schema narrativo che permette allo sceneggiatore di partire dalle origini e far sfilare i personaggi in un puntuale diorama. La madre (Bryce Dallas Howard), il fido Bernie (Jamie Bell), il manager amante John Reid (Richard Madden) accompagnano gli alti e bassi della vita di Elton John, in un saliscendi coraggioso, che non edulcora né smorza la passione omosessuale tra Elton e Reid e il difficile rapporto che il cantante di Don’t go breakin’ my heart ebbe con la celebrità. Nonostante tutto, ed è forse l’unica nota stonata, resta impresso un vago senso di agiografia. E qui Rocketman sconta la sua natura ibrida, non solo musical ma anche biografia, E biografia ufficiale, per di più, come testimonia la presenza del vero Elton John  nei titoli di coda, con il ruolo di produttore esecutivo. Ma è un filo di nebbia che non può avere la forza di oscurare la luce, quella propria del film e quella riflessa di Bohemian Rhapsody, che sembra aver rilanciato un genere, il biopic musicale, in cui Rocketman si inserisce con forza e convinzione.

     

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    L’angelo del male – Brightburn: La metà oscura dell’eroe

    Costume e mantello ma non è Superman. Arriva in Italia L’Angelo del Male – Brightburn, favola nera con supereroe prodotta dal James Gunn di Guardiani della Galassia. Dirige David Yarovesky. In sala dal 23 maggio.

    Non è un uccello, non è un aereo, e per una volta non è neanche Superman. L’angelo del male – Brightburn è una figura relativamente nuova che si affaccia all’orizzonte di questa corsa all’oro che è il mondo dei supereroi di Hollywood. “Nuova” perché non si tratta di una trasposizione dal media natio, il fumetto. “Relativamente” perché il personaggio non si vergogna del suo status di clone, o per meglio dire di innesto. Perché il film diretto da David Yarovesky sembra voler dissotterrare le radici dell’uomo d’acciaio per reimpiantarlo in un pantano venato di horror, quell’horror concettuale che mescola budget ridotti con incassi smodati, una formula che di solito si associa al produttore Jason Blum, regia occulta di tanti franchise a basso costo, da Paranormal Activity a La notte del giudizio.  Stavolta però Blum non c’entra, perché il produttore è James Gunn, regista e sceneggiatore dei Guardiani della Galassia di casa Marvel.

    Ecco allora che nella placida cittadina di Brightburn le speranze di una coppia (Elizabeth Banks e David Denman), in attesa di un figlio che non vuole arrivare, prendono la forma di una misteriosa scia nel cielo, di uno scoppio, di una specie di meteora da cui si leva flebile il vagito di un bambino. Peccato che il piccolo Brendon (Jackson A. Dunn) non sia affatto un Clark Kent, come presto scopriranno i genitori, gli zii, i compagni di scuola.

    La sceneggiatura di Brian Gunn e Mark Gunn (rispettivamente fratello e cugino di James) ripesca un meccanismo ben oliato della narrativa per disegni, quello del What if, tradotto in italiano “l’e se…”. Con massimo risalto sui puntini di sospensione, perché le possibilità narrative sono infinitesime, e quella scelta dalla famiglia Gunn si basa su un dubbio tanto basilare quanto legittimo: cosa sarebbe successo se il bambino alieno venuto dallo spazio si fosse incamminato per la via del male? La risposta, ci dice Yarovesky, è un misto tra supereroi e horror, che riprende l’immaginario di film come Il villaggio dei dannati o Il presagio, classici del genere dove il male si incarnava nei tratti angelici di uno o più bambini. Peccato che L’angelo del male – Brightburn sveli troppo presto le sue carte, quando avrebbe potuto indugiare di più sui dubbi del suo protagonista, portando lo spettatore quantomeno a sperare, se non a credere, in una possibile redenzione. E invece il film di Yarovesky si compiace troppo della sua premessa per riuscire davvero ad addentrarsi nel territorio dell’originalità, e la sensazione finale è che L’angelo del male sia la risposta di circostanza a una domanda intrigante e ben posta, un film che si accontenta della sua platea ma che avrebbe potuto essere qualcosa di più.

    L’obiettivo del resto, e lo svela la scena finale, è quello di creare un franchise, una vetrina dove esporre le metà oscure degli eroi più famosi. L’idea potrebbe funzionare, come poteva funzionare Brightburn, solo speriamo che funzioni un po’ meglio.

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    Se la strada potesse parlare: La forza dei sentimenti

    In Se la strada potesse parlare Barry Jenkins, regista del film premio Oscar Moonlight, ci porta nella New York degli anni 70. Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma il film approda in sala dal 24 gennaio.

    Due anime gemelle calate in una realtà complessa. Se la strada potesse parlare, terzo lungometraggio di Barry Jenkins, arriva in Italia dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma e ci arriva con i crismi dell’opera certificata. Il film, che traduce in immagini il romanzo omonimo dell’americano James Baldwin, fa seguito al fortunato Moonlight, che dagli esordi indie del festival di Telluride aveva scalzato, per la sorpresa di tutti (anche degli annunciatori, protagonisti di una gaffe che è già entrata nella leggenda) il luccicante La La Land dalla conquista dell’Oscar più ambito.

    Jenkins ci porta quindi nella New York dei primi anni 70 quando Tish (Kiki Layne) e Fonny (Stephan James) sembrano sul punto di coronare il loro sogno d’amore, grazie all’arrivo di un inatteso bambino. Ma Fonny si trova in carcere, vittima di una serie di circostanze che solo più avanti nel film si faranno chiare. Mentre il racconto del loro amore, vissuto nel corso degli anni, si dipana a poco a poco sullo schermo, ricostruito da una serie di Flashback, Tish si trova alle prese con una doppia ricerca parallela, quella della verità e quella dell’equilibrio. Ma per fortuna Tish non è sola, può contare su una famiglia povera ma affezionata (il ruolo della madre è valso a Regina King anche un Oscar), disposta a violare la legge e a superare gli schemi pur di non lasciarsi dietro la figlia.

    Se la strada potesse parlare intesse quindi un racconto delicato, composto dai fili delle esistenze dei suoi protagonisti. E come ogni ordito che si rispetti non nasconde la sua complessità. Jenkins, anche sceneggiatore, vuole raccontare un’America dove la discriminazione è ancora la regola, e non solo nel profondo sud, ma anche nella più cosmopolita delle metropoli (magari non disdegnando una frecciata a una contemporaneità che si professa migliore ma che forse migliore non è). Ma la storia di Se la strada potesse parlare è anche una storia di affetti e un omaggio alla loro potenza. E’ la storia di una famiglia che anche di fronte alle difficoltà più insormontabili si stringe in un abbraccio tenero, com’è tenero l’abbraccio dei suoi protagonisti, avvolto dalle note suadenti della colonna sonora di Nicholas Britell (che già aveva collaborato con Jenkins in Moonlight).

    Rispetto all’opera più celebre di Jenkins  la fotografia di James Laxton sceglie tinte più tenui e rinuncia alla forza del chiaroscuro che aveva alimentato la magia di Moonlight. Eppure Se la strada potesse parlare lascia un senso di maggiore compiutezza e dà l’idea di una scrittura più essenziale, forse meno sentita ma di sicuro più studiata. E alla fine la strada che porta al cuore dello spettatore è in discesa, grazie alla mano delicata di Jenkins, alla colonna sonora e alla bravura dei suoi interpreti, la già citata e premiata Regina King ma anche i giovani Layne e James.

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    Benvenuti a Marwen: riflessioni in miniatura

    Robert Zemeckis dirige Steve Carell in Benvenuti a Marwen, film ispirato a un caso vero che si divide tra realtà e scene animate. In sala dal 10 gennaio.

    C’era una volta una città di nome Marwen. Tecnicamente sarebbe nel Belgio della seconda guerra mondiale, in realtà si trova nel giardino di Mark Hogancamp, un ex illustratore americano che fu vittima di un gruppo di suprematisti bianchi e che, per riprendersi dalla sindrome da stress post-traumatico, inventò un mondo immaginario popolato di bambole, dove lui stesso ha un alter ego, il tenente dell’aeronautica Hogie. La storia vera di Hogancamp, che è stata già al centro di un documentario, diventa adesso un film ibrido, Benvenuti a Marwen, che mescola scene dal vivo e animazione digitale, diretto da un regista dal grande passato che Hollywood sembra però aver messo un po’ da parte, Robert Zemeckis.

    La complessa storia di Hogancamp, impersonato sullo schermo da Steve Carell, si sviluppa infatti sia nella realtà, dove l’uomo cerca di riprendersi dalle profonde ferite ricevute e allo stesso tempo prova a riaffacciarsi timidamente all’amore corteggiando la vicina Nicole (Leslie Mann), sia nella fittizia Marwen, dove Hogie e la sua banda di guerrigliere affronta gli assalti dei nazisti ma anche la subdola minaccia della strega Deja Thoris (doppiata nella versione originale da Diane Kruger).

    Scritto da Zemeckis e da Caroline Thompson (già sceneggiatrice di Edward Manidiforbice e Nightmare before Christmas) Benvenuti a Marwen ha il coraggio di non edulcorare troppo la storia, non nascondendo la passione feticista verso le scarpe femminili di Hogancamp che fu la causa scatenante dell’orrendo pestaggio di cui fu vittima, ma allo stesso tempo finisce per trasformare un accorato appello alla tolleranza e una riflessione sulla funzione taumaturgica della creatività e delle donne in un guazzabuglio privo di appeal, non solo a livello artistico ma anche umano. Troppe volte la storia si addentra nei territori del disagio e troppe volte le sceneggiatura spiega in maniera didascalica i suoi temi, quasi non fosse troppo convinta che le immagini create possano veicolare il messaggio. Eppure le suddette immagini non sarebbero affatto brutte, specie le complesse sequenze animate che riportano Zemeckis agli anni di Polar Express e Beowulf. Peccato un po’ per tutto il resto, a cominciare dalla banalizzazione di una questione importante e quantomai attuale, passando per l’interpretazione sentita di Carell, attore che cerca ormai da un po’ un veicolo che gli permetta di ambire ai massimi traguardi per un attore, ma che qui finisce per farsi travolgere dalla deriva di un film concepito male.

    La storia di Hogancamp però merita un approfondimento, e allora tanto vale rispolverare Marwencol, il documentario di Jeff Malmberg da cui Benvenuti a Marwen aveva tratto ispirazione.

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    Aquaman, supereroe a spasso tra i generi

    Il supereroe di Atlantide, Aquaman, esordisce in solitaria dopo essere apparso coi colleghi della Justice League. James Wan dirige Jason Momoa in uno dei film più riusciti dell’universo Dc. In sala dal 3 gennaio.

    Niente male per una barzelletta. Perché Aquaman, l’eroe creato nei primi anni 40 da Mort Weisinger e Paul Norris, non era mai stato preso troppo sul serio. Dalle battute del serial Big Bang Theory fino al cartoon degli anni 70 che lo immortalava impietosamente in groppa a un cavalluccio marino quello dell’eroe interpretato da Jason Momoa poteva sembrare un percorso cinematografico complicato e decisamente in salita. Invece – magia del cinema – il principe di Atlantide sta sbancando i botteghini del mondo, facendo fare magre figure anche ai colleghi di scuderia più blasonati, come Superman e Batman, reduci dalla delusione del loro Dawn of Justice e dal fiasco plateale di Justice League.

    Il supereroe acquatico, che in Justice League era presente, non si è fatto trascinare dal flop dei compagni e alla prima in solitaria (e non sarà l’unica visti i numeri) ci arriva grazie alla regia di James Wan e alla sceneggiatura di David Leslie Johnson e Will Beall. Quest’ultima ci porta in un regno sottomarino in subbuglio, alle prese con la scalata al potere dell’ambizioso re Orm (Patrick Wilson) che, a dispetto dei consigli del saggio Vulko (Willem Dafoe), vuole riunire i clan subacquei per dichiarare guerra alla terraferma. L’unica speranza per i due mondi è rappresentata da Arthur (Jason Momoa), nato dall’amore tra un guardiano di faro e una principessa ribelle (Nicole Kidman), che preferisce fare l’eroe in superficie col nome di Aquaman. Ma grazie all’aiuto della giovane Mera (Amber Heard) Aquaman seguirà un percorso che lo porterà sulle tracce del suo retaggio, dalle dune del Sahara alla Sicilia da cartolina di Erice, dalle coste americane ai recessi più profondi e spaventosi del tanto amato oceano.

    E come spesso accade con i film di supereroi sono quelli che creano meno aspettative a lasciare più il segno. Era successo lo scorso anno con il Black Panther della Marvel, succede oggi con Aquaman. Forse perché quando l’immaginario collettivo è più sgombro è più facile lasciarci una nuova orma, forse perché i supereroi più presenti si affidano troppo a dinamiche narrative e cinematografiche più collaudate ma forse, anche per questo, un po’ più trite. Fatto sta che il film di James Wan riesce a distinguersi, e in un mercato che ormai propone cinque-sei film di supereroi all’anno, non è una cosa da poco. Riesce a distinguersi principalmente imbastendo un pastiche tra i generi che lascia nello spettatore una piacevole sensazione di spiazzamento. Aquaman comincia come una fiaba di celluloide alla Tim Burton, poi dopo un accenno di disaster movie si avventura nei territori di Mission Impossible, di Indiana Jones, di Alien, di Avatar per poi concludersi con una battaglia campale degna dell’ultimo Signore degli Anelli.

    Altra nota di merito è la cura dedicata anche ai personaggi minori, come ad esempio il cattivo di supplemento, il pirata Black Manta (Yahya Abdul-Mateen II), a cui è dedicata una sottotrama non banale che fa di lui uno dei pochi villain del grande schermo per cui è lecito provare empatia. Discorso a parte meritano le sequenze ad alto tasso di spettacolarità. Tre per la precisione, l’inseguimento sui tetti di Erice, la battaglia finale e la sequenza degli orribili Trench, mostri marini che sembrano usciti da un incubo lovecraftiano. Se questo tipo di scene sono il pane quotidiano per ogni film di supereroi va detto che Wan, specie nella terza citata, si supera davvero, creando immagini di altissimo impatto visivo complice un ampio utilizzo della tecnologia Imax.

    Il risultato finale è una piacevole sorpresa che supera i meriti e i limiti del suo protagonista, Jason Momoa, che magari non avrà un ventaglio particolarmente ampio di espressioni ma oltre a metterci la convinzione e il physique du role dà anche l’idea di divertirsi un mondo, con quel suo sorriso scanzonato che buca lo schermo e che rischia di farlo diventare un’icona del genere. E le note negative? Quelle non mancano, da una lunghezza forse eccessiva fino alla svogliataggine di una delle sue grandi star (Dafoe, che dovrebbe prendere esempio dall’impeccabile e preziosa Kidman), ma sono solo piccole ancore che non impediscono a questo immenso battello di solcare le acque della cultura popolare e rompere il ghiaccio delle platee.

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  • Old man & the gun: Il saluto di un’icona

    David Lowery dirige Robert Redford in quello che sarà il suo ultimo film, Old man & the Gun, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. In sala dal 20 dicembre. 

    Un grande del cinema che lascia le scene. Ci sarebbe da piangere se non fosse che l’ultimo messaggio è l’opposto di quanto non fosse lecito aspettarsi. Robert Redford ci saluta, a meno di ripensamenti, e lo fa con un vestito impeccabile e una pistola in pugno. Old man & the gun, diretto da David Lowery e presentato in anteprima all’ultima Festa del Cinema di Roma, è ispirato alla storia vera di Forest Tucker, rapinatore gentiluomo e maestro di evasioni. Una mosca bianca in un periodo, quello tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, in cui il crimine si faceva sempre più violento, generando l’aspra risposta della tolleranza zero.

    Come raccontato da un articolo del New Yorker firmato da David Grann (autore anche della sceneggiatura, insieme al regista), l’anziano Tucker si guadagna da vivere rapinando banche in giro per gli Stati Uniti, qualche volta con una banda di attempati complici (Danny Glover, Tom Waits), più spesso da solo. Il Tucker interpretato da Redford è più un fuorilegge che un vero criminale, dove per legge si intendono quegli schemi che pretendono che i rapinatori siano violenti e gli anziani in pensione. Non è così per Tucker, che non solo non vuole appendere la pistola al chiodo, ma non ha neanche attenzione di arrendersi all’idea di un lento appassimento. Ed è anche per questo che Forest incontra Jewel (una deliziosa Sissy Spacek), donna pronta a lasciarsi ammaliare dal fascino e dal savoir faire di un uomo entrato all’improvviso nella sua vita.

    Ma quella di Forest Tucker è una parabola più che una favola. E sulla strada si troverà di fronte i nemici di sempre, le forze dell’ordine, che avranno il volto dell’agente Hunt (il premio Oscar Casey Affleck). Il confronto a distanza, però, sarà anche l’occasione di raccontare una realtà che cambia, che si lascia alle spalle un pizzico di romanticismo e di galanteria. L’inseguimento sarà anche un modo di conoscersi, di sfidarsi, di capirsi forse. Ma il tema principale resta la voglia di non arrendersi, di non pentirsi, di continuare a vivere la propria vita fino all’ultimo. Questo almeno sembra essere la morale che ci suggerisce David Lowery, regista che sta trovando una sua voce personale e malinconica dopo aver diretto Il Drago Invisibile della Disney e il semi indipendente Una storia di Fantasmi. Non ce ne voglia però il pur bravo regista, né il premio Oscar Casey Affleck, né la sempre brava Sissy Spacek. Qui la luce della ribalta se la prende tutta Robert Redford, protagonista e centro magnetico del film. Ed è giusto che sia così.

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  • Il ritorno di Mary Poppins: Praticamente (quasi) perfetta

    Con Il ritorno di Mary Poppins rientra in scena la tata più famosa del cinema. Rob Marshall dirige Emily Blunt, Colin Firth e Meryl Streep in una nuova avventura natalizia targata Disney. In sala dal 20 dicembre.

    Sono passati più di 50 anni e già questa sarebbe una notizia. In una Hollywood che ha sempre meno voglia di rischiare c’è voluto più di mezzo secolo per riesumare la tata perfetta nata dalla penna di P. L. Travers e farne non un reboot ma più saggiamente un sequel. Il ritorno di Mary Poppins segna quindi la rentrée dell’icona Disney per eccellenza, almeno quando si parla di personaggi in carne e ossa. A indossare i panni smessi da Julie Andrews è un’altra attrice inglese, Emily Blunt, che si ritrova a rispolverare l’ugola a quattro anni da Into the woods, altra produzione fiabesca disneyana ad alto tasso canoro. Il regista di quel film, neanche a farlo apposta, era Rob Marshall, stessa mano che regge il timone di questo nuovo Mary Poppins.

    La storia, imbastita da David Magee, già sceneggiatore di Vita di Pi, ci porta al tempo della grande depressione, negli anni 30 del secolo scorso, dove un Michael Banks (Ben Whishaw) fresco vedovo, rischia di vedersi soffiata la casa per opera del truffaldino Wilkins (Colin Firth), professione: direttore di banca. Fortuna che dalla parte di Michael si schierano la sorella Jane (Emily Mortimer), il lampionaio Jack (Lin-Manuel Miranda) e soprattutto Mary Poppins, scesa dal cielo appesa al consueto ombrello e carica di magia, senso pratico e buone intenzioni. Inutile dire che le verranno affidati i tre figli di Michael ma anche e soprattutto il destino di Michael e Jane, i due bambini ormai cresciuti affidati alle cure di Mary Poppins durante il primo film.

    Pellicola ideata per grandi e piccini Il ritorno di Mary Poppins sembra voler aprire, infatti, una porta verso il passato. Ne sia testimonianza non solo il continuo gioco di richiami al film precedente (tra cui un delizioso cammeo di Dick Van Dyke) ma anche la splendida sequenza animata supervisionata da Jim Capobianco e Ken Duncan, che ha impegnato oltre 70 animatori armati di carta e matita, con buona pace di algoritmi e computer graphics. Per il resto il film si affida al campionario di canzoni composte da Marc Shaiman e Scott Whittman che nella versione italiana sono rigorosamente tradotte, a qualche trovata di grosso impatto visivo, come la coreografia ciclistica messa in piedi dai lampionai amici di Jack, che hanno sostituito gli spazzacamini nell’immaginario del primo film, e al talento dei suoi interpreti. Emily Blunt, prima di tutto, che sembra aver studiato per giorni e giorni la gestualità di Julie Andrews. Ma anche le divertenti comparsate di Meryl Streep o di Angela Lansbury, che porta sullo schermo uno dei personaggi nati direttamente dalla penna della Travers, la signora dei palloni.

    Certo, a volte si ha la sensazione che questo nuovo Mary Poppins sia solo un pacco ben confezionato con dentro un regalo riciclato, che sotto le grandi professionalità messe in campo con una profusione di mezzi sontuosa si nasconda nient’altro che un prodotto derivato e senza spunti originali. Ma in fondo dai film di Natale non ci si aspetta certo la rivoluzione, ma solo un pizzico di stupore e un pugno di buoni sentimenti e non è un caso se la Disney, che alle rivoluzioni ha sempre preferito i buoni sentimenti, a Natale abbia tradizionalmente fatto i suoi affari migliori. Resta solo da vedere se la magia di ciò che è vecchio riuscirà a contagiare chi di fatto è nuovo, i bambini in questo caso, proprio come Julie Andrews, col suo cappellino sempre perfettamente posizionato e il suo ombrello vivente, riuscì a fare anche con le generazioni venute su negli anni settanta e ottanta. Le premesse di sicuro sono buone ma la risposta resta sempre ai posteri.

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    Bumblebee: Cuore e acciaio

    Con Bumblebee ritorna in scena il più giovane dei Transformers di casa Hasbro. Il regista Travis Knight dirige Hailee Stanfield in una commedia adolescenziale e nostalgica con robot. In sala dal 20 dicembre.

    Alla fine gli uomini di latta hanno trovato il loro cuore. Ci sono voluti sei film a superare il muro del frastuono e a fare breccia in una scorza dura come l’acciaio ma alla fine Bumblebee dimostra che il franchise milionario ma un po’ vuoto dei Transformers può dare vita a un film dignitoso. Merito e forse un po’ magia del regista Travis Knight che due anni fa diresse Kubo e la spada magica, film d’animazione candidato all’Oscar che non riuscì a scardinare il dominio Disney nella categoria ma che quantomeno fece venire un po’ di dubbi all’Academy. Oggi Knight ripesca un po’ di quella delicatezza mostrando al mondo che Autobot e Decepticon al cinema possono tranquillamente fare a meno di sua maestà re Fracasso, ovvero Michael Bay, principale narratore delle gesta dei trasformabili di casa Hasbro, che prima di essere eroi del cinema furono una linea di giocattoli e una serie di cartoni animati.

    La storia di Bumblebee si inserisce nel filone nostalgico che ha caratterizzato alcuni dei prodotti di genere più riusciti di quest’ultimo scorcio di decennio, da Stranger Things alla nuova versione cinematografica di It. Eccoci quindi catapultati in un prequel dei film precedenti, nel 1987, anno di arrivo sulla terra del più simpatico degli Autobot, il silenzioso Bumblebee, che per l’occasione smette di essere la Mustang che era stata nei film precedenti e riprende la forma di quel Maggiolino Volkswagen che sarebbe anche la traduzione letterale del suo nome. Arrivato sulla Terra in fuga dalla guerra civile di Cybertron (dove, per la gioia dei tanti cultori, si rivedono un po’ di volti noti della linea di giocattoli originale) il transformer giallo incontra la giovane Charlie (Hailee Stanfield), teenager e outsider, appassionata di motori, di tuffi e di canzoni degli Smiths, sul cui cuore pesa ancora una tragedia, la scomparsa del padre. Ecco allora che il robot, regredito a livello infantile a causa di un danno alla memoria, e incapace di parlare se non tramite spezzoni di canzoni campionate alla radio, si ritroverà ad emergere da una realtà difficile insieme alla sua amica terrestre, mentre all’orizzonte si profila la minaccia di due temibili Decepticon, venuti per capire il motivo della sua presenza sulla Terra.

    La pellicola, scritta dall’emergente Christina Hodson, riesce a giostrarsi un po’ tra i generi senza per questo rinnegare la sua anima di aspirante blockbuster. Un po’ fantascienza, un po’ commedia adolescenziale Bumblebee esalta la mano delicata di Knight, una carezza rispetto al pugno calloso dei film precedenti. Il regista lascia il campo al suo eroe robotico, che si esibisce in alcune sequenze slapstick che strizzano l’occhio all’intrattenimento per famiglie, ma per la prima volta nel franchise aggiunge un personaggio umano degno di nota. La Charlie portata sullo schermo da Hailee Stanfield (che già in passato si era fatta notare per i suoi convincenti ritratti adolescenziali) è la vera marcia in più di questo film, grazie anche al sapiente utilizzo di qualche comprimario di valore (a cominciare dalla mamma interpretata dalla brava attrice televisiva Pamela Adlon).

    E così tra evoluzioni, trasformazioni, canzoni e un vago senso nostalgico che riporta alla mente i film con Molly Ringwald o la prima cinematografia di Spielberg, Bumblebee arriva alla sua conclusione e si concede anche lui un pizzico di chiasso, che probabilmente era quello che volevano gli spettatori insieme alla vasca di popcorn, divertendo ma la giusta misura. Il risultato è il miglior film di un franchise che ha scoperto forse con troppo ritardo di avere delle potenzialità. Speriamo per tutti che il pubblico gradisca e che questo possa rappresentare un nuovo e gradito inizio.

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