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The Danish Girl: Quando la forma sovrasta la sostanza

The Danish Girl: Quando la forma sovrasta la sostanza

Il regista Premio Oscar Tom Hooper porta al cinema la toccante storia di Lili Elbe, prima persona nella storia ad essere identificata come transessuale e la prima a sottoporsi ad un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale. Gli straordinari Eddie Redmayne e Alicia Vikander ci guidano in questo lungo e travagliato percorso, ma il film pecca di un’eccessiva velocità che spesso lascia confusi. In sala dal 18 febbraio.

2stelle

Nata a Vejle, in Danimarca, nel 1882 con il nome di Einar Wegener, Lili Elbe è stata la prima persona nella storia ad essere identificata come transessuale ed è stata anche la prima a sottoporsi ad un intervento di riassegnazione sessuale. Nel 2000 lo scrittore David Ebershoff raccontò la sua storia nel romanzo La Danese e adesso quella storia è diventata un film. Dopo aver vinto il Premio Oscar come Miglior Regista grazie a Il discorso del Re e aver ottenuto grandi successi con Les Misérables, Tom Hooper dirige The Danish Girl, ricorrendo ad una precisione impeccabile per quanto riguarda la direzione degli attori, la ricostruzione di ambienti, trucco e costumi. Peccato che quella stessa precisione non si ritrova alla base del film, cioè nella sua sceneggiatura.

Siamo nella Copenaghen degli inizi del Novecento: Einar Wegener vive con la moglie, Gerda Gottlieb, i suoi successi come pittore paesaggista. Una vita coniugale perfetta subisce un cambiamento radicale quando Einar scopre la sua vera natura: essere una donna nel corpo di un uomo. Complice la moglie, Einar dà vita a Lili e la sua trasformazione inizia dapprima tra le pareti del suo appartamento, prestandosi a fare da modella alla moglie, per poi uscire allo scoperto.
Eddie Redmayne, che non a caso è candidato all’Oscar come Miglior Attore Protagonista per questo ruolo, è perfetto nei panni di Lili: sembra che il personaggio stesse aspettando solo un attore del suo calibro (e della sua fisicità) per approdare sul grande schermo. Sperando che il doppiaggio non storpi tutta quella timidezza intrisa di lirismo che emana dalla sua voce quando interpreta Lili, Redmayne dà una grande prova attoriale a volte messa in discussione solo da Alicia Vikander (anche lei meritatamente candidata all’Oscar). Gerda, nell’interpretazione dell’attrice, vive la transizione del marito dapprima come un gioco, poi come una sconfitta e infine come un’accettazione in nome dell’amore.

Ma non bastano le interpretazioni dei due attori a rendere The Danish Girl un film veramente imponente. Così come non bastano l’eleganza delle scene, la perfezione dei costumi, del trucco e delle ricostruzioni scenografiche. Le falle della sceneggiatura comportano, nello spettatore, un forte senso di frustrazione e di confusione, come se questa fosse stata risparmiata al protagonista – fin troppo sicuro di sé, vista la situazione – per farla vivere a chi sta guardando il film. Il momento in cui Einar capisce chi è, viene relegato ad una sola scena che, anche se fa venire i brividi per quanto è perfetta (grazie anche alla fotografia di Danny Cohen), non apre la strada ad un ulteriore approfondimento: con lo scorrere del film, quello che potrebbe venire fuori è la sensazione che la transizione di Einar sia frutto più di un capriccio, di uno scherzo, che di un travaglio identitario ben radicato nel protagonista. E il racconto di un episodio dell’infanzia del protagonista a Vejle, durante il quale Einar bacia un suo caro amico, non può essere usato come l’unico pretesto per spiegare cosa sta succedendo. Il personaggio di Redmayne vive un cambiamento troppo repentino e il tutto in un’unica sequenza: da quando si rifiuta di indossare un abito da donna per aiutare la moglie a finire il ritratto di una ballerina, a quando osserva i suoi piedi indossare eleganti scarpe femminili e le sue gambe avvolte in pregiate calze. Di elementi per raccontare un passaggio così importante ce ne sono veramente tanti, ma sono sfruttati con quel manierismo che non doveva nemmeno fare capolino nel racconto di una storia come questa.

The Danish Girl, quindi, si configura come un compito portato a casa egregiamente dal punto di vista tecnico, ma nel quale la forma sovrasta in maniera possente la sostanza grazie ad una certa frettolosità (che contrasta con l’estrema lentezza e durata del film), e nemmeno l’intensità delle interpretazioni dei due protagonisti o la straordinaria colonna sonora firmata da Alexandre Desplat, riescono a salvare del tutto la pellicola da una certa mediocrità.

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Augusto D'Amante

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