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Fuocoammare: Rosi, Lampedusa e i migranti

Fuocoammare: Rosi, Lampedusa e i migranti

Il regista Leone d’Oro per Sacro Gra, torna con un documentario che incanta il Festival di Berlino. La stampa straniera lo incensa e lo vorrebbe addirittura vincitore di questa edizione. In sala dal 18 febbraio.

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Era andato a Lampedusa per girarci un corto di dieci minuti, un instant movie che ne restituisse un’immagine diversa da quella sensazionalistica che i media ci hanno deliberatamente vomitato addosso per troppo tempo. E alla fine Gianfranco Rosi ci è rimasto un intero anno a osservare, riprendere, raccontare la vita sospesa di un popolo di pescatori che il destino geopolitico ha legato nell’immaginario collettivo agli sbarchi dei migranti provenienti da un confine distante solo poche centinaia di miglia da quelle coste. Fuocoammare, l’unico italiano in concorso al Festival di Berlino in programma in questi giorni, è il risultato della sua permanenza sull’isola, è denuncia, è ritratto – poetico per quanto sia possibile davanti alla tragedia dirompente – ed è anche racconto disarmante e violento.
Da un lato ci sono i ritmi e i tempi degli isolani scanditi dalla voce di Pippo, il dj dell’emittente locale Radio Delta, o dai piccoli rituali quotidiani di zia Maria, un’anziana pensionata che venera Padre Pio e si prende cura del marito; c’è Samuele che ha dodici anni, va a scuola e si diverte a organizzare le sue spedizioni di caccia con la fionda; e poi c’è Pietro, il medico dell’Asl che da trent’anni si occupa dei lampedusani e di chi lì approda solo per dirigersi altrove.
Dall’altro c’è il mare, le sue regole e l’umanità variegata di cui si fa portatore; ci sono religioni, usi e costumi che arrivano da quella che è diventata oggi una sventurata linea di frontiera. Nel mezzo l’occhio pigro di Samuele, diventato “portatore sano di metafora” dice Rosi, il simbolo neanche troppo velato di un’Europa assopita che rimane a guardare sorniona.
Di Lampedusa rimane l’istantanea di un’isola vuota, silente, eco di una tragedia mediatizzata; i migranti oggi sono presenze fugaci, portati al Centro di Accoglienza, identificati e smistati per ripartire verso altri luoghi. Giusto il tempo di una partita a calcio o di intonare il gospel che racconta la loro odissea, qualche minuto per riappropriarsi di una dimensione vagamente umana, poi di nuovo in marcia verso la terra promessa.
Su tutto irrompono le immagini della morte ripresa e mostrata senza mai fare un passo indietro; corpi morenti, affaticati, stremati, cadaveri accatastati nella stiva di un barcone o rinchiusi nei sacchi di plastica. Disturbano, si impongono con la stessa urgenza del reale, si scaraventano sullo spettatore con la violenza del dubbio se sia più o meno opportuno avvicinarsi così tanto all’orrore e ritoccarlo ad arte in post produzione.
Ma è un prezzo che Rosi ha scelto di pagare, e la remissione e il pudore con cui ci porge quegli istanti lo salvano da qualsiasi patetico esibizionismo; non c’è nulla che possa far pensare neanche per un istante a morbosi voyeurismi o facili lezioni morali.
Onesto e spietato fino in fondo senza la paura di renderci fin troppo consapevoli. Con l’obbligo di rivolgere un occhio agli abissi e l’altro a un confine in mare aperto che poi così lontano non è.

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Elisabetta Bartucca

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