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Niccolò Senni, “Far ridere mi gratifica”


Far ridere lo gratifica, la comicità è la sua corazza ma anche la sua principale arma di intrattenimento. Sono i film che guarda, sono le risate che riesce a strappare senza mai essere sopra le righe. È diventato attore per caso quando a quattordici anni si è ritrovato sul set del film di Francesca Archibugi, L’albero delle pere: “Non avevo nessuna velleità artistica, ero un ragazzino e pensavo solo al motorino. La Archibugi cercava il protagonista del suo film tra le scuole medie romane, volevano un ragazzo moro e riccio, io ero biondino e slavato, non rispecchiavo per niente le caratteristiche del personaggio. Alla fine però il mio provino piacque, mi misero una parrucca e feci il film”.
Da allora Niccolò Senni ha collezionato una galleria di ruoli molti diversi tra loro, passando dalle produzioni internazionali (Zoolander 2, Asterix & Obelix al servizio di Sua Maestà, Trust) ai set di casa nostra (Il dolce rumore della vita, Tutta la vita davanti, Come tu mi vuoi, Torneranno i prati, Tonno spiaggiato). Un attore ‘malincomico’, che il prossimo anno ritroveremo in sala nel nuovo film di Alessandro Genevosi, e che intanto, dopo Braccialetti Rossi e Boris, torna sul piccolo schermo con la serie comedy targata Fox, Romolo + Giuly di Michele Bertini Malgarini, Giulio Carrieri e Alessandro D’Ambrosi.
Otto episodi (nati dall’omonimo corto girato per il web nel 2016) in onda dal 17 settembre su Fox, che ironizzano su alcuni cliché e luoghi comuni della capitale, come la guerra atavica tra una Roma Nord “fighetta” e borghese e una Roma Sud “coatta” e “verace”.

Chi interpreti in Romolo + Giuly?
Sono Giangi Pederzoli, un super pariolino, cinico e superficiale, tutto donne e cocaina, che in vita sua non ha mai lavorato. Nella sua ambizione estrema ed esagerata alla fine risulta addirittura simpatico, anche se nella vita reale non sarebbe mai il mio migliore amico. È uno di quelli con cui potresti passare una serata e divertirti pure. Spesso mentre giravamo ci venivano in mente delle cose divertenti e le inserivamo, abbiamo avuto la fortuna di avere sul set lo sceneggiatore, che ci indicava cosa tenere, ma erano più i sì che i no.

Cosa lo rende così simpatico?
Forse il suo essere spropositato e fuori luogo, al punto che il suo razzismo becero e il suo “pariolismo” diventano surreali; non ha nessuna remora a essere quello che è.

Da romano come hai vissuto questa guerra secolare tra Roma Nord e Roma Sud?
Per me è un derby interiore: sono di Piramide e vivo a Roma, e mi fanno fare il laziale pariolino. Non ho mai vissuto questa ‘guerra’ come una connotazione geografica, ci sono un sacco di pariolini dell’Eur e tanti coatti di Roma Nord, ha più un valore sociale. Ho fatto il Cavour, un liceo del centro, e sono cresciuto quindi con degli assaggi di ambedue le fazioni; ovviamente è una polarizzazione estrema, la differenza non è così esasperata. Ma la cosa divertente è che chi guarderà la serie potrà ritrovare in se stesso qualcosa di entrambi questi mondi, identificandosi con le caratteristiche dell’una e dell’altra.

Hai lavorato spesso con produzioni internazionali: The Moon and the Stars, Mission: Impossible III, Trust. Cosa hai rubato da questi set? Di cosa invece avresti volentieri fatto a meno?
Della mia esperienza sul set di Trust non butterei via nulla, dal punto di vista del tempo, delle risorse e della voglia di fare è stato super gratificante. Era come muovessi in una piccola città, c’era tantissima gente e almeno tre unità che lavoravano contemporaneamente; ogni volta che si andava a pranzo c’erano sempre delle facce nuove, ma non avvertivi mai la pressione o il giudizio, sembrava di girare un cortometraggio tra amici. Era un sistema gigantesco in cui tutti però erano orientati verso lo stesso obiettivo, tutti remavano nella stessa direzione e nessuno tirava acqua al proprio mulino, come invece può capitare su qualche set italiano.

Il ricordo migliore?
L’incontro con Hilary Swank sul set di Trust. C’è una scena in cui lei recita un monologo struggente, poi il campo cambia e l’inquadratura si sposta su di me: quando mi è toccato entrare in scena lei era fuori campo, ma ha continuato a recitare quel monologo per assicurarsi che potessi avere la giusta reazione. Non dovevo dire nulla, dovevo parlare solo con lo sguardo: è stato pazzesco.

C’è qualcosa che accomuna i personaggi che scegli di interpretare?
Non me lo sono mai chiesto, ma non credo ci sia un tratto comune.  Sono molto eterogenei, mi è capitato di fare di tutto.

Il personaggio a cui sei più legato?
Voglio molto bene al ‘catalitico’ di Boris, a Siddharta, il ruolo con cui ho esordito nel film della Archibugi a quattrodici anni, e al personaggio di Trust, ma in fondo voglio bene un po’ a tutti.

L’albero delle pere di Francesca Archibugi ti portò il Premio Marcello Mastroianni al Festival di Venezia. Come hai visto cambiare in questi anni il cinema italiano?
Difficile dirlo, ma sicuramente ci sono meno soldi e questo condiziona, limita la creatività, e restringe ormai solo ai grandi maestri la libertà di fare i film che vogliono.

Per un giovane attore è più facile oggi trovare la propria occasione e farsi strada?
Oggi si fanno un quarto di film rispetto al passato, ma è vero anche che abbiamo uno strumento in più, il web. È una vetrina importante, se fai qualcosa di divertente e di qualità, girerà tantissimo, si farà strada e arriverà alle persone giuste. Sulla rete non ci sono solo fenomeni da baraccone, si sta sviluppando a mio avviso un linguaggio interessante.
Sei diventato attore per caso…
Sì, non avevo nessuna velleità artistica, avevo 14 anni e volevo solo un motorino. Cercavano un ragazzo moro e riccio, io ero biondino e slavato, alla fine però il mio provino piacque e quindi mi misero una parrucca e feci il film. Da lì è cominciato tutto, e ogni tanto i registi ci cascano.

Ci è cascato anche Ermanno Olmi. Che ricordo hai del set di Torneranno i prati?
Con lui è stato più difficile! Un giorno mentre stavamo girando – noi eravamo in delle trincee e lui ci parlava via radio da un gabbiotto –mi disse: “Stai recitando? Stai facendo finta?”, ma alla fine è andata bene. Ho sempre paura di essere preso perché mi trovano spiritoso. Provo per lui una venerazione e ammirazione infinita, fare un film con pochi dialoghi, fatto di suggestioni e paesaggi, così evocativo e simbolico, è stata una grande sfida; solo dopo averlo conosciuto ho avuto modo di apprezzare completamente il suo mondo e vedere la proiezione della sua personalità nelle scene, nei personaggi dei suoi film è stato un grande privilegio.

Cosa ti ha lasciato?
Il legame indissolubile con la natura, non siamo un individuo, ma un organismo

Il tuo rapporto con il comico? Mi sembra che anche nei tuoi ruoli più drammatici ci sia sempre una nota comica.
Forse ha a che fare con l’abitudine di non prendermi mai molto sul serio per un istinto di protezione. La battuta ti dà sempre la possibilità di stemperare la tensione, è la mia principale fonte di intrattenimento, sono i film che guardo più volentieri; scatenare una risata è per me molto gratificante, mi piace la stand up comedy e adoro la comicità di Jim Carrey, uno di quelli che riesce a far ridere ma ha i mostri dentro.

Chi ti fa ridere oggi?
Maccio Capatonda, lo trovo strepitoso, e Frank Matano.

Che ti ha diretto in Tonno spiaggiato…
In quel caso ho avuto la fortuna devastante di avere un ruolo costruito pensando a me.

La tua passione per la musica?
Da piccolo mio padre mi faceva ascoltare i Beatles e i Rolling Stones, ma nasce perché ne L’albero delle pere suonavo la chitarra e per automaggiarmi me la comprai subito dopo, poi misi su un gruppo con degli amici. È un modo divertente di essere creativi senza un eccessivo impegno, mi piace suonare diversi strumenti, ne suono un sacco… male. Come regalo di compleanno ho ricevuto un pianoforte bellissimo, sarà la mia prossima sfida.

Il regista italiano con cui avresti sempre voluto lavorare?
Mi piace il lavoro che Matteo Garrone fa con gli attori, alza sempre l’asticella, è un regista che si prende la briga di esigere un po’ di più. Sono un fan di Paolo Virzì, adoro la cifra e il tono dei suoi film, il suo umorismo.  Sarebbe bello tornare a lavorare con Emanuele Crialese, se fosse un musicista andrei sicuramente a un suo concerto.

About the author
Elisabetta Bartucca

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