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La Corte, l’amore in pretura

La Corte, l’amore in pretura

Christian Vincent e Fabrice Luchini ci aprono le porte di un tribunale francese per La Corte, film che l’anno scorso si aggiudicò il premio per la migliore sceneggiatura e quello per il miglior attore all’ultimo Festival di Venezia. In sala dal 17 marzo.

4stelle

La vita, la disperazione, la morte e l’amore. Tutto racchiuso nei rigidi comma della procedura penale. Pochi giorni per celebrare un processo, pochi giorni per cambiare il corso di una o più vite. Mentre sulla Laguna comincia a muoversi la macchina che imbastirà il prossimo Festival di Venezia c’è ancora qualche eroe che cerca di riportare in superficie i tesori nascosti tra le sue acque. La Corte, per esempio, ultimo film del francese Christian Vincent, interpretato dal mattatore Fabrice Luchini, che l’anno scorso si portò a casa la Coppa Volpi per il protagonista maschile e il riconoscimento per la miglior sceneggiatura.

E La Corte ci porta in un’aula di tribunale, così lontana dalla grandeur populista a stelle e strisce, dove il giudice di corte d’assise Michel Racine (Luchini) si trova alle prese con un caso drammatico, quello di un uomo accusato di aver ucciso la figlia in fasce, e con un incontro inatteso, quello con la giurata Ditte (la danese Sidse Babett Knudsen).

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Vincent, si è conquistata l’alloro a Venezia componendo un mosaico di grande equilibrio, raccontando l’intreccio giudiziario e amoroso con uno stile scarno e realistico, fatto di tante piccole scene che modellano, una pennellata alla volta, la vita e la psicologia dei personaggi. Un affresco vivido nonostante i tempi costringano a non scendere troppo sotto la superficie, perché la chiave narrativa e stilistica del film è proprio in quel processo, che in sette giorni deve afferrare una verità per sua stessa natura inafferrabile. L’unica soluzione è quella di sposare una prospettiva quasi inedita, quella di chi nei film processuali si limita spesso a battere il martelletto e ad accogliere le obiezioni dei protagonisti, una prospettiva di soluzioni suggerite più che narrate, immersa in una ritualità laica e meccanica che se possibile rende lo scampolo di vita raccontato ne La Corte ancora più nobile e straniante.

In tutto questo emerge come un gigante Fabrice Luchini, protagonista dell’amato Moliere in bicicletta e di tanti altri film, perfetto interprete di un personaggio duplice, costretto tra un’ordinarietà squallida e frustrante e quella toga d’ermellino (L’Hermine del titolo originale) che ne trasfigura l’esistenza, quella Corte dove si nasconde anche un amore che come l’omicidio è raccontato, suggerito e non vissuto.

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Marcello Lembo

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