LOGO
  • ,

    Primo ciak per l’esordio alla regia di Marco Bocci

    Al via le riprese di Erre11, che segna il debutto alla regia di Marco Bocci. Tratto da ‘A Torbella monaca non piove mai’, esordio letterario firmato dallo stesso attore, il film sarà girato interamente nella Capitale e sarà una co-produzione Italia-Spagna, prodotto da Gianluca Curti.
    “Voglio raccontare una periferia vera – fa sapere Bocci – dentro la quale si incrociano tanti personaggi, ognuno col suo percorso, ognuno diverso dall’altro ma indispensabile per il prossimo. Una gabbia dentro la quale vivono e convivono tante umanità, sfiorandosi senza accorgersene, inquinandosi e contaminandosi in quest’era di condivisione estrema”.

    Nel ruolo del protagonista Libero De Rienzo nei panni di Mauro, un ex studente che ha quasi sfiorato la laurea ma ora disoccupato e senza un futuro; ad affiancarlo Andrea Sartoretti, che interpreta suo fratello Romolo, ex galeotto che ha deciso di redimersi e di cambiare strada, ma che per tutti ormai resta un criminale.
    Nel ruolo di Samatha, donna cinica e spezzata dalle insoddisfazioni di una vita, Laura Chiatti. Accanto a loro un reticolo di umanità che tenta ogni giorno di sopravvivere con dignità e ottimismo. “Tanti personaggi, tanti perdenti, tanti sconfitti che però sanno vivere senza abbandonare la speranza, allegri e positivi, come le immagini che li racconteranno – spiega Bocci – la mia narrazione sarà allegra, euforica e al limite del grottesco, con una storia che va dritta al sodo ma si lascia raccontare fluidamente, attraverso un linguaggio che passa dal video clip alla spettacolarizzazione degli eventi fino al realismo dei silenzi e delle frasi non dette. Una storia che non strizza l’occhio alla battuta o alla commedia, ma composta da personaggi che sanno ridere e sanno far ridere”.

    Read more »
  • ,,

    Napoli Film Festival 2018, intervista a Paolo Genovese

    Nella otto giorni di incontri e proiezioni dedicati al cinema nel capoluogo partenopeo, il regista di “Perfetti sconosciuti” e “The Place”, ci regala qualche anticipazione sul suo prossimo film, “Il primo giorno della mia vita”, basato sull’omonimo romanzo scritto dallo stesso Paolo Genovese.

    Una storia fortemente positiva, anche se paradossalmente comincia con un suicidio: quattro persone completamente diverse tra loro scelgono la stessa notte per farla finita, ma un uomo misterioso gli proporrà una settimana di tempo per  farli rinnamorare della vita.

    Read more »
  • ,

    L’uomo che uccise Don Chisciotte: finisce l’incubo, inizia il sogno

    Esce dopo un’attesa ultra ventennale L’uomo che uccise Don Chisciotte, il film maledetto del regista di culto Terry Gilliam. Protagonisti Jonathan Pryce e Adam Driver. In sala dal 27 settembre.

      

    Sedersi sulla poltrona di un cinema e vedere L’uomo che uccise Don Chisciotte è probabilmente già un privilegio. Come sapranno già tutti gli appassionati di cinema la lavorazione dell’ultimo film di Terry Gilliam, regista culto di film come Brazil e Paura e delirio a Las Vegas, è una leggenda nera della settima arte. Iniziata più di venti anni fa la parabola di questo film assunse presto i contorni di una maledizione, tra infortuni sul set, alluvioni, rotoli di pellicola rovinata da rumori di sottofondo e infiniti problemi produttivi di ogni tipo. Abbandonato quindi il cast originale (Jean Rochefort e Johnny Depp) i tentativi di riprendere in mano il progetto si susseguirono negli anni con vari altri attori che venivano scelti per i ruoli principali (Robert Duvall e Ewan McGregor, John Hurt e Jack O’Connell).

    Intanto, lo confessa lo stesso Gilliam, con gli anni l’idea di fondo cambia. “Forse il passare del tempo – ha confessato il regista incontrando la stampa italiana – ha aiutato il film perché mi ha permesso di ripensarlo e di trovare idee migliori”. Prima di tutto ha permesso di trovare altri due ottimi attori, Jonathan Pryce, che fu protagonista di Brazil, capolavoro di Terry Gilliam, nel ruolo di Chisciotte e Adam Driver, attore molto amato dai registi, che dalla scena underground si è ritagliato un ruolo nei nuovi film di Star Wars e ha anche collaborato con  cineasti del calibro di Martin Scorsese, Jim Jarmusch, Noah Baumbach, Spike Lee e Steven Soderbergh.

    “Adam era la persona che cercavo da anni per questo film. Adam non si comporta da star e a dire il vero non si comporta neanche da attore”. Lui incarna il ruolo di Toby, regista di spot con un passato costellato da ambizioni artistiche, che ritorna sui luoghi dove aveva  girato in passato il suo saggio per la scuola di cinema, un film intitolato L’uomo che uccise Don Chisciotte. Lì scopre che il suo protagonista, un ciabattino spagnolo (Pryce) vive nella convinzione di essere il Don Chisciotte di Cervantes e che la sua Dulcinea (Joana Ribeiro) ora è diventata una escort, amante succube di un violento magnate russo.

    Inutile riassumere le vicissitudini che spingeranno Toby ad affiancare  Don Chisciotte in un nuovo viaggio, a comporre una nuova chansonne de geste che lo vedrà rappresentare l’attaccamento terreno, genuino ma anche limitato, della odierna umanità, a fronte di un idealismo, quello rappresentato da Don Chisciotte, che non può che risultare strampalato e alieno, ma non per questo è meno nobile. Ed è in questo passaggio che la sceneggiatura di Gilliam e Tony Grisoni riprende il testo di Miguel de Cervantes e lo rimescola con una sensibilità moderna perché Don Chisciotte, e con lui lo stesso Toby, si scopre vittime di un bullismo perpetrato da una società superficiale e ignorante, e neanche quel buon senso che fa vedere i mulini a vento al posto dei giganti riesce a riscattare un’umanità fallace, la cui prima colpa è quella – sembra dirci il film – di avere scordato i propri ideali.

    “Esiste la fantasia, esiste la realtà. Col mio cinema ho sempre voluto raccontare il modo in cui questi mondi dolorosamente si scontrano”, ha detto Gilliam e questo vale anche per L’Uomo che Uccise Don Chisciotte. Ma come dicevamo prima, se anche l’aurea mitica di un film maledetto non fosse un pretesto sufficiente valga allo spettatore la bella fotografia dell’italiano di Nicola Pecorini che con inquadrature mai banali riesce a ricreare quell’aria di vago surrealismo che pervade le opere di Gilliam e quell’atmosfera stranita e fantastica che sembra riuscire a fare a meno, tranne nei momenti più plateali, di effetti speciali in digitale, usati invero con grande parsimonia.

    Per il resto a spiccare, oltre al piglio registico che già nell’ultimo The Zero Theorem era parso in crescita dopo la prova poco convincente di Parnassus, sono i due protagonisti. Adam Driver, talento così lontano dal canone hollywoodiano, e Jonathan Pryce che riesce a calarsi perfettamente in un ruolo che una volta o l’altra nella vita ogni attore dai capelli bianchi avrà sognato di interpretare. E allora L’Uomo che Uccise Don Chisciotte ci riporta al 1998, quando la carriera di Gilliam, uno dei registi più interessanti della sua generazione, prese una svolta decisamente meno interessante. Forse proprio in virtù di quella maledizione che sembra alla fine si sia dissipata. Oggi però la strada presa è quella giusta, ed è quindi con grande piacere ritrovare lui e ritrovare questo film che per troppo tempo era stato negato ai suoi fan e al pubblico più cinefilo

    Read more »
  • ,

    Un affare di famiglia: affetti da Palma d’oro

    Il maestro giapponese Hirokazu Kore’eda dirige Un affare di famiglia, il dramma che ha conquistato la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. In sala dal 13 settembre.

    C’è una donna anziana sulla spiaggia, guarda la sua famiglia che si diverte sul bagnasciuga e sussurra “grazie”. Non è l’inizio del film, anzi è l’inizio della fine, eppure questo breve passaggio rappresenta forse la chiave di lettura di Un affare di famiglia, ultima fatica di Hirokazu Kore’eda, film vincitore dell’edizione più recente del Festival di Cannes. Maestro del dramma familiare il cineasta giapponese torna in Italia a pochi anni dall’ultimo Ritratto di famiglia con tempesta e lo fa con il tocco delicato che è diventato la firma in calce del suo cinema. Una donna anziana, il rumore della risacca, poche parole sussurrate mentre qualche metro più avanti, sul bagnasciuga, si consuma l’atto finale di una di quelle giornate che riesce difficile non definire perfette.

    Eppure dietro la superficie della normalità si nasconde un viluppo complesso e artificioso di chiara impronta letteraria. Se in Ritratto di famiglia con tempesta Kore’eda sembrava più interessato a intrappolare nel formato di un grande schermo uno scorcio di realtà, nell’ultima prova, così com’era successo per il suo capolavoro Father and son, mette i suoi personaggi e gli spettatori di fronte a un quesito esistenziale fornendo poi una risposta che sembra comune a tutta la sua filmografia. La forza di un vincolo affettivo trascende tutto, i propri difetti, i propri segreti, i propri limiti, anche la forza stessa di un legame di sangue.

    Perché quella di Un affare di famiglia è una famiglia de facto più che de iure. La matriarca, Kirin Kiki, scomparsa proprio in questi giorni, veterana dei film di Kore’eda, è la nonna e vive con le figlie, Aki e Nobuyo (Mayo Matsuoka e Sakura Ando), con il marito di quest’ultima Osamu (Lily Franky, altro attore feticcio di Kore’eda) e con due figli Shota e l’ultima arrivata, letteralmente, Yuri. Risparmiamo le virgolette, ma ogni parentela indicata andrebbe presa col beneficio di inventario perché il film di Kore’eda svela a poco a poco che i suoi protagonisti si sono sostanzialmente adottati a vicenda.

    Nel raccontare i momenti teneri e difficili di una famiglia arrangiata e che si arrangia Kore’eda sfoggia tutta la delicatezza del suo tocco, sia nel ritrarre quegli scampoli di normalità che normalità invero non è, (dalle spese a suon di taccheggio, ai tanti piccoli espedienti che ogni giorno tengono a galla i protagonisti) sia quando il castello di carte cade è c’è da rappresentare il dubbio che si insinua, quando la forza che lega la famiglia viene messa a dura prova. Non raccontiamo la fine ma come nella vita di tutti giorni le vittorie e le sconfitte si alternano lasciando comunque un segno, come il cinema di Kore’eda, che il trono di questo genere, di cui sembra il riconosciuto maestro mondiale, no, proprio non vuole lasciarlo.

    Read more »
  • ,,

    Emanuel Caserio: Dalle occasioni mancate a Il paradiso delle signore 3

    Diventato celebre per aver corteggiato Sabrina Ferilli in "Forever Young", il giovane attore torna alla ribalta con il ruolo di Salvatore Amato nel Il paradiso delle signore 3, la fiction da oggi in onda tutti i giorni su Raiuno in versione daily. L'occasione del riscatto, arrivata in uno dei momenti più delicati della sua vita.

    Read more »
  • ,

    Just Mercy, via alle riprese del film con Jamie Foxx e Brie Larson

    Via alle riprese di Just Mercy. Sono iniziate infatti questa settimana le riprese del nuovo drama targato Warner Bros. Pictures, tratto dal pluripremiato best-seller di Bryan Stevenson. Nel cast del film Michael B. Jordan e i premi Oscar Jamie Foxx e Brie Larson. A dirigere il film è Destin Daniel Cretton (The Glass Castle, Short Term 12).

    Una storia vera potente e stimolante, Just Mercy racconta la storia del giovane avvocato Bryan Stevenson (Jordan) e della sua storica battaglia per la giustizia. Dopo essersi laureato ad Harvard, Bryan avrebbe potuto scegliere di svolgere fin da subito dei lavori redditizi. Al contrario, si dirige in Alabama con l’intento di difendere persone condannate ingiustamente, con il sostegno dell’avvocatessa locale Eva Ansley (Larson). Uno dei suoi primi casi, nonché il più controverso, è quello di Walter McMillian (Foxx), che nel 1987 viene condannato a morte per il famoso omicidio di una ragazza di 18 anni, nonostante la preponderanza di prove che dimostrano la sua innocenza, e il fatto che l’unica testimonianza contro di lui sia quella di un criminale con un movente per mentire. Negli anni che seguono, Bryan si ritroverà in un labirinto di manovre legali e politiche, di razzismo palese e sfacciato, mentre combatte per Walter, e altri come lui, con le probabilità – e il sistema – contro.

    Il film è prodotto dal due volte candidato all’Oscar Gil Netter (La vita di Pi, The Blind Side) e Asher Goldstein (Short Term 12), mentre Mike Drake, Michael B. Jordan, Bryan Stevenson, Gabriel Hammond, Daniel Hammond e Niija Kuykendall sono i produttori esecutivi. Cretton dirige il film da una sceneggiatura che ha scritto insieme a Andrew Lanham (The Glass Castle), basato sul libro di Stevenson ‘Just Mercy: A Story of Justice and Redemption’. Pubblicato nel 2014 da Spiegel & Grau, il libro è stato per 118 settimane nella lista dei best seller del New York Times, e nel complesso è stato nominato uno dei migliori libri dell’anno da numerosi top outlets, tra cui TIMEMagazine. Per il libro, Stevenson ha anche vinto la Andrew Carnegie Medal for Excellence, un NAACP Image Award e il Dayton Literary Peace Prize per la Nonfiction.

    Fanno parte del cast principale anche O’Shea Jackson Jr. (Straight Outta Compton) nei panni di Anthony Ray Hinton, un altro detenuto condannato a morte ingiustamente, la cui causa viene presa in carico da Bryan; Rob Morgan (Mudbound) nei panni di Herbert Richardson, che si trova nel braccio della morte in balia del suo destino, e Tim Blake Nelson (Wormwood) nel ruolo di Ralph Myers, la cui cruciale testimonianza contro Walter McMillian viene messa in discussione.

    Il team creativo che lavora con Cretton dietro le quinte comprende il direttore della fotografia Brett Pawlak, la scenografa Sharon Seymour, il montatore Nat Sanders e il compositore Joel P. West, che hanno tutti precedentemente collaborato con il regista in “The Glass Castle”. Fa parte del gruppo anche la costumista Francine Jamison-Tanchuck . Just Mercy sarà girato quasi interamente nei pressi di Atlanta, in Georgia, con alcune scene anche a Montgomery, in Alabama.
    L’uscita del film è prevista per il 2020.

    Read more »
Back to Top