LOGO adv-468x60
  • ,

    La battaglia dei sessi: Diritti e rovesci

    Emma Stone e Steve Carell portano al cinema La battaglia dei sessi, la celebre partita di tennis fra la giocatrice più famosa dell’epoca, Billie Jean King, e l’ex campione in pensione Bobby Riggs, Dirigono Jonathan Dayton e Valerie Faris, registi di Little Miss Sunshine. In sala dal 20 ottobre.

    Diritti negati e rovesci della fortuna. Una lotta per farsi riconoscere e una per non farsi dimenticare. Qualcuno la definì la “partita di tennis più famosa della storia”. Non lo fu, ma fu a suo modo molto importante. Parliamo de La Battaglia dei Sessi, un match d’esibizione (non l’unico ma di certo il più celebre) giocato tra un uomo e una donna. La tennista più famosa dell’epoca, Billie Jean King, e un ex campione ormai in pensione, Bobby Riggs. Questo piccolo-grande evento mediatico e tutti i temi che ad esso furono indissolubilmente legati sono diventati un piccolo grande film diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, compagni nella vita e sul set e registi dell’ormai classico Little Miss Sunshine. Ad incarnare le due icone in campo, in un piccolo tripudio di trucco e sartoria, sono la premio Oscar in carica, Emma Stone, qui alla sua prima uscita dopo il successo di La La Land, ed il comico Steve Carell.

    La storia, si diceva, è quella della King (Stone), numero uno del tennis all’epoca dei fatti,  impegnata in una doppia battaglia, quella per il riconoscimento della parità salariale delle giocatrici e quella, tutta interiore, per scoprire e far emergere una sua sessualità repressa. E se nella prima troverà l’opposizione dei vertici della federazione (Bill Pullman) nella seconda troverà l’aiuto della parrucchiera Marilyn (Andrea Riseborough). Ma La Battaglia dei sessi è anche la storia di Bobby Riggs, ex campione senza troppo da fare, innamorato di sé stesso, delle scommesse ma anche della sua famiglia che proprio a causa delle scommesse rischia di perdere. Sarà lui a sollevare il polverone della Battaglia dei Sessi, un carrozzone mediatico su cui si incroceranno storie più grandi di lui.

    La sceneggiatura firmata dal Simon Beaufoy di Full Monty e The Millionaire è un dolcetto confezionato, neanche troppo velatamente, per le papille gustative dell’Academy. La rivendicazione della parità salariale è infatti un tema caldo per molte dive del cinema, che hanno denunciato forti disparità di trattamento con i colleghi maschi. E seppure di natura più sinistra lo scandalo Weinstein ha portato sempre più in primo piano la questione femminile a Hollywood. Ma la puntualità non è l’unico pregio di uno script che tratta con grande delicatezza temi importanti, come la genesi di quella che sarà la King paladina dei diritti LGBT, e che riesce a schivare la trappola di un facile manicheismo.  Del resto “viviamo in un mondo polarizzato – ha raccontato Jonathan Dayton presentando il film alla stampa italiana – puntiamo sempre il dito contro il nemico. Quindi noi abbiamo cercato di seguire la filosofia di Billie Jean King, quella di rispettare l’avversario. Alla fine, Billie Jean King e Bobby sono diventati amici e volevamo rappresentare anche questo nel film”.

    E la figura di Billie quindi non si ritaglia solo il ruolo da protagonista ma anche quello da musa.  “È stata coinvolta con noi sin dall’inizio – ha detto l’altra regista Valerie Faris – prima come consulente, poi nel corso dello sviluppo della sceneggiatura, nel montaggio e anche alla promozione del film. Lei è stata un componente fondamentale, è una forza della natura. Le persone la guardano e la trattano con grande rispetto”.

    La sua forza, ma anche le sue fragilità, sono ricreate con perizia sullo schermo, grazie al talento di Emma Stone anche se forse è Steve Carell a rubare spesso la scena, con il suo Bobby Riggs, un concentrato di magnetismo cialtrone, venato a volte della malinconia di un pesce che ha paura di sentirsi fuor d’acqua. La forza del film è quindi nella sua storia, nei suoi interpreti, ma anche nei suoi registi che concentrano la cura dei particolari pure in quella parte che poteva essere la più spinosa, ovvero quando dalle parole del tennis si passa ai fatti del tennis. “Per noi era importante che il gioco del tennis fosse rappresentato nella maniera più corretta. Abbiamo studiato la partita del ’73 fra Billie e Bobby, l’abbiamo studiata e analizzata con cura. Un consulente sul set ci ha aiutato a capire come riprendere il match e gli scambi. Addirittura il vero allenatore di Riggs ha seguito Steve durante la preparazione e si è allenato con lui. Tutto doveva dare l’idea che stessimo assistendo ad un vero match di tennis” Ha spiegato la Faris e Dayton ha aggiunto: “Ogni cosa che vedete nel film è reale, non c’è computer grafica, né palline riprodotte in digitale. Solo tennis”.

    Read more »
  • ,

    It: La paura è un palloncino rosso

    Il romanzo più celebrato di Stephen King arriva per la prima volta al cinema. It, diretto da Andy Muschietti e interpretato da Bill Skarsgård, esordisce in sala dal 19 ottobre.

    Una barchetta di carta che corre su un rigagnolo, un clown nel tombino e un palloncino rosso. L’incubo comincia così, che siano gli anni 50 delle origini o gli anni 80 di questo aggiornamento. È  di It che si parla, il romanzo simbolo dello scrittore più famoso, venduto, adattato e venerato del mondo, Stephen King, che ora diventa un film, dopo essere già stato una miniserie tv nel 1990. A tradurre in immagini il tomo kinghiano è l’argentino Andy Muschietti, che si era fatto notare nel panorama horror con l’inquietante La Madre, del 2013. Al suo servizio una schiera di attori ragazzini, molti alla prima esperienza rilevante, guidati dal pari-età Jaeden Lieberher e dal 27enne svedese Bill Skarsgård, che veste i panni dell’icona grottesca della paura, Pennywise il clown ballerino.

    Prima di tutto una precisazione. Il libro di Stephen King narrava un’epopea divisa in due piani temporali, un passato di bambini, un presente da adulti. Il film di It pesca solo metà del mito, lasciando a un futuro e già annunciato seguito il compito di chiudere il cerchio. Eccoci allora tornare agli anni 80 (non gli anni 50 del romanzo, quindi), dove il giovane Bill (Lieberher) si trova ad affrontare una tragedia personale, la scomparsa del fratellino George, ma anche le angherie di un bullo e le misteriosi visioni da incubo che sembrano tormentare i ragazzini della città di Derry, quasi sempre accompagnate da uno strano e spaventoso clown (Skarsgård). Per fortuna che al suo fianco ci sono i Perdenti, una piccola banda formata dagli amici di sempre e da qualche volto nuovo, tra cui quello dell’amabile Beverly (Sophia Lillis).

    La sceneggiatura firmata da Gary Dauberman, Chase Palmer e da Cary Fukunaga (regista incaricato e poi dimissionario per una questione di divergenze creative) preferisce la luce alle ombre. Una scelta forse propiziata dal successo inaspettato di operazioni nostalgia come la serie televisiva Stranger Things o il Super 8 di J.J. Abrams, ma non per questo meno valida. L’It di Andy Muschietti attinge a piene mani da queste due fonti e ritorna ancora più indietro, al successo di Goonies o al coinvolgente Stand by Me, pellicola firmata da Rob Reiner che riusciva a incanalare l’anima più delicata del bardo del Maine. Stand by Me e questo nuovo It condividono infatti la firma in calce, quella di Stephen King, ma anche il gusto di ricreare il mondo magico della primissima adolescenza, dove il senso dell’amicizia e dell’avventura è più forte anche del male che preme ai bordi, di un mondo cinico e adulto che si nasconde appena dietro la coda dell’occhio.

    Inutile dire che a giovarne di più è il cast di giovanissimi. Sophia Lillis in testa, che con i capelli rossi e il sorriso tutto denti sembra posseduta dallo spirito della Molly Ringwald degli anni 80, icona adolescente di Bella in rosa e dell’indimenticabile Breakfast Club. Ma It non è solo un piccolo romanzo di formazione, come lo era Stand by me, è anche e soprattutto un horror. E si intenda horror vero, non le atmosfere innacquate che avevano avvolto il naufragio in celluloide di un altro sentito progetto kinghiano, la fallimentare Torre Nera. A fugare ogni dubbio ci pensa già la primissima scena, dove la violenza non risparmia neanche il più tenero dei bambini, bersagli di solito tabù in molte produzioni americane. Detto questo ribadiamo però che sono le luci a prevalere sulle ombre, come del resto a fare orrore sono gli uomini più dei mostri, un bullo armato coltello, una madre possessiva e soffocante e un padre-orco. E poi c’è lui, il clown. La scelta di affidare il ruolo a un attore giovane può sembrare di per sé coraggiosa, sebbene altri profili fossero stati vagliati all’inizio, ma forse è più che altro conservativa. Anche perché le miniserie degli anni 90, piuttosto approssimativa nella realizzazione, aveva un solo e unico punto di forza, la sinistra incarnazione del clown messa in scena da Tim Curry, genio trasformista del Rocky Horror Pictures Show, che le leggende hollywoodiane ci dicono tanto compenetrato nel personaggio, da essere costretto a non mischiarsi coi colleghi in pausa pranzo, per evitare i loro sguardi intimiditi.

    E così questo nuovo Pennywise è più fisico e meno chiacchierone. La sua icona forse è un po’ smorzata, forse la storia preferirà ricordare Curry, ma It è una storia corale e se anche Skarsgård non è la prima voce questo non vuol dire che le urla di terrore non si intreccino in un’armonia cinematografica che rende una prima, almeno parziale, giustizia a un romanzo che nella storia della letteratura è più importante di quanto non si creda.

     

    Read more »
  • ,,

    Una donna fantastica: coraggio e determinazione

    Dopo Gloria, Sebastian Lelio porta al cinema Una donna fantastica, storia di Marina e della sua lotta per farsi rispettare come persona. Orso d’argento per la Miglior Sceneggiatura a Berlino 67, arriva in Italia un racconto intenso, scelto dal Cile come suo rappresentante ai prossimi Oscar. In sala dal 19 ottobre.

    Esistere, farsi riconoscere, farsi rispettare. La lotta di Marina, la protagonista di Una donna fantastica, ha questi obiettivi. Sebastian Lelio porta sui nostri schermi, dal prossimo 19 ottobre, un racconto intenso che vuole indagare l’interno e l’esterno della sua protagonista. Il risultato è un personaggio affascinante e complesso, controparte drammatica (se proprio vogliamo fare un paragone) di quella Sabrina “Bree” Osbourne che Felicity Huffman portò al cinema nel 2005 con Transamerica di Duncan Tucker. Ad una Bree così tanto carica da risultare quasi “comica”, ma mai vuota, risponde una Marina ben consapevole della sua identità e fortemente intenzionata a mostrarsi per ciò che è. Di entrambe, però, resta benissimo impressa la convinzione e il coraggio con cui affrontano la realtà.

    Quella raccontata da Una donna Fantastica è la realtà di tutte quelle coppie che ad oggi, in molte parti del mondo, non si vedono riconosciuti i loro diritti. Quando Orlando (Francisco Reyes) muore all’improvviso, Marina (Daniela Vega) non solo viene sospettata, in un primo momento, di omicidio – è una trans e puntare il dito contro chi è “diverso” è una moda fin troppo facile ovunque) -, ma successivamente è vittima di un’ondata di odio da parte della famiglia del suo compagno. Diventa emblematica, quindi, la scena in cui il vento impedisce alla donna di camminare bene per strada: all’aumento della potenza del vento, corrisponde l’aumento della caparbietà di Marina. Nonostante la convenzionalità della scena, la semplicità della metafora usata da Lelio, fa impressione la forza di questo personaggio: Daniela Vega splende in ogni inquadratura ed è proprio grazie alla sua interpretazione che noi spettatori ci rendiamo conto di essere davanti non ad una semplice celebrazione di un personaggio, ma ad un’indagine serrata, che ne mette in luce aspetti positivi e negativi allo stesso tempo. La Vega permette a Lelio di scavare a fondo, di entrare nell’essenza di Marina e così diventa difficile non creare un certo legame empatico tra chi è seduto in sala ad osservare e chi si fa osservare.

    Con la morte di Orlando, la realtà esterna da chiacchiericcio si trasforma in rumore assordante, in violenza psicologica (si veda la scena con il medico legale o quella con l’ex moglie di Orlando) e, purtroppo, in violenza fisica. L’identità fluida di Marina si muove sinuosa tra queste situazioni, cambia colore, aspetto, forza, non ci pensa due volte a fermarsi in una sola condizione e l’invito, seppur troppo esplicito in molte circostanze, è quello di entrare a far parte di questo vertiginoso movimento.

    Read more »
  • ,

    L’uomo di neve: Thriller che si scioglie al sole

    Michael Fassbender, Rebecca Ferguson e il regista Tomas Alfredson portano sullo schermo L’uomo di neve, noir nordico tratto dal bestseller di Jo Nesbø. In sala dal 12 ottobre.

    Un killer più truce del solito, un outsider travestito da detective e sullo sfondo i paesaggi smorti della Scandinavia. L’uomo di neve porta sullo schermo i brividi fisici e metaforici dei romanzi di Jo Nesbø, norvegese di nascita, maestro del thriller nordico insieme allo scomparso Stieg Larsson. Una produzione travagliata, il continuo succedersi di registi e sceneggiatori (tra cui anche Martin Scorsese), ma alla fine l’impresa è ricaduta sulle spalle dello svedese Tomas Alfredson, specialista in adattamenti letterari, da Lasciami entrare fino alla Talpa. Unica certezza in ogni iterazione del film è stato invece Michael Fassbender, che ha accettato di portare sullo schermo Harry Hole, il detective di riferimento di Nesbø, per quello che vorrebbe essere non un episodio isolato ma il primo film di una serie. Al suo fianco è stato poi raccolto un cast di tutto rispetto, dalla Rebecca Ferguson di Mission Impossible a Charlotte Gainsbourg, musa di Lars Von Trier, dal redivivo Val Kilmer al premio Oscar J.K. Simmons.

    L’uomo di neve racconta del detective alcolista e disadattato Harry Hole (Fassbender), spinto da una collega più giovane (Ferguson) a indagare sulla sparizione di alcune donne e su un caso irrisolto del passato, il suicidio di un investigatore (Kilmer), un fitto mistero che potrebbe smascherare il primo serial killer della storia del Norvegia.

    Sono tre gli sceneggiatori citati dai titoli di testa: Peter Straughan (La Talpa), Hossein Amini (Drive) e Søren Sveistrup (autore della serie cult danese The Killing). Tre penne veterane per adattare un bestseller dalle evidenti ascendenze cinematografiche. Eppure è subito chiaro che per L’uomo di neve qualcosa è andato storto. Perché se all’intreccio non mancano gli spunti e qualche colpo di scena, è indubbio che tanti fili narrativi restino orfani di un vero e proprio ordito. A cominciare dal suo protagonista, Harry Hole, che per buona parte del film sembra solo uno spettatore indolente e avvilito, come se l’atmosfera gelida della messa in scena l’avesse intirizzito e depresso. I suoi turbamenti restano distanti dalla mente dello spettatore che lo vede, senza troppo raccapezzarsi, alle prese con una ex che ancora ama (Gainsbourg) e con un figlio non suo, verso cui sente di dover provare un affetto paterno.

    I rapporti labili tra padri e figli sono il tema portante del film, probabilmente la parte migliore, specie quando si riesce ad amalgamarli con più grazia nella trama, come nel caso del personaggio della Ferguson, la detective Katrine Bratt, che ruba inconsapevolmente la scena a Fassbender, più per meriti della sceneggiatura che della pur talentuosa performer. L’attore di Prometheus e 12 Anni Schiavo ce la mette tutta per dare carisma al personaggio e quel poco di buono che si vede sembra tutta farina del suo sacco, ma vale lo stesso discorso della collega. Il personaggio è tanto passivo e apatico che solo il finale giustifica il fatto che ne sia il protagonista. In definitiva L’uomo di neve sembra più un cumulo informe di nevischio che non la scultura ben formata che poteva essere e se la sceneggiatura non aiuta neanche Tomas Alfredson riesce a riscattarlo, affidandosi troppo alle atmosfere norvegesi e al richiamo di un romanzo di successo, lasciando stavolta nel cassetto le qualità che lo avevano fatto notare nei suoi film precedenti.

     

    Read more »
  • ,

    Festa del Cinema 2017: Arriva Stronger

    Si arricchisce il cartellone della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma diretta da Antonio Monda.
    Sarà presentato infatti sabato 28 ottobre un altro titolo celebrato dalla critica internazionale: il nuovo film di David Gordon Green, Stronger, con protagonista Jake Gyllenhaal.
    “Sono molto felice di presentare a Roma Stronger, un inno alla vita e uno splendido film – ha commentato Monda – E sono entusiasta di avere l’opportunità di condurre un Incontro Ravvicinato con Jake Gyllenhaal, che in Stronger ci regala una delle sue più grandi e commoventi interpretazioni”.

    Il regista statunitense porta sul grande schermo la storia vera di Jeff Bauman, un uomo comune la cui vicenda ha appassionato il mondo intero e lo ha reso un simbolo di speranza dopo l’attentato del 2013 durante la maratona di Boston. Il percorso eroico e profondamente personale di Jeff – un vero e proprio tour de force attoriale per  Gyllenhaal – metterà alla prova i legami familiari, definirà l’orgoglio di una comunità e gli darà il coraggio per superare le straordinarie avversità, mentre tenterà di ricostruire la sua vita al fianco della compagna Erin, interpretata dall’attrice canadese Tatiana Maslany.

    Gyllenhaal e Bauman saranno ospiti della Festa del Cinema: il primo sarà protagonista di un Incontro Ravvicinato con il pubblico, nel corso del quale l’attore parlerà della sua carriera, che lo ha visto interpretare ruoli complessi e profondamente diversi fra loro in film come Donnie Darko, I segreti di Brokeback Mountain, End of Watch – Tolleranza zero, Prisoners, Lo sciacallo – Nightcrawler e Animali notturni.

     

    Read more »
  • ,,

    Blade Runner 2049: Molto più di un replicante

    Harrison Ford, Ryan Gosling e il regista Denis Villeneuve tornano nella Los Angeles del futuro per Blade Runner 2049, sequel del cult fantascientifico firmato più di 30 anni fa da Ridley Scott. In sala dal 5 ottobre.

    Macchine volanti che planano tra i palazzi di una metropoli intrisa di pioggia. E i suoi abitanti che sgomitano alla ricerca di un’identità, di un posto nel mondo. Sono passati 35 anni da quel 25 giugno del 1982, giorno in cui esordì Blade Runner, noir fantascientifico diretto da un allora astro nascente di Hollywood, l’inglese Ridley Scott. 35 anni di celebrazioni, di edizioni montate e rimontate (in Italia ne abbiamo viste tre, ma sono almeno 8), anni di pioggia che spazza i marciapiedi sugli schermi televisivi, prima analogici poi digitali, su supporti sempre più moderni, dal vhs al bluray di ultima generazione. Il cinema e il mondo sono andati avanti. Eppure la forza di quella Los Angeles umida e logora è ancora là, a portata di cinema. E già dal titolo Blade Runner 2049 prova a ingannarci, perché vorrebbe farci credere che siano passate tre decadi dall’episodio originale, ma l’unica controprova sembrano le rughe di Harrison Ford, uno che nel giro di due anni si è ritrovato a vestire di nuovo i panni dei suoi eroi più famosi e celebrati. I titoli di coda ci svelano che il regista non è più Scott, ma il canadese Denis Villeneuve. Ora come allora, un astro nascente della new wave hollywoodiana, qui alla sua prova più difficile dopo alcuni exploit molto confortanti, da Prisoners a Sicario fino alla poesia fantascientifica di Arrival. Protagonista assoluto però non è Ford ma Ryan Gosling, alla sua prima prova dopo il boom di La la land. Con lui ci sono la cubana Ana de Armas e il trasformista Jared Leto.

    Per gentile richiesta del regista non sveliamo i dettagli della trama. Basti sapere che un poliziotto di nome K (Gosling) si trova per le mani un caso impossibile, un mistero che potrebbe non essere nulla o potrebbe cambiare tutto.

    Lo script – firmato da uno degli sceneggiatori originali, Hampton Fancher, e dal Michael Green di Logan – non si limita a rimestare la materia di cui erano fatti i sogni nel 1982. Blade Runner 2049 ha il coraggio di allargare il campo, di non rinnovare quel gioco di guardie e ladri che solo l’estro registico di uno Scott ai massimi livelli aveva trasformato in un capolavoro di suggestioni. Oggi il mondo di Rick Deckard arriva in sala appesantito dalla tara di uno strascico di devozione che risale fino al secolo scorso. Pensare di affrontarlo con la stessa leggerezza degli esordi sarebbe stato insensato e il film avrebbe finito per cadere nel tritacarne del responso popolare. La storia di Blade Runner 2049 è più matura, come più maturi sono anche i personaggi principali, tutti alla ricerca di una loro identità, in segno di omaggio all’autore originario, quel Philip K. Dick che aveva riempito di dubbi le pagine della sua fantascienza, un genere spesso ammalato di positivismo. Che si tratti di uomini, di androidi, di intelligenze artificiali, di messia veri e presunti, di personaggi e anche solo di spettatori, è indifferente.

    Rick Deckard, l’agente K e tutti gli altri sono anime inquiete che si agitano in un mondo-purgatorio, una città disegnata a china. Cinquanta sfumature di grigio cupo, dove le uniche chiazze di colore sono i neon virtuali di mille pubblicità ingannevoli. Un futuro a due passi dalla distopia, inchiodato sulla pellicola dall’obiettivo magico di Roger Deakins, che riesce difficile non immaginare tra qualche mese sul palco degli Oscar con in mano una statuetta d’oro. È lui il primo alleato di Denis Villeneuve in questa magnum opus dove anche gli stacchi tra una scena e l’altra, (lunghe sequenze di viaggio su scenari cupi, quasi cartoline di un futuro disastro) sono una gioia per gli occhi. E per le orecchie, pure, grazie alla colonna sonora firmata da Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, che suggerisce le note sintetiche dello storico tema di Vangelis senza per forza cadere nella tentazione di un facile citazionismo.

    In America si dibatte se sia Ford a strappare la scena a Gosling o viceversa. Se siano gli sguardi smarriti dell’attore di La la land, quello rabbioso di Ford, la dolcezza artificiale di Ana de Armas, o il messianismo alieno di Jared Leto a catturare lo sguardo dello spettatore. Il protagonista della vicenda artistica è solo uno, però. Denis Villeneuve che riesce nell’impresa titanica di dare una propria voce a un sequel, di trasformare in pietra miliare quello che voleva essere solo un semplice revival. E nella solitudine dei numeri due, nel grande dibattito che mette alla berlina il valore artistico dei secondi capitoli, Il Padrino parte II potrebbe aver trovato un nuovo grande alleato. E in fondo la magia di Hollywood è anche questa. Quella di dare non solo dignità, ma anche un pizzico di magia, a un’idea che aveva probabilmente un solo e unico scopo, quello di far riempire un po’ di tasche.

    Read more »
  • ,

    120 battiti al minuto: la militanza, quella vera

    Dopo aver vinto il Gran Prix al Festival di Cannes ed essere stato selezionato come rappresentante della Francia per la nomination ai prossimi Oscar, 120 battiti al minuto di Robin Campillo arriva nelle sale italiane dal 5 ottobre.

    Cosa fai nella vita?
    Faccio il sieropositivo…tutto qui!“.
    Lottare: intorno a questo verbo, Robin Campillo costruisce le 2 ore e 20 di 120 battiti al minuto, Grand Prix allo scorso Cannes che dal 5 ottobre arriva nelle sale del nostro Paese. La pellicola di Campillo, sua terza prova da regista, mette in scena non solo la lotta nei confronti della malattia, ma anche quella di chi, malato, è stufo delle prese in giro del potere, delle promesse non mantenute e di chi vuole fare fortuna sulla vita delle persone.
    Nata nel 1989, due anni dopo l’omonima associazione di New York, Act-Up Paris raccoglie questa lotta, scende in piazza, lancia sangue finto su politici, dirigenti di case farmaceutiche, polizia: 120 battiti al minuto trasuda militanza, la stessa che Campillo ha vissuto unendosi all’associazione a fine anni ’80. Da subito la regia ci porta all’interno della sala in cui è in corso una riunione del gruppo. Lunga la sequenza iniziale, utile per mostrarci davvero il senso della parola “militanza” e per farci respirare un’aria che, oggi, pochi di noi vivono realmente. Menti diverse in comunione tra loro per attuare un piano preciso: combattere la morte e chi fa affari su di essa. Perché le vite di un gay, di una prostituta, di un carcerato, di un tossicodipendente, non valgono meno di quella di una persona “normale” (banale a dirsi oggi? Ne siamo sicuri?).

    120 battiti al minuto, che fa riferimento alla frequenza della musica house e dance, simbolo degli anni Novanta, unisce il pubblico e il privato mostrandoci le azioni di Act-Up Paris a l’incontro tra due suoi membri: Sean e Nathan. Sieropositivi, si cercano, si trovano e si amano: in questo modo rispondono alla morte, con la vita. Una vita fatta non solo di balli scatenati in discoteca, ma di militanza, appunto. Lottare contro l’AIDS è un lavoro a tempo pieno, non ci si può fermare, e farlo con altri non può che rendere ancora più incisiva questa battaglia. Contro il silenzio che porta alla morte, il bellissimo rumore di chi ama la vita e vuole garantirla agli altri: “Je veux que tu vives” (Voglio che tu viva).

    Chiamato a rappresentare la Francia alla corsa per la candidatura al Miglior Film Straniero ai prossimi Oscar, questo è un film troppo importante da lasciarsi sfuggire. Nella sua lunga durata non mancano momenti di debolezza (soprattutto formale che di scrittura), ma è da sottolineare come Campillo, aiutato dalle intense prove attoriali del suo cast, riesca a mettere in scena un momento cruciale della battaglia contro l’AIDS, senza scadere nel nostalgico, e a mostrare il dolore in un movimento che va dal microscopico al macro: dalla cellula infettata alla sofferenza degli ultimi giorni. Lungo ed estenuante il finale: siamo chiamati a soffrire con Sean e Nathan, siamo chiamati, ancora una volta, a far parte di queste battaglie e di questa enorme famiglia. A cui tutti dobbiamo molto.

    Read more »
  • ,

    Festa del Cinema di Roma 2017: Hostiles è il film d’apertura

    Sarà Hostiles di Scott Cooper il film di apertura della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (26 ottobre – 5 novembre 2017). Ad annunciarlo il direttore artistico Antonio Monda che dichiara: “Sono entusiasta di poter inaugurare la dodicesima edizione della Festa del Cinema con Hostiles – ha detto – È un western dalla struttura epica, che parla con profondità di temi eterni, quali la violenza, il male che alligna nel cuore dell’uomo, ma anche la libertà e la possibilità di rinascita: un film importante e coraggioso, ispirato alla tradizione cinematografica di John Ford e a quella letteraria di Cormac McCarthy. Potente e commovente, Hostiles è radicato nella migliore tradizione del cinema americano: un viaggio all’interno del cuore selvaggio del grande paese e delle nostre anime, in cerca della redenzione. Magnificamente diretto da Scott Cooper e straordinariamente interpretato da Christian Bale e Rosamund Pike, ha tutte le qualità per diventare un classico del western e del cinema”.

    Il quarto lungometraggio del regista di Crazy Heart, Out of the Furnace e Black Mass, è un western drammatico e non convenzionale che esplora, con straordinaria intensità, uno dei temi più frequenti e complessi affrontati dal genere: il rapporto con i nativi americani.
    Ambientato nel 1892, il film segue il viaggio di un capitano dell’esercito che scorta un vecchio capo Cheyenne e la sua famiglia fino alla terra natia nel Montana. Nel ruolo dei protagonisti, Christian Bale, che torna a lavorare con Cooper dopo la collaborazione in Out of the Furnace, l’attrice britannica Rosamund Pike e Wes Studi.
    In Italia il film arriverà in sala per Notorious Pictures.

     

     

    Read more »
Back to Top