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    Atomica Bionda: spie a Berlino

    La fisicità conturbante di Charlize Theron, la Berlino del 1989, spionaggio e action: gli ingredienti di Atomica Bionda in sala dal 17 agosto. David Leitch porta al cinema la graphic novel The Coldest City, di Antony Johnston e Sam Hart.

    Dopo aver collaborato con Chad Stahelski per il primo capitolo delle avventure di John Wick, David Leitch approda da solista sul grande schermo con le sensuali movenze di Charlize Theron in Atomica Bionda, pellicola action in sala dal prossimo 17 agosto. The Coldest City, questo il titolo della graphic novel da cui la pellicola prende le mosse, è la Berlino sul finire della Guerra Fredda, pochi giorni prima la caduta di quel muro che ha condannato l’Occidente per gli orrori commessi.
    Lorraine Broughton, agente dell’MI6 inglese, viene inviata nella futura capitale della Germania unita per collaborare con David Percival (James McAvoy) così da smantellare un’organizzazione di spionaggio che ha appena ucciso un agente sotto copertura. La collaborazione tra Lorraine e David si muove tra reciproche diffidenze: tutti sono nemici di tutti nella pellicola di Leitch, che riporta in auge quell’immaginario classico delle spy story, fatto di sotterfugi e di colpi di scena che solo il personaggio conosce.

    Con l’obiettivo tutt’altro che velato di intrattenere il suo pubblico, Atomica Bionda non va oltre quella esasperata ricerca dell’effetto di cui ogni scena sembra essere pregna. Proprio per questo motivo, la pellicola di Leitch in più occasioni si perde per strada e lascia spazio ad una eccessiva confusione (soprattutto se ci si distrae per qualche secondo). Lì dove Leitch, però, colleziona momenti memorabili, sono le scene puramente action. E, d’altra parte, non ci saremmo aspettati diversamente da chi per lungo tempo, prima di finire dietro la macchina da presa, ha lavorato come stuntman per film come Blade, Ocean’s Eleven, Matrix, 300.

    Su tutte, quella che spicca non solo per la perfezione tecnica con cui è stata realizzata, ma anche interessante da un punto di vista narrativo e di costruzione del personaggio, il lungo piano sequenza ambientato tra i pianerottoli di un palazzo. La Theron domina lo schermo – non solo qui, sia chiaro – con la sua conturbante fisicità: i suoi gesti, le sue espressioni, le sue movenze sono il punto nevralgico di una pellicola che, se avesse affidato ad un altro volto quel ruolo, non sarebbe rimasta ben impressa.

    Come la Berlino che mette in scena, Atomica Bionda è pericolosamente in bilico sul baratro della confusione. La matassa messa in piedi da Leitch indubbiamente ha un certo impatto nel suo spettatore a livello sonoro e visivo, ma il resto – tre quarti di film – resta notevolmente sottotono.

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    Venezia 74.: Arrivano John Woo e Andrea Segre

    Tre nuovi titoli, presentati in anteprima mondiale, entrano nel cartellone della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (30 agosto – 9 settembre). I tre film che completano il programma sono:

    Zhuibu (Manhunt), è l’atteso ritorno di John Woo al thriller poliziesco che lo ha reso famoso con The Killer e Hardboiled. Remake contemporaneo di un classico giapponese del genere, è la storia di un uomo cinese incastrato per omicidio in Giappone, che tenta di riabilitare il suo nome mentre deve sfuggire alla caccia della polizia giapponese e agli attacchi di misteriosi killer. John Woo (A Better Tomorrow, Face/Off – Due facce di un assassino) ha ricevuto a Venezia il Leone d’oro alla carriera nel 2010. Il film verrà presentato Fuori Concorso.

    L’ordine delle cose di Andrea Segre (Io sono Li, La prima neve) racconta la storia di Corrado, poliziotto di una task force specializzata nella gestione del sistema di controllo dei flussi migratori. Corrado riceve il compito di coordinare una delicata missione in Libia e lì incontra Swada, una donna somala che sta cercando di raggiungere il marito in Finlandia. Il film verrà presentato in Proiezioni speciali.
     
    L’Enigma di Jean Rouch a Torino – Cronaca di un film raté di Marco di Castri, Paolo Favaro, Daniele Pianciola è un documentario che racconta la storia di quello che fu un vero “laboratorio d’idee”, e la nascita del film che ne è derivato: Enigma. Il documentario ricostruisce i due anni che intercorsero tra l’arrivo di Jean Rouch e la conclusione del progetto, attraverso la voce dei suoi protagonisti in dialogo con un materiale straordinario: oltre 20 ore di making of. Il film sarà presentato all’interno della sezione competitiva Venezia Classici – Documentari.

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    Detroit di Kathryn Bigelow alla Festa del Cinema di Roma 2017

    Antonio Monda mette a segno un altro colpo e porta alla  dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (26 ottobre – 5 novembre 2017) il nuovo attesissimo film di Kathryn Bigelow, Detroit.

    Cinque anni dopo Zero Dark Thirty e nove dopo The Hurt Locker, il film che le valse il premio Oscar per la miglior regia (prima e unica donna ad averlo ottenuto in questa categoria), Kathryn Bigelow torna dietro la macchina da presa per firmare un’opera di straordinaria intensità: Detroit rievoca infatti uno dei più tragici e sanguinosi episodi della storia statunitense, la sommossa che ha attraversato le strade della metropoli americana esattamente cinquant’anni fa, fra il 23 e il 27 luglio 1967.

    “Un nuovo film straordinario di una grandissima regista – ha commentato Monda – Un’opera potente e magistrale che riesce a rimanere asciutta senza cadere nella trappola del film denuncia, pur raccontando agghiaccianti episodi del passato che evocano, drammaticamente, fatti di tragica attualità. È un grande onore presentare un film di questa qualità alla Festa del Cinema”.

    Il film, scritto dal premio Oscar Mark Boal, alla terza collaborazione con Bigelow, ospita nel cast, fra gli altri, John Boyega (Star Wars: Il risveglio della Forza), Will Poulter (The Revenant), Jacob Latimore (Collateral Beauty), Jack Reynor (Transformer 4) e Hannah Murray (Game of Thrones).

    IL TRAILER

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    La Torre Nera: L’epica sullo sfondo

    Idris Elba e Matthew McConaughey ci portano ai piedi de La Torre Nera, una delle più affascinanti invenzioni del re del brivido, Stephen King. Dirige il danese Nikolaj Arcel. In sala dal 10 agosto. 

    La Torre Nera dieci anni dopo. Tanto c’è voluto per trasformare in realtà cinematografica il progetto narrativo più ambizioso dello scrittore più letto del mondo, Stephen King, una saga in sette romanzi che spazia in scioltezza dal western al fantasy, dalla fantascienza all’horror. A spuntarla alla roulette dei registi è stato il danese Nikolaj Arcel (Royal Affair), ma prima di lui avevano puntato e perso mostri sacri come Ron Howard e J.J. Abrams. Stesso discorso per il fronte protagonisti. Dopo essere stato accostato a Russell Crowe e Javier Bardem il ruolo dell’iconico pistolero Roland è andato a Idris Elba, mentre quello del cattivissimo uomo in nero è toccato al divo Matthew McConaughey.

    La storia è quella di Jake Chambers (Tom Taylor), ragazzino di New York tormentato da incubi e visioni apocalittiche. Al centro di tali visioni è l’enigmatica Torre Nera, un edificio che incarna le forze del bene, l’equilibrio dell’universo, e che si trova sotto attacco ad opera delle armate dell’Uomo in nero (McConaughey). Unica speranza per l’umanità è rappresentata dalle pistole infallibili del misterioso Roland (Elba), che però è concentrato più su una vendetta personale che non nella missione della vita.

    Dieci anni di lavorazione vuol dire un processo di riscrittura continua dello script. In termini empirici questo si traduce in una corposa lista di sceneggiatori a cui va accreditato il film. Dal premio Oscar Akiva Goldsman, che per primo seguì la stesura ai tempi in cui era Ron Howard il regista prescelto, passando per Jeff Pinkner (The Amazing Spider-Man 2), per il danese Anders Thomas Jensen e per lo stesso regista, che fu il primo ad adattare Uomini che odiano le donne, il celebre thriller di Stieg Larsson. In termini narrativi invece il risultato è un prevedibile stravolgimento della trama imbastita da King che non esitava a mescolare viaggi nel tempo, cavalieri, maghi, cowboy, in un intruglio weird che non poteva che spaventare il mondo del cinema, sempre restio a mescolare i generi. E così La Torre Nera, che nelle intenzioni dichiarate dei produttori vorrebbe essere il primo film di un franchise, prende poco e nulla dal primo libro della serie firmata dallo scrittore del Maine e preferisce inoltrarsi in un sentiero inedito ma non particolarmente avventuroso, smussando gli spigoli narrativi e finendo per edulcorare un po’ le atmosfere cupe, pre e post apocalittiche della serie.

    Tradotto in immagini dalla regia di Arcel, che evita i fronzoli ma non produce particolari trovate, e sostenuto da un budget probabilmente non all’altezza (60 milioni di dollari a fronte degli oltre 100 del più economico cinecomics) il vivido immaginario de La Torre Nera finisce così per affiorare solo a tratti nelle menti e nei cuori degli spettatori. E questo nonostante il film non sia piagato da evidenti errori tecnici e le scelte di casting risultino alquanto azzeccate. Matthew McConaughey è probabilmente il centro magnetico del film, con il suo Uomo in nero che esteticamente richiama una rock star a metà tra Elvis Presley e Robert Smith dei Cure, e che resta impresso perché incarna una malvagità distratta, una violenza quasi casuale. Idris Elba resta un po’ indietro, vuoi perché il film, che dura poco più di un’ora e mezzo, sembra voler lasciare in cantina i particolari più interessanti del suo personaggio, vuoi perché il pistolero di Stephen King era l’archetipo dell’eroe western, crudo, militaresco e non particolarmente espressivo. Eppure Elba ha una gravitas naturale che lavora a suo favore e anche quando l’atmosfera s’ammorbidisce, quando c’è da dare un pizzico di umanità al personaggio, si fa trovare pronto. Bene anche il giovane Tom Taylor, un po’ protagonista, un po’ spalla, l’unico altro personaggio a staccarsi dalla quinta del palcoscenico e a prendere un po’ di forma.

    E a rifletterci forse è proprio questa la crepa che rischia di far crollare la struttura de La Torre Nera. Sono davvero pochi gli elementi che si staccano dallo sfondo, a cominciare dai personaggi femminili che latitano, ma non solo. Anche a voler considerare questo film come un prologo delle avventure a venire la forza epica, di cui pure si percepisce un’eco, viene ingabbiata e attenuata. E a non conoscere l’opera originale verrebbe da pensare che il grande respiro che ci si aspetta da una saga tanto corposa sia in realtà un fiato decisamente corto. Probabilmente non è così ed eventuali seguiti potrebbero chiarire l’equivoco, ma in attesa di notizie da Hollywood La Torre Nera in versione cinematografica si limita a questo, un film corto e neanche troppo spiacevole ma che non lascia davvero il segno.

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    Addio a Jeanne Moreau

    Ci lascia a 89 anni l’icona più spregiudicata e irriverente del cinema francese. Jeanne Moreau si è spenta nella notte nella sua casa di Parigi; a darne l’annuncio l’agente dell’attrice.
    Louis Malle disse di lei: “La più essenziale qualità della Moreau è la sua capacità di essere quasi brutta e, dopo dieci secondi, di girarsi ed essere incredibilmente bella. In ogni caso Moreau è sempre se stessa“, mentre Orson Welles la definì “la più grande attrice del mondo”.
    Enorme talento, figlia di una ballerina inglese e di un albergatore d’oltralpe, Jeanne Moreau nacque a Parigi il 23 gennaio 1928 e mosse i suoi primi passi nella Comedie Française, dopo essersi iscritta di nascosto ai corsi di recitazioni tenuti da Denis d’Inès (debuttò in teatro, ad Avignone, nel 1947).
    Imprevedibile e instabile, sempre desiderosa di libertà, rescisse il contratto di quattro anni con la Comedie, per tornare a fare teatro per conto suo e iniziare il suo formidabile percorso cinematografico.
    Le sue prime apparizioni sono in thriller di serie B, i Grisbi movie con Jean Gabin, ma l’incontro con Malle fu essenziale per la sua notorietà e per diventare l’attrice più scandalosa di Francia, con film come Ascensore per il patibolo e Gli Amanti, ruoli forti e scabrosi che la trasformano in un sex symbol internazionale.
    Nel 1960 ottiene la Palma d’Oro come migliore attrice per Moderato cantabile di Peter Brook, ma non si monta la testa e ai salotti vip preferisce la frequentazione di intellettuali e scrittori (suoi grandi amici sono stati Jean Cocteau, Jean Genet, la coppia Henry Miller e Anais Nin e l’adorata Marguerite Duras). Avvezza a qualsiasi eccesso, ha iniziato con le mille sigarette che le hanno reso la voce arrochita e inconfondibile e l’alcol, un problema serio, curato solo recentemente con grande difficoltà.

    L’incontro con François Truffaut è fondamentale: il regista francese le regala il suo ruolo più bello, quello di Catherine in Jules e Jim. I primi anni Sessanta sono i migliori di Mademoiselle Moreau, con l’interpretazione di Lidia in La notte di Michelangelo Antonioni, cui seguono Eva di Joseph Losey, Il Processo di Orson Welles e Il diario di una cameriera di Luis Bunuel, una sequela di capolavori che farebbe impallidire chiunque. Malle la dirige accanto a Brigitte Bardot in Viva Maria!, un film che nel 1965 fu un successo commerciale.
    La vita sentimentale di Jeanne Moreau è stata molto movimentata e libera da pregiudizi o etichette: a parte due matrimoni subito liquidati (l’ultimo, con il regista William Friedkin, durato solo due anni), alcuni dei suoi amori furono Malle, Lee Marvin, Pierre Cardin e Tony Richardson, da cui Vanessa Redgrave chiese il divorzio per flagrante adulterio con la scandalosa bruna del cinema internazionale. La Moreau è stata la sola attrice a presiedere, a tutt’oggi, due volte la giuria del Festival di Cannes (nel 1975 e nel 1995), ha vinto un Leone d’Oro alla carriera nel 1992, è stata la prima donna a entrare nella Academy des Beaux.-Arts e nel 1998 ha ricevuto dalle mani della sua più cara amica degli ultimi anni, Sharon Stone, il premio alla carriera dell’American Academy of Motion Pictures.
    In un tripudio di riconoscimenti fu nominata anche ai Razzie Awards nel 1984, per la più brutta canzone dell’anno, ‘Young and Joyful Bandit’ in Querelle de Brest di Fassbinder. Ha anche coprodotto dei film, come accadde per Jules e Jim, che rischiava di non essere finito per mancanza di danaro, ma consapevole dell’importanza della pellicola, l’attrice diede a Truffaut tutti i risparmi accumulati fino a quel momento.

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    Venezia 74: Ecco il programma del festival

    Si rammarica di non essere riuscito a portare al Lido il nuovo film di Richard Linklater che invece aprirà il New York Film Festival e il western di Scott Copper con Christian Bale che finirà in anteprima internazionale a Toronto. Ma Alberto Barbera, direttore della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, è profondamente soddisfatto del programma della 74esima edizione annunciato nel corso della abituale conferenza stampa romana e che si presenta subito con una novità: la Venice Virtual Reality, nuovissima sezione dedicata al virtuale, un campo “frequentato da molti autori e cineasti curiosi di sperimentare le potenzialità delle nuove tecnologie”.

    Parole di elogio poi per un cinema italiano ritrovato: “Per la prima volta dopo tanti anni devo ricredermi su quanto detto del cinema italiano: i film italiani questa volta saranno tanti e di alta qualità. A eccezione di Paolo Virzì in concorso con il suo primo film in lingua inglese, ci saranno molti giovani cineasti ed esordi incoraggianti capaci di uscire dagli schemi collaudati, di inseguire nuovi modelli e di misurarsi con un cinema internazionale. Per la prima volta non avremo a che fare né con la solita commedia né con il cinema d’autore autoreferenziale; è il segno di una piccola nouvelle vague in corso, di un ricambio generazionale che invochiamo da anni. Non siamo alla ricerca di capolavori, ma di novità, di ciò che di nuovo questo cinema ha da proporre”.

    Tra concorso e sezioni collaterali la squadra tricolore svela infatti un nutrito parterre di titoli: quattro i film in gara da Amore e Malavita dei Manetti Bros, musical napoletano sulla camorra, a Hannah di Andrea Pallaoro, film con un’unica attrice in scena, Charlotte Rampling, Una famiglia di Sebastiano Riso sull’utero in affitto e The Leisure Seeker di Virzì. Fuori concorso ritroveremo Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini e Diva! Di Francesco Patierno, mentre nella sezione Orizzonti arrivano il già annunciato film di apertura Nico di Susanna Nicchiarelli,  La gatta cenerentola, animazione di Alessandro Rak (che al Lido nel 2013 aveva esordito con L’arte della felicità in Settimana della critica), la parabola surreale e grottesca di Brutti e cattivi di Cosmo Gomez e La vita in comune di Edoardo Winspeare, commedia apparentemente surreale ma fortemente realistica e radicata nel territorio salentino.

    Gli italiani divideranno la corsa con molti dei film americani rivelati dalle indiscrezioni dei giorni scorsi: Downsize di Alexander Payne che aprirà il festival; Suburbicon di George Clooney, basato su una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen qui riammodernata e rimaneggiata in chiave fortemente politica; The Shape of Water di Guillermo Del Toro, “il più bel film di Del Toro a metà tra ‘Il mostro della laguna nera’ e ‘La Bella e la Bestia’”; l’attesissimo e misterioso Mother! di Darren Aronofsky; Abdul Karim; Mekab, my love – Canto uno di Abdellatif Kechiche, primo capitolo di una probabile trilogia.

    Fuori concorso Vittoria e Abdul di Stephen Frears, che racconta la storia vera di un’amicizia inaspettata, quella tra la Regina Vittoria e un commesso viaggiatore, First Reformed di Paul Schrader, Loving Pablo di Fernando Léon de Aranoa con Penelope Cruz e Javier Bardem, due titoli Netflix: la miniserie Wormwood di Errol Morris e il già annunicato film con Jane Fonda e Robert Redford Our Souls at Night di Ritesh Batra. Il red carpet farà scintille: confermati quasi tutti gli interpreti e i registi da Guglielmo Del Toro a George Clooney, Matt Damon, Sienna Miller, Vince Vaughn, Penelope Cruz, Javier Bardem, Jennifer Lawrence, Helen Mirren.

     

     

    CONCORSO
    Human Flow di Ai Weiwei
    Mother! di Darren Aronofski
    Suburbicon di George Clooney
    The Shape of Water di Guillermo Del Toro
    L’Insulte di Ziad Doueri
    Mektoub, My Love: Canto uno di Abdellatif Kechiche
    La villa di Robert Guédiguian
    The Third Murder di Hirokazu Kore-eda
    Jusqu’à La Garde di Xavier Legrand
    Lean On Pete di Andrew Haigh
    Foxtrot di Samuel Maoz
    Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
    Hannah di Andrea Pallaoro
    Angels Wear White di Vivian Qu
    Amore e malavita dei Manetti Bros.
    First Reformed di Paul Schrader
    Sweet Country di Warwick Thornton
    The Leisure Seeker di Paolo Virzì
    Una Famiglia di Sebastiano Riso
    Ex Libris  The New York Public Library di Frederick Wiseman

    FUORI CONCORSO
    Eventi speciali
    Casa d’altri di Gianni Amelio (cortometraggio)
    Michael Jackson’s Thriller 3D di John Landis
    Making of Michael Jackson’s Thriller di Jerrry Kramer

    Film
    Our Souls at Night (Netflix) di Ritesh Batra
    Il signor Rotpeter di Antonietta De Lillo
    Vittoria e Abdul di Stephen Frears
    La Mélodie di Rachid Hami
    Outrage Coda di Takeshi Kitano (film di chiusura)
    Loving Pablo di Fernando Léon de Aranoa
    Zama di Lucrecia Martel
    Wormwood (Miniserie Netflix) di Errol Morris
    La Fidèle di Michael R. Roskam
    Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini
    Brawl in Cell Block 99 di Craig Zahler
    Diva! di Francesco Patierno

    Documentari
    Cuba and the Cameraman di Jon Alpert
    My Generation di David Batty
    Piazza Vittorio di Abel Ferrara
    The Devil and Father Amorth di William Friedkin
    This Is Congo di Daniel McCabe
    Ryuichi Sakamoto: Coda di Stephen Nomura Schible
    Jim & Andy: The great beyond. The story of Jim Carrey, Andy Kaufman and Tony Clifton di Chris Smith
    Happy Winter di Giovanni Totaro

    ORIZZONTI
    Nico 1988 di Susanna Nicchiarelli
    Disappearance di Ali Asgari
    Espèces Menacées di Gilles Bourdos
    Les Bienheureux di Sofia Djama
    The Rape of Recy Taylor di Nancy Buirsky
    Caniba di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel
    Marvin di Anne Fontaine
    Invisible di Pablo Giorgelli
    Brutti e cattivi di Cosimo Gomez
    The Cousin di Tzahi Grad
    The Testament di Amichai Greenberg
    La Nuit Ou J’ai Nagé di Damien Manivel e Igarashi Kohei
    No Date, No Signature di Vahid Jalilvand
    Los versos del olvido di Alireza Khatami
    Krieg di Rick Ostermann
    West of Sunshine di Jason Raftopoulos
    Gatta Cenerentola di Alessandro Rak
    Under the Tree di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson
    La vita comune di Edoardo Winspeare

    CINEMA NEL GIARDINO
    Suburra  La serie (primi due episodi)
    Manuel di Dario Albertini
    Controfigura di Ra Di Martino
    Woodshock di Kate e Laura Mulleavy
    Tuers di Francois Troukens e Jean-Francois Hensgens
    Nato a Casal Di Principe di Bruno Oliviero

    VENICE VIRTUAL REALITY
    Melita di Nicolás Alcalá
    La Camera Insabbiata di Laurie Anderson
    The Last Goodbye di Gabo Arora
    My Name Is Peter Stillman di Lysander Ashton, Leo Warner
    Alice, The Virtual Reality Play di Mathias Chelebourg
    Arden’s Wake (Expanded) di Eugene Yk Chung
    Greenland Melting di Nonny De La Peña
    Dongducheon (Bloodless) di Gina Kim
    Nothing Happens di Uri Kranot, Michelle Kranot
    Shi Meng Lao Ren (The Dream Collector) By Mi Li
    Snatch Vr Heist Experience di Rafael Pavón, Nicolás Alcalá
    Nefertiti di Richard Mills, Kim-Leigh Pontin
    Proxima di Mathieu Pradat
    Chuang (In The Pictures) di Qing Shao
    Dispatch di Edward Robles
    The Argos File di Josema Roig
    Gomorra Vr – We Own The Streets di Enrico Rosati
    Draw Me Close, Chapters 1-2 di Jordan Tannahill
    Jia Zai Lanre Si (The Deserted) di Tsai Ming-Liang
    I Saw The Future di François Vautier
    Hver Sin Stilhed (Separate Silences) di David Wedel
    Free Whale di Zhang Peibin

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    32. Settimana Internazionale della Critica: Il programma

    Dalle parti della SIC il cinema non è in crisi. E’ il motto della trentaduesima edizione della Settimana Internazionale della Critica, seziona autonoma e parallela organizzata nell’ambito della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica che svela  i suoi sette film in programma e “si presenta – ma non era un progetto, un’intenzione – come una proposta fortemente al femminile. Una messa in discussione del tradizionale monopolio maschile nei confronti dei mezzi di produzione”, fa notare il delegato generale Giona Nazzaro.

     

     

     

     

    Qui tutti i film in programma

    Concorso
    Il cratere di Luca Bellino, Silvia Luzi
    Drift di Helena Wittmann
    Les garçons sauvages di Bertrand Mandico
    Körfez di Emre Yeksan / Turchia
    Sarah joue un loup garou di Katharina Wyss
    Team Hurricane di Annika Berg
    Temporada de caza di Natalia Garagiola

    Eventi speciali fuori concorso
    Veleno di Diego Olivares (Film di chiusura)
    Pin Cushion di Deborah Haywood (Film di apertura)

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    Prima di domani: Sisifo e la bulla

    La regista Ry Russo-Young porta sul grande schermo il romanzo di Lauren Oliver, E finalmente ti dirò addio. Zoey Deutch è la protagonista di Prima di domani, thriller adolescenziale che punta in alto, ma non conquista completamente. In sala dal 19 luglio.

    E se il destino decidesse di punire il bullo facendogli rivivere l’ultimo giorno della sua giovane vita in un loop temporale, fino a che non capisce cosa deve cambiare? Partendo dal romanzo di Lauren OliverE finalmente ti dirò addio, la regista Ry Russo-Young porta nelle nostre sale Prima di domani, thriller adolescenziale con Zoey Deutch (Tutti vogliono qualcosaProprio Lui?Nonno scatenato) protagonista assoluta.
    Sam gode di tanta popolarità a scuola, è circondata da amiche carissime, il suo ragazzo è uno dei più “fichi” della scuola, ha regolarissimi scontri con la sua famiglia. Tutto nella norma, insomma, per questa adolescente americana, se non fosse che Sam e le sue amiche Lindsay, Ally ed Elody sono le bulle della scuola: le ragazze inarrivabili a cui tutto è concesso, anche prendersi gioco di chi vuole vivere la sua vita in maniera diversa dalla loro.

    Così è facile non tifare per le quattro protagoniste della Russo-Young tanto che anche da parte della regista non c’è quella certa vicinanza empatica che, di solito, si ritrova in un teen movie. Ciò che si apprezza di questo film è il modo con cui la regista racconta l’amicizia, inserendolo in un contesto torbido, ai limiti del dark, dove il vuoto e il futile sono i motori principali delle azioni delle quattro ragazze. Quelle azioni che le portano ad essere sì le più popolari, ma anche le più crudeli.
    Ricorrendo al mito di Sisifo e alla teoria del butterfly effect, Russo-Young punisce la sua bulla, facendo rivivere a Sam il suo ultimo giorno, in un loop temporale che si trasforma in una fonte di frustrazione per la giovane ragazza. Almeno fino a quando Sam non capisce cosa deve fare per farlo cessare: cambiare se stessa e i suoi atteggiamenti, scoprire le storie che stanno dietro altre vite, capire dove risiedono i veri sentimenti. Dal vuoto al pieno, dal superficiale al profondo.

    Alla Russo-Young si apriva un vasto territorio da poter esplorare, soprattutto viste le premesse (Sisifo e la Teoria del Caos), ma la strada scelta è popolata da eccessivi cliché, già ampiamente trattati in altro genere di prodotto (si pensi a Thirteen di Netflix), tanto che la sensazione di avere di fronte qualcosa di già visto non tarda ad arrivare. Come detto, ciò che alza i toni e permette alla pellicola di farsi apprezzare è l’aver voluto – letteralmente – mostrare il lato oscuro dell’adolescenza (sia a livello formale, con le luci e i colori freddi, con il paesaggio invernale, con la recitazione, sia a livello di sostanza). Ciò che delude è la grande dose di prevedibilità del racconto e le decisioni prese per portarlo al cinema.
    Dal ritmo altalenante (che quando sembra aver trovato la giusta carica, rallenta in maniera brusca) e con una scrittura che ha proprio l’obiettivo di stuzzicare lo spettatore attraverso rivelazioni improvvise spacciate come arguti colpi di scena, a Prima di domani manca quel tanto di personalità in più necessario per poter apprezzare pienamente l’opera nella sua interezza. Un messaggio che aspetta il monologo finale per dominare le scene, quando, in realtà, è stato preponderante anche nei 95 minuti precedenti.

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    Venezia 74.: Orizzonti, apre “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli

    Sarà Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli (Cosmonauta, La scoperta dell’alba) il film di apertura della sezione Orizzonti della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (30 agosto – 9 settembre 2017). Il film sarà proiettato in prima mondiale nel pomeriggio del primo giorno di apertura della Mostra, mercoledì 30 agosto.
    “Questa è la storia di Nico dopo Nico. Di lei di solito si parla solo in funzione degli uomini con cui è stata da giovane: Brian Jones, Jim Morrison, Bob Dylan, Alain Delon, Iggy Pop. – ha dichiarato la regista, che torna al Lido dopo il suo esordio con Cosmonauta nel 2009Una volta in un’intervista lessi che ‘a 34 anni Nico era una donna finita’Falso. Dopo l’esperienza con i Velvet Underground Nico diventa una grande musicista. Ho voluto raccontare la sua parabola al contrario: la perdita del consenso e il cambiamento della sua immagine, hanno significato la conquista della libertà”.

    Ambientato tra Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, tra la campagna polacca e il litorale romano, Nico, 1988 è un road-movie dedicato agli ultimi anni di Christa Päffgen, in arte Nico, musa di Andy Warhol, cantante dei Velvet Underground e donna dalla bellezza leggendaria, che vivrà una seconda vita quando inizierà la sua carriera da solista. La sua musica è tra le più originali degli anni ‘70 e ‘80 ed ha influenzato tutta la produzione musicale successiva. La “sacerdotessa delle tenebre”, così veniva chiamata, ritrova veramente se stessa dopo i quarant’anni, quando si libera del peso della sua bellezza e riesce a ricostruire un rapporto con il suo unico figlio dimenticato. Nico, 1988 racconta dei suoi ultimi tour  in giro per l’Europa degli anni ‘80, è la storia di una rinascita, di un’artista, di una madre, di una donna oltre la sua icona.
    Ad interpretarla  Trine Dyrholm (Orso d’argento per la migliore attrice a Berlino nel 2016) – nata come cantante e poi attrice feticcio di Susanne Bier e Thomas Vinterberg.

     

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