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    Napoli Film Festival 2018, intervista a Paolo Genovese

    Nella otto giorni di incontri e proiezioni dedicati al cinema nel capoluogo partenopeo, il regista di “Perfetti sconosciuti” e “The Place”, ci regala qualche anticipazione sul suo prossimo film, “Il primo giorno della mia vita”, basato sull’omonimo romanzo scritto dallo stesso Paolo Genovese.

    Una storia fortemente positiva, anche se paradossalmente comincia con un suicidio: quattro persone completamente diverse tra loro scelgono la stessa notte per farla finita, ma un uomo misterioso gli proporrà una settimana di tempo per  farli rinnamorare della vita.

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    Emanuel Caserio: Dalle occasioni mancate a Il paradiso delle signore 3

    Diventato celebre per aver corteggiato Sabrina Ferilli in "Forever Young", il giovane attore torna alla ribalta con il ruolo di Salvatore Amato nel Il paradiso delle signore 3, la fiction da oggi in onda tutti i giorni su Raiuno in versione daily. L'occasione del riscatto, arrivata in uno dei momenti più delicati della sua vita.

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    David Nicholls presenta Patrick Melrose: “Così ho ‘fatto a pezzi’ il romanzo di Edward St. Aubyn ”

    Se nel romanzo “Un giorno” la giornata da cui tutto partiva era una, quella del 15 luglio 1988, in Patrick Melrose i giorni da raccontare per lo scrittore inglese David Nicholls, sceneggiatore e creatore della serie,  sono diventati cinque e sono quelli della travagliata vita dell’omonimo protagonista, Patrick Melrose. Ispirata al ciclo di romanzi di Edward St. Aubyn e diretta da Edward Berger, la serie che andrà in onda dal 9 luglio su Sky Atlantic è composta da cinque episodi; ciascuno seguirà da vicino le vicende di Patrick (Benedict Cumberbatch),  un tossicodipendente della Londra bene, che combatte i mostri di una violenza subìta da piccolo e tenuta nascosta. Accanto a Cumberbatch, anche Hugo Weaving, il terribile e temibile padre, e Jennifer Jason Leigh, la madre assente di Patrick. Ecco cosa ci ha raccontato Nicholls alla presentazione della serie alla stampa a Milano.

    Com’è stato da scrittore lavorare sul materiale di un collega? Durante la scrittura della sceneggiatura si è confrontato con Edward St. Aubyn?
    È difficile avere a che fare con il lavoro di qualcun altro, specialmente se è uno scrittore che apprezzi. Quando ho cominciato, ho incontrato i produttori e gli ho subito detto cosa avrei voluto introdurre di nuovo nella serie. Poi ho incontrato Edward a pranzo ed è stato molto disponibile. Quando ci siamo salutati mi ha detto che potevo chiamarlo in qualsiasi momento oppure non sentirlo per tutto il tempo del mio lavoro sulla sceneggiatura. Dipendeva da me. Alla fine ho deciso di non contattarlo e così è stato per cinque anni. Penso sia stata la scelta migliore: adattare un romanzo per la televisione è un po’ “fare a pezzi” il libro. E credo non sia facile per uno scrittore vedere la propria creatura cambiare. Quando ci siamo rivisti, però, Edward era contento del risultato. Gli attori invece, soprattutto Benedict Cumberbatch, ma anche Hugo Weaving e Jennifer Jason Leigh, hanno voluto incontrare St. Aubyn per lavorare meglio sui loro personaggi.

    C’è molta crudeltà in questa serie, soprattutto la crudeltà dello stare da soli. Cos’è la crudeltà per lei?
    Il nostro mondo conosce la crudeltà in varie forme. Per me però, nel mio lavoro di scrittore, la crudeltà in sé non è interessante se presa da sola. In una storia di redenzione come questa invece diventa essenziale per il racconto e va esplorata. Nelle cinque ore di questa serie per esempio, ha sul presente delle ripercussioni che affondano le proprie radici in eventi di trenta anni prima. Quindi in questo caso la crudeltà ha motivo di esistere.

    C’è secondo lei un legame tra crudeltà e il benessere economico di una classe sociale che si sta moralmente disintegrando?
    Certamente. Una cosa che mi sento di dire però è che compassione e crudeltà coesistono in tutte le classi sociali, anche in quella benestante. Sicuramente però nel background di Patrick Melrose alcuni aspetti tipici della sua classe sociale emergono maggiormente: c’è molta falsità, ad esempio. E anche nei libri da cui è tratta la serie emerge forte la satira intorno a quel mondo.

    La miniserie è composta da cinque episodi, ognuno tratto da un romanzo. La affascina l’idea di raccontare la storia dei suoi personaggi attraverso un numero limitato di eventi?
    Sì, per me una narrazione del genere è molto più affascinante. Volutamente, tra un episodio e l’altro non spieghiamo nulla allo spettatore: ci sono dei buchi temporali. Penso che sia più interessante per chi guarda mettere da solo insieme i pezzi di questo puzzle. Per complicare le cose, l’arco temporale della serie non è fisso: si passa da un giorno, a due e poi a quattro anni dopo. Credo che sia una narrazione più coinvolgente.

    La serie affronta il tema di una violenza terribile. Da autore quali responsabilità ha dovuto affrontare nel per raccontarla a un pubblico televisivo?
    Da subito sono stato consapevole della responsabilità e della sensibilità che avrei dovuto usare per descrivere queste scene, prima di tutto perché sarebbero state girate con persone vere che, pur essendo attori, avrebbero comunque vissuto una condizione di disagio. E poi c’era anche il problema di quanto far vedere al pubblico. Alla fine, nella serie le scene violente sono meno esplicite rispetto ai romanzi: ho pensato che non ci fosse il bisogno di far vedere per far capire. Abbiamo usato immagini, suoni che evocassero quella violenza, come ad esempio un gecko sulle pareti, delle porte che si chiudono. Sono felice di essere riuscito a dare il giusto peso a queste scene senza usare immagini crude.

    C’è chi dice che una grande sceneggiatura sia resa tale dalla presenza di un grande cattivo. Questa serie TV un grande cattivo ce l’ha ed è interpretato da Hugo Weaving, che impersona il padre di Patrick. Com’è stato portare sul piccolo schermo David Melrose?
    È difficile rispondere alla domanda senza spoilerare. Prima di tutto nella serie abbiamo ribaltato l’ordine temporale dei primi due romanzi. David Melrose, a parte qualche apparizione nel primo episodio, compare in tutta la sua personalità veramente solo dalla seconda puntata in poi. È un uomo vizioso, riprovevole, ma allo stesso tempo attraente, verso il quale c’è addirittura qualche tentativo di perdono. C’è una frase nell’ultimo episodio che ritengo molto significativa: ‘A volte le persone che odiamo di più sono quelle che dobbiamo capire di più’ e questo è un po’ il tema di tutta la serie.

    di Ana Maria Fella

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    Figari Film Fest 2018, Premio Bracco a Giacomo Ferrara

    È stato il suo anno. Dal cinema con Il permesso e Guardo in alto alla consacrazione definitiva con SuburraLa serie dove interpreta Spadino. Al Figari Film Fest (in programma a Olbia dal 19 al 24 giugno) Giacomo Ferrara arriva, prendendosi una brevissima pausa dal set della seconda stagione della serie Netflix, per ritirare un meritatissimo Premio Bracco per il miglior giovane attore dell’anno, che nelle scorse edizioni era andato a Alessandro Borghi, Stefano Fresi, Salvatore Esposito e Tea Falco.  Sul palco a consegnargli il premio una vulcanica Francesca Chillemi, un concentrato di autoironia e arguzia, anche lei in vacanza per qualche giorno dalle riprese della quinta stagione di Che Dio ci aiuti e impegnata nella divertentissima web serie con Diana Del Bufalo.

    Il successo dice Ferrara, non gli ha cambiato la vita: “Faccio le stesse cose di prima, anche gli amici sono quelli di sempre con qualche new entry ovviamente”. Bocca cucita sulla nuova stagione, top secret anche i tempi di lavorazione. Intanto si gode i risultati di “un anno impegnativo e pieno di emozioni, in cui ho lavorato tanto su tre ruoli diversi tutti da protagonista, in un momento in cui c’è una grandissima competizione da parte dei miei coetanei. Il cinema italiano sta vivendo un bellissimo periodo, con nuovi autori e artisti che hanno qualcosa da raccontare”.
    Il dopo Suburra? Per ora non ci pensa: “Vivo il presente, vado sul set e faccio il mio lavoro”. Ma la voglia di misurarsi con nuovi ruoli è tanta e palpabile: “Non c’è un personaggio a cui tengo in modo particolare, in questo momento li farei tutti. Non vedo l’ora ad esempio di tornare a teatro per affrontare i testi classici”. E  chi gli chiede quale sia un suo pregio, risponde: “La determinazione. A otto anni ho deciso che avrei voluto fare l’attore e che a diciotto sarei venuto a Roma per studiare. E così è stato”.

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    Io sono tempesta: Daniele Luchetti, “Il cinema italiano? Periodo fertile, ma mancano gli autori”

     

    Daniele Luchetti torna alla regia con un’altra storia, Io sono tempesta, che guarda da vicino alla nostra realtà, con sguardo lucido ma mai indagatore, e con un interprete gigantesco, Marco Giallini.

     

    Io Sono Tempesta vince soprattutto per l’alchimia fra i due protagonisti e per uno straordinario Marco Giallini: hai pensato subito a loro?
    Ho fatto tanti provini, la cosa più saggia da fare è vedere gli attori all’opera, fargli leggere il copione e cercare di immaginarseli nei panni dei personaggi. Il primo a essere scelto è stato Elio, aveva fatto un provino per entrambi i personaggi e ho pensato che mi sarebbe piaciuto fargli fare il povero perché sembrava il personaggio de La nostra vita, caduto dal benessere alla povertà, ma anche dal film drammatico al comico, e questa cosa mi è sembrata divertente. Il secondo provino, è stato quello con Marco: ha aggiunto un tono di galante simpatia ad un personaggio che è insopportabile. Numa infatti in mano ad un attore meno simpatico, meno affabile, sarebbe stato francamente bidimensionale.

    Hai cominciato con film intensi e fortemente politici, come Il portaborse e Arriva la bufera; poi, pur rimanendo nell’attualità, hai virato verso la commedia diventando paradossalmente più incisivo, con un messaggio politico in senso lato.
    Sì, c’è sicuramente una visione del contemporaneo e del paese al centro del mio cinema: un paese in crescita dal punto di vista artistico come in Anni Felici o in crisi dal punto di vista politico come in Mio fratello è figlio unico, ma la politica c’è sempre, anche in quest’ultimo, forse ancora di più. Per quanto riguarda il tono, invece, è un discorso istintivo e solo in parte ragionato. Io sono tempesta è nato da un mio preciso intento: fare un film disimpegnato, quasi “di Natale” senza risvolti socio-politici. Ogni scelta fatta, ogni attore, ogni inquadratura, ogni battuta poi vanno naturalmente, senza che tu lo voglia, verso le cose che sai fare, verso le cose che ti interessano, e in questo modo l’autore interferisce con la materia che vuole trattare, magari anche senza volerlo, come è stato per me. Come se alla fine fossimo su un binario che non conosciamo, ma a qualsiasi stazione saliamo la destinazione è sempre la stessa.
    Poi da un punto di vista più razionale certe volte quando fai un discorso politico e di denuncia, e usi la commedia, capisci meglio e fai capire meglio, penso che il problema del nostro cinema politico sia stato quello di essere un cinema ideologico. Io uso questa definizione: il cinema ideologico è il cinema che ti mostra una tesi, che vuole dichiarare da che parte sta. Invece penso che il narratore debba trovare una situazione più ambigua, lo spettatore deve sentirsi più sballottato fra punti di vista differenti, deve avere lui la responsabilità di decidere da che parte stare, lui deve trarre le conclusioni. I film che finiscono con un cattivo dichiarato o un buono che vince hanno potenzialità maggiori dal punto di vista degli incassi, ma trovo che diano allo spettatore un ruolo meno problematico e coinvolto.

    In parecchi tuoi film si intravede una nota autobiografica: con Kim Rossi Stuart hai praticamente messo su schermo la tua vita…
    Sì, in Anni Felici c’era molto di autobiografico, sui miei genitori soprattutto.

    Penso a tutti i tuoi personaggi e agli attori che li hanno interpretati: come lavori con loro? Metti qualcosa di te o li lasci liberi di riempirli con la propria emotività?
    No, no, li lascio completamente liberi… di fare quello che voglio io! Scherzo, ma lo dico sempre anche agli attori: voglio che stiano dalla parte del personaggio, sempre. Quando ad esempio avevamo iniziato con Elio Germano a lavorare su Mio fratello è figlio unico, pensavo di aver sbagliato attore. Prendeva tutte le scene in malo modo, non era efficace. Poi gli ho chiesto: “Ma tu stai giudicando questo personaggio?”, e lui mi ha risposto: “Sì, lo sto giudicando perché è uno stronzo, e io lo devo massacrare…”. Gli ho detto quindi che così non andava, doveva provare a stare dalla sua parte. Ma non ce la faceva proprio, era più forte di lui. Poi però ci ha messo un attimo, al primo tentativo, a capire che era molto meglio stare dalla parte del personaggio. È un atteggiamento che per me era molto istintivo, ma all’inizio non lo sapevo: quando ad esempio ho fatto Il Portaborse, non avevo capito che il personaggio di Nanni stava diventando migliore del personaggio buono, ma l’ho fatto istintivamente. Diciamo che adesso lo faccio in modo più consapevole.

    Del cinema italiano si parla tantissimo: se un film va bene si dice sia rinato, se invece va male il cinema è morto. Da addetto ai lavori, quale pensi sia lo stato del cinema italiano? La sala resta sempre un’esperienza unica?
    Ho l’impressione che questo sia un momento molto fertile, in cui però abbiamo troppi pochi scrittori, troppi pochi attori, forse pochi registi pure, per soddisfare la richiesta che il mercato ha, soprattutto di televisione. Si prospetta un momento di rinascita anche attraverso la nuova serialità, quella di qualità, e secondo me sarà obbligatorio andare a cercare anche nel cinema per quel tipo di competenze adatte a quelle produzioni. Un’altra cosa con cui bisogna fare i conti necessariamente, è che i film non si misurano più con il successo al botteghino; ce ne sono alcuni che hanno vita lunga attraverso internet, prima c’era l’home-video, adesso ci sono le varie piattaforme, lo streaming, cioè uno sfruttamento talmente più ampio che non ha proprio senso dire che un film ha incassato poco al botteghino, perché ormai un’opera ha molteplici vite che ne allungano l’esistenza in definitiva. Un film che ha fatto poco in sala magari saprà lasciare comunque il segno.

    Il tuo cinema è stato paragonato a quello di De Sica e Ken Loach ed è attualmente materia di studio nelle università straniere. Ma pensi arriverà mai il momento in cui anche in Italia il cinema arriverà sui banchi di scuola?
    È una proposta che noi dei Centoautori portiamo avanti da anni: in Francia è una cosa già partita, è una materia molto importante. Attraverso il cinema si capiscono molte cose, come ad esempio la storia: ma non per vedere semplicemente i film storici, ma attraverso un film degli anni ’60 non capiamo solo come si viveva in quei tempi, ma anche quali erano i desideri di quelle persone, e quindi quale era la loro visione del mondo, quali erano i loro pensieri e quindi capiamo il vero senso di quel periodo. E capiamo a fondo la psicologia di un paese intero: è uno strumento d’apprendimento senza precedenti, perché al contrario ad esempio della letteratura il cinema fa le stesse cose ma operando a più livelli, in modo molto più interessante. Oltretutto, apprendere il linguaggio ti fa capire quando qualcuno sta imbrogliando: perché la televisione può manipolare la tua opinione e le tue parole, può ribaltare attraverso l’esposizione delle notizie anche l’opinione politica di un paese intero. E da questa possibile manipolazione passa anche la cultura dello spettatore.

    di GianLorenzo Franzì

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