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Deadpool: il super-anti-eroe

Deadpool: il super-anti-eroe

Il super mercenario sboccato e sanguinario di casa Marvel è al centro di un film in solitaria con protagonista assoluto Ryan Reynolds. In sala dal 18 febbraio.

3stelle

Via il mantello, bastano la tutina rossa, la maschera, le armi e un campionario di battute di quelle che sarebbe meglio non dire a un ballo delle debuttanti o alla riunione del country club. Il successo di Deadpool è tutto qui, un successo prima fumettistico e ora cinematografico, grazie agli sforzi di Ryan Reynolds che torna a interpretare il personaggio per la seconda volta con l’intento dichiarato di far dimenticare la prima. Correva l’anno 2009 quando nel film X-Men: le origini – Wolverine, un giovane Reynolds faceva la sua comparsa interpretando il mercenario Wade Wilson. Niente costume, niente battute sboccate, i fan rimasero delusi, Reynolds in primis. Sette anni dopo l’attore di Buried  porta in scena una versione più fedele del personaggio, grazie al contributo di un regista esordiente, Tim Miller, e di due sceneggiatori di culto, Paul Wernick e Rhett Reese, già autori di Benvenuti a Zombieland.

Stavolta però Wolverine non è di scena. E la storia ci racconta di Wade il mercenario che un giorno trova inaspettatamente l’amore di Vanessa (la Morena Baccarin di serie come Homeland e Gotham). Peccato però che a rovinare l’idillio arrivi prima una malattia, poi i super poteri, un paio di spietati villain (l’inglese Ed Skrein e la lottatrice Gina Carano) e due X-Men giusto per ricordarsi che l’universo narrativo è quello popolato da Hugh Jackman e soci.

La sceneggiatura di Wernick e Reese trova subito il giusto mood e fa sfoggio di una personalità che gli script di colleghi ben più famosi di Deadpool possono solo sognare. L’elemento fondante – ci mancherebbe – è l’azione. Ma a restare nella memoria alla fine è altro. Prima di tutto la parlantina del protagonista, che sfonda i confini dello schermo per relazionarsi direttamente con lo spettatore. Battute che mettono alla berlina molti degli schemi fissi del cinema dei supereroi, dalla reticenza a uccidere alla scena dopo i titoli di coda, che non risparmiano gli altri film degli X-Men e i fiaschi passati di Reynolds (da Lanterna Verde alla precedente apparizione di Deadpool), e che ricreano in pieno lo spirito di quel personaggio ideato nel 1991 dallo sceneggiatore Fabian Nicieza e dal disegnatore Rob Liefield. Per quel che riguarda i dialoghi la vena è quella volgare, ritmata, a tratti irresistibile del Kevin Smith di Clerks, giusto per non scomodare Quentin Tarantino. Dal canto suo Miller ci mette tante soluzioni estrose a cominciare dalla sequenza dei titoli iniziali, passando per un utilizzo spiazzante di classici della musica pop, e ha il merito di lasciare il giusto spazio a un Reynolds in palla come non mai.

Deadpool luccica, più di quanto non ci si aspetterebbe, ma non sempre è oro, perché non sempre l’estro registico e le trovate di sceneggiatura riescono a compensare un budget che non vale un terzo di quello a disposizione dei colleghi, anche i meno famosi. E il doppiaggio italiano a volte non aiuta. Complici un paio di battute sugli accenti di alcuni personaggi, si finisce spesso per caricare quegli accenti con una disinvoltura forse eccessiva e un po’ grottesca. Quella di Deadpool resta comunque un’esperienza positiva, che piacerà a un pubblico giovane e affamato di cinismo, poco soddisfatto dagli eroi bollati come parrucconi o edulcorati dal trattamento Disney. Perché Deadpool, nonostante in Italia non ci sia nessun divieto, è rivolto a un pubblico più maturo cosa che in patria non gli ha impedito di registrare all’incasso numeri da record.

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Marcello Lembo

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