LOGO
  • ,

    L’uomo che uccise Don Chisciotte: finisce l’incubo, inizia il sogno

    Esce dopo un’attesa ultra ventennale L’uomo che uccise Don Chisciotte, il film maledetto del regista di culto Terry Gilliam. Protagonisti Jonathan Pryce e Adam Driver. In sala dal 27 settembre.

      

    Sedersi sulla poltrona di un cinema e vedere L’uomo che uccise Don Chisciotte è probabilmente già un privilegio. Come sapranno già tutti gli appassionati di cinema la lavorazione dell’ultimo film di Terry Gilliam, regista culto di film come Brazil e Paura e delirio a Las Vegas, è una leggenda nera della settima arte. Iniziata più di venti anni fa la parabola di questo film assunse presto i contorni di una maledizione, tra infortuni sul set, alluvioni, rotoli di pellicola rovinata da rumori di sottofondo e infiniti problemi produttivi di ogni tipo. Abbandonato quindi il cast originale (Jean Rochefort e Johnny Depp) i tentativi di riprendere in mano il progetto si susseguirono negli anni con vari altri attori che venivano scelti per i ruoli principali (Robert Duvall e Ewan McGregor, John Hurt e Jack O’Connell).

    Intanto, lo confessa lo stesso Gilliam, con gli anni l’idea di fondo cambia. “Forse il passare del tempo – ha confessato il regista incontrando la stampa italiana – ha aiutato il film perché mi ha permesso di ripensarlo e di trovare idee migliori”. Prima di tutto ha permesso di trovare altri due ottimi attori, Jonathan Pryce, che fu protagonista di Brazil, capolavoro di Terry Gilliam, nel ruolo di Chisciotte e Adam Driver, attore molto amato dai registi, che dalla scena underground si è ritagliato un ruolo nei nuovi film di Star Wars e ha anche collaborato con  cineasti del calibro di Martin Scorsese, Jim Jarmusch, Noah Baumbach, Spike Lee e Steven Soderbergh.

    “Adam era la persona che cercavo da anni per questo film. Adam non si comporta da star e a dire il vero non si comporta neanche da attore”. Lui incarna il ruolo di Toby, regista di spot con un passato costellato da ambizioni artistiche, che ritorna sui luoghi dove aveva  girato in passato il suo saggio per la scuola di cinema, un film intitolato L’uomo che uccise Don Chisciotte. Lì scopre che il suo protagonista, un ciabattino spagnolo (Pryce) vive nella convinzione di essere il Don Chisciotte di Cervantes e che la sua Dulcinea (Joana Ribeiro) ora è diventata una escort, amante succube di un violento magnate russo.

    Inutile riassumere le vicissitudini che spingeranno Toby ad affiancare  Don Chisciotte in un nuovo viaggio, a comporre una nuova chansonne de geste che lo vedrà rappresentare l’attaccamento terreno, genuino ma anche limitato, della odierna umanità, a fronte di un idealismo, quello rappresentato da Don Chisciotte, che non può che risultare strampalato e alieno, ma non per questo è meno nobile. Ed è in questo passaggio che la sceneggiatura di Gilliam e Tony Grisoni riprende il testo di Miguel de Cervantes e lo rimescola con una sensibilità moderna perché Don Chisciotte, e con lui lo stesso Toby, si scopre vittime di un bullismo perpetrato da una società superficiale e ignorante, e neanche quel buon senso che fa vedere i mulini a vento al posto dei giganti riesce a riscattare un’umanità fallace, la cui prima colpa è quella – sembra dirci il film – di avere scordato i propri ideali.

    “Esiste la fantasia, esiste la realtà. Col mio cinema ho sempre voluto raccontare il modo in cui questi mondi dolorosamente si scontrano”, ha detto Gilliam e questo vale anche per L’Uomo che Uccise Don Chisciotte. Ma come dicevamo prima, se anche l’aurea mitica di un film maledetto non fosse un pretesto sufficiente valga allo spettatore la bella fotografia dell’italiano di Nicola Pecorini che con inquadrature mai banali riesce a ricreare quell’aria di vago surrealismo che pervade le opere di Gilliam e quell’atmosfera stranita e fantastica che sembra riuscire a fare a meno, tranne nei momenti più plateali, di effetti speciali in digitale, usati invero con grande parsimonia.

    Per il resto a spiccare, oltre al piglio registico che già nell’ultimo The Zero Theorem era parso in crescita dopo la prova poco convincente di Parnassus, sono i due protagonisti. Adam Driver, talento così lontano dal canone hollywoodiano, e Jonathan Pryce che riesce a calarsi perfettamente in un ruolo che una volta o l’altra nella vita ogni attore dai capelli bianchi avrà sognato di interpretare. E allora L’Uomo che Uccise Don Chisciotte ci riporta al 1998, quando la carriera di Gilliam, uno dei registi più interessanti della sua generazione, prese una svolta decisamente meno interessante. Forse proprio in virtù di quella maledizione che sembra alla fine si sia dissipata. Oggi però la strada presa è quella giusta, ed è quindi con grande piacere ritrovare lui e ritrovare questo film che per troppo tempo era stato negato ai suoi fan e al pubblico più cinefilo

    Read more »
  • ,

    Un affare di famiglia: affetti da Palma d’oro

    Il maestro giapponese Hirokazu Kore’eda dirige Un affare di famiglia, il dramma che ha conquistato la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. In sala dal 13 settembre.

    C’è una donna anziana sulla spiaggia, guarda la sua famiglia che si diverte sul bagnasciuga e sussurra “grazie”. Non è l’inizio del film, anzi è l’inizio della fine, eppure questo breve passaggio rappresenta forse la chiave di lettura di Un affare di famiglia, ultima fatica di Hirokazu Kore’eda, film vincitore dell’edizione più recente del Festival di Cannes. Maestro del dramma familiare il cineasta giapponese torna in Italia a pochi anni dall’ultimo Ritratto di famiglia con tempesta e lo fa con il tocco delicato che è diventato la firma in calce del suo cinema. Una donna anziana, il rumore della risacca, poche parole sussurrate mentre qualche metro più avanti, sul bagnasciuga, si consuma l’atto finale di una di quelle giornate che riesce difficile non definire perfette.

    Eppure dietro la superficie della normalità si nasconde un viluppo complesso e artificioso di chiara impronta letteraria. Se in Ritratto di famiglia con tempesta Kore’eda sembrava più interessato a intrappolare nel formato di un grande schermo uno scorcio di realtà, nell’ultima prova, così com’era successo per il suo capolavoro Father and son, mette i suoi personaggi e gli spettatori di fronte a un quesito esistenziale fornendo poi una risposta che sembra comune a tutta la sua filmografia. La forza di un vincolo affettivo trascende tutto, i propri difetti, i propri segreti, i propri limiti, anche la forza stessa di un legame di sangue.

    Perché quella di Un affare di famiglia è una famiglia de facto più che de iure. La matriarca, Kirin Kiki, scomparsa proprio in questi giorni, veterana dei film di Kore’eda, è la nonna e vive con le figlie, Aki e Nobuyo (Mayo Matsuoka e Sakura Ando), con il marito di quest’ultima Osamu (Lily Franky, altro attore feticcio di Kore’eda) e con due figli Shota e l’ultima arrivata, letteralmente, Yuri. Risparmiamo le virgolette, ma ogni parentela indicata andrebbe presa col beneficio di inventario perché il film di Kore’eda svela a poco a poco che i suoi protagonisti si sono sostanzialmente adottati a vicenda.

    Nel raccontare i momenti teneri e difficili di una famiglia arrangiata e che si arrangia Kore’eda sfoggia tutta la delicatezza del suo tocco, sia nel ritrarre quegli scampoli di normalità che normalità invero non è, (dalle spese a suon di taccheggio, ai tanti piccoli espedienti che ogni giorno tengono a galla i protagonisti) sia quando il castello di carte cade è c’è da rappresentare il dubbio che si insinua, quando la forza che lega la famiglia viene messa a dura prova. Non raccontiamo la fine ma come nella vita di tutti giorni le vittorie e le sconfitte si alternano lasciando comunque un segno, come il cinema di Kore’eda, che il trono di questo genere, di cui sembra il riconosciuto maestro mondiale, no, proprio non vuole lasciarlo.

    Read more »
  • ,

    Mission Impossible: Fallout – Una serie al top

    Mission Impossible: Fallout è il sesto film dedicato all’agente Ethan Hunt interpretato da Tom Cruise. Nel cast anche Alec Baldwin, Rebecca Ferguson, Henry Cavill e Angela Bassett. Dirige Christopher McQuarrie. In sala dal 29 agosto

    Era il 2012 quando Skyfall ridefinì il destino e le ambizioni artistiche dell’agente segreto più famoso del cinema, James Bond. Sei anni dopo potremmo essere di fronte a un’altra piccola rivoluzione. Stavolta il protagonista è il secondo agente segreto più famoso del cinema, Ethan Hunt, e il film in questione è Mission Impossible: Fallout. Rivoluzione peraltro difficile da immaginare, perché i cambiamenti  rispetto al precedente Rogue Nation sono davvero pochi. Tom Cruise è sempre il protagonista, alla regia c’è ancora il fedelissimo Christopher McQuarrie, che stavolta si occupa in esclusiva anche della sceneggiatura. Confermata pure buona parte del cast di supporto da Alec Baldwin a Rebecca Ferguson, da Simon Pegg a Ving Rhames, con in più qualche aggiunta dell’ultim’ora (il Superman Henry Cavill, Angela Bassett) e qualche cavallo di ritorno (la Michelle Monaghan di Mission Impossible III).

    Stavolta Hunt e la sua squadra (Cruise, Pegg, Rhames, Baldwin) con la collaborazione di un agente Cia (Cavill) dovranno affrontare la minaccia grigia di un’internazionale del crimine che si fa chiamare gli Apostoli, mentre sullo sfondo si muove ancora la figura di Ilsa Faust (Ferguson), agente inglese con cui Hunt condivide il passato e non solo. A complicare il tutto potrebbe però esserci l’ombra di un inatteso tradimento.

    In Mission Impossible: Fallout non bisogna farsi ingannare dalla trama, che non lascia intuire svolte clamorose, perché la marcia in più del film va ricercata in una consapevolezza registica che si è vista solo di rado nel cinema commerciale hollywoodiano degli ultimi tempi. Una consapevolezza che richiama le splendide immagini messe su da Sam Mendes in Skyfall appunto e anche nel suo meno riuscito sequel, Spectre. Ma vengono in mente anche i Batman di Christopher Nolan e non è poco per una pellicola che non rinuncia alle sue aspirazioni spettacolari e che, grazie anche alla tenacia e alla follia di Tom Cruise, continua a scrivere la storia dello stunting. Stavolta il divo di Top Gun e di Eyes Wide Shut pare si sia prestato ad oltre cento lanci col paracadute per girare, senza l’ausilio delle più posticce tecnologie digitali, la spettacolare sequenza di skydiving che impreziosisce la prima metà del film. E le soluzioni visive, spesso intriganti, elaborate da McQuarrie e dal direttore della fotografia Rob Hardy compensano una trama non scontata ma neanche rivoluzionaria. Il resto ce lo mettono gli attori vecchi e quelli nuovi, con un Cavill che offre una buona prestazione, slegata dalla consueta fisicità che contraddistingue i suoi personaggi (Superman su tutti) e il ritorno di Rebecca Ferguson e Michelle Monaghan, due donne che sembrano ritagliarsi un ruolo sempre più grande nell’economia di una saga che è sempre stata declinata al maschile.

    In definitiva quest’ultimo episodio del franchise che prende le mosse dalla storica serie tv di Bruce Geller (del cui retaggio resta forse solo il gioco delle maschere iperrealistiche, sempre più marginale a dire il vero) rappresenta probabilmente il vertice di quanto visto finora, nonostante in passato con le avventure di Hunt e soci si siano cimentati registi di grande blasone come Brian De Palma o cineasti circondati dal velo del culto, come John Woo e J.J. Abrams.

     

     

    Read more »
  • ,

    Ant-Man and the Wasp: Eroi piccoli piccoli

    Paul Rudd ed Evangeline Lilly ritornano nel mondo Marvel con Ant-Man and the Wasp. Nel cast diretto da Peyton Reed anche Michael Douglas e Michelle Pfeiffer. In sala dal 14 agosto. 

     

    L’eroe formica ha trovato finalmente qualcuno alla sua altezza. Ant-Man and the Wasp, secondo lungometraggio dedicato al personaggio Marvel, rompe il silenzio dei cinema d’estate aggiungendo al protagonista interpretato da Paul Rudd una spalla di dimensioni egualmente ridotte, la Evangeline Lilly del primo film, promossa per l’occasione al rango di eroina. Confermato alla regia il mestierante Peyton Reed, una carriera dedicata alle commedie, e il cast di caratteristi in toto, dall’irresistibile Michael Peña al veterano Michael Douglas.

    Tra le novità di questo secondo capitolo ci sono sostanziose aggiunte al cast: Michelle Pfeiffer, reduce dal successo dell’Assassinio sull’Orient Express, Laurence Fishburne, il Walton Goggins di The Hateful Eight, e la britannica Hanna John-Kamen, vista nel recente Ready Player One. Quella che non varia è la formula, supereroismi in salsa comica per fare felici ragazzini, ragazzi e adulti, meglio ancora se al botteghino si presentano tutti insieme.

    Dopo la comparsata in Captain America: Civil War (ma misteriosamente assente da Avengers: Infinity War) il prode Scott Lang (Rudd) è costretto a rinunciare al suo alter ego, Ant-Man, e a passare un periodo ai domiciliari. Ma la sua strada non potrà che incrociarsi con quella del suo predecessore Hank Pym (Douglas) e con l’ex fiamma Hope (Lilly) ancora alla ricerca della madre (Pfeiffer) dispersa nella dimensione quantica. Il tutto mentre altri nemici misteriosi cercano di impossessarsi della tecnologia di miniaturizzazione.

    Rispetto al capitolo precedente Ant-Man and the Wasp perde qualcosa a livello di intreccio e la filosofia di base del mega produttore Kevin Feige, ovvero quella di adottare un genere e di applicarci sopra la formula dei supereroi, sembra un lontano ricordo. La prima avventura di Lang e soci era un divertente heist-movie condito con evoluzioni fumettistiche. Tutto questo non c’è più, forse a causa del clamore di Avengers: Infinity War che demolendo i botteghini ha rilanciato la formula del supereroismo tout-court. E in un certo senso l’ombra del precedente mega colossal si proietta spietata su Ant-Man and the Wasp, tanto che la parte che più interesserà i fan sarà quella, breve per forza di cosa, dedicata agli eventi del film dei fratelli Russo.

    E così quella continuità condivisa che è stata uno dei principali punti di forza dei film Marvel oggi ha finito per cannibalizzare completamente un sequel che rischia di non interessare troppo ai suoi stessi fan. Il peccato è relativo ma c’è, perché pur senza grossi picchi di personalità Ant-Man and the Wasp non merita l’anti-gogna dell’anonimato. Il cast (Rudd, Peña e Douglas su tutti) dà il proprio valido contributo e Peyton Reed porta avanti la sua idea di regia forse scolastica, di sicuro efficace. In definitiva Ant-Man and the Wasp è un film che si perde nel flusso di pellicole dedicate ai supereroi Marvel, a prescindere dalle sue pecche (tra cui dei cattivi senza troppa personalità) e dall’innegabile simpatia che cerca di compensarle.

     

    Read more »
  • ,

    Skyscraper: Grattacielo di fuoco

    In Skyscraper Dwayne Johnson è di nuovo alle prese con un disaster movie. Stavolta dovrà salvare la sua famiglia da una banda di criminali e dall’incendio che sta consumando il grattacielo più alto del mondo. Dirige Rawson Marshall Thurber. In sala dal 19 luglio.

    Inferno di cristallo 50 anni dopo. Il titolo oggi è in inglese, Skyscraper, perché così vuole la consuetudine. E al posto dei divi Newman e McQueen c’è il culturista più amato dal pubblico americano, Dwayne “The Rock” Johnson, l’ex wrestler assurto in un niente allo status di stella, uno dei pochi che sembra fare ancora la differenza al botteghino, complice il fatto di aver perfezionato la formula di una pozione carica di magia hollywoodiana, quel misto di azione e commedia per famiglie che riesce a riunire in coda ai botteghini due generazioni e forse più.

    Scritto e diretto da Rawson Marshall Thurber, con cui Johnson aveva collaborato in Una spia e mezzo, Skyscraper racconta dell’incendio devastante che divora, un piano alla volta, la torre più alta che ingegneria umana abbia concepito, la Perla di Hong Kong, un fittizio moloch architettonico di 240 piani, 102 in più della Glass Tower di Inferno di Cristallo, con tanto di turbine, cascate e un’insensata installazione virtuale lassù in cima. In tutto questo Johnson interpreta il ruolo di Will Sawyer, ex testa di cuoio che dopo un blitz andato male si è ritrovato con una gamba mutilata e una vita da ricostruire. Adesso Will è un esperto di security, coinvolto da un ex commilitone nel progetto Pearl. Peccato che dietro la sua assunzione ci sia un complotto che mira non tanto alla distruzione dell’edificio quanto allo svelamento dei suoi segreti e dei suoi tesori, e qui, più che al classico di John Guillermin, si torna con la mente all’altra grande ispirazione della pellicola di Thurber, Trappola di Cristallo con Bruce Willis (Die Hard per qualcuno), un grande classico dell’action movie di fine anni 80.

    Ora, senza la classe di Newman, senza essere un’icona come McQueen e come il John McClane di Die Hard, The Rock si trova ad affrontare la doppia minaccia del fuoco e dei terroristi, il primo che tende aristotelicamente verso l’alto e i secondi che invece mirano a far finire tutto verso il basso. Con buona pace delle ambizioni ingegneristiche e di una famiglia rigorosamente da salvare, quella di Will, neanche a dirsi, composta da una mamma che sa il fatto suo (una rediviva Neve Campbell) e due bambini belli e riccioluti, uno per di più malato.

    Tutto questo racconto è ovviamente solo premessa, per non dire pretesto. Perché il centro di tutto è vedere Dwayne Johnson arrampicarsi sulle gru, saltare tra le fiamme, imbracciare un’arma da fuoco, del resto gli elementi cattivi e i cattivi elementi incombono dietro ogni angolo. E Skyscraper è questo, prendere o lasciare. Non lo definiremmo un film stupido, anche se forse un po’ ottuso lo è. Ma di sicuro è divertente, di un divertimento genuino e alla fine ben concepito nella sua studiata assenza di ambizioni. Perché Dwayne Johnson è l’uomo giusto per questi film, perché la sceneggiatura di Thurber è consapevole delle proprie scelte e anche dei propri limiti, e perché in fondo Skyscraper vuole regalare solo un’ora e mezzo di intrattenimento senza ribaltare la storia del cinema, neanche quello d’azione.

    Read more »
  • ,

    La prima notte del giudizio: Blaxploitation all’epoca di Trump

    La Prima Notte del Giudizio è l’ultimo episodio del fortunato franchise prodotto da Jason Blum. Il regista Gerard McMurray dirige un cast di giovani afroamericani. In sala dal 5 luglio.

    “Le possibilità di un franchise come La Notte del Giudizio sono praticamente infinite”. Così disse il produttore Jason Blum in un suo breve passaggio in Italia. Era l’anno 2014 e nel corso di questi 1.400 giorni i film che in America escono con il titolo di The Purge sono passati da due a quattro e presto le storie ideate da James De Monaco potranno contare su una testa di ponte televisiva. Nel 2018, anno del presidente Donald Trump, arriva una nuova declinazione della serie che racconta di un futuro distopico dove una notte all’anno ogni cosa è concessa, ogni crimine è perdonato. La Prima Notte del Giudizio è quindi una sorta di prequel, sebbene non prenda a prestito i personaggi dei film precedenti.

    Nella pellicola diretta da Gerard McMurray (che riceve il testimone dallo stesso De Monaco) si raccontano le storie del gangster Dmitri (Y’lan Noel), dell’attivista Nya (Lex Scott Davis) e del suo fratellino, l’adolescente Isaiah (Joivan Wade), tre anime perdute afroamericane che popolano i quartieri più poveri di Staten Island, quartiere ghetto che sarà la sede dell’esperimento “Notte del giudizio”, sorta di decimazione mascherata sponsorizzata dal perverso regime Wasp dei Padri Fondatori e supervisionata dal dottor Updale (Marisa Tomei).

    De Monaco, che si ritaglia il ruolo di sceneggiatore, continua a imbastire quel mix tra thriller horror e fantascienza alla John Carpenter che è stato il trademark di almeno due dei film precedenti. Di nuovo c’è invece un elemento black che sembra figlio del successo di un altro film recente prodotto da Jason Blum, quello Scappa – Get Out che è riuscito a tornarsene dal Chinese Theatre di Hollywood con un’Oscar alla miglior sceneggiatura ma soprattutto che è riuscito, insieme al marvelliano Black Panther, a capitalizzare gli incassi di un’intera fetta di popolazione che si è recata al botteghino in massa. Storie di ghetto applicate alle visioni inquiete della Notte del giudizio, dove tutti i carnefici sono bianchi, dove tutte le vittime sono nere, dove bande di mercenari indossano maschere del Ku Klux Klan per fare pulizia etnica e dove non manca neanche qualche frecciata (che forse andrà persa in fase di traduzione) diretta proprio a Trump.

    Alla Prima Notte del Giudizio manca però l’intelligenza e l’afflato satirico di Scappa – Get Out e anche quell’accenno di rigore dei film precedenti si annacqua in un mix di gore e action che potrebbe avere un retrogusto autoironico. La cosa più probabile è però che non si tratti di autoironia ma di semplice exploitation, blaxploitation visto il focus sugli afroamericani. E allora ci si accontenta di Y’Lan Noel che affronta i nemici in canotta, un po’ come Rambo o John McClane di Die Hard, o delle maschere disegnate dalla costumista Amela Baksic, che aggiungono una nota sinistra a una sinfonia già inquietante di suo.

    Read more »
  • ,

    Unsane: Stalking on the moon

    Unsane è l’ultima impresa di Steven Soderbergh: un thriller sullo stalking girato in una settimana con un iPhone. Protagonisti: Claire Foy e Joshua Leonard. In sala dal 5 luglio.

    Un regista alla deriva tra i generi, un iPhone, un horror con le radici ben piantate nella realtà dei fatti, la realtà nera come la cronaca. Ed ecco servito l’instant movie che non ti aspetti, Unsane, ultima prova dello Steven Soderbergh di Ocean’s Eleven, che per le logiche insondabili della distribuzione italiana approda in sala a poche settimane da un altro suo film, La truffa dei Logan. Ad attirare l’attenzione dell’eclettico di Hollywood è stavolta il tema dello stalking. E la denuncia prende le forme di un horror a tema, sulla falsariga di Scappa – Get Out ma senza la vena satirica che accompagnava il film di Jordan Peele premiato agli Oscar per la miglior sceneggiatura.

    Del resto sullo stalking c’è poco da fare ironia come spiega Soderbergh raccontando la storia di Sawyer (la Claire Foy della serie tv The Crown), la cui vita è diventata un incubo a causa della persecuzione di David (il Joshua Leonard di Blair Witch Project). L’ansia giornaliera prende anche la forma del terrore puro, quando in seguito alle macchinazioni di David, Sawyer finisce per essere ricoverata forzatamente in un ospedale psichiatrico dove lavora lo stesso David. Lì, alla mercé del suo aguzzino, senza essere creduta da nessuno, Sawyer potrà affidarsi solo all’amicizia e alla complicità di un altro ricoverato, Nate (Jay Pharoah), e della madre (Amy Irving).

    Ma oltre al tema attuale imbastito dalla sceneggiatura di Jonathan Bernstein e James Greer, Soderbergh ci mette l’estro registico decidendo di girare Unsane in soli sette giorni e realizzando le riprese unicamente con un iPhone. Scelta estetica radicale che sarebbe molto piaciuta a Jason Blum, re delle pellicole horror a basso costo e a grandi incassi, a cominciare dal fenomeno Paranormal Activity per finire proprio con il già citato Scappa – Get out. Certo, un’idea del genere meglio affidarla a un regista di spessore, uno che non ha paura di affrontare i temi e le tecniche più disparate. Sarebbe stato troppo facile per un cineasta più sprovveduto sprecare lo spunto inserendosi in una dinamica di genere vista e stravista, veder smorzare la tesi nel profluvio di effetti e di brandelli sanguinolenti intrisi in salsa gore. Meglio quindi il rigore formale che insieme al buon quoziente thrilling dello script e all’intensa performance della Foy forma una base a tre colonne per un film di genere più intelligente della media e che potrebbe trovare il plauso non solo ai fan dell’horror ma anche a una platea cinefila.

     

     

    Read more »
  • ,

    La truffa dei Logan: cantica del loser

    Il regista Steven Soderbergh di nuovo alle prese con una rapina del secolo. Dopo Ocean’s Eleven ecco La Truffa dei Logan con Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig e Hillary Swank. In sala dal 31 maggio.

    Una banda di rapinatori, un piano infallibile o quasi e un cast di stelle. Magari meno fulgide ma sempre stelle. A 17 anni da Ocean’s Eleven Steven Soderbergh torna sulla scena del crimine con La Truffa dei Logan. Archiviati i superdivi Clooney, Pitt e Damon stavolta in ballo ci finisce una compagine più variegata ma non meno valida, da Channing Tatum all’Adam Driver di Star Wars, passando per lo 007 Daniel Craig, per Katherine Waterston, Katie Holmes e per una rediviva Hillary Swank.

    La storia è quella dei fratelli Logan: Jimmy (Tatum) ha appena perso il lavoro e visto che la sua ex moglie (Holmes) vorrebbe trasferirsi in un’altra città, rischia di vedersi portar via anche la figlia. Clyde (Driver) è un veterano della guerra in Iraq, ha un braccio prostetico e gestisce con poca fortuna il bar di famiglia. E la poca fortuna sembra il motto dei Logan che però quella fortuna decidono di andare a cercarsela per conto loro, provando a rapinare un autodromo dove si terrà un corsa di Nascar. Per portare a segno il colpo decidono di arruolare un improbabile alleato, il rapinatore incallito Joe Bang (Craig) che però è rinchiuso in galera. I due Logan dovranno quindi liberare il complice, compiere la rapina, riportare il complice in galera, il tutto sfuggendo alla legge e ai sospetti di un’agente delle Fbi (Swank).

    È strano e in qualche modo sorprendente che un regista che ha sempre amato variare i toni e le ambientazioni dei suoi film torni così sfacciatamente alle atmosfere di quello che è stato il suo maggiore successo commerciale. Ancora più strano e in qualche modo ancor più sorprendente è che La truffa dei Logan lasci, a conti fatti, un’impressione molto migliore del più blasonato Ocean’s Eleven. Forse perché la sceneggiatura di Rebecca Blunt non si accontenta di un intreccio meccanico e ben oliato e dei volti patinati dei suoi attori ma preferisce costruire dei personaggi che avrebbero, molto più di Danny Ocean e soci, le gambe per sopportare un sequel e forse due. E se i tempi della commedia alternati ai ritmi dell’azione funzionano a meraviglia in La truffa dei Logan si fa strada anche l’emozione, specie nel rapporto tenero tra Jimmy e la figlia, interpretata dall’adorabile Farrah Mackenzie.

    Certo sulla Truffa dei Logan pesa la zavorra della scarsa originalità e anche se è un netto passo avanti rispetto al più famoso precedente non saranno in pochi a trovare deludente l’accostamento specie, si diceva, se dietro la macchina da presa c’è un regista tanto eclettico. Ma è anche vero che è difficile volere male alla famiglia Logan e ai suoi divertenti e talentuosi interpreti. Ed è anche difficile trascurare un film tanto delizioso e ben confezionato in un periodo in cui il cinema commerciale spesso è così vuoto da rasentare il nulla.

    Read more »
  • End of Justice – Nessuno è innocente: L’onere della prova

    Denzel Washington è un avvocato al contempo goffo e geniale in End of Justice – Nessuno è innocente, secondo film del regista Dan Gilroy. In sala dal 31 maggio.

    Un avvocato fuori dagli schemi alle prese con l’onere di una prova. E qui per prova non ci riferiamo all’elemento di un quadro indiziario ma al significato non-legale del sostantivo, prova come tribolazione, con tutto quello che ne consegue. End of Justice – Nessuno è innocente è un nome forse programmatico, e un pizzico fuorviante, specie considerato che è un titolo “tradotto” (virgolette d’obbligo) dall’originale Roman J. Israel, Esq. Eppure l’ultimo film interpretato da Denzel Washington conferma che la nomination come migliore attore agli ultimi Oscar non è arrivata solo per la logica delle quote e della difese delle minoranze, come pure qualcuno aveva ipotizzato, specie dopo l’esclusione di James Franco sulla scia di un’accusa di molestie. Washington non ha vinto ma ci ha comunque regalato un ottimo personaggio, frutto della penna del regista-sceneggiatore del film, quel Dan Gilroy che qualche anno fa stupì la platea della Festa del Cinema di Roma con Nightcrawler – Lo sciacallo, un thriller a orologeria costruito su un outsider sinistro interpretato allora da Jake Gyllenhaal.

    La formula adottata per End of Justice è simile. La sceneggiatura prende le mosse da un personaggio che è quello di Roman J. Israel (Washington), avvocato preparatissimo ma ben lontano dal canone hollywoodiano. Profondo conoscitore del codice penale Roman è infatti relegato al lavoro di consulente d’ufficio vista le sue incapacità relazionali e l’inadeguatezza al dibattito d’aula. Venuto a mancare il suo socio Roman entra nel mondo di George Pierce (Colin Farrell), epitome del successo, avvocato più impegnato a fatturare che a difendere i suoi clienti. Il dissidio interiore è evidente. Un tempo avvocato dei diritti civili Roman ci mette un po’ ad adattarsi alla nuova realtà. Ma quando sembra trovare un equilibrio contravvenendo al suo rigido codice morale l’incontro con l’attivista Maya (Carmen Ejogo) e l’interesse manifestato da George per una riforma del codice penale concepita dallo stesso Roman aprono un varco insperato nel campo di un idealismo che sembrava archiviato nel ricordo un passato più genuino e felice.

    Se in Nightcrawler Dan Gilroy voleva raccontare la parabola del male, in End of Justice a finire sotto la lente è invece il bene. Ma se per portare sullo schermo una discesa agli inferi Gilroy ha potuto concedersi il lusso di una narrazione lineare, di un crescendo cadenzato, quando è il bene a finire al centro della scena le regole della tensione drammatica impongono che la storia proceda a strappi e intoppi. E questo finisce per sottolineare il principale limite di questo film, quello di non riuscire ad essere interessante in ogni sua parte. A livello di sceneggiatura Gilroy forza alcuni passaggi per riuscire a portare il suo personaggio dove vuole il lui. E così ogni tanto l’intreccio sembra sfaldarsi di fronte alle esigenze narrative. Ma viene da dire che non è questo il punto. Perché la forza, e probabilmente l’unico grande motivo di interesse del film, è l’innegabile originalità del suo personaggio, avvocato outsider che pare non possa trovare il suo posto nel mondo e poi, quando lo trova, si accorge che probabilmente è il posto sbagliato. Washington, il cui talento continua a spiccare nel panorama della Hollywood moderna nonostante la new wave di talenti afro-americani bussi alle porte, ci regala un’altra prestazione pregevole che varrebbe da sola il prezzo del biglietto. Gilroy ha comunque una mano registica ferma, specie quando un vago elemento thriller vena di nero la struttura di quello che è a tutti gli effetti un film drammatico. End of Justice non è comunque un film completamente riuscito, benché non sia privo di interesse e non solo nel suo personaggio ben concepito, ma anche nel voler rifuggire lo schema narrativo processuale che ci si sarebbe aspettati entrando in sala. Nonostante i dubbi resta tuttavia l’impressione che il film sia la seconda opera di un regista non banale sia con la penna in mano che con la telecamera in spalla.

    Read more »
  • ,

    Solo – A Star Wars story: L’educazione di una canaglia

    Il contrabbandiere spaziale più famoso del cinema lascia a casa l’amico Skywalker e si prende la scena in Solo: a Star Wars story, diretto da Ron Howard e interpretato da Alden Ehrenreich, Emilia Clarke, Donald Glover e Woody Harrelson. In sala dal 23 maggio. 

    Pistola alla fondina, sorriso beffardo, un’astronave scalcinata ma velocissima. Solo: a Star Wars story è la prima uscita in solitaria – scusate il bisticcio di parole – dell’eroe Han,  figura quintessenziale di avventuriero dello spazio che trova le sue origini nella letteratura pulp e nelle strisce di Flash Gordon e che prese corpo al cinema, più di 40 anni fa, grazie alla fortunata intuizione di George Lucas. E anche se Lucas ha preferito lasciare il suo universo ad altre mani questo nuovo corso del personaggio è stato affidato a un regista che alla corte di Lucas è cresciuto umanamente e professionalmente. Il riferimento è a Ron Howard che il miglior ruolo da attore cinematografico lo ebbe nel lucasiano American Graffiti e che dietro la macchina da presa firmò il fantasy Willow su un soggetto scritto dal celebre regista/producer.

    Tornando invece a Solo, e al suo nuovo volto, quello del 28enne Alden Ehrenreich, lo troviamo negli slum di un pianeta cantiere intento a vivere alla giornata, qualche anno (non si sa quanti) prima dell’incontro/scontro/confronto con la famiglia Skywalker. Al suo fianco ci sarebbe la giovane Qi’ra (l’Emilia Clarke del Trono di Spade), se non fosse che i loro destini si separano e poi si incrociano nuovamente qualche anno dopo quando Solo, disertore delle forze imperiali, si trova alle prese con una rapina per conto di un’organizzazione criminale transplanetaria guidata dallo spietato Dryden Vos (Paul Bettany). Nell’impresa il futuro contrabbandiere potrà contare sul contributo di una serie di simpatiche canaglie, dal ladro Beckett (Woody Harrelson), al fascinoso contrabbandiere Lando (Donald Glover), passando per un droide idealista e politicizzato (che in originale è doppiato dall’inglese Phoebe Waller-Bridge) e per il futuro compagno di mille avventure, il peloso wookie di nome Chewbacca (il cui costume viene riempito stavolta dal finlandese Jonas Suotamo).

    La sceneggiatura, forte della firma di colui che scrisse probabilmente le battute migliori del personaggio (“Ti amo”/”Lo so”), quel Lawrence Kasdan che qui si fa affiancare dal figlio Jonathan, ripesca dalla tradizione dei migliori film di rapina lasciando intatta la formula originaria del franchise di Guerre Stellari. Ovvero quel sapore di frontiera che condito dai voli del Millennium Falcon arricchisce il bagaglio fantascientifico tradizionale di sentori e richiami alla grande epopea dei western. Una teoria estetica che nell’atto pratico del film si traduce in una grande rapina al treno futuribile, in partite a carte giocate in saloon fumosi e promiscui e nel bisogno costante di mettere mano alla pistola. Solo: a Star Wars story è quindi un Guerre Stellari puro all’80%, dove l’unica carenza dell’equazione è proprio la rinuncia all’aspetto zen della saga, a tutte le ascendenze orientali (dalla Forza ai Cavalieri Jedi ricalcati sulle orme degli antichi samurai) che mischiate all’occidente dei cowboy spaziali avevano creato la formula di un successo che non sembra patire particolarmente il peso degli anni.

    Molto diverso quindi l’approccio rispetto all’altro spin-off, Rogue One, del 2016 che invece cercava di allargare il discorso ad altri generi e ad altre soluzioni narrative. Quello che hanno in comune i due film è però l’essere usciti apparentemente indenni da un iter quantomeno travagliato. Se Rogue One era stato costretto a sottoporsi a una massiccia dose di riprese aggiuntive (che pare abbiano modificato il film per un terzo circa della sua durata) girate da un regista non accreditato (il Tony Gilroy di Michael Clayton) a Solo è andata anche peggio, perché i due registi originari, Phil Lord e Christopher Miller sono stati letteralmente cacciati a metà della produzione per aver puntato troppo, pare, su un accento comico poco gradito alla plenipotenziaria Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm. Un plauso allora a Ron Howard che è riuscito a riportare in carreggiata quello che sembrava un carrozzone impazzito e che ha trasformato un’opera nata male in un dignitoso film di avventure, che mostra alcuni degli episodi citati nei film della serie tradizionale ma mai mostrati in video, dalla famigerata rotta di Kessel al cambio di mano del Millennium Falcon. Ehrenreich vanta dalla sua una buona somiglianza all’Harrison Ford giovane e riesce a incanalare quel senso di spavalderia che era poi l’unica cosa che la sceneggiatura gli chiedeva. Mette in tal modo a tacere quelle voci che durante la travagliata lavorazione lo davano come poco adatto al ruolo. Emilia Clarke invece gestisce con grazia il ruolo difficile della ex, il primo amore di un eroe, famoso per aver conquistato in un imprecisato futuro il cuore di una delle principesse più celebri del cinema.

    Read more »
Back to Top