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    Skyscraper: Grattacielo di fuoco

    In Skyscraper Dwayne Johnson è di nuovo alle prese con un disaster movie. Stavolta dovrà salvare la sua famiglia da una banda di criminali e dall’incendio che sta consumando il grattacielo più alto del mondo. Dirige Rawson Marshall Thurber. In sala dal 19 luglio.

    Inferno di cristallo 50 anni dopo. Il titolo oggi è in inglese, Skyscraper, perché così vuole la consuetudine. E al posto dei divi Newman e McQueen c’è il culturista più amato dal pubblico americano, Dwayne “The Rock” Johnson, l’ex wrestler assurto in un niente allo status di stella, uno dei pochi che sembra fare ancora la differenza al botteghino, complice il fatto di aver perfezionato la formula di una pozione carica di magia hollywoodiana, quel misto di azione e commedia per famiglie che riesce a riunire in coda ai botteghini due generazioni e forse più.

    Scritto e diretto da Rawson Marshall Thurber, con cui Johnson aveva collaborato in Una spia e mezzo, Skyscraper racconta dell’incendio devastante che divora, un piano alla volta, la torre più alta che ingegneria umana abbia concepito, la Perla di Hong Kong, un fittizio moloch architettonico di 240 piani, 102 in più della Glass Tower di Inferno di Cristallo, con tanto di turbine, cascate e un’insensata installazione virtuale lassù in cima. In tutto questo Johnson interpreta il ruolo di Will Sawyer, ex testa di cuoio che dopo un blitz andato male si è ritrovato con una gamba mutilata e una vita da ricostruire. Adesso Will è un esperto di security, coinvolto da un ex commilitone nel progetto Pearl. Peccato che dietro la sua assunzione ci sia un complotto che mira non tanto alla distruzione dell’edificio quanto allo svelamento dei suoi segreti e dei suoi tesori, e qui, più che al classico di John Guillermin, si torna con la mente all’altra grande ispirazione della pellicola di Thurber, Trappola di Cristallo con Bruce Willis (Die Hard per qualcuno), un grande classico dell’action movie di fine anni 80.

    Ora, senza la classe di Newman, senza essere un’icona come McQueen e come il John McClane di Die Hard, The Rock si trova ad affrontare la doppia minaccia del fuoco e dei terroristi, il primo che tende aristotelicamente verso l’alto e i secondi che invece mirano a far finire tutto verso il basso. Con buona pace delle ambizioni ingegneristiche e di una famiglia rigorosamente da salvare, quella di Will, neanche a dirsi, composta da una mamma che sa il fatto suo (una rediviva Neve Campbell) e due bambini belli e riccioluti, uno per di più malato.

    Tutto questo racconto è ovviamente solo premessa, per non dire pretesto. Perché il centro di tutto è vedere Dwayne Johnson arrampicarsi sulle gru, saltare tra le fiamme, imbracciare un’arma da fuoco, del resto gli elementi cattivi e i cattivi elementi incombono dietro ogni angolo. E Skyscraper è questo, prendere o lasciare. Non lo definiremmo un film stupido, anche se forse un po’ ottuso lo è. Ma di sicuro è divertente, di un divertimento genuino e alla fine ben concepito nella sua studiata assenza di ambizioni. Perché Dwayne Johnson è l’uomo giusto per questi film, perché la sceneggiatura di Thurber è consapevole delle proprie scelte e anche dei propri limiti, e perché in fondo Skyscraper vuole regalare solo un’ora e mezzo di intrattenimento senza ribaltare la storia del cinema, neanche quello d’azione.

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    La prima notte del giudizio: Blaxploitation all’epoca di Trump

    La Prima Notte del Giudizio è l’ultimo episodio del fortunato franchise prodotto da Jason Blum. Il regista Gerard McMurray dirige un cast di giovani afroamericani. In sala dal 5 luglio.

    “Le possibilità di un franchise come La Notte del Giudizio sono praticamente infinite”. Così disse il produttore Jason Blum in un suo breve passaggio in Italia. Era l’anno 2014 e nel corso di questi 1.400 giorni i film che in America escono con il titolo di The Purge sono passati da due a quattro e presto le storie ideate da James De Monaco potranno contare su una testa di ponte televisiva. Nel 2018, anno del presidente Donald Trump, arriva una nuova declinazione della serie che racconta di un futuro distopico dove una notte all’anno ogni cosa è concessa, ogni crimine è perdonato. La Prima Notte del Giudizio è quindi una sorta di prequel, sebbene non prenda a prestito i personaggi dei film precedenti.

    Nella pellicola diretta da Gerard McMurray (che riceve il testimone dallo stesso De Monaco) si raccontano le storie del gangster Dmitri (Y’lan Noel), dell’attivista Nya (Lex Scott Davis) e del suo fratellino, l’adolescente Isaiah (Joivan Wade), tre anime perdute afroamericane che popolano i quartieri più poveri di Staten Island, quartiere ghetto che sarà la sede dell’esperimento “Notte del giudizio”, sorta di decimazione mascherata sponsorizzata dal perverso regime Wasp dei Padri Fondatori e supervisionata dal dottor Updale (Marisa Tomei).

    De Monaco, che si ritaglia il ruolo di sceneggiatore, continua a imbastire quel mix tra thriller horror e fantascienza alla John Carpenter che è stato il trademark di almeno due dei film precedenti. Di nuovo c’è invece un elemento black che sembra figlio del successo di un altro film recente prodotto da Jason Blum, quello Scappa – Get Out che è riuscito a tornarsene dal Chinese Theatre di Hollywood con un’Oscar alla miglior sceneggiatura ma soprattutto che è riuscito, insieme al marvelliano Black Panther, a capitalizzare gli incassi di un’intera fetta di popolazione che si è recata al botteghino in massa. Storie di ghetto applicate alle visioni inquiete della Notte del giudizio, dove tutti i carnefici sono bianchi, dove tutte le vittime sono nere, dove bande di mercenari indossano maschere del Ku Klux Klan per fare pulizia etnica e dove non manca neanche qualche frecciata (che forse andrà persa in fase di traduzione) diretta proprio a Trump.

    Alla Prima Notte del Giudizio manca però l’intelligenza e l’afflato satirico di Scappa – Get Out e anche quell’accenno di rigore dei film precedenti si annacqua in un mix di gore e action che potrebbe avere un retrogusto autoironico. La cosa più probabile è però che non si tratti di autoironia ma di semplice exploitation, blaxploitation visto il focus sugli afroamericani. E allora ci si accontenta di Y’Lan Noel che affronta i nemici in canotta, un po’ come Rambo o John McClane di Die Hard, o delle maschere disegnate dalla costumista Amela Baksic, che aggiungono una nota sinistra a una sinfonia già inquietante di suo.

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    Unsane: Stalking on the moon

    Unsane è l’ultima impresa di Steven Soderbergh: un thriller sullo stalking girato in una settimana con un iPhone. Protagonisti: Claire Foy e Joshua Leonard. In sala dal 5 luglio.

    Un regista alla deriva tra i generi, un iPhone, un horror con le radici ben piantate nella realtà dei fatti, la realtà nera come la cronaca. Ed ecco servito l’instant movie che non ti aspetti, Unsane, ultima prova dello Steven Soderbergh di Ocean’s Eleven, che per le logiche insondabili della distribuzione italiana approda in sala a poche settimane da un altro suo film, La truffa dei Logan. Ad attirare l’attenzione dell’eclettico di Hollywood è stavolta il tema dello stalking. E la denuncia prende le forme di un horror a tema, sulla falsariga di Scappa – Get Out ma senza la vena satirica che accompagnava il film di Jordan Peele premiato agli Oscar per la miglior sceneggiatura.

    Del resto sullo stalking c’è poco da fare ironia come spiega Soderbergh raccontando la storia di Sawyer (la Claire Foy della serie tv The Crown), la cui vita è diventata un incubo a causa della persecuzione di David (il Joshua Leonard di Blair Witch Project). L’ansia giornaliera prende anche la forma del terrore puro, quando in seguito alle macchinazioni di David, Sawyer finisce per essere ricoverata forzatamente in un ospedale psichiatrico dove lavora lo stesso David. Lì, alla mercé del suo aguzzino, senza essere creduta da nessuno, Sawyer potrà affidarsi solo all’amicizia e alla complicità di un altro ricoverato, Nate (Jay Pharoah), e della madre (Amy Irving).

    Ma oltre al tema attuale imbastito dalla sceneggiatura di Jonathan Bernstein e James Greer, Soderbergh ci mette l’estro registico decidendo di girare Unsane in soli sette giorni e realizzando le riprese unicamente con un iPhone. Scelta estetica radicale che sarebbe molto piaciuta a Jason Blum, re delle pellicole horror a basso costo e a grandi incassi, a cominciare dal fenomeno Paranormal Activity per finire proprio con il già citato Scappa – Get out. Certo, un’idea del genere meglio affidarla a un regista di spessore, uno che non ha paura di affrontare i temi e le tecniche più disparate. Sarebbe stato troppo facile per un cineasta più sprovveduto sprecare lo spunto inserendosi in una dinamica di genere vista e stravista, veder smorzare la tesi nel profluvio di effetti e di brandelli sanguinolenti intrisi in salsa gore. Meglio quindi il rigore formale che insieme al buon quoziente thrilling dello script e all’intensa performance della Foy forma una base a tre colonne per un film di genere più intelligente della media e che potrebbe trovare il plauso non solo ai fan dell’horror ma anche a una platea cinefila.

     

     

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    La truffa dei Logan: cantica del loser

    Il regista Steven Soderbergh di nuovo alle prese con una rapina del secolo. Dopo Ocean’s Eleven ecco La Truffa dei Logan con Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig e Hillary Swank. In sala dal 31 maggio.

    Una banda di rapinatori, un piano infallibile o quasi e un cast di stelle. Magari meno fulgide ma sempre stelle. A 17 anni da Ocean’s Eleven Steven Soderbergh torna sulla scena del crimine con La Truffa dei Logan. Archiviati i superdivi Clooney, Pitt e Damon stavolta in ballo ci finisce una compagine più variegata ma non meno valida, da Channing Tatum all’Adam Driver di Star Wars, passando per lo 007 Daniel Craig, per Katherine Waterston, Katie Holmes e per una rediviva Hillary Swank.

    La storia è quella dei fratelli Logan: Jimmy (Tatum) ha appena perso il lavoro e visto che la sua ex moglie (Holmes) vorrebbe trasferirsi in un’altra città, rischia di vedersi portar via anche la figlia. Clyde (Driver) è un veterano della guerra in Iraq, ha un braccio prostetico e gestisce con poca fortuna il bar di famiglia. E la poca fortuna sembra il motto dei Logan che però quella fortuna decidono di andare a cercarsela per conto loro, provando a rapinare un autodromo dove si terrà un corsa di Nascar. Per portare a segno il colpo decidono di arruolare un improbabile alleato, il rapinatore incallito Joe Bang (Craig) che però è rinchiuso in galera. I due Logan dovranno quindi liberare il complice, compiere la rapina, riportare il complice in galera, il tutto sfuggendo alla legge e ai sospetti di un’agente delle Fbi (Swank).

    È strano e in qualche modo sorprendente che un regista che ha sempre amato variare i toni e le ambientazioni dei suoi film torni così sfacciatamente alle atmosfere di quello che è stato il suo maggiore successo commerciale. Ancora più strano e in qualche modo ancor più sorprendente è che La truffa dei Logan lasci, a conti fatti, un’impressione molto migliore del più blasonato Ocean’s Eleven. Forse perché la sceneggiatura di Rebecca Blunt non si accontenta di un intreccio meccanico e ben oliato e dei volti patinati dei suoi attori ma preferisce costruire dei personaggi che avrebbero, molto più di Danny Ocean e soci, le gambe per sopportare un sequel e forse due. E se i tempi della commedia alternati ai ritmi dell’azione funzionano a meraviglia in La truffa dei Logan si fa strada anche l’emozione, specie nel rapporto tenero tra Jimmy e la figlia, interpretata dall’adorabile Farrah Mackenzie.

    Certo sulla Truffa dei Logan pesa la zavorra della scarsa originalità e anche se è un netto passo avanti rispetto al più famoso precedente non saranno in pochi a trovare deludente l’accostamento specie, si diceva, se dietro la macchina da presa c’è un regista tanto eclettico. Ma è anche vero che è difficile volere male alla famiglia Logan e ai suoi divertenti e talentuosi interpreti. Ed è anche difficile trascurare un film tanto delizioso e ben confezionato in un periodo in cui il cinema commerciale spesso è così vuoto da rasentare il nulla.

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  • End of Justice – Nessuno è innocente: L’onere della prova

    Denzel Washington è un avvocato al contempo goffo e geniale in End of Justice – Nessuno è innocente, secondo film del regista Dan Gilroy. In sala dal 31 maggio.

    Un avvocato fuori dagli schemi alle prese con l’onere di una prova. E qui per prova non ci riferiamo all’elemento di un quadro indiziario ma al significato non-legale del sostantivo, prova come tribolazione, con tutto quello che ne consegue. End of Justice – Nessuno è innocente è un nome forse programmatico, e un pizzico fuorviante, specie considerato che è un titolo “tradotto” (virgolette d’obbligo) dall’originale Roman J. Israel, Esq. Eppure l’ultimo film interpretato da Denzel Washington conferma che la nomination come migliore attore agli ultimi Oscar non è arrivata solo per la logica delle quote e della difese delle minoranze, come pure qualcuno aveva ipotizzato, specie dopo l’esclusione di James Franco sulla scia di un’accusa di molestie. Washington non ha vinto ma ci ha comunque regalato un ottimo personaggio, frutto della penna del regista-sceneggiatore del film, quel Dan Gilroy che qualche anno fa stupì la platea della Festa del Cinema di Roma con Nightcrawler – Lo sciacallo, un thriller a orologeria costruito su un outsider sinistro interpretato allora da Jake Gyllenhaal.

    La formula adottata per End of Justice è simile. La sceneggiatura prende le mosse da un personaggio che è quello di Roman J. Israel (Washington), avvocato preparatissimo ma ben lontano dal canone hollywoodiano. Profondo conoscitore del codice penale Roman è infatti relegato al lavoro di consulente d’ufficio vista le sue incapacità relazionali e l’inadeguatezza al dibattito d’aula. Venuto a mancare il suo socio Roman entra nel mondo di George Pierce (Colin Farrell), epitome del successo, avvocato più impegnato a fatturare che a difendere i suoi clienti. Il dissidio interiore è evidente. Un tempo avvocato dei diritti civili Roman ci mette un po’ ad adattarsi alla nuova realtà. Ma quando sembra trovare un equilibrio contravvenendo al suo rigido codice morale l’incontro con l’attivista Maya (Carmen Ejogo) e l’interesse manifestato da George per una riforma del codice penale concepita dallo stesso Roman aprono un varco insperato nel campo di un idealismo che sembrava archiviato nel ricordo un passato più genuino e felice.

    Se in Nightcrawler Dan Gilroy voleva raccontare la parabola del male, in End of Justice a finire sotto la lente è invece il bene. Ma se per portare sullo schermo una discesa agli inferi Gilroy ha potuto concedersi il lusso di una narrazione lineare, di un crescendo cadenzato, quando è il bene a finire al centro della scena le regole della tensione drammatica impongono che la storia proceda a strappi e intoppi. E questo finisce per sottolineare il principale limite di questo film, quello di non riuscire ad essere interessante in ogni sua parte. A livello di sceneggiatura Gilroy forza alcuni passaggi per riuscire a portare il suo personaggio dove vuole il lui. E così ogni tanto l’intreccio sembra sfaldarsi di fronte alle esigenze narrative. Ma viene da dire che non è questo il punto. Perché la forza, e probabilmente l’unico grande motivo di interesse del film, è l’innegabile originalità del suo personaggio, avvocato outsider che pare non possa trovare il suo posto nel mondo e poi, quando lo trova, si accorge che probabilmente è il posto sbagliato. Washington, il cui talento continua a spiccare nel panorama della Hollywood moderna nonostante la new wave di talenti afro-americani bussi alle porte, ci regala un’altra prestazione pregevole che varrebbe da sola il prezzo del biglietto. Gilroy ha comunque una mano registica ferma, specie quando un vago elemento thriller vena di nero la struttura di quello che è a tutti gli effetti un film drammatico. End of Justice non è comunque un film completamente riuscito, benché non sia privo di interesse e non solo nel suo personaggio ben concepito, ma anche nel voler rifuggire lo schema narrativo processuale che ci si sarebbe aspettati entrando in sala. Nonostante i dubbi resta tuttavia l’impressione che il film sia la seconda opera di un regista non banale sia con la penna in mano che con la telecamera in spalla.

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    Solo – A Star Wars story: L’educazione di una canaglia

    Il contrabbandiere spaziale più famoso del cinema lascia a casa l’amico Skywalker e si prende la scena in Solo: a Star Wars story, diretto da Ron Howard e interpretato da Alden Ehrenreich, Emilia Clarke, Donald Glover e Woody Harrelson. In sala dal 23 maggio. 

    Pistola alla fondina, sorriso beffardo, un’astronave scalcinata ma velocissima. Solo: a Star Wars story è la prima uscita in solitaria – scusate il bisticcio di parole – dell’eroe Han,  figura quintessenziale di avventuriero dello spazio che trova le sue origini nella letteratura pulp e nelle strisce di Flash Gordon e che prese corpo al cinema, più di 40 anni fa, grazie alla fortunata intuizione di George Lucas. E anche se Lucas ha preferito lasciare il suo universo ad altre mani questo nuovo corso del personaggio è stato affidato a un regista che alla corte di Lucas è cresciuto umanamente e professionalmente. Il riferimento è a Ron Howard che il miglior ruolo da attore cinematografico lo ebbe nel lucasiano American Graffiti e che dietro la macchina da presa firmò il fantasy Willow su un soggetto scritto dal celebre regista/producer.

    Tornando invece a Solo, e al suo nuovo volto, quello del 28enne Alden Ehrenreich, lo troviamo negli slum di un pianeta cantiere intento a vivere alla giornata, qualche anno (non si sa quanti) prima dell’incontro/scontro/confronto con la famiglia Skywalker. Al suo fianco ci sarebbe la giovane Qi’ra (l’Emilia Clarke del Trono di Spade), se non fosse che i loro destini si separano e poi si incrociano nuovamente qualche anno dopo quando Solo, disertore delle forze imperiali, si trova alle prese con una rapina per conto di un’organizzazione criminale transplanetaria guidata dallo spietato Dryden Vos (Paul Bettany). Nell’impresa il futuro contrabbandiere potrà contare sul contributo di una serie di simpatiche canaglie, dal ladro Beckett (Woody Harrelson), al fascinoso contrabbandiere Lando (Donald Glover), passando per un droide idealista e politicizzato (che in originale è doppiato dall’inglese Phoebe Waller-Bridge) e per il futuro compagno di mille avventure, il peloso wookie di nome Chewbacca (il cui costume viene riempito stavolta dal finlandese Jonas Suotamo).

    La sceneggiatura, forte della firma di colui che scrisse probabilmente le battute migliori del personaggio (“Ti amo”/”Lo so”), quel Lawrence Kasdan che qui si fa affiancare dal figlio Jonathan, ripesca dalla tradizione dei migliori film di rapina lasciando intatta la formula originaria del franchise di Guerre Stellari. Ovvero quel sapore di frontiera che condito dai voli del Millennium Falcon arricchisce il bagaglio fantascientifico tradizionale di sentori e richiami alla grande epopea dei western. Una teoria estetica che nell’atto pratico del film si traduce in una grande rapina al treno futuribile, in partite a carte giocate in saloon fumosi e promiscui e nel bisogno costante di mettere mano alla pistola. Solo: a Star Wars story è quindi un Guerre Stellari puro all’80%, dove l’unica carenza dell’equazione è proprio la rinuncia all’aspetto zen della saga, a tutte le ascendenze orientali (dalla Forza ai Cavalieri Jedi ricalcati sulle orme degli antichi samurai) che mischiate all’occidente dei cowboy spaziali avevano creato la formula di un successo che non sembra patire particolarmente il peso degli anni.

    Molto diverso quindi l’approccio rispetto all’altro spin-off, Rogue One, del 2016 che invece cercava di allargare il discorso ad altri generi e ad altre soluzioni narrative. Quello che hanno in comune i due film è però l’essere usciti apparentemente indenni da un iter quantomeno travagliato. Se Rogue One era stato costretto a sottoporsi a una massiccia dose di riprese aggiuntive (che pare abbiano modificato il film per un terzo circa della sua durata) girate da un regista non accreditato (il Tony Gilroy di Michael Clayton) a Solo è andata anche peggio, perché i due registi originari, Phil Lord e Christopher Miller sono stati letteralmente cacciati a metà della produzione per aver puntato troppo, pare, su un accento comico poco gradito alla plenipotenziaria Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm. Un plauso allora a Ron Howard che è riuscito a riportare in carreggiata quello che sembrava un carrozzone impazzito e che ha trasformato un’opera nata male in un dignitoso film di avventure, che mostra alcuni degli episodi citati nei film della serie tradizionale ma mai mostrati in video, dalla famigerata rotta di Kessel al cambio di mano del Millennium Falcon. Ehrenreich vanta dalla sua una buona somiglianza all’Harrison Ford giovane e riesce a incanalare quel senso di spavalderia che era poi l’unica cosa che la sceneggiatura gli chiedeva. Mette in tal modo a tacere quelle voci che durante la travagliata lavorazione lo davano come poco adatto al ruolo. Emilia Clarke invece gestisce con grazia il ruolo difficile della ex, il primo amore di un eroe, famoso per aver conquistato in un imprecisato futuro il cuore di una delle principesse più celebri del cinema.

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    Avengers: Infinity War – Ingorgo di eroi

    Tutti gli eroi Marvel si riuniscono per fronteggiare il tiranno Thanos in Avengers: Infinity War. Sullo schermo tra gli altri Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Benedict Cumberbatch e Chris Hemsworth. Alla regia i fratelli Joe ed Anthony Russo. In sala dal 25 aprile.

    C’era una volta un bastimento carico di eroi, così affollato da sembrare un autobus all’ora di punta, di quelli dove per riuscire a emergere, anche solo a respirare, tocca sgomitare e farsi spazio in una piccola e sporca guerra con chi ci sta accanto. Se tutto questo fosse un film si chiamerebbe Avengers: Infinity War e alla fine così è, per gentile concessione di Walt Disney e soci, che hanno deciso ancora una volta di riunire in una sola pellicola tutti i personaggi di casa con sommo gaudio di pubblico e botteghini e per somma disperazione di sceneggiatori e narrativa in generale. Questa famiglia allargatissima comprende una schiera di attori che è difficile anche solo enumerare (per citarne alcuni: Robert Downey Jr., Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Chris Pratt, Chris Evans, Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen, Zoe Saldana, Mark Ruffalo, Gwyneth Paltrow e le rising star Tom Holland e Chadewick Boseman, più qualche guest star in solo voce, come Bradley Cooper e Vin Diesel). Non sorprende quindi che a dirigere il plotone siano serviti non uno ma due sergenti istruttori, al secolo Joe ed Anthony Russo, nati come registi televisivi, poi adottati dalla Marvel a cui, prima della promozione agli Avengers, avevano affidato due pellicole di Capitan America.

    Non è facile riassumere la trama che, come ogni tanto accade con i Marvel Studios, tende a non reggersi sulle proprie gambe ma a dover fare affidamento su altri film che così si trasformano inconsapevolmente negli episodi della serie tv più costosa di sempre. In Infinity War in particolare ci troviamo di fronte alla minaccia del tiranno Thanos (versione fanta-digitale di un Josh Brolin più che dignitoso), figura nascosta in sottotraccia in tante altre pellicole dello stesso universo, che fa finalmente la sua roboante entrata in scena alla ricerca di sei mistici feticci, le gemme dell’infinito. Inutile aggiungere che tutti gli eroi della terra (e qualcuno anche di fuori) si muovono per prendere le difese dell’inconsapevole pianeta nonostante i rancori accumulati in qualche sfida precedente (per i particolari consultare Captain America: Civil War). E così ecco Iron Man (Downey Jr.), Capitan America (Evans), Thor (Hemsworth), Hulk (Ruffalo), i Guardiani della Galassia (Pratt, Saldana e soci), il Doctor Strange (Cumberbatch), Spider-Man (Holland) e Black Panther (Boseman), tutti schierati in bella vista contro la minaccia.

    E qui scendono in campo le sgomitate di cui sopra, perché per piazzare in 160 minuti di film almeno 20 eroi e un cattivo i poveri sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely hanno dovuto di fatto rinunciare a ogni velleità narrativa, affidando il carattere dei personaggi a pochi scambi di battute e lasciando che a comunicare fosse per lo più il linguaggio universale dei pugni, anche perché i pochi attimi di pausa vanno riservati a presentare l’unico personaggio poco noto al pubblico, il cattivo Thanos. Così finisce che Avengers: Infinity War diventi un film sul cattivo dove i buoni sono protagonisti nella forma ma non nella sostanza. Una cosa di per sé piuttosto originale anche se la sensazione è che si tratti di un’originalità involontaria, figlia più di una contingenza che di un’onesta riflessione narrativa. I sintomi del male che affligge gli Avengers si potevano già riscontrare nel primo film della saga (diretto da Joss Whedon nel lontano 2010), quando il villain Loki, interpretato da Tom Hiddleston, finiva per rubare la scena ai troppi protagonisti. Ma in Infinity War la diagnosi è anche peggiore perché nel frattempo i personaggi sono aumentati di numero e anche di profondità, hanno lasciato la loro bozza larvale e nei rispettivi film da solisti hanno preso una dimensione che nel film dei fratelli Russo va tristemente perduta. Dal canto suo il gigante viola Thanos non riesce a colmare quel vuoto di personalità e quel pizzico di amareggiata delusione che resta nel vedere tanti bei personaggi appiattiti alle esigenze di un blockbuster più commerciale del solito. Ed è un peccato doppio perché la carne al fuoco è tanta e le scene a effetto pure, a cominciare da un finale drammatico e inconsueto che probabilmente basta a segnare il successo anche delle prossime uscite Marvel.

    Avengers: Infinity War resta comunque un film difficile da decifrare. Perché è indubbiamente divertente ma è anche vero che si fa fatica a definirlo film. L’inizio è praticamente in media res (per i particolari consultare Thor: Ragnarok), i personaggi sono presi a prestito da altre pellicole e salvo rare eccezioni sono assolutamente privi di un qualunque sviluppo emozionale e anche il finale finisce per alimentare la sensazione che quella dei fratelli Russo sia solo una magnifica appendice, il corollario fragoroso di un collage narrativo che si può ammirare solo nella nostra memoria o più facilmente tra le righe di una voce Wikipedia. Ci troviamo di fronte a nuova forma di narrativa cinematografica? Figlia magari di una decade d’oro per l’intrattenimento televisivo a puntate? Finora gli applausi meglio riservarli al confezionamento commerciale. Perfetto, da marchiare a ferro e fuoco in ogni manuale di marketing applicato all’industria dell’entertainment. Però proprio uno dei personaggi presenti nel film sembra farsi carico di un pro-memoria che non ci ha lasciato indifferenti. Il Black Panther interpretato da Chadewick Boseman, reduce da un poderoso miliardo incassato in tutto il mondo, ci ricorda infatti che i soldi al cinema si possono fare anche preferendo le storie agli stratagemmi, alla dinamica lievemente ricattatoria dei crossover e dei finali aperti. E allora godiamoci queste due ore e passa di vuoto luccicante e aspettiamo un altro film per vedere di nuovo all’opera dei personaggi. Uno o due alla volta però, per carità.

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    Rampage – Furia Animale: I nemici a quattro zampe

    Dwayne Johnson e il regista Brad Peyton tornano a collaborare in Rampage – Furia animale, monster movie ispirato a un classico videogioco arcade. Nel cast anche Naomie Harris e Malin Akermann. In sala dal 12 aprile.

    C’erano un lupo, un gorilla e una grossa lucertola. Non è una favola di Esopo e neanche una barzelletta delle elementari. È, o meglio era, un videogame da sala giochi e ora è anche un film che affianca al brand classico un sottotitolo italiano truce quanto basta. Rampage – Furia animale, per chi ancora non dovesse saperlo, è la nuova collaborazione tra il divo ex wrestler Dwayne Johnson (un tempo noto come The Rock) e il regista Brad Peyton, già artefici di San Andreas, disaster movie per famiglie che dopo aver spazzato via una metropoli e ridisegnato la geografia di un continente si chiudeva sull’inquadratura di un indomito bandierone americano. Il peggio che Hollywood abbia da offrire, penserà qualcuno. Un investimento valido ripagato più di tre volte al botteghino, hanno pensato invece i contabili della Warner Bros. E quindi ecco riproporre la formula. Johnson, Peyton e una città che crolla.

    E allora ecco un esperimento poco etico e degli animali giganti diretti su una città malcapitata. I personaggi umani sembrano quasi un’aggiunta distratta. Li si cita giusto per dovere di cronaca. C’è Davis, primatologo ed ex soldato (Johnson), c’è la scienziata ribelle Kate (la Naomie Harris dei film di James Bond e del recente Moonlight), c’è  il federale-cowboy Russell (Jeffrey Dean Morgan) e c’è la spietata capitalista Claire (Malin Akermann). Lo schema è abbastanza semplice: la spietata capitalista porta avanti l’esperimento poco etico, la scienziata ribelle è l’unica che potrebbe fermarla e in suo aiuto si schiereranno il primatologo ex soldato e il federale cowboy.

    Per scrivere Rampage – Furia animale sono serviti quattro sceneggiatori e la notizia farebbe già arcuare non poche sopracciglia. Se poi tra i quattro spunta anche il nome di Carlton Cuse, importante autore televisivo (Lost e non solo) i dubbi cominciano ad assumere la forma inquietante della certezza, specie considerato che era stato proprio Cuse a scrivere San Andreas. Né lui né gli altri tre (al secolo Ryan Engle, Ryan Condal e Adam Sztykiel, il primo dei quali accreditato anche come soggettista) sembrano provare il minimo interesse per i propri personaggi e finiscono per profondere tutto l’impegno dedicato a questo film (che immaginiamo non sia stato eccessivo) nel cercare di dare uno straccio di trama a un videogioco dove impersonavi un mostro che distruggeva una città.

    Date le premesse non esaltanti non c’è da meravigliarsi che proprio la parte iniziale, quella introduttiva, sia la più debole, nonostante usi tutti gli stratagemmi peggiori per arrivare dritto al punto. Un esordio che sembra la parodia di Gravity, preceduto da una schermata con uno spiegone in didascalia, e seguito dall’introduzione dei personaggi avvolta in una comicità tra l’infantile e il blando non bastano a tagliare i tempi. E alla fine i mostri e l’azione arrivano solo dopo più di mezz’ora quando la pazienza dello spettatore ha già subito parecchi colpi, quasi tutti bassi. E quando il punto arriva non è che la situazione migliori più di tanto. Lucertole alla Godzilla da una parte, gorilla alla King Kong dall’altra e il senso di deja vu nel mezzo, se fosse stato un film di Sergio Leone si sarebbe chiamato Il brutto e il cattivo, perché di Buono c’è davvero poco. E in effetti l’unica cosa che sembra salvarsi è lo scimmione albino George, ricreato in digitale sui movimenti dell’attore Jason Liles, a cui sono affidate le battute migliori del film (e potrebbe non essere un caso visto che parla solo il linguaggio dei segni).

    Rampage – Furia animale eleva ad arte il concetto di mediocre innocuità, e pure se avrebbe potuto scriverlo un generatore automatico di film catastrofici ha almeno il vantaggio di non essere platealmente offensivo. L’encefalogramma però resta piatto e i  miracoli non li può fare neanche il carisma di Dwayne Johnson (che in America gode di una stima tanto diffusa che qualcuno aveva pensato di lanciare una sua candidatura alla Casa Bianca). E così il film finisce per sembrare un’anteprima sbiadita del già annunciato King Kong vs Godzilla, senza peraltro averne le ambizioni, che non devono essere per forza quelle di fare buon cinema, ma semplicemente di aggiungere un nuovo cult alla lista dei nostri piaceri colpevoli.

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    I segreti di Wind River: Storie di una frontiera che non c’è più

    Jeremy Renner ed Elizabeth Olsen, dopo le avventure degli Avengers, affrontano nevi e belve in I segreti di Wind River. Dirige Taylor Sheridan, sceneggiatore di Sicario ed Hell or high water. In sala dal 5 aprile

    Storie estreme di un’esistenza ai margini. Anche se i margini non sono i sobborghi putridi di una megalopoli ma gli spazi sconfinati della frontiera americana, una frontiera che non c’è più. I segreti di Wind River canta una canzone un po’ retrò, quella dei cowboy e degli indiani, ma la reinterpreta secondo i canoni estetici della modernità, perché in fondo il western è stato spesso un genere senza tempo, perso tra montagne e deserti senza una collocazione temporale e geografica precisa. E il Caronte di questa traslazione si chiama Taylor Sheridan, uno che fino a qualche tempo fa faceva l’attore (nella serie tv Sons of Anarchy) e che ora ha trovato una nuova voce a Hollywood, una voce che viene ascoltata con sempre più attenzione. Ha cominciato prima come sceneggiatore, firmando Sicario di Denis Villeneuve e poi Hell or high water, il film distribuito in Italia solo da Netflix che gli è valso una nomination all’Oscar. Adesso è tornato il momento di mettersi dietro la macchina da presa (Sheridan aveva diretto un film nel 2011) e la musica – si diceva – non è tanto diversa da quella di Hell or high water.

    Cory (Jeremy Renner) è un cacciatore solitario. Il suo lavoro è dare la caccia ai predatori e non per metafora. Lupi all’inizio, un leone di montagna poi. Ma lupi e leoni non sono le uniche belve feroci che si muovono ai confini della riserva di Wind River. E Cory un giorno trova il cadavere di una ragazza semisepolta nella neve. Solo allora arriva l’agente Jane (Elizabeth Olsen). Originaria della Florida, di stanza a Las Vegas, non c’è niente di più lontano dai paesaggi aspri del Wyoming. Eppure anche lei dovrà cambiare, dovrà mostrare una forza che non pensa di avere, se vuole sopravvivere perché, come le spiega Cory, “il lupo non uccide il cervo sfortunato, ma solo quello debole”.

    La musica è quella di Hell or high water si diceva. E I segreti di Wind River, come il film diretto da David Mackenzie, è un western moderno che alterna la malinconia di fondo a scoppi di violenza tanto inattesi quanto fragorosi. Perché in fondo dai cowboy ci aspettiamo sì i deserti e le montagne (in questo caso le montagne) ma anche le colt spianate e il rumore del proiettile. La sceneggiatura, ovviamente firmata dallo stesso Sheridan, ha i tempi bruschi e il linguaggio minimale di un romanzo di Cormac McCarthy ma non ha l’attualità di Hell or high water, che affiancava alla storia di due fratelli rapinatori anche una riflessione amara sulla crisi e un dito accusatorio puntato contro le banche.

    L’elemento politico lascia il posto a una più intensa componente emozionale che poggia per lo più sulle spalle di Jeremy Renner, attore che fa sempre piacere vedere all’opera e che fa ancora più piacere vedere al centro della scena. Portatore sano di gravitas il suo Cory incanala il senso della perdita ma anche la quieta solidità delle montagne, uno spirito placido e indomito che sa di eternità. Nella strana coppia di pseudo-sbirri l’ex gemellina Olsen sfrutta dal canto suo l’affiatamento con Renner, maturato sul set degli Avengers. È lei il personaggio dinamico, contraltare alla malinconica staticità del cacciatore filosofo. È lei che è costretta a rispondere ai nuovi stimoli di un ambiente antico o a evolversi in un senso più darwiniano del termine. Il suo tassello nell’incastro di Wind River è forse il più importante, serve a non cedere alla tentazione di una lettura superomistica, serve a ricordare che il rapporto modellante tra natura e uomo non è una risorsa chiusa. Che le montagne sono lì, pronte a impartire la loro lezione a chiunque sappia ascoltare, a chiunque abbia voglia di non arrendersi.

    Quanto è fuorviante il titolo italiano de I segreti di Wind River, forse un richiamo alla lynchiana Twin Peaks, eppure il film di Sheridan di segreti non ne ha molti. E quelli che ci sono vengono svelati appena passata la boa di metà film. E dopo a parlare sono solo le lacrime e le pistole, la neve e le belve feroci. Sostanzialmente l’esame è superato, senza magari l’eccellenza ma con voti ampliamente al di sopra del sei. L’esame ovviamente è quello del Taylor Sheridan regista, l’unico enigma di un film che per il resto poggiava su basi solide quanto i piedi di una montagna. L’attore-sceneggiatore si trova a suo agio a guado nella neve e se qualche volta sembra preferire la scorciatoia delle sparatorie è anche vero che poi si ricorda del potere consolatorio delle lacrime e lascia lo spettatore nella solitudine delle sue riflessioni e delle sue commozioni. I segreti di Wind River è un film piccolo e potente, che si fa apprezzare e che lascia anche un grande margine di crescita a un autore da tenere d’occhio nella skyline tanto irregolare della città di celluloide.

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    Ready Player One: Un grande regista e il suo habitat

    A poche settimane da The Post Steven Spielberg torna al cinema con il fantascientifico Ready Player One, tratto dal romanzo culto di Ernest Cline. Interpreti Mark Rylance e i giovani Tye Sheridan e Olivia Cooke. In sala dal 28 marzo.

    Non serve neanche inserire la moneta per vedere la scritta Ready Player One. Il mantra delle sale giochi oggi diventa il titolo di un film che è allo stesso tempo un atto d’amore per un momento d’oro nella cultura popolare e un tramite verso le generazioni future, il tutto racchiuso nell’involucro luccicante e ultramoderno di una pellicola virtuale che vive almeno il 60% della sua durata nel rigore digitale della computer graphics. Regista neanche troppo occulto è Steven Spielberg, che mescola l’esperienza ultratecnologica del suo recente Le avventure di Tintin alla sindrome di Peter Pan che ha caratterizzato la parte più felice della sua carriera, quegli anni 80 e 90 che sono il serbatoio principale di citazioni e rimandi della sua ultima opera.

    Il giovane Wade Watts (Tye Sheridan, visto nell’ultimo film degli X-Men) cerca di sfuggire alla tetra realtà dello slum dove vive con una zia non particolarmente affezionata. La sua via di fuga è l’universo virtuale di Oasis, la colossale, straripante creazione di James Halliday (Mark Rylance, già alla terza collaborazione con Spielberg), uno strano ibrido tra il genio innovatore di Bill Gates e la solitaria misantropia del Willy Wonka di Gene Wilder. Halliday è morto ma nonostante tutto la sua ombra aleggia ancora su Oasis, nella forma del suo Avatar virtuale, il mago Anorak. Halliday è morto ma è anche in cerca di eredi, e così la cultura del Mmorpg (acronimo che sta per gioco di ruolo online per il multiplayer di massa) diventa una quest cavalleresca, la ricerca di tre chiavi nascoste dal creatore nello sterminato panorama del videogioco, tre chiavi che apriranno le porte del regno al fortunato vincitore. Sulle tracce dell’insperato tesoro non c’è solo Wade ma una platea di cacciatori e appassionati come la misteriosa Art3mis (Olivia Cooke, già vista nel delizioso Il fantastico peggior anno della mia vita), ma anche la squadra dei Sixers, un esercito di giocatori al servizio del losco affarista Nolan Sorento (Ben Mendelsohn) e della sua multinazionale.

    Lo scrittore Ernest Cline, nell’adattare il suo omonimo romanzo in collaborazione con Zak Penn, è rimasto fedele nello spirito pur essendo costretto a cambiare molti dei riferimenti presenti. Colpa – com’è facilmente intuibile – della giungla dei copyright, in cui una grande produzione cinematografica non avrebbe potuto farsi strada a colpi di machete come aveva fatto invece il bestseller in libreria. Ma se anche cambiano gli attori in gioco, se lo Shining di Kubrick prende il posto del War Games con Matthew Broderick, se compare il più noto Gundam al posto del misconosciuto Ultraman e se dal magma delle citazioni emergono Ritorno al Futuro (prodotto dall’Amblin di Spielberg) o Il Gigante di Ferro di casa Warner Bros. (che produce e distribuisce anche Ready Player One) il valore effettivo non cambia.

    E, non neghiamolo, al di là della sottotraccia idealista, di una critica sociale che prende la forma di una realtà tendente al distopico, al di là del richiamo più che necessario alla vita reale il corpo magnetico del film è proprio nell’omaggio continuo, sistematico e ricchissimo ad ogni aspetto della cultura popolare. Cinema, musica, fumetti, cartoni animati e videogame. Il gioco di rimandi è una gioia per gli occhi, una cornucopia enigmistica, che fa venir voglia di vedere il film più volte, di osservarne anche i fotogrammi per riconoscere i personaggi, le situazioni. E lo spettacolo non si limita alle immagini o ai tanti richiami nei dialoghi ma trova il suo spazio anche nella colonna sonora, con una tracklist di pezzi anni 80 che si mescola alle composizioni originali di Alan Silvestri e a brani di altre colonne sonore (da Ritorno al Futuro e non solo) che accompagnano le apparizioni delle citazioni più celebri.

    Ma il grande merito di questo film, che oltre alle citazioni mette in campo un ottimo ritmo narrativo e apparecchia un mondo vivace e nuovo,  è forse quello di restituire un grande regista al suo habitat naturale. Ready Player One rispolvera lo Spielberg eterno adolescente che alla fine, a parte alcuni picchi (Schindler’s List, L’Impero del Sole, il recente The Post), si è dimostrato un regista molto più compiuto e interessante dello Spielberg adulto. Ed il merito non è solo del regista, che su questo film ha lavorato quasi un anno e mezzo, ma anche del materiale di partenza che è riuscito a ispirarlo come non era riuscito al Roald Dahl del precedente Il GGG. Certo, la padronanza del mezzo cinema non era mai stata in discussione. Del resto Spielberg è uno che il linguaggio della celluloide lo ha rivoluzionato più volte. Ciò non toglie che sin dal volgere del nuovo secolo sempre più di rado il regista di E.T. e di Incontri ravvicinati è riuscito a trovare la sintonia con il suo pubblico, quello che da Duel allo Squalo, da Indiana Jones a Jurassic Park fino ai già citati ed episodici film seri, era pronto ad affrontare qualunque fila al botteghino per lui. Vuoi la scelta di argomenti verbosi che hanno alimentato una naturale propensione alla retorica (Amistad, Lincoln), vuoi la firma su alcuni film riusciti ma non particolarmente personali (Prova a prendermi, The Terminal) anche quando affrontava la tanto cara fantascienza (Minorit Report, La Guerra dei Mondi) Spielberg sembrava aver perso la sua voce autoriale, che ritorna prepotente in Ready Player One. E l’augurio, per noi e per il cinema, è che non sia un caso isolato.

     

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