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    Transformers: L’ultimo cavaliere – Robottoni alla tavola rotonda

    Mark Wahlberg, Anthony Hopkins e il regista Michael Bay ci portano di nuovo nel mondo degli Autobot con Transformers: L’ultimo cavaliere, quinto capitolo della saga dedicata ai giocattoli della Hasbro. In sala dal 22 giugno. 

    Robot trasformabili, catastrofi planetarie, eroi ed eroine senza macchia e senza paura. Torna il grand cirque du Transformers che stavolta, oltre alla consueta caciara, si porta dietro anche re Artù, la tavola rotonda, un nobiluomo da Oscar e un maggiordomo robotico. Siamo al quinto capitolo di una saga tra le più fortunate di Hollywood, intitolato Transformers: L’ultimo cavaliere, e oltre al solito serraglio di giganti di ferro ispirati ai giocattoli della Hasbro ci sarebbe un cast di primo piano composto da Mark Wahlberg, John Turturro e Stanley Tucci, più qualche nuova aggiunta, a cominciare dal beniamino dell’Academy Anthony Hopkins e dalla protagonista femminile, l’affascinante attrice britannica Laura Haddock. In cabina di regia, per la quinta volta di seguito, c’è Michael Bay e allora non potranno che essere botti e botte da orbi.

    La trama prende quota direttamente ai tempi di Camelot dove re Artù e compagnia si trovano alle prese con un nemico implacabile e dei nuovi alleati, ma presto si ritorna al presente dove il valoroso leader Optimus Prime viene convinto da una sorta di strega robotica che per salvare il pianeta natio, Cybertron, bisogna distruggere la Terra. A opporsi al piano è un manipolo di valorosi, a cominciare dall’inventore Cade Yeager (Wahlberg), accompagnato dal fido Bumblebee, per finire con la scienziata inglese Vivien Wembley (Haddock), che nasconde un legame con un antico manufatto del passato. A dirigere le fila dei guerrieri anti-apocalisse il nobile Sir Edmond Burton (Hopkins), mentre i malvagi Decepticon, guidati dall’altrettanto malvagio Megatron, non esiteranno comunque a dire la loro.

    La sfida, per lo spettatore distratto, potrebbe essere quella di distinguere un film dei Transformers dall’altro. Ma stavolta più di altre si correrebbe il rischio di commettere una piccola ingiustizia perché, anche solo per il tono generale, L’ultimo cavaliere è abbastanza diverso dai suoi predecessori. Con il capo dei buoni inconsapevole alleato del male, con l’esercito a stelle e strisce schierato contro i protagonisti, e un’apocalisse più inquietante del solito questo quinto capitolo è sicuramente il più dark della saga, pur rimanendo sempre nei rigidi confini dell’intrattenimento per famiglie. Per il resto il fracasso è sempre quello, il quoziente di computer graphics in ogni scena è – se possibile – aumentato e migliorato ma in generale Transformers: L’ultimo cavaliere è un film che sa di non doversi prendere troppo sul serio. Forse perché i tre sceneggiatori (gli Art Marcum e Matt Holloway di Iron Man e il Ken Nolan di Black Hawk Down) e il supervisore Akiva Goldsman si sono resi conto di narrare le gesta di un gruppo di robot alieni che si trasformano in automobili e combattono al fianco di Merlino e re Artù, forse perché l’alleggerimento comico funziona, affidato com’è a tanti personaggi e situazioni, dal comico Jerrold Carmichael, nel ruolo della spalla di Cade, al robot Hound, doppiato in originale da John Goodman, da un cinico Turturro a uno Stanley Tucci nelle vesti di un mago ubriacone. Se la cavano degnamente in questo senso anche Wahlberg e la Haddock che mostrano un’ottima chimica sul set mettendo in scena una serie di spassosi battibecchi.

    In definitiva Transformers: L’ultimo cavaliere è probabilmente uno dei capitoli più riusciti di una saga insensata ma discretamente divertente, confezionata per un pubblico di adolescenti golosi di popcorn e per qualche inguaribile nostalgico che ha voglia di tornare a spolverare i giocattoli dell’infanzia. Peccato solo che gli elementi positivi finiscano per perdersi spesso in quel fracasso che accompagna ogni film di Michael Bay, fracasso che probabilmente era messo lì per coprire gli elementi negativi. E allora si torna alla sfida di cui sopra. Basterà qualche pizzico di novità a far distinguere questo quinto capitolo dai quattro precedenti?

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    Civiltà perduta: La giungla nel destino

    In Civiltà perduta uno dei maestri del cinema indipendente americano, James Gray, ci racconta la storia vera dell’esploratore Percy Fawcett. Con Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller e Tom Holland. In sala dal 22 giugno.

    Un segreto nascosto nella giungla, un esploratore, un uomo in cerca di gloria e di riscatto sociale. Ce ne sarebbe abbastanza per impiattare un blockbuster alla Indiana Jones o per dare alle stampe un romanzo di Wilbur Smith e invece Civiltà perduta è il nuovo dramma di una delle voci più celebrate del cinema indipendente americano, quel James Gray che magari non sarà mai stato profeta in patria ma che è sempre conteso dai festival europei più prestigiosi, Cannes e Venezia in primis. Al suo fianco in questa spedizione al quinto angolo del mondo un cast eterogeneo composto da Charlie Hunnam, attore reso celebre dalla serie tv Sons of Anarchy, da Sienna Miller, dal Robert Pattinson di Twilight e dal prossimo Spider-Man del grande schermo Tom Holland.

    La storia è quella vera di Percy Fawcett (Hunnam), militare britannico che all’inizio del secolo scorso accetta di partecipare a una spedizione in una zona remota dell’Amazzonia e lì trova le tracce di una misteriosa civilizzazione che costringerebbe la polverosa accademia inglese a riscrivere secoli di luoghi comuni coloniali sull’inferiorità razziale degli indios. Contro tutto e tutti, compreso se stesso, Fawcett lascerà a casa moglie e figlio (Miller e Holland) e si impegnerà fino all’ossessione in questa missione impossibile in una terra quantomai ostile.

    Nella scelta di adattare per il grande schermo il romanzo di David Grann, giornalista del New Yorker che ha dedicato anni della sua vita allo studio della figura di Fawcett e delle sue spedizioni, James Gray si incammina per un sentiero battuto da tanti grandi del cinema, il sentiero di un dramma che si lascia sedurre più dallo spessore dei suoi personaggi che non dal fascino semplice dell’avventura. E così nei meandri della sua Amazzonia (Civiltà perduta è stato girato in un’area della foresta che si trova nel territorio della Colombia) riemergono ogni tanto gli echi di un passato glorioso, quelli del cinema di John Huston, da Moby Dick a L’uomo che volle farsi re, ma anche la folle ambizione dell’Aguirre di Werner Herzog e il fiume di Apocalypse Now con tutti i suoi rimandi all’opera di Joseph Conrad. E questo crocevia glorioso che riunisce cinema, storia e letteratura è tradotto da Gray in una serie di splendide immagini, catturate con grande dovizia dalla bella fotografia del collaboratore abituale Darius Khondji.

    A dispetto però del conquistador Aguirre, dell’Achab di Huston e di Herman Melville, del Kurtz di Apocalypse Now il Fawcett incarnato da Charlie Hunnam dà la caccia a un’ossessione senza essere per forza un adepto della follia. La sua vocazione, anzi, è quella del martire del progresso, portatore com’è di valori positivi scevri di ogni tenebra, una sorta di supereroe moderno applicato a un contesto classico. E anche se al personaggio manca forse quel pizzico cupo di fascino che avevano i suoi padri putativi non per questo risulta banale. E in questo senso è azzeccata anche la scelta di un attore di grande fisicità ma non solo, un novello Brad Pitt che riceve una sorta di investitura proprio dal suo nume tutelare perché è la Plan B di Pitt a produrre la pellicola.

    Il risultato è che Hunnam trova il suo personaggio cinematografico più interessante, quello che gli permetterà di mettersi meglio in mostra grazie al mescolarsi di ambizioni e determinazione, di rimpianti e del rapporto tenero che lo lega alla moglie e al figlio. Tanta materia su cui lavorare rispetto ai protagonisti monocordi di Pacific Rim e King Arthur, le due più importanti prove cinematografiche di Hunnam prima di incontrare Gray. Nelle sapienti mani del maestro di Little Odessa e di C’era una volta a New York non sfigurano neanche gli attori di contorno, un Robert Pattinson che nasconde le guance lisce da vampiro dietro una barba ispida e una personalità scontrosa ma anche Sienna Miller nel ruolo di una donna idealista ed emancipata, e Tom Holland che veste i panni di un figlio prima ribelle e poi sempre più conquistato dal sogno del padre.

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    La Mummia: Il nuovo (mostro) che avanza

    La Mummia riporta in scena uno dei classici del cinema horror nelle vesti di un franchise che più moderno non si può. Alex Kurtzman dirige Tom Cruise, Russell Crowe e Sofia Boutella in una versione in rosa del mostro del titolo. In sala dall’8 giugno.

    Bende strette, coperchio del sarcofago scostato. La Mummia è pronta a rivestirsi di moderno per un nuovo reboot. E se stavolta rivestirsi di moderno vuol dire incrociare le strade di altri mostri celebri della tradizione letteraria e cinematografica allora ben venga il Dark Universe, la nuova idea con ambizioni di franchise partorita da Universal e affidata a due sceneggiatori molto stimati a Hollywood, Chris Morgan, tessitore delle trame di Fast & Furious, e Alex Kurtzman, ex allievo di J.J. Abrams, che di questa nuova Mummia è anche e soprattutto il regista. La formula prevede ovviamente che il cielo sia fitto di stelle e per cominciare si è scelto di andare sul sicuro con un Tom Cruise che cerca di allargare il suo parco blockbuster. In attesa del revival di Top Gun infatti l’indimenticato protagonista di Jerry Maguire conta un solo pezzo da novanta, Mission Impossible, e qualche operazione più modesta come Jack Reacher. Al suo fianco un sempreverde Russell Crowe, la bionda Annabelle Wallis, conosciuta con la serie tv Peaky Blinders, e l’esotica mummia del titolo, la franco-algerina Sofia Boutella, già vista in Kingsman e nell’ultimo Star Trek, in un’inedita rilettura in rosa del personaggio.

    La storia è quella del sottufficiale Nick Morton (Cruise), impegnato in una missione in Medio Oriente, che da aspirante sciacallo decide di pigliarsi una libera uscita per andare a cercare un tesoro nascosto ovviamente in una zona pattugliata dall’Isis. Come se non bastasse il tesoro nascosto non è altro che la mummia di un’antica principessa egizia (Boutella) che, già quand’era in vita, tramava per riportare sulla Terra il malvagio dio Set. Sembrerebbe tutto perduto se non arrivasse la cavalleria nella forma della misteriosa organizzazione Prodigium e della sua eminenza grigia il bifronte dottor Jekyll (Crowe).

    Già la sfilza di sceneggiatori censiti dai titoli di coda (i due veterani David Koepp e Christopher McQuarrie, quest’ultimo da tempo quasi un braccio destro per Cruise, più il semiesordiente Dylan Kussman e tre soggettisti, tra cui lo stesso Kurtzman) lasciava immaginare che il papiro della Mummia fosse più che altro un lavoro di patchwork ma il risultato finale fa pensare più al mostro di Frankenstein che non ai non-morti della tradizione egizia. Se il classico degli anni 30 resta nella leggenda, e il remake del 1999 con Brendan Fraser ci riporta a un’epoca più scanzonata e un filo più sfacciata, questa Mummia degli anni 10 è un grammelot semiotico, un cocktail di suggestioni che affiorano ogni tanto dal brusio dei dialoghi e dal fragore dell’azione.

    Il passato è racchiuso in un’essenza, che si riproduce in laboratorio e si ripropone per una nuova generazione. L’idea del mostro per amore è intatta, anche nei colpi di scena di questo nuovo intreccio. Ma ora l’idea originale è meticcia, impreziosita o svilita a seconda dell’animo e della data di nascita, da 80 anni di film, telefilm, videogiochi e tutto quello che è e che è stato popolare. Il personaggio di Tom Cruise sembra un misto tra Indiana Jones e il George Clooney di Three Kings, l’idea di far incrociare la strada ai mostri trova una sua origine nei fumetti del britannico Alan Moore, già trasposti al cinema nella Leggenda degli Uomini Straordinari e travisati con classe per il piccolo schermo dalla serie tv Penny Dreadful. Guardando i set, le scene d’azione, gli scontri con i non morti, viene da pensare anche a serie come The Walking Dead, a videogiochi come Uncharted e Tomb Raider e chi più ne ha più ne metta. L’idea poi di unire in un franchise trame e personaggi diversi è propria dei cinecomics ed in particolare è stata la ricetta del successo del mega producer Kevin Feige dei Marvel Studios.

    In definitiva La Mummia è una mongolfiera carica di gente, di ambizioni e di zavorra che non ha grossi pregi e non avrebbe neanche difetti troppo evidenti, se non forse la confusione generata da un’eccessiva ansia di piacere. Tom Cruise fa il Tom Cruise, ed è il puntello più grosso su cui sembra reggersi la baracca, gli altri interpreti, Crowe in primis, se la cavano. La regia di Kurtzman è un po’ scolastica ma il producer di Star Trek e Amazing Spider-Man si trova a suo agio con questi mostri-supereroi e rispetto ai colleghi in calzamaglia e mantello questi personaggi riveduti e corretti hanno almeno il vantaggio di non farti capire dove si andrà a parare. Basterà a raggiungere la gloria di Hollywood? La parola ai botteghini.

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    Sieranevada: Affari di famiglia

    Presentato al Festival di Cannes del 2016 Sieranevada di Cristi Puiu, uno dei massimi esponenti della new wave del cinema romeno, è un lucido e infinito spaccato familiare, tra vissuto quotidiano e attualità. In sala dall’8 giugno.

    Una tavola imbandita, una famiglia che si riunisce, una commemorazione. Sieranevada è una vecchia polaroid sbiadita, un’istantanea che intrappola l’attimo fuggente di una realtà piccola, ma è anche – per induzione – una foto satellitare e ultradettagliata di un mondo più grande. Prima di tutto però è l’ultima opera di Cristi Puiu, massimo rappresentante insieme a Cristian Mungiu della new wave del cinema romeno, che dopo il passaggio in concorso al Festival di Cannes del 2016 trova spazio anche nelle sale italiane, sgomitando con bagnini, pirati e supereroi, grazie al coraggio e all’amore per il cinema di Parthenos Distribuzione.

    Lary (Mimi Branescu) è un medico e deve andare a casa della madre, dove si terrà una cerimonia in suffragio del padre scomparso un mese prima. Lì incontrerà una famiglia più o meno disastrata: gli zii in preda a una crisi matrimoniale, una sorella inviperita dalle nostalgie comuniste di un’anziana invitata, un cugino affascinato dall’11 settembre e dalle teorie della cospirazione, una cugina alle prese con un’amica croata che potrebbe essere sotto gli effetti di qualche droga, o semplicemente ubriaca.

    E sono solo alcuni degli episodi di questo lungo, infinito, film mosaico, incastrato per lo più nella cornice claustrofobica di un appartamento dove si muove, parla, vive, un nutrito gruppo di personaggi in un’imitazione anche troppo realistica di una famiglia numerosa e allargata. Sieranevada è un film complesso perché Cristi Puiu, anche sceneggiatore, non fa sconti. Nelle quasi tre ore di durata il regista non concede spazio alla didascalia, calando direttamente lo spettatore nelle acque gelide di un torrente di parole che spazia dalla spesa al Carrefour alla strage di Charlie Hebdo, dai tradimenti di un marito alla missione internazionale nel Kosovo, da Ceausescu ai segreti che offuscano il cielo anche delle coppie più solide.

    Da un lato una macchina da presa ferma che gira il suo occhio a destra o a sinistra, seguendo l’andirivieni dei protagonisti, come a declinare nella chiave di un realismo placido e drammatico l’impostazione teatrale e i tempi forsennati del Rumori fuori scena di Peter Bogdanovich, dall’altro una ricostruzione lucida delle dinamiche familiari, serene o agitate che siano, dove affiorano di tanto in tanto gli scogli dell’attualità, i grandi movimenti del mondo che nel microcosmo forse diventano margine ma che non per questo è possibile ignorare. Sieranevada è un film complesso e non per tutte le platee, di un realismo di grande maturità stilistica, in equilibrio sulla corda che congiunge il cervello al cuore, ma che probabilmente risulterà indigesto a chi in cuor suo non disprezza le regole del linguaggio mainstream. Quella imbastita da Cristi Puiu è una piccola e grande avventura cinematografica che avrà bisogno di un pubblico pronto a calarsi nelle sue atmosfere per riuscire a lasciare quel segno che certo merita di lasciare.

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    Baywatch: I bagnini al potere

    I bagnini di Baywatch esordiscono al cinema in un’avventura balneare interpretata da Dwayne Johnson, Zac Efron, e dalle belle Alexandra Daddario e Kelly Rohrbach. Alla regia il Seth Gordon di Come ammazzare il capo e vivere felici. In sala dall’1 giugno.

    Galleggianti rossi, costumi abbinati, muscoli e curve al vento. I bagnini di Baywatch provano a lasciare di nuovo la loro impronta nell’immaginario collettivo e per farlo scelgono il bagnasciuga del cinema, tanto più spazioso quanto remunerativo rispetto ai confinati lidi televisivi che avevano calcato nelle loro leggendarie corse al rallenty già dalla metà degli anni 90. In cabina di regia lo specialista in commedie Seth Gordon (Come ammazzare il capo e vivere felici), sul proscenio di sabbia e onde il superdivo Dwayne Johnson e l’ex teen star Zac Efron a mettere in mostra bicipiti e addominali, l’ex True Detective Alexandra Daddario e la modella Kelly Rohrbach a sfoggiare tutto un armamentario di curve degno del Gran Premio di Montecarlo e di non pochi rally.

    La storia è quella di Matt Brody (Efron), un Michael Phelps in versione comica, allo stesso tempo ragazzo prodigio e bad boy del nuoto a stelle e strisce. Per rifarsi una vita Matt decide di entrare tra le fila dei bagnini di Malibù, guidati dal roccioso (in tutti i sensi) tenente Mitch Buckhannon (Dwayne “The Rock” Johnson). Lì dovrà riuscire a fare squadra con un team già affiatato composto da Summer (Daddario), C.J. (Rohrbach), dall’esotica Stephanie (Ilfenesh Hadera) e dal nerd Ronnie (Jon Bass). E allo stesso tempo dovrà sventare i piani della trafficante-affarista Victoria Leeds (Priyanka Chopra) in un turbillon di evoluzioni acquatiche misto a un umorismo che non disdegna la via del demenziale.

    Pur senza attraversare mai il confine del nonsense le sei persone che hanno messo mano allo script (gli sceneggiatori Damian Shannon e Mark Swift e quattro soggettisti) hanno scelto questa strada per aggiornare un prodotto televisivo tanto scanzonato che oggi sarebbe difficile da riproporre anche nel panorama dei palinsesti pomeridiani. Ci riferiamo alla strada di in umorismo che non esita a puntare in basso senza raggiungere le vette del becerume proposte da American Pie ed emuli, e in fondo c’era da aspettarselo, vuoi perché lo stesso trattamento è stato riservato ad altri telefilm trasposti per il cinema (dallo Starsky & Hutch dell’accoppiata Stiller e Wilson fino al più recente 21 Jump Street) vuoi perché pur sempre di un film per famiglie si tratta. Quindi a parte gli inseguimenti in moto d’acqua, i tuffi dai pontili e tutto il resto si scherza sulle erezioni incontrollate del personaggio interpretato da Jon Bass ma anche sui peni dei cadaveri in obitorio e sugli sguardi incontrollati alle tette di qualche protagonista.

    Un retrogusto pecoreccio che forse stona un po’ con l’innocente malizia del prodotto originale ma che in fondo può adattarsi ai canoni – invero piuttosto bassi – della farsa americana di oggigiorno. Per il resto il nuovo Baywatch incassa i dividendi grazie al carisma di Dwayne Johnson, una delle stelle forse più inaspettate di Hollywood, che per un motivo o per un altro esce sempre vincitore dalla sfida al botteghino, e grazie all’innocente malizia di cui sopra, ovvero quel mix insensato ma divertente di galleggianti e costumi rossi, attori palestrati, attrici tutte curve, corse al rallenty e quel sano spirito di squadra, arricchito da qualche guest star annunciata e da un pizzico di autoironia che non guasta mai.

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    Wonder Woman: l’altro colore dei supereroi

    La supereroina più famosa dei fumetti diventa un film diretto da Patty Jenkins e interpretato da Gal Gadot e Chris Pine. Wonder Woman arriva in sala dall’1 giugno.

    Milioni di lettori, 75 anni di vita, icona del femminismo e della cultura pop. Eppure solo nel 2017 Wonder Woman esordisce al cinema, con una pellicola tutta al femminile diretta dalla regista Patty Jenkins e interpretata dall’ex modella israeliana Gal Gadot, che già aveva portato sullo schermo il personaggio nel recente Batman v Superman: Dawn of Justice, e che qui è affiancata dal Chris Pine di Star Trek. Non si tratta del primo film dedicato a un’eroina dei fumetti, già negli anni 80 il cinema aveva dedicato due ore a Supergirl, cugina meno famosa di Superman, mentre nel 21esimo secolo si conta anche il mezzo fiasco della Catwoman interpretata da Halle Berry. Wonder Woman rappresenta comunque un nuovo inizio, vuoi perché è il primo film dedicato interamente a un personaggio femminile da quando il cinecomics è diventato il genere più redditizio di Hollywood, vuoi perché per la prima volta la protagonista non deve il suo successo a una controparte maschile, ma è assurta agli onori della cultura popolare grazie alla serie a fumetti che la vede protagonista sin dai primi anni quaranta e a una serie tv interpretata da Lynda Carter che ha traslato il successo anche a un paio di generazioni successive.

    La storia, imbastita dallo sceneggiatore televisivo e fumettistico Allan Heinberg, vede la giovane Diana (Gadot), crescere sull’isola di Themiscyra, regno delle amazzoni. Ma anche se grava sulla sua vita l’ombra di una profezia Diana è comunque intrigata dall’idea di conoscere il mondo al di là della coltre di nebbia che circonda l’isola. L’occasione alla fine arriverà nella forma dell’aitante Steve Trevor (Pine), spia americana al servizio degli inglesi, intenta a svelare le oscure macchinazioni del generale Ludendorf (Danny Huston). Diana deciderà allora di mettere il suo idealismo al servizio del mondo degli uomini e sfidare apertamente il dio Ares, proprio quando le nazioni della Terra sono alle prese con il primo devastante conflitto mondiale.

    L’idea di affidare un blockbuster con un budget da quasi 150 milioni nelle mani di una regista che non dirigeva un film dal 2003 (quel Monster che valse un Oscar alla sua protagonista, Charlize Theron) rappresentava una scommessa quantomai rischiosa per la Warner Bros. che della Dc Comics è proprietaria. E l’esito è stato tanto scontato quanto sorprendente. Perché pur mostrando un certo imbarazzo nelle sequenze più prettamente supereroistiche (lo scontro finale è sicuramente il passaggio meno riuscito del film) la Jenkins riesce a dare nuova linfa all’esperienza cinecomics, come se in fondo bastasse arruolare qualcuno che non era già un fanboy, qualcuno che si lasciasse stupire dai supereroi che raccontava. Inutile dire che riuscire a farlo con personaggio tanto nuovo e allo stesso tempo tanto carico di tradizione era sicuramente l’opzione ideale per trasformare quel Wonder del titolo nel wow che è la genesi stessa della parola.

    Ecco che Wonder Woman diventa di fatto un romanzo di formazione, e il villain non è tanto il cattivo di turno che non sveliamo, quanto la realtà  dei fatti, che finisce per scontrarsi con l’idealismo ingenuo di una protagonista che crede di essere stata plasmata nell’argilla. Se l’intreccio potrà sembrare esile la trama di fondo di Wonder Woman è invece piuttosto solida, è quella di una giovane che diventa adulta e che nonostante lo scoramento trova un motivo e la forza per non smettere di combattere.

    A rendere piacevoli le quasi due ore e mezzo di Wonder Woman è però anche il talento (inaspettato e ce ne scusiamo) di Gal Gadot che dopo aver colpito piacevolmente il pubblico di Batman v Superman conferma di avere altri registri oltre alla fisicità dell’eroina d’azione. La guerriera veterana che aveva animato il film di Zack Snyder lascia il posto a una ragazza dagli occhi sognanti che si trova a suo agio anche nei siparietti più comici. Gli spassosi scambi di battute con Pine – che mostra un grande personalità nel riuscire a mettere da parte la consueta spavalderia dei suoi ruoli da protagonista – strappano più di un sorriso come pure ottima è la sintonia con la divertente attrice inglese Lucy Davis, nel ruolo della segretaria di Pine, la suffragetta Hetta Candy, a cui però andava concesso probabilmente più spazio.

    La leggerezza del tocco, la solidità dei temi trattati, l’ottima interpretazione della protagonista e di molti degli interpreti di contorno riescono a dare un pizzico di novità anche a quella che poteva essere la più scontata delle origin story e in un mercato che produce 7-8 cinecomics all’anno non è poco e sicuramente basta a bilanciare gli aspetti più negativi del film, a cominciare da quello scontro finale forzato e appesantito da un uso eccessivo della computer graphics.

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    Ritratto di famiglia con tempesta: Lacrime nella pioggia

    Con Ritratto di famiglia con tempesta torna il cinema delicato e profondamente umano del giapponese Hirokazu Kore-eda. In sala dal 25 maggio.

    Un bambino, due genitori separati, una nonna, rinchiusi tra le pareti di un appartamento, a fare i conti con la bufera che scuote le finestre e quella che agita i cuori. Ritratto di famiglia con tempesta è l’opera più recente di Hirokazu Kore-eda, maestro giapponese del dramma familiare, che nel 2013 si vide assegnare il premio speciale della giuria al festival di Cannes. E sempre dalla croisette arriva quest’ultima opera, non dal concorso generale ma dalla sezione Un certain regard.

    La storia è quella di Ryota (Hiroshi Abe), scrittore mancato, schiavo del gioco, scalcinato detective e padre reprensibile per usare un eufemismo. Divorziato dalla moglie cerca disperatamente di ritrovare un dialogo con il figlio nonostante una vita a un passo dalla miseria gli impedisca anche solo di pagare gli alimenti. L’arrivo di un uragano però costringerà la famiglia a riunirsi nella casa della nonna (Kirin Kiki) per una notte e a fare i conti con il passato, con il presente e con un futuro quantomai incerto.

    Rispetto a quello che è probabilmente il suo capolavoro, Father and son, Ritratto di famiglia con tempesta conta meno sulla forza del dramma e preferisce toccare il tasto di una delicatezza che si lascia andare qualche volta alla suggestione della commedia, preferisce affrontare con dolcezza una riflessione malinconica sul rapporto che ci lega ai nostri sogni e alla felicità che ne dovrebbe derivare. L’esaltazione tutta giapponese dell’impegno, più importante anche del risultato, è permeata da una sinfonia di note personali. Lo conferma lo stesso Kore-eda, venuto a Roma a presentare la pellicola distribuita da Tucker Film. “Negli ultimi 10 anni – spiega – ho visto morire mia madre ed è stato un lutto che mi ha segnato, e che mi ha spinto a pensare che forse non ero mai stato davvero il figlio che lei avrebbe voluto. Ma questa mancanza è stata riempita dalla nascita della mia prima figlia e in qualche modo nelle nostre vite è sempre così: riempiamo quello che è mancato con lo scorrere nel tempo. E allora, dentro di me è germogliato qualcosa di molto forte, qualcosa che vedete riflesso nelle mie ultime opere incentrate sulla famiglia.”

    Un film dove non manca un forte elemento autobiografico non privo di un certo autocitazionismo. Hiroshi Abe e Kirin Kiki interpretano infatti il ruolo di figlio e madre a quasi dieci anni da quello Still Walking che fece conoscere al mondo il talento di Kore-eda. “Terminato di girare quel film ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto molto lavorare di nuovo con loro, e riproporli negli stessi ruolo”, ricorda il giapponese. “Volevo però che fossero passati un po’ di anni, che entrambi fossero invecchiati un po’. E la sceneggiatura è stata scritta pensando a loro come ai possibili interpreti”. Per la Kiki poi c’è stata anche una fonte di ispirazione molto particolare. “Il personaggio della nonna è ispirato apertamente a mia madre e anzi direi che al 50% è mia madre e al 50% è Kirin. L’attrice mi ha chiesto di poter portare in scena un oggetto di mia madre. Le ho dato un vecchio paio di occhiali e quando se li è messi per me è stata un’emozione fortissima”.

    Il segreto dei drammi familiari di Kore-eda, la loro forza emozionale, sta anche nell’imperfezione dei suoi personaggi, nei tratti sgradevoli e nella dolcezza che si mescolano fino a ricreare la quintessenza dell’umanità. La passione smodata per il gioco, una vita fatta di espedienti, ma l’amore evidente per il figlio e per l’ex moglie, fa di Ryota uno dei personaggi più riusciti non solo della filmografia del giapponese ma anche del 2017 cinematografico, per un film che racconta una storia di speranza in assenza di certezze, che esalta la forza dei legami familiari e il potere di una memoria che trascende il tempo e il cinema frettoloso e spesso banale sulla quale Hollywood, ma non solo Hollywood, spesso scommette i suoi soldi.

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    Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar – Vecchi lupi di mare

    Johnny Depp indossa le vesti sudicie di Jack Sparrow per Pirati dei Caraibi: La Vendetta di Salazar, quinta avventura del filibustiere più scalcinato del cinema. Dirigono i norvegesi Espen Sandberg e Joachim Rønning. In sala dal 24 maggio.

    Gambe di legno, bende sull’occhio e velieri fantasma. Non è ancora il tempo di ammainare le vele per Jack Sparrow e ciurma che anzi mollano gli ormeggi per una nuova avventura. Pirati dei Caraibi: La Vendetta di Salazar è il quinto capitolo della saga ispirata a una delle più celebri attrazioni dei parchi Disney. Protagonista è sempre Johnny Depp, alla sua prima uscita in sala dopo la tempestosa separazione con Amber Heard e lo strascico di rivelazioni e polemiche che ne è seguito. Il ruolo del villain tocca a Javier Bardem mentre al timone ci sono due facce nuove, i norvegesi Espen Sandberg e Joachim Rønning, che tornano a solcare le onde dopo il successo che li ha consacrati, quel Kon-Tiki che dopo una scorreria in America racimolò un bel bottino, con tanto di Golden Globe e di nomination all’Oscar come miglior film straniero.

    La mappa del tesoro stavolta porta Jack Sparrow a incrociare la rotta di Henry e Caryna (le stelle adolescenti Brenton Thwaites e Kaya Scodelario). Lui è il figlio di un vecchio alleato, lei è un’aspirante scienziata alla ricerca delle sue origini. I tre si imbarcheranno per seguire le tracce di un antico segreto, quello del tridente di Poseidone che annulla tutte le maledizioni del mare. Tra onde e marosi non mancano però i nemici, quelli vecchi e quelli nuovi, il pirata rivale Barbossa (Geoffrey Rush) e il Salazar del titolo (Bardem), flagello non morto dei filibustieri.

    Passati sei anni dall’ultimo Oltre i confini del mare Jack Sparrow non perde i colpi ma neanche ne guadagna, stretto com’è in un bizzarro limbo narrativo dove pur essendo formalmente la figura centrale del film in sostanza non è altro che una spalla comica, affiancata in modo anche un po’ ingombrante ai veri protagonisti della vicenda. E così Depp, cardine inscalfibile, maschera immutabile, resta al centro del proscenio mentre i personaggi di Henry e Caryna, che di questo episodio sarebbero il fulcro narrativo rimangono figure abbozzate, condite appena da qualche luogo comune, dall’amore per un padre adorato quanto ignoto, a una ancor più generica attrazione per la scienza e per l’avventura.

    Questo passaggio de La Vendetta di Salazar è sicuramente la nota più dolente dell’operazione, perché la storia imbastita dallo sceneggiatore Jeff Nathanson (Prova a prendermi) non si discosta di molto dalle tracce già svolte dai film precedenti, puntando però su personaggi e attori con meno carisma, lasciando colpevolmente sullo sfondo il cavallo di ritorno Orlando Bloom, e costringendo il talentuoso Javier Bardem a recitare avvolto nella cappa della cgi. Sandberg e Rønning, dal canto loro, non riescono a redimere il soggetto mediocre sfruttando la magia del mare a cui avevano attinto a piene mani in Kon-Tiki, e la loro regia brancola sul ciglio dell’abisso, alla ricerca disperata di uno spunto a cui neanche la x su una mappa sembra condurre. Ma Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar è pur sempre un film Disney, e anche senza puntare alle altezze di una coffa la professionalità è di casa e basta ad evitare un naufragio completo (come era successo a Depp nel recente Alice attraverso lo specchio). Qui non tutto è da buttare, a cominciare dalla sequenza iniziale, quella della rapina in (e della) banca, spassosa e scanzonata come poche, per finire all’apparato comico condito da una divertente comparsata di Paul McCartney e guidato dal talento di Depp affiancato dal suo fido secondo, il formidabile caratterista Kevin McNally, e passando per una colonna sonora che conta ancora una volta su uno dei temi più trascinanti della storia del cinema del 21esimo secolo.

     

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    Scappa – Get out: l’orrore a tinte nere

    Il comico americano Jordan Peele dirige Scappa – Get out, un horror satirico che trasforma in un incubo la tensione razziale. In sala dal 18 maggio.

    La sciabola dell’horror e il fioretto della satira. Jordan Peele, regista, sceneggiatore e anima di Scappa – Get out, emerge da un background dai toni più lievi, nonostante le lame siano comunque affilate. Quello della commedia, grazie al sodalizio con il collega Keegan-Michael Key e agli sketch della serie Key & Peele. Il sogno però era quello di dirigere un film horror e allora dalle risate della Comedy Central si è passati alle urla della Blumhouse e del suo numero uno, Jason Blum, piccolo Mida del terrore a basso costo che ha sfornato vere macchine da dollari come Paranormal Activity e La Notte del Giudizio.

    Scappa – Get Out racconta di una coppia di fidanzati, Chris e Rose, nero lui (l’inglese Daniel Kaluuya) bianca lei (l’Allison Williams della serie tv Girls), e del primo incontro con la famiglia di lei, due genitori benestanti e liberali (Catherine Keener e Bradley Whitford) e un fratello turbolento (Caleb Landry Jones). Se già questo non bastasse a far accapponare le pelli più sensibili all’ansia va anche aggiunto che nella magione di famiglia, dove nonostante la passione per le politiche di Obama i domestici sono rigorosamente di colore, si agitano correnti sinistre più che di sinistra.

    Ispirato dichiaratamente alla tradizione dell’horror satirico che ebbe forse come capostipite quel La Fabbrica delle Mogli del 1975 il cui mito fu aggiornato da Nicole Kidman nel suo La Donna Perfetta, Scappa – Get out affonda la lama del suo coltello nella tensione razziale del meltin’ pot americano. Il ruolo del villain non spetta però al razzista da manuale, bifolco redneck o klanista incappucciato che sia. Ma a quell’area di benestanti progressisti che in cuor loro si sentono vicini alle aspirazioni dei neri,  preda di un afflato ecumenico dove le buone intenzioni e l’ipocrisia si affiancano e spesso si sovrappongono, convivono tanto a ridosso da sfiorare il concetto di promiscuità.

    Dal sostegno nostalgico all’amministrazione americana uscente fino al rispetto più rigido del politically correct l’incontro tra Chris e i genitori di Rose sussurra una rima di tensione già dalle prime battute del film, che richiama apertamente quella cena fatidica dove un giovane Sidney Poitier si siede alla tavola dei mostri sacri Spencer Tracy e Katherine Hepburn. Questa però non è una storia di emancipazione, tutt’altro, qua si vuole sottolineare un conflitto latente e mai davvero sanato, che permea di sé tutti gli ambiti della società, anche quelli che meno lo vorrebbero. Ecco quindi che il concept di fondo fa lievitare la suspense modellandola in fogge grottesche, con l’unico sfiatatoio rappresentato dal personaggio di Rod, migliore amico di Chris, interpretato da un LilRel Howery con chiare mansioni da spalla comica.

    È indubbio che l’impatto di Scappa – Get out sia un po’ attenuato qui da noi, dove la tensione razziale prende altre forme, dove nel livello (basso) del dibattito la pelle scura ce l’ha solo chi sfida il mare in cerca di fortuna, di salvezza o, secondo alcuni, solo di sangue. Ciò non toglie che l’intelligenza dell’operazione sia chiara e innegabile anche a un oceano di distanza. Il film di Jordan Peele fa riflettere, diverte e mette anche i brividi. E pur non avendo i toni accesi, la disperazione urlata, di certi maestri dei tempi che furono, dagli zombie di George Romero, agli alieni consumisti di John Carpenter e del suo Essi Vivono, passando per l’occidente malato di feticci di Mad Max: Fury Road, Scappa – Get out rifugge dalla banalità e come gli horror migliori funziona perché avvolge nel sudario di un incubo quello che è solo un aspetto della nostra realtà. Una realtà a tinte nere e mai la metafora fu più calzante.

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    Song to song: Malick e l’arte del collage

    Ryan Gosling, Rooney Mara e Michael Fassbender stretti in un triangolo d’amore, musica ed esistenzialismo in Song to songo, nuovo film del maestro Terrence Malick. In sala dall’1o maggio.

    Il ritorno discusso di un maestro. Song to song, ottavo film di Terrence Malick, arriva sugli schermi italiani a pochi mesi dal precedente Knight of Cups, due film quasi paralleli per la versione cinematografica di un parto gemellare che sarà croce e delizia della platea cinefila, alimentando in egual misura – è facile credere – estasi e imbarazzi, vaglio critico e inevitabili discussioni. Il regista dell’Illinois arruola la solita schiera di celebrità pronte a mettersi al servizio di una creatività spontanea, involontaria, e di anno in anno sempre più selvatica. Stavolta si tratta di Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter e Val Kilmer, solo per citarne alcuni, a cui si aggiungono (visto il tema musicale in rigoroso sottofondo) rockstar come Patti Smith, Iggy Pop e Flea ed Anthony Kiedis dei Red Hot Chilli Peppers, e non si contino neanche Christian Bale e Benicio Del Toro che pur avendo partecipato alle riprese sono stati tagliati dal montaggio finale.

    La storia è quella di BV (Gosling), musicista in cerca del successo, che trova l’amore dell’aspirante cantautrice Faye (Mara) a sua volta legata al produttore Cook (Fassbender). Un triangolo amoroso imperfetto che si arricchirà di nuovi personaggi, la cameriera Rhonda (Portman), Amanda (Blanchett) e non solo, fino a formare un complesso mosaico che si staglia sullo sfondo di Austin e dei suoi infiniti festival musicali.

    Con Song to song Malick si cimenta ancora nell’arte del cinema-collage, mostrandoci una love story scomposta ed esistenzialista che sembra prendere forma in media res. Il punto di origine è la città, la sua irrequietezza musicale, i suoi artisti che brancolano e sgomitano nella speranza di afferrare i propri sogni, di trasformare l’aspirazione in realtà, magari senza perdere se stessi, senza smarrire il senso di ciò che si ha intorno. Ma se questa è la traccia il tema è svolto con l’audacia prevedibile, forse un po’ scontata, del Malick dell’ultima fase.

    Per un film che ha nella musica il suo centro la musica è stranamente assente, affiora ogni tanto nelle riprese girate direttamente ai festival, nel contributo anche pungente di alcuni tra i volti più scavati del rock (splendido il passaggio davanti alla telecamera di Patti Smith), per il resto gli strumenti compaiono qua e là, più come feticci che come motori immobili dell’azione. In fase di scrittura Malick predilige ancora una volta il ricorso sistematico alle voci off che cercano di intagliare una cornice narrativa che racchiuda un girato dove prevale invece la logica del canovaccio. Le parole sono poetiche, la sintonia con le belle immagini immortalate dalla fotografia di Emmanuel Lubezki è magistrale, ma la sensazione, più che altre volte, è che qualcosa non vada, che il circuito narrativo non si chiuda. Se il manto di parole sia un sudario funebre che avvolge il senso tradizionale della sceneggiatura hollywoodiana o se sia solo un velo pietoso steso per coprire una massa informe, lasciamo che siano gli appassionati a deciderlo. Certo è che la trama pare più diafana del solito, di un inafferrabile ai limiti dell’inconsistente.

    Di Song to song resta comunque la sequela impeccabile di istantanee, di suggestioni, da cui emana una narrativa di risulta che forse stavolta è inferiore alla somma delle sue parti. Resta il dubbio: Malick è un maestro di immagini che ha perso le parole? Forse è giusto che a rispondere siano le accademie perché l’ultima pellicola di questo regista, la cui grandezza è difficile da mettere in discussione, sembra più materia di studio che non un’opera fruibile da un pubblico di curiosi e appassionati. In attesa che ritorni il maestro della Rabbia Giovane e della Sottile Linea Rossa non resta che prendere, lasciare, dibattere.

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