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    A private war: La guerra della giornalista Colvin

    In A private war Rosamund Pike interpreta la giornalista Marie Colvin, che morì sotto le bombe di Homs, in Siria, nel 2012. Dirige Maatthew Heineman. Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma arriva in sala dal 22 novembre.

    Dallo Sri Lanka dei ribelli Tamil fino alla Libia e alla Siria. A private war, presentato in anteprima alla 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma, potrebbe sembrare un compendio di guerre moderne e invece è solo un film biografico presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Diretto dall’esordiente Matthew Heineman A private war è dedicato all’americana Marie Colvin, reporter del Sunday Times che restò uccisa nel 2012 durante l’assedio di Homs in Siria. A interpretarla è Rosamund Pike, l’attrice inglese resa celebre dall’Amore Bugiardo di David Fincher.

    La storia è quella della Colvin, giornalista che colpì l’immaginario collettivo per la sua benda da pirata sull’occhio sinistro e per l’amour fou verso quel lavoro che alla fine gli costò non solo un occhio ma anche la vita, conclusa anzitempo sotto le bombe del tiranno Assad. Ma la storia di A private war non è solo questa. La sceneggiatura di Arash Amel scandisce l’esistenza della Colvin seguendola passo passo, da un fronte all’altro. Limitando al minimo i ritorni a casa, al tempo necessario per raccontare lo strano senso di spaesamento che la giornalista viveva quando non si trovava in una situazione di rischio, quando non aveva per le mani una verità scomoda da svelare.

    Ed è proprio questo aspetto del racconto ad emergere in un film che per il resto si inserisce nel filone del cinema di impegno civile e nella sottocategoria dell’elogio al giornalismo, un solco che negli ultimi anni ha partorito film più che dignitosi, come Il caso Spotlight e e lo spielbergiano The Post. La scelta di calcare maggiormente la mano sulle fragilità del lato umano, su quel vuoto riempito dal furore stakanovista, esalta al meglio la buona prestazione di Rosamund Pike. E questo aspetto viene anche più esaltato nella seconda parte del film, a poco a poco che i conflitti raccontati dalla Colvin si fanno più vicini e più sentiti allo spettatore.

    In conclusione A private war è un biopic convinto e compiuto, un ritratto a tutto tondo di un’eroina a modo suo, che colpisce non solo per la sua forza ma anche per le sue debolezze. Ovviamente la ricerca dell’attendibilità, la necessità di non plastificare una storia vera finisce per esigere un suo prezzo. Scordatevi quindi particolari sfoggi di estro registico, per un film in cui l’unico linguaggio cinematografico possibile può essere quello del rigore e della disciplina.

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    Widows – Eredità criminale: O la borsa o la vita

    Il regista di culto Steve McQueen trasforma una serie tv degli anni 80 in un noir cupo e con una sottotraccia sociale. Viola Davis, Colin Farrell e Liam Neeson tra gli interpreti. In sala dal 15 novembre. 

    C’era una volta una serie tv inglese. Adesso invece c’è un film. Stessa trama, stesso titolo: Widows – Eredità criminale. Quella che cambia è l’ambientazione, che passa dalla Londra di Margaret Thatcher alla Chicago dell’America post-Obama. Cambia anche la firma in calce, quella di Steve McQueen, il regista del film premio Oscar 12 Anni Schiavo, che dopo anni di tentativi è riuscito a coronare un sogno, trarre un film da quella serie tv che tanto lo aveva colpito durante la sua prima adolescenza.

    Questa nuova versione mette in campo tre donne Veronica, Linda ed Alice (Viola Davis, Michelle Rodriguez ed Elizabeth Debicki), vedove di tre rapinatori morti, che riprendono in mano un colpo elaborato dal marito di Veronica (Liam Neeson). Sullo sfondo si muove la politica turbolenta della città, una battaglia tra il più giovane virgulto (Colin Farrell) di una famiglia di potenti corrotti (rappresentati dal decano Robert Duvall) e un uomo nuovo (Brian Tyree Henry) legato al sottobosco criminale delle gang.

    Se leggendo distrattamente la trama si potrebbe pensare di avere a che fare con uno dei tanti heist movie tinti di commedia, con quella nota rosa già sfruttata nel recente Ocean’s 8, la realtà è piuttosto diversa. La sceneggiatura scritta dal regista insieme alla scrittrice di thriller Gillian Flynn (Le verità nascoste), predilige gli aspetti drammatici e ci restituisce una realtà tetra dove l’ingenuità delle produzioni televisive degli anni 80 lascia il posto a una nuova consapevolezza di genere. In un certo senso l’operazione ricorda quella di Miami Vice, la coloratissima serie di culto di Michael Mann, che lo stesso Mann aveva trasformato per il cinema in noir cupo ed espressionista.

    Le vedove di McQueen sfruttano quindi l’estro registico del loro talentuoso deus ex machina (difficile pensare a un thriller che utilizzi soluzioni di storytelling tanto originali) ma non si limitano solo a quello. Lungo tutto il film, al di là dei personaggi da romanzo, si agita con prepotenza una sottotraccia sociale. Se da un lato va sottolineato il tema della famiglia, spesso esaltata dalle apologie hollywoodiane, qui raccontata più che altro come una zavorra che finisce per far affondare i protagonisti (dagli errori politici del padre di Colin Farrell al legame criminale che lega le tre prime donne) dall’altro va detto che le protagoniste sembrano rappresentare le categorie che per un motivo o per un altro vengono sistematicamente escluse dal sogno americano. Che siano donne, o immigrati, o semplicemente poveri per Veronica, Linda e Alice la vita è una lotta per restare a galla, tra un passato drammatico, una quotidianità precaria e un futuro di scarsa prospettiva. E così Widows è un’elegia dedicata a chi non si arrende, a chi è disposto a tutto per sopravvivere, e per avere quel minimo che una società meno cinica e indifferente dovrebbe garantire a chiunque.

    La cosa più difficile è entrare nel mood di un film che a uno sguardo distratto potrebbe sembrare un’altra cosa. Ma il talento di uno dei registi più interessanti della sua generazione, qui alla sua prima prova più commerciale, è e resta indiscutibile, come pure il talento degli attori in campo, Viola Davis su tutte.

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    Overlord: L’orrore della guerra

    Overlord ci porta sulle coste della Normandia, e stavolta i nazisti non sono l’unica minaccia. Dirige l’australiano Julius Avery, produce J.J. Abrams. In sala dall’8 novembre

    C’era una volta lo sbarco in Normandia, adesso invece c’è Overlord. Si tratta di un bellico b-movie tinto di horror e di adrenalina e prodotto da un J.J. Abrams che, troppo impegnato a giocare in altrui cortili (prima con la saga di Star Trek poi con quella di Star Wars), delega lo sfruttamento della sua vena creativa a una serie di registi di belle speranze. In questo caso parliamo dell’australiano Julius Avery, semi esordiente alla sua prima prova hollywoodiana, a cui è stato affidato uno script ideato da Abrams e da Billy Ray, già sceneggiatore di film come Hunger Games e Captain Phillips, e poi rivisto da una terza penna, quella di Mark L. Smith.

    La storia è quella del soldato Boyce (Jovan Adepo), del caporale Ford (Wyatt Russell) e della loro squadra, paracadutati appena all’interno delle coste francesi durante l’operazione Overlord (quella dello sbarco in Normandia, appunto) e che si trovano alle prese con una nuova minaccia, gli esperimenti di uno scienziato pazzo che prendono la forma del superuomo nietzschiano, del ubermensch hitleriano. Soldati immortali per imperi immortali, chiosa un ufficiale nazista durante il film.

    Vista la premessa scordatevi l’epos bellico del Giorno più lungo o i tentativi di imitare il più possibile l’iperrealtà guerresca che avevano impreziosito Salvate il soldato Ryan di Spielberg, qui si rientra più nel campo dei Bastardi Senza Gloria di Quentin Tarantino o del Planet Terror di Rober Rodriguez, senza i tentativi di rivisitazione post-moderna però, senza il (contro)senso di citare intere filmografie che non stavano affatto male nei dimenticatoi, ma con il desiderio più concreto di risuscitare al botteghino un genere che sembrava definitivamente morto. Overlord, infatti, è un b-movie orgoglioso di esserlo, senza però prendersi tanto sul serio da risultare sgradevole, e questo è sicuramente un pregio.

    Un altro pregio è quello di filare via per quasi due ore di durata senza particolari patemi e anche quello di consegnarci una serie di personaggi stereotipati sì, ma che non scadono per forza nel macchiettismo. Certo, rispetto ad altri film prodotti da Abrams (i primi due della serie Cloverfield) si nota il ricorso più corposo ad effetti speciali un po’ facili e una certa carenza di trovate, ma del resto Abrams stesso ha rimarcato che Overlord non rientra nel progetto Cloverfield e allora tant’è. Prendiamo il film per quello che è, ovvero un film senza troppe ambizioni artistiche e mirato a un pubblico appassionato di horror, di cult movie e di un regista-produttore (solo produttore in questo caso) che riesce spesso a nobilitare col suo marchio film che difficilmente avrebbero smosso l’inerzia passiva dello spettatore e solo così potremo apprezzarlo.

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    L’uomo che uccise Don Chisciotte: finisce l’incubo, inizia il sogno

    Esce dopo un’attesa ultra ventennale L’uomo che uccise Don Chisciotte, il film maledetto del regista di culto Terry Gilliam. Protagonisti Jonathan Pryce e Adam Driver. In sala dal 27 settembre.

      

    Sedersi sulla poltrona di un cinema e vedere L’uomo che uccise Don Chisciotte è probabilmente già un privilegio. Come sapranno già tutti gli appassionati di cinema la lavorazione dell’ultimo film di Terry Gilliam, regista culto di film come Brazil e Paura e delirio a Las Vegas, è una leggenda nera della settima arte. Iniziata più di venti anni fa la parabola di questo film assunse presto i contorni di una maledizione, tra infortuni sul set, alluvioni, rotoli di pellicola rovinata da rumori di sottofondo e infiniti problemi produttivi di ogni tipo. Abbandonato quindi il cast originale (Jean Rochefort e Johnny Depp) i tentativi di riprendere in mano il progetto si susseguirono negli anni con vari altri attori che venivano scelti per i ruoli principali (Robert Duvall e Ewan McGregor, John Hurt e Jack O’Connell).

    Intanto, lo confessa lo stesso Gilliam, con gli anni l’idea di fondo cambia. “Forse il passare del tempo – ha confessato il regista incontrando la stampa italiana – ha aiutato il film perché mi ha permesso di ripensarlo e di trovare idee migliori”. Prima di tutto ha permesso di trovare altri due ottimi attori, Jonathan Pryce, che fu protagonista di Brazil, capolavoro di Terry Gilliam, nel ruolo di Chisciotte e Adam Driver, attore molto amato dai registi, che dalla scena underground si è ritagliato un ruolo nei nuovi film di Star Wars e ha anche collaborato con  cineasti del calibro di Martin Scorsese, Jim Jarmusch, Noah Baumbach, Spike Lee e Steven Soderbergh.

    “Adam era la persona che cercavo da anni per questo film. Adam non si comporta da star e a dire il vero non si comporta neanche da attore”. Lui incarna il ruolo di Toby, regista di spot con un passato costellato da ambizioni artistiche, che ritorna sui luoghi dove aveva  girato in passato il suo saggio per la scuola di cinema, un film intitolato L’uomo che uccise Don Chisciotte. Lì scopre che il suo protagonista, un ciabattino spagnolo (Pryce) vive nella convinzione di essere il Don Chisciotte di Cervantes e che la sua Dulcinea (Joana Ribeiro) ora è diventata una escort, amante succube di un violento magnate russo.

    Inutile riassumere le vicissitudini che spingeranno Toby ad affiancare  Don Chisciotte in un nuovo viaggio, a comporre una nuova chansonne de geste che lo vedrà rappresentare l’attaccamento terreno, genuino ma anche limitato, della odierna umanità, a fronte di un idealismo, quello rappresentato da Don Chisciotte, che non può che risultare strampalato e alieno, ma non per questo è meno nobile. Ed è in questo passaggio che la sceneggiatura di Gilliam e Tony Grisoni riprende il testo di Miguel de Cervantes e lo rimescola con una sensibilità moderna perché Don Chisciotte, e con lui lo stesso Toby, si scopre vittime di un bullismo perpetrato da una società superficiale e ignorante, e neanche quel buon senso che fa vedere i mulini a vento al posto dei giganti riesce a riscattare un’umanità fallace, la cui prima colpa è quella – sembra dirci il film – di avere scordato i propri ideali.

    “Esiste la fantasia, esiste la realtà. Col mio cinema ho sempre voluto raccontare il modo in cui questi mondi dolorosamente si scontrano”, ha detto Gilliam e questo vale anche per L’Uomo che Uccise Don Chisciotte. Ma come dicevamo prima, se anche l’aurea mitica di un film maledetto non fosse un pretesto sufficiente valga allo spettatore la bella fotografia dell’italiano di Nicola Pecorini che con inquadrature mai banali riesce a ricreare quell’aria di vago surrealismo che pervade le opere di Gilliam e quell’atmosfera stranita e fantastica che sembra riuscire a fare a meno, tranne nei momenti più plateali, di effetti speciali in digitale, usati invero con grande parsimonia.

    Per il resto a spiccare, oltre al piglio registico che già nell’ultimo The Zero Theorem era parso in crescita dopo la prova poco convincente di Parnassus, sono i due protagonisti. Adam Driver, talento così lontano dal canone hollywoodiano, e Jonathan Pryce che riesce a calarsi perfettamente in un ruolo che una volta o l’altra nella vita ogni attore dai capelli bianchi avrà sognato di interpretare. E allora L’Uomo che Uccise Don Chisciotte ci riporta al 1998, quando la carriera di Gilliam, uno dei registi più interessanti della sua generazione, prese una svolta decisamente meno interessante. Forse proprio in virtù di quella maledizione che sembra alla fine si sia dissipata. Oggi però la strada presa è quella giusta, ed è quindi con grande piacere ritrovare lui e ritrovare questo film che per troppo tempo era stato negato ai suoi fan e al pubblico più cinefilo

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    Un affare di famiglia: affetti da Palma d’oro

    Il maestro giapponese Hirokazu Kore’eda dirige Un affare di famiglia, il dramma che ha conquistato la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. In sala dal 13 settembre.

    C’è una donna anziana sulla spiaggia, guarda la sua famiglia che si diverte sul bagnasciuga e sussurra “grazie”. Non è l’inizio del film, anzi è l’inizio della fine, eppure questo breve passaggio rappresenta forse la chiave di lettura di Un affare di famiglia, ultima fatica di Hirokazu Kore’eda, film vincitore dell’edizione più recente del Festival di Cannes. Maestro del dramma familiare il cineasta giapponese torna in Italia a pochi anni dall’ultimo Ritratto di famiglia con tempesta e lo fa con il tocco delicato che è diventato la firma in calce del suo cinema. Una donna anziana, il rumore della risacca, poche parole sussurrate mentre qualche metro più avanti, sul bagnasciuga, si consuma l’atto finale di una di quelle giornate che riesce difficile non definire perfette.

    Eppure dietro la superficie della normalità si nasconde un viluppo complesso e artificioso di chiara impronta letteraria. Se in Ritratto di famiglia con tempesta Kore’eda sembrava più interessato a intrappolare nel formato di un grande schermo uno scorcio di realtà, nell’ultima prova, così com’era successo per il suo capolavoro Father and son, mette i suoi personaggi e gli spettatori di fronte a un quesito esistenziale fornendo poi una risposta che sembra comune a tutta la sua filmografia. La forza di un vincolo affettivo trascende tutto, i propri difetti, i propri segreti, i propri limiti, anche la forza stessa di un legame di sangue.

    Perché quella di Un affare di famiglia è una famiglia de facto più che de iure. La matriarca, Kirin Kiki, scomparsa proprio in questi giorni, veterana dei film di Kore’eda, è la nonna e vive con le figlie, Aki e Nobuyo (Mayo Matsuoka e Sakura Ando), con il marito di quest’ultima Osamu (Lily Franky, altro attore feticcio di Kore’eda) e con due figli Shota e l’ultima arrivata, letteralmente, Yuri. Risparmiamo le virgolette, ma ogni parentela indicata andrebbe presa col beneficio di inventario perché il film di Kore’eda svela a poco a poco che i suoi protagonisti si sono sostanzialmente adottati a vicenda.

    Nel raccontare i momenti teneri e difficili di una famiglia arrangiata e che si arrangia Kore’eda sfoggia tutta la delicatezza del suo tocco, sia nel ritrarre quegli scampoli di normalità che normalità invero non è, (dalle spese a suon di taccheggio, ai tanti piccoli espedienti che ogni giorno tengono a galla i protagonisti) sia quando il castello di carte cade è c’è da rappresentare il dubbio che si insinua, quando la forza che lega la famiglia viene messa a dura prova. Non raccontiamo la fine ma come nella vita di tutti giorni le vittorie e le sconfitte si alternano lasciando comunque un segno, come il cinema di Kore’eda, che il trono di questo genere, di cui sembra il riconosciuto maestro mondiale, no, proprio non vuole lasciarlo.

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    Mission Impossible: Fallout – Una serie al top

    Mission Impossible: Fallout è il sesto film dedicato all’agente Ethan Hunt interpretato da Tom Cruise. Nel cast anche Alec Baldwin, Rebecca Ferguson, Henry Cavill e Angela Bassett. Dirige Christopher McQuarrie. In sala dal 29 agosto

    Era il 2012 quando Skyfall ridefinì il destino e le ambizioni artistiche dell’agente segreto più famoso del cinema, James Bond. Sei anni dopo potremmo essere di fronte a un’altra piccola rivoluzione. Stavolta il protagonista è il secondo agente segreto più famoso del cinema, Ethan Hunt, e il film in questione è Mission Impossible: Fallout. Rivoluzione peraltro difficile da immaginare, perché i cambiamenti  rispetto al precedente Rogue Nation sono davvero pochi. Tom Cruise è sempre il protagonista, alla regia c’è ancora il fedelissimo Christopher McQuarrie, che stavolta si occupa in esclusiva anche della sceneggiatura. Confermata pure buona parte del cast di supporto da Alec Baldwin a Rebecca Ferguson, da Simon Pegg a Ving Rhames, con in più qualche aggiunta dell’ultim’ora (il Superman Henry Cavill, Angela Bassett) e qualche cavallo di ritorno (la Michelle Monaghan di Mission Impossible III).

    Stavolta Hunt e la sua squadra (Cruise, Pegg, Rhames, Baldwin) con la collaborazione di un agente Cia (Cavill) dovranno affrontare la minaccia grigia di un’internazionale del crimine che si fa chiamare gli Apostoli, mentre sullo sfondo si muove ancora la figura di Ilsa Faust (Ferguson), agente inglese con cui Hunt condivide il passato e non solo. A complicare il tutto potrebbe però esserci l’ombra di un inatteso tradimento.

    In Mission Impossible: Fallout non bisogna farsi ingannare dalla trama, che non lascia intuire svolte clamorose, perché la marcia in più del film va ricercata in una consapevolezza registica che si è vista solo di rado nel cinema commerciale hollywoodiano degli ultimi tempi. Una consapevolezza che richiama le splendide immagini messe su da Sam Mendes in Skyfall appunto e anche nel suo meno riuscito sequel, Spectre. Ma vengono in mente anche i Batman di Christopher Nolan e non è poco per una pellicola che non rinuncia alle sue aspirazioni spettacolari e che, grazie anche alla tenacia e alla follia di Tom Cruise, continua a scrivere la storia dello stunting. Stavolta il divo di Top Gun e di Eyes Wide Shut pare si sia prestato ad oltre cento lanci col paracadute per girare, senza l’ausilio delle più posticce tecnologie digitali, la spettacolare sequenza di skydiving che impreziosisce la prima metà del film. E le soluzioni visive, spesso intriganti, elaborate da McQuarrie e dal direttore della fotografia Rob Hardy compensano una trama non scontata ma neanche rivoluzionaria. Il resto ce lo mettono gli attori vecchi e quelli nuovi, con un Cavill che offre una buona prestazione, slegata dalla consueta fisicità che contraddistingue i suoi personaggi (Superman su tutti) e il ritorno di Rebecca Ferguson e Michelle Monaghan, due donne che sembrano ritagliarsi un ruolo sempre più grande nell’economia di una saga che è sempre stata declinata al maschile.

    In definitiva quest’ultimo episodio del franchise che prende le mosse dalla storica serie tv di Bruce Geller (del cui retaggio resta forse solo il gioco delle maschere iperrealistiche, sempre più marginale a dire il vero) rappresenta probabilmente il vertice di quanto visto finora, nonostante in passato con le avventure di Hunt e soci si siano cimentati registi di grande blasone come Brian De Palma o cineasti circondati dal velo del culto, come John Woo e J.J. Abrams.

     

     

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    Ant-Man and the Wasp: Eroi piccoli piccoli

    Paul Rudd ed Evangeline Lilly ritornano nel mondo Marvel con Ant-Man and the Wasp. Nel cast diretto da Peyton Reed anche Michael Douglas e Michelle Pfeiffer. In sala dal 14 agosto. 

     

    L’eroe formica ha trovato finalmente qualcuno alla sua altezza. Ant-Man and the Wasp, secondo lungometraggio dedicato al personaggio Marvel, rompe il silenzio dei cinema d’estate aggiungendo al protagonista interpretato da Paul Rudd una spalla di dimensioni egualmente ridotte, la Evangeline Lilly del primo film, promossa per l’occasione al rango di eroina. Confermato alla regia il mestierante Peyton Reed, una carriera dedicata alle commedie, e il cast di caratteristi in toto, dall’irresistibile Michael Peña al veterano Michael Douglas.

    Tra le novità di questo secondo capitolo ci sono sostanziose aggiunte al cast: Michelle Pfeiffer, reduce dal successo dell’Assassinio sull’Orient Express, Laurence Fishburne, il Walton Goggins di The Hateful Eight, e la britannica Hanna John-Kamen, vista nel recente Ready Player One. Quella che non varia è la formula, supereroismi in salsa comica per fare felici ragazzini, ragazzi e adulti, meglio ancora se al botteghino si presentano tutti insieme.

    Dopo la comparsata in Captain America: Civil War (ma misteriosamente assente da Avengers: Infinity War) il prode Scott Lang (Rudd) è costretto a rinunciare al suo alter ego, Ant-Man, e a passare un periodo ai domiciliari. Ma la sua strada non potrà che incrociarsi con quella del suo predecessore Hank Pym (Douglas) e con l’ex fiamma Hope (Lilly) ancora alla ricerca della madre (Pfeiffer) dispersa nella dimensione quantica. Il tutto mentre altri nemici misteriosi cercano di impossessarsi della tecnologia di miniaturizzazione.

    Rispetto al capitolo precedente Ant-Man and the Wasp perde qualcosa a livello di intreccio e la filosofia di base del mega produttore Kevin Feige, ovvero quella di adottare un genere e di applicarci sopra la formula dei supereroi, sembra un lontano ricordo. La prima avventura di Lang e soci era un divertente heist-movie condito con evoluzioni fumettistiche. Tutto questo non c’è più, forse a causa del clamore di Avengers: Infinity War che demolendo i botteghini ha rilanciato la formula del supereroismo tout-court. E in un certo senso l’ombra del precedente mega colossal si proietta spietata su Ant-Man and the Wasp, tanto che la parte che più interesserà i fan sarà quella, breve per forza di cosa, dedicata agli eventi del film dei fratelli Russo.

    E così quella continuità condivisa che è stata uno dei principali punti di forza dei film Marvel oggi ha finito per cannibalizzare completamente un sequel che rischia di non interessare troppo ai suoi stessi fan. Il peccato è relativo ma c’è, perché pur senza grossi picchi di personalità Ant-Man and the Wasp non merita l’anti-gogna dell’anonimato. Il cast (Rudd, Peña e Douglas su tutti) dà il proprio valido contributo e Peyton Reed porta avanti la sua idea di regia forse scolastica, di sicuro efficace. In definitiva Ant-Man and the Wasp è un film che si perde nel flusso di pellicole dedicate ai supereroi Marvel, a prescindere dalle sue pecche (tra cui dei cattivi senza troppa personalità) e dall’innegabile simpatia che cerca di compensarle.

     

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    Skyscraper: Grattacielo di fuoco

    In Skyscraper Dwayne Johnson è di nuovo alle prese con un disaster movie. Stavolta dovrà salvare la sua famiglia da una banda di criminali e dall’incendio che sta consumando il grattacielo più alto del mondo. Dirige Rawson Marshall Thurber. In sala dal 19 luglio.

    Inferno di cristallo 50 anni dopo. Il titolo oggi è in inglese, Skyscraper, perché così vuole la consuetudine. E al posto dei divi Newman e McQueen c’è il culturista più amato dal pubblico americano, Dwayne “The Rock” Johnson, l’ex wrestler assurto in un niente allo status di stella, uno dei pochi che sembra fare ancora la differenza al botteghino, complice il fatto di aver perfezionato la formula di una pozione carica di magia hollywoodiana, quel misto di azione e commedia per famiglie che riesce a riunire in coda ai botteghini due generazioni e forse più.

    Scritto e diretto da Rawson Marshall Thurber, con cui Johnson aveva collaborato in Una spia e mezzo, Skyscraper racconta dell’incendio devastante che divora, un piano alla volta, la torre più alta che ingegneria umana abbia concepito, la Perla di Hong Kong, un fittizio moloch architettonico di 240 piani, 102 in più della Glass Tower di Inferno di Cristallo, con tanto di turbine, cascate e un’insensata installazione virtuale lassù in cima. In tutto questo Johnson interpreta il ruolo di Will Sawyer, ex testa di cuoio che dopo un blitz andato male si è ritrovato con una gamba mutilata e una vita da ricostruire. Adesso Will è un esperto di security, coinvolto da un ex commilitone nel progetto Pearl. Peccato che dietro la sua assunzione ci sia un complotto che mira non tanto alla distruzione dell’edificio quanto allo svelamento dei suoi segreti e dei suoi tesori, e qui, più che al classico di John Guillermin, si torna con la mente all’altra grande ispirazione della pellicola di Thurber, Trappola di Cristallo con Bruce Willis (Die Hard per qualcuno), un grande classico dell’action movie di fine anni 80.

    Ora, senza la classe di Newman, senza essere un’icona come McQueen e come il John McClane di Die Hard, The Rock si trova ad affrontare la doppia minaccia del fuoco e dei terroristi, il primo che tende aristotelicamente verso l’alto e i secondi che invece mirano a far finire tutto verso il basso. Con buona pace delle ambizioni ingegneristiche e di una famiglia rigorosamente da salvare, quella di Will, neanche a dirsi, composta da una mamma che sa il fatto suo (una rediviva Neve Campbell) e due bambini belli e riccioluti, uno per di più malato.

    Tutto questo racconto è ovviamente solo premessa, per non dire pretesto. Perché il centro di tutto è vedere Dwayne Johnson arrampicarsi sulle gru, saltare tra le fiamme, imbracciare un’arma da fuoco, del resto gli elementi cattivi e i cattivi elementi incombono dietro ogni angolo. E Skyscraper è questo, prendere o lasciare. Non lo definiremmo un film stupido, anche se forse un po’ ottuso lo è. Ma di sicuro è divertente, di un divertimento genuino e alla fine ben concepito nella sua studiata assenza di ambizioni. Perché Dwayne Johnson è l’uomo giusto per questi film, perché la sceneggiatura di Thurber è consapevole delle proprie scelte e anche dei propri limiti, e perché in fondo Skyscraper vuole regalare solo un’ora e mezzo di intrattenimento senza ribaltare la storia del cinema, neanche quello d’azione.

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    La prima notte del giudizio: Blaxploitation all’epoca di Trump

    La Prima Notte del Giudizio è l’ultimo episodio del fortunato franchise prodotto da Jason Blum. Il regista Gerard McMurray dirige un cast di giovani afroamericani. In sala dal 5 luglio.

    “Le possibilità di un franchise come La Notte del Giudizio sono praticamente infinite”. Così disse il produttore Jason Blum in un suo breve passaggio in Italia. Era l’anno 2014 e nel corso di questi 1.400 giorni i film che in America escono con il titolo di The Purge sono passati da due a quattro e presto le storie ideate da James De Monaco potranno contare su una testa di ponte televisiva. Nel 2018, anno del presidente Donald Trump, arriva una nuova declinazione della serie che racconta di un futuro distopico dove una notte all’anno ogni cosa è concessa, ogni crimine è perdonato. La Prima Notte del Giudizio è quindi una sorta di prequel, sebbene non prenda a prestito i personaggi dei film precedenti.

    Nella pellicola diretta da Gerard McMurray (che riceve il testimone dallo stesso De Monaco) si raccontano le storie del gangster Dmitri (Y’lan Noel), dell’attivista Nya (Lex Scott Davis) e del suo fratellino, l’adolescente Isaiah (Joivan Wade), tre anime perdute afroamericane che popolano i quartieri più poveri di Staten Island, quartiere ghetto che sarà la sede dell’esperimento “Notte del giudizio”, sorta di decimazione mascherata sponsorizzata dal perverso regime Wasp dei Padri Fondatori e supervisionata dal dottor Updale (Marisa Tomei).

    De Monaco, che si ritaglia il ruolo di sceneggiatore, continua a imbastire quel mix tra thriller horror e fantascienza alla John Carpenter che è stato il trademark di almeno due dei film precedenti. Di nuovo c’è invece un elemento black che sembra figlio del successo di un altro film recente prodotto da Jason Blum, quello Scappa – Get Out che è riuscito a tornarsene dal Chinese Theatre di Hollywood con un’Oscar alla miglior sceneggiatura ma soprattutto che è riuscito, insieme al marvelliano Black Panther, a capitalizzare gli incassi di un’intera fetta di popolazione che si è recata al botteghino in massa. Storie di ghetto applicate alle visioni inquiete della Notte del giudizio, dove tutti i carnefici sono bianchi, dove tutte le vittime sono nere, dove bande di mercenari indossano maschere del Ku Klux Klan per fare pulizia etnica e dove non manca neanche qualche frecciata (che forse andrà persa in fase di traduzione) diretta proprio a Trump.

    Alla Prima Notte del Giudizio manca però l’intelligenza e l’afflato satirico di Scappa – Get Out e anche quell’accenno di rigore dei film precedenti si annacqua in un mix di gore e action che potrebbe avere un retrogusto autoironico. La cosa più probabile è però che non si tratti di autoironia ma di semplice exploitation, blaxploitation visto il focus sugli afroamericani. E allora ci si accontenta di Y’Lan Noel che affronta i nemici in canotta, un po’ come Rambo o John McClane di Die Hard, o delle maschere disegnate dalla costumista Amela Baksic, che aggiungono una nota sinistra a una sinfonia già inquietante di suo.

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    Unsane: Stalking on the moon

    Unsane è l’ultima impresa di Steven Soderbergh: un thriller sullo stalking girato in una settimana con un iPhone. Protagonisti: Claire Foy e Joshua Leonard. In sala dal 5 luglio.

    Un regista alla deriva tra i generi, un iPhone, un horror con le radici ben piantate nella realtà dei fatti, la realtà nera come la cronaca. Ed ecco servito l’instant movie che non ti aspetti, Unsane, ultima prova dello Steven Soderbergh di Ocean’s Eleven, che per le logiche insondabili della distribuzione italiana approda in sala a poche settimane da un altro suo film, La truffa dei Logan. Ad attirare l’attenzione dell’eclettico di Hollywood è stavolta il tema dello stalking. E la denuncia prende le forme di un horror a tema, sulla falsariga di Scappa – Get Out ma senza la vena satirica che accompagnava il film di Jordan Peele premiato agli Oscar per la miglior sceneggiatura.

    Del resto sullo stalking c’è poco da fare ironia come spiega Soderbergh raccontando la storia di Sawyer (la Claire Foy della serie tv The Crown), la cui vita è diventata un incubo a causa della persecuzione di David (il Joshua Leonard di Blair Witch Project). L’ansia giornaliera prende anche la forma del terrore puro, quando in seguito alle macchinazioni di David, Sawyer finisce per essere ricoverata forzatamente in un ospedale psichiatrico dove lavora lo stesso David. Lì, alla mercé del suo aguzzino, senza essere creduta da nessuno, Sawyer potrà affidarsi solo all’amicizia e alla complicità di un altro ricoverato, Nate (Jay Pharoah), e della madre (Amy Irving).

    Ma oltre al tema attuale imbastito dalla sceneggiatura di Jonathan Bernstein e James Greer, Soderbergh ci mette l’estro registico decidendo di girare Unsane in soli sette giorni e realizzando le riprese unicamente con un iPhone. Scelta estetica radicale che sarebbe molto piaciuta a Jason Blum, re delle pellicole horror a basso costo e a grandi incassi, a cominciare dal fenomeno Paranormal Activity per finire proprio con il già citato Scappa – Get out. Certo, un’idea del genere meglio affidarla a un regista di spessore, uno che non ha paura di affrontare i temi e le tecniche più disparate. Sarebbe stato troppo facile per un cineasta più sprovveduto sprecare lo spunto inserendosi in una dinamica di genere vista e stravista, veder smorzare la tesi nel profluvio di effetti e di brandelli sanguinolenti intrisi in salsa gore. Meglio quindi il rigore formale che insieme al buon quoziente thrilling dello script e all’intensa performance della Foy forma una base a tre colonne per un film di genere più intelligente della media e che potrebbe trovare il plauso non solo ai fan dell’horror ma anche a una platea cinefila.

     

     

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