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    Rampage – Furia Animale: I nemici a quattro zampe

    Dwayne Johnson e il regista Brad Peyton tornano a collaborare in Rampage – Furia animale, monster movie ispirato a un classico videogioco arcade. Nel cast anche Naomie Harris e Malin Akermann. In sala dal 12 aprile.

    C’erano un lupo, un gorilla e una grossa lucertola. Non è una favola di Esopo e neanche una barzelletta delle elementari. È, o meglio era, un videogame da sala giochi e ora è anche un film che affianca al brand classico un sottotitolo italiano truce quanto basta. Rampage – Furia animale, per chi ancora non dovesse saperlo, è la nuova collaborazione tra il divo ex wrestler Dwayne Johnson (un tempo noto come The Rock) e il regista Brad Peyton, già artefici di San Andreas, disaster movie per famiglie che dopo aver spazzato via una metropoli e ridisegnato la geografia di un continente si chiudeva sull’inquadratura di un indomito bandierone americano. Il peggio che Hollywood abbia da offrire, penserà qualcuno. Un investimento valido ripagato più di tre volte al botteghino, hanno pensato invece i contabili della Warner Bros. E quindi ecco riproporre la formula. Johnson, Peyton e una città che crolla.

    E allora ecco un esperimento poco etico e degli animali giganti diretti su una città malcapitata. I personaggi umani sembrano quasi un’aggiunta distratta. Li si cita giusto per dovere di cronaca. C’è Davis, primatologo ed ex soldato (Johnson), c’è la scienziata ribelle Kate (la Naomie Harris dei film di James Bond e del recente Moonlight), c’è  il federale-cowboy Russell (Jeffrey Dean Morgan) e c’è la spietata capitalista Claire (Malin Akermann). Lo schema è abbastanza semplice: la spietata capitalista porta avanti l’esperimento poco etico, la scienziata ribelle è l’unica che potrebbe fermarla e in suo aiuto si schiereranno il primatologo ex soldato e il federale cowboy.

    Per scrivere Rampage – Furia animale sono serviti quattro sceneggiatori e la notizia farebbe già arcuare non poche sopracciglia. Se poi tra i quattro spunta anche il nome di Carlton Cuse, importante autore televisivo (Lost e non solo) i dubbi cominciano ad assumere la forma inquietante della certezza, specie considerato che era stato proprio Cuse a scrivere San Andreas. Né lui né gli altri tre (al secolo Ryan Engle, Ryan Condal e Adam Sztykiel, il primo dei quali accreditato anche come soggettista) sembrano provare il minimo interesse per i propri personaggi e finiscono per profondere tutto l’impegno dedicato a questo film (che immaginiamo non sia stato eccessivo) nel cercare di dare uno straccio di trama a un videogioco dove impersonavi un mostro che distruggeva una città.

    Date le premesse non esaltanti non c’è da meravigliarsi che proprio la parte iniziale, quella introduttiva, sia la più debole, nonostante usi tutti gli stratagemmi peggiori per arrivare dritto al punto. Un esordio che sembra la parodia di Gravity, preceduto da una schermata con uno spiegone in didascalia, e seguito dall’introduzione dei personaggi avvolta in una comicità tra l’infantile e il blando non bastano a tagliare i tempi. E alla fine i mostri e l’azione arrivano solo dopo più di mezz’ora quando la pazienza dello spettatore ha già subito parecchi colpi, quasi tutti bassi. E quando il punto arriva non è che la situazione migliori più di tanto. Lucertole alla Godzilla da una parte, gorilla alla King Kong dall’altra e il senso di deja vu nel mezzo, se fosse stato un film di Sergio Leone si sarebbe chiamato Il brutto e il cattivo, perché di Buono c’è davvero poco. E in effetti l’unica cosa che sembra salvarsi è lo scimmione albino George, ricreato in digitale sui movimenti dell’attore Jason Liles, a cui sono affidate le battute migliori del film (e potrebbe non essere un caso visto che parla solo il linguaggio dei segni).

    Rampage – Furia animale eleva ad arte il concetto di mediocre innocuità, e pure se avrebbe potuto scriverlo un generatore automatico di film catastrofici ha almeno il vantaggio di non essere platealmente offensivo. L’encefalogramma però resta piatto e i  miracoli non li può fare neanche il carisma di Dwayne Johnson (che in America gode di una stima tanto diffusa che qualcuno aveva pensato di lanciare una sua candidatura alla Casa Bianca). E così il film finisce per sembrare un’anteprima sbiadita del già annunciato King Kong vs Godzilla, senza peraltro averne le ambizioni, che non devono essere per forza quelle di fare buon cinema, ma semplicemente di aggiungere un nuovo cult alla lista dei nostri piaceri colpevoli.

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    I segreti di Wind River: Storie di una frontiera che non c’è più

    Jeremy Renner ed Elizabeth Olsen, dopo le avventure degli Avengers, affrontano nevi e belve in I segreti di Wind River. Dirige Taylor Sheridan, sceneggiatore di Sicario ed Hell or high water. In sala dal 5 aprile

    Storie estreme di un’esistenza ai margini. Anche se i margini non sono i sobborghi putridi di una megalopoli ma gli spazi sconfinati della frontiera americana, una frontiera che non c’è più. I segreti di Wind River canta una canzone un po’ retrò, quella dei cowboy e degli indiani, ma la reinterpreta secondo i canoni estetici della modernità, perché in fondo il western è stato spesso un genere senza tempo, perso tra montagne e deserti senza una collocazione temporale e geografica precisa. E il Caronte di questa traslazione si chiama Taylor Sheridan, uno che fino a qualche tempo fa faceva l’attore (nella serie tv Sons of Anarchy) e che ora ha trovato una nuova voce a Hollywood, una voce che viene ascoltata con sempre più attenzione. Ha cominciato prima come sceneggiatore, firmando Sicario di Denis Villeneuve e poi Hell or high water, il film distribuito in Italia solo da Netflix che gli è valso una nomination all’Oscar. Adesso è tornato il momento di mettersi dietro la macchina da presa (Sheridan aveva diretto un film nel 2011) e la musica – si diceva – non è tanto diversa da quella di Hell or high water.

    Cory (Jeremy Renner) è un cacciatore solitario. Il suo lavoro è dare la caccia ai predatori e non per metafora. Lupi all’inizio, un leone di montagna poi. Ma lupi e leoni non sono le uniche belve feroci che si muovono ai confini della riserva di Wind River. E Cory un giorno trova il cadavere di una ragazza semisepolta nella neve. Solo allora arriva l’agente Jane (Elizabeth Olsen). Originaria della Florida, di stanza a Las Vegas, non c’è niente di più lontano dai paesaggi aspri del Wyoming. Eppure anche lei dovrà cambiare, dovrà mostrare una forza che non pensa di avere, se vuole sopravvivere perché, come le spiega Cory, “il lupo non uccide il cervo sfortunato, ma solo quello debole”.

    La musica è quella di Hell or high water si diceva. E I segreti di Wind River, come il film diretto da David Mackenzie, è un western moderno che alterna la malinconia di fondo a scoppi di violenza tanto inattesi quanto fragorosi. Perché in fondo dai cowboy ci aspettiamo sì i deserti e le montagne (in questo caso le montagne) ma anche le colt spianate e il rumore del proiettile. La sceneggiatura, ovviamente firmata dallo stesso Sheridan, ha i tempi bruschi e il linguaggio minimale di un romanzo di Cormac McCarthy ma non ha l’attualità di Hell or high water, che affiancava alla storia di due fratelli rapinatori anche una riflessione amara sulla crisi e un dito accusatorio puntato contro le banche.

    L’elemento politico lascia il posto a una più intensa componente emozionale che poggia per lo più sulle spalle di Jeremy Renner, attore che fa sempre piacere vedere all’opera e che fa ancora più piacere vedere al centro della scena. Portatore sano di gravitas il suo Cory incanala il senso della perdita ma anche la quieta solidità delle montagne, uno spirito placido e indomito che sa di eternità. Nella strana coppia di pseudo-sbirri l’ex gemellina Olsen sfrutta dal canto suo l’affiatamento con Renner, maturato sul set degli Avengers. È lei il personaggio dinamico, contraltare alla malinconica staticità del cacciatore filosofo. È lei che è costretta a rispondere ai nuovi stimoli di un ambiente antico o a evolversi in un senso più darwiniano del termine. Il suo tassello nell’incastro di Wind River è forse il più importante, serve a non cedere alla tentazione di una lettura superomistica, serve a ricordare che il rapporto modellante tra natura e uomo non è una risorsa chiusa. Che le montagne sono lì, pronte a impartire la loro lezione a chiunque sappia ascoltare, a chiunque abbia voglia di non arrendersi.

    Quanto è fuorviante il titolo italiano de I segreti di Wind River, forse un richiamo alla lynchiana Twin Peaks, eppure il film di Sheridan di segreti non ne ha molti. E quelli che ci sono vengono svelati appena passata la boa di metà film. E dopo a parlare sono solo le lacrime e le pistole, la neve e le belve feroci. Sostanzialmente l’esame è superato, senza magari l’eccellenza ma con voti ampliamente al di sopra del sei. L’esame ovviamente è quello del Taylor Sheridan regista, l’unico enigma di un film che per il resto poggiava su basi solide quanto i piedi di una montagna. L’attore-sceneggiatore si trova a suo agio a guado nella neve e se qualche volta sembra preferire la scorciatoia delle sparatorie è anche vero che poi si ricorda del potere consolatorio delle lacrime e lascia lo spettatore nella solitudine delle sue riflessioni e delle sue commozioni. I segreti di Wind River è un film piccolo e potente, che si fa apprezzare e che lascia anche un grande margine di crescita a un autore da tenere d’occhio nella skyline tanto irregolare della città di celluloide.

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    Ready Player One: Un grande regista e il suo habitat

    A poche settimane da The Post Steven Spielberg torna al cinema con il fantascientifico Ready Player One, tratto dal romanzo culto di Ernest Cline. Interpreti Mark Rylance e i giovani Tye Sheridan e Olivia Cooke. In sala dal 28 marzo.

    Non serve neanche inserire la moneta per vedere la scritta Ready Player One. Il mantra delle sale giochi oggi diventa il titolo di un film che è allo stesso tempo un atto d’amore per un momento d’oro nella cultura popolare e un tramite verso le generazioni future, il tutto racchiuso nell’involucro luccicante e ultramoderno di una pellicola virtuale che vive almeno il 60% della sua durata nel rigore digitale della computer graphics. Regista neanche troppo occulto è Steven Spielberg, che mescola l’esperienza ultratecnologica del suo recente Le avventure di Tintin alla sindrome di Peter Pan che ha caratterizzato la parte più felice della sua carriera, quegli anni 80 e 90 che sono il serbatoio principale di citazioni e rimandi della sua ultima opera.

    Il giovane Wade Watts (Tye Sheridan, visto nell’ultimo film degli X-Men) cerca di sfuggire alla tetra realtà dello slum dove vive con una zia non particolarmente affezionata. La sua via di fuga è l’universo virtuale di Oasis, la colossale, straripante creazione di James Halliday (Mark Rylance, già alla terza collaborazione con Spielberg), uno strano ibrido tra il genio innovatore di Bill Gates e la solitaria misantropia del Willy Wonka di Gene Wilder. Halliday è morto ma nonostante tutto la sua ombra aleggia ancora su Oasis, nella forma del suo Avatar virtuale, il mago Anorak. Halliday è morto ma è anche in cerca di eredi, e così la cultura del Mmorpg (acronimo che sta per gioco di ruolo online per il multiplayer di massa) diventa una quest cavalleresca, la ricerca di tre chiavi nascoste dal creatore nello sterminato panorama del videogioco, tre chiavi che apriranno le porte del regno al fortunato vincitore. Sulle tracce dell’insperato tesoro non c’è solo Wade ma una platea di cacciatori e appassionati come la misteriosa Art3mis (Olivia Cooke, già vista nel delizioso Il fantastico peggior anno della mia vita), ma anche la squadra dei Sixers, un esercito di giocatori al servizio del losco affarista Nolan Sorento (Ben Mendelsohn) e della sua multinazionale.

    Lo scrittore Ernest Cline, nell’adattare il suo omonimo romanzo in collaborazione con Zak Penn, è rimasto fedele nello spirito pur essendo costretto a cambiare molti dei riferimenti presenti. Colpa – com’è facilmente intuibile – della giungla dei copyright, in cui una grande produzione cinematografica non avrebbe potuto farsi strada a colpi di machete come aveva fatto invece il bestseller in libreria. Ma se anche cambiano gli attori in gioco, se lo Shining di Kubrick prende il posto del War Games con Matthew Broderick, se compare il più noto Gundam al posto del misconosciuto Ultraman e se dal magma delle citazioni emergono Ritorno al Futuro (prodotto dall’Amblin di Spielberg) o Il Gigante di Ferro di casa Warner Bros. (che produce e distribuisce anche Ready Player One) il valore effettivo non cambia.

    E, non neghiamolo, al di là della sottotraccia idealista, di una critica sociale che prende la forma di una realtà tendente al distopico, al di là del richiamo più che necessario alla vita reale il corpo magnetico del film è proprio nell’omaggio continuo, sistematico e ricchissimo ad ogni aspetto della cultura popolare. Cinema, musica, fumetti, cartoni animati e videogame. Il gioco di rimandi è una gioia per gli occhi, una cornucopia enigmistica, che fa venir voglia di vedere il film più volte, di osservarne anche i fotogrammi per riconoscere i personaggi, le situazioni. E lo spettacolo non si limita alle immagini o ai tanti richiami nei dialoghi ma trova il suo spazio anche nella colonna sonora, con una tracklist di pezzi anni 80 che si mescola alle composizioni originali di Alan Silvestri e a brani di altre colonne sonore (da Ritorno al Futuro e non solo) che accompagnano le apparizioni delle citazioni più celebri.

    Ma il grande merito di questo film, che oltre alle citazioni mette in campo un ottimo ritmo narrativo e apparecchia un mondo vivace e nuovo,  è forse quello di restituire un grande regista al suo habitat naturale. Ready Player One rispolvera lo Spielberg eterno adolescente che alla fine, a parte alcuni picchi (Schindler’s List, L’Impero del Sole, il recente The Post), si è dimostrato un regista molto più compiuto e interessante dello Spielberg adulto. Ed il merito non è solo del regista, che su questo film ha lavorato quasi un anno e mezzo, ma anche del materiale di partenza che è riuscito a ispirarlo come non era riuscito al Roald Dahl del precedente Il GGG. Certo, la padronanza del mezzo cinema non era mai stata in discussione. Del resto Spielberg è uno che il linguaggio della celluloide lo ha rivoluzionato più volte. Ciò non toglie che sin dal volgere del nuovo secolo sempre più di rado il regista di E.T. e di Incontri ravvicinati è riuscito a trovare la sintonia con il suo pubblico, quello che da Duel allo Squalo, da Indiana Jones a Jurassic Park fino ai già citati ed episodici film seri, era pronto ad affrontare qualunque fila al botteghino per lui. Vuoi la scelta di argomenti verbosi che hanno alimentato una naturale propensione alla retorica (Amistad, Lincoln), vuoi la firma su alcuni film riusciti ma non particolarmente personali (Prova a prendermi, The Terminal) anche quando affrontava la tanto cara fantascienza (Minorit Report, La Guerra dei Mondi) Spielberg sembrava aver perso la sua voce autoriale, che ritorna prepotente in Ready Player One. E l’augurio, per noi e per il cinema, è che non sia un caso isolato.

     

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    Pacific Rim – La Rivolta: Il ritorno dei giganti di ferro

    Torna la sfida tra gli svettanti Jaeger e i minacciosi Kaiju in Pacific Rim – La Rivolta. Protagonisti John Boyega e Scott Eastwood, dirige Steven DeKnight, veterano delle serie tv Spartacus e Daredevil. In sala dal 22 marzo.

    La lotta è continuata, nonostante il gran rifiuto del padre fondatore. Pacific Rim – La Rivolta ha trovato la via dei cinema, più forte dei dubbi dei suoi creatori, a cominciare dai produttori della Legendary e della Universal che avevano dovuto fare i conti con i segnali contrastanti al botteghino del film capostipite, che fu un mezzo fiasco nel mercato americano ma un crac imprevisto all’estero e soprattutto nella strategica piazza cinese. Ma anche i dubbi dello stesso regista, Guillermo Del Toro, che posto di fronte alla scelta tra questo sequel e il passion project La Forma dell’Acqua ha puntato su quest’ultimo e il tempo e le giurie (a Venezia come agli Oscar) gli hanno dato ragione.

    Ma il mondo stilizzato di robot giganti e mostri alieni, specie in una versione che ha assunto le forme fittizie della realtà, era troppo appetibile a un certo tipo di platee per lasciarlo a prender polvere nel cassetto di qualche executive. E allora dopo aver ricalibrato il budget (150 milioni a fronte dei 190 del primo film), dopo aver trovato un nuovo regista (lo Steven DeKnight della serie tv Daredevil) e dopo aver messo da parte mezzo cast del primo film Pacific Rim – La Rivolta prende le mosse  dall’incontro tra Jake e Amara. Lui è un ex pilota di robot che ha preferito una vita vissuta ai margini dell’illegalità ed ha il volto di John Boyega, l’astro nascente degli ultimi film di Star Wars ma anche del Detroit diretto da Kathryn Bigelow. Lei è un’adolescente appassionata di robotica che di robot se ne è costruito uno in casa ed è interpretata dall’esordiente Cailee Spaeny.

    Il loro incontro è uno scontro che finirà per attirare le attenzioni delle autorità. E i due verranno arruolati nel programma Jaeger, dove Jake troverà l’ex amico Nate (Scott Eastwood, figlio sosia del leggendario Clint) e la sorellastra Mako (Rinko Kikuchi), uno dei pochi reduci del primo film. In queste fila si iscrivono anche gli scienziati Hermann e Newton (Burn Gorman e Charlie Day), un tempo inseparabili soci ora su fronti opposti. Sempre nel programma Jaeger il primo, al servizio della ipermanager Liwen (l’attrice cinese da esportazione Jian Ting) l’altro.

    La minaccia, neanche a dirlo, è quella dei Kaiju, i grandi mostri giapponesi che spuntano dalle acque del pacifico ma arrivano da un’altra dimensione. E giusto il tempo di una premessa neanche troppo convinta e la sceneggiatura, firmata a otto mani dal regista, da Emily Carmichael, Kira Snyder e T.S. Nowlin, si getta a capofitto nella caciara delle scazzottate a taglie forti tra mostri e robot e, giusto per aggiungere un pizzico di novità, i colpi volano anche tra robot e robot. Ma forse per Pacific Rim – La Rivolta varrebbe il detto “niente nuove, buone nuove”, e invece qua le nuove ci sono e non sono buone. Anche se Pacific Rim non sarà mai considerato né il più riuscito né il più sentito dei film di Guillermo Del Toro è impossibile non sentirne la mancanza, specie dopo che il regista messicano è andato a conquistarsi tutti gli allori a disposizione nel vecchio e nel nuovo continente.

    Steven DeKnight invece rischia di fare la fine di un altro collega dal percorso simile, Alex Kurtzman, sceneggiatore e produttore televisivo stimato che è caduto nella trappola dell’esordio con un film ad alto budget (nel suo caso fu il disastroso La Mummia, con Tom Cruise). Senza volersi ergere a Cassandra il rischio di affidare tanti soldi a un regista inesperto non è da poco. Dal canto suo il producer delle versioni televisive di Spartacus e di Daredevil sembra volersi addentrare su sentieri molto più battuti e sicuri. E se Del Toro voleva incanalare direttamente le ascendenze di manga e anime giapponesi DeKnight preferisce rifarsi a un materiale simile ma comunque mediato e metabolizzato dalla cultura americana, a cominciare dai quei Transformers che al cinema sono stati la fortuna di Michael Bay.

    E proprio la formula, tutta azione ed esplosioni del regista californiano, sembra la bibbia di questo sequel, che mette da parte qualunque tentativo del predecessore (peraltro già abbastanza sporadico) di affrontare anche il tema dell’empatia e dell’emozione umana. Quello sì che è finito nel cassetto dell’executive, meglio limitarsi alle botte da orbi e ai mostri in cgi che quando ci si allontana troppo dal canovaccio il film di DeKnight finisce per scadere non solo nel già visto ma anche nel banale. Pacific Rim – La Rivolta in sostanza è il seguito sbiadito di un film che già non era particolarmente riuscito di suo ma che almeno aveva un pizzico di anima, per di più diretto da un regista alle prime armi quando il regista del primo film, proprio quest’anno, ha raggiunto le massime consacrazioni internazionali. Un film che rischia di essere fagocitato dall’ombra di quel che è stato prima e forse proprio per questa paura finisce per ancorarsi a terra in una sorta di scontata autocensura, di accontentarsi della multietnicità del suo cast, come se bastasse qualche attore dell’estremo oriente per rifarsi dei soldi dell’investimento. Il marketing ci dice che potrebbe andare proprio così, ma il cinema è un’altra cosa.

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    Tomb Raider: Un tesoro di nome Vikander

    Torna Tomb Raider, il videogioco che ha avuto più fortuna al cinema, con una nuova protagonista: Alicia Vikander. Dirige il norvegese Roar Uthaug. In sala dal 15 marzo.

    La banchina affollata del porto di Hong Kong, tre delinquenti in fuga e la protagonista all’inseguimento. All’improvviso tra inseguiti e inseguitrice si frappone un ostacolo, l’acqua che separa un molo da una barca in movimento. Nella realtà parallela e digitale dei videogame sarebbe stato un salto facile, specie per chi è abituata ad arrampicarsi sulle pareti con la perizia di una free climber e ad esibirsi in evoluzioni da ginnasta. Ma la Lara Croft dell’ultimo film di Tomb Raider esita e non salta.

    Forse perché l’eroina dei videogame, che rinuncia alle forme squadrate della grafica poligonale e prende il corpo asciutto e atletico di Alicia Vikander, non è ancora l’eroina dei videogame. Questa almeno sembra l’idea su cui poggia l’impianto del terzo adattamento cinematografico, firmato dal norvegese Roar Uthaug, che fa seguito ai due interpretati da un’Angelina Jolie all’apice del suo sex appeal. Un reboot quindi che vorrebbe essere anche un prequel con una Lara Croft alle prime armi, che non fa ancora affidamento sulle leggendarie pistole gemelle e che non sfoggia neanche la treccia di ordinanza. La futura avventuriera è una ragazza scapestrata, ancora alla ricerca del proprio futuro, che sbarca il lunario facendo le consegne a domicilio e che, ancora prima che il futuro, non ha chiuso i conti con il passato. Un passato rappresentato dall’ombra di un padre (il Dominic West della serie The Wire) di cui si sono perse le tracce in modo misterioso.

    Una chiave, una stanza segreta, un’antica leggenda giapponese. Sono quelli che in gergo si chiamano macguffin, dei pretesti che fanno muovere la storia verso la sua logica conclusione, e in questo caso la logica conclusione è un’isola inaccessibile, è una tomba piena di tesori, o forse solo di segreti, con le sue antiche sale fitte di trappole, botole e trabocchetti da cui scampare grazie alle risorse atletiche e una mente lucida. Quello che ha promesso (e anche mantenuto), in sostanza, ogni versione dell’originale videoludico. Era l’unica possibile conclusione e nessuno potrà fare una colpa agli sceneggiatori Geneva Robertson-Dworet e Alastair Siddons se si sono sentiti in dovere di dare al pubblico quello che il pubblico poteva aspettarsi da un film chiamato Tomb Raider. Tutto questo ha un prezzo, però. E il prezzo è stato quello di perdere per strada lo spunto iniziale per mostrarci un’eroina più simile a quella che conoscevamo.

    Probabilmente è questo il peccato originale del nuovo Tomb Raider, un film che già alla partenza deve affrontare una sfida non da poco, ovvero superare la maledizione che finisce per affossare (artisticamente più che economicamente) ogni film tratto da un videogame. E quando le buone sequenze d’azione della prima parte, frutto di un lavoro certosino sulle inquadrature sostenuto dall’apporto invisibile degli stunt-men, lasciano il posto a un utilizzo preponderante e invasivo del green screen allora i dubbi tornano a galla, lo spettro della maledizione aleggia. E a dissiparlo non serve neanche il precedente di Uthaug, che si ritrova alle prese con un mare in tempesta dopo che era stata l’onda anomala del disaster movie scandinavo The Wave a farlo uscire dall’anonimato.

    Ma Tomb Raider non è solo questo, è anche l’intensità della sua protagonista che, va detto, si dedica anima e corpo al ruolo che potrebbe lanciarla nel remunerativo mondo dei franchise. L’applicazione della Vikander non si vede solo nella preparazione fisica che ha lasciato un’impronta evidente sul suo corpo ma anche nel tentativo di voler dare tridimensionalità a un personaggio che finora aveva conosciuto solamente la tridimensionalità arida del linguaggio macchina. Questa nuova Lara Croft affianca il cipiglio dell’action hero alla tenerezza dell’amore filiale e mostra, nei colpi di scena migliori imbastiti dalla sceneggiatura, di non essere solo un concentrato di muscoli e pistole ma prima di tutto una testa pensante. L’attrice premio Oscar per The Danish Girl è sicuramente la migliore notizia del film, mentre tutto quel che c’è attorno è opaco, è meno a fuoco. L’unica eccezione è forse il villain interpretato da Walton Goggins, uno che ha la faccia della comparsa di uno spaghetti western. Lo aveva capito bene Quentin Tarantino, che gli aveva appunto regalato un ruolo minore nel suo Django Unchained. Ma non è un caso se lo stesso Tarantino abbia promosso Goggins al ruolo di co-protagonista nel successivo The Hateful Eight. Il suo personaggio in Tomb Raider, lo spietato Vogel, non passerà di certo alla storia per originalità, ma l’attore che in tv era stato tra i protagonisti del poliziesco The Shield si sta scavando un suo spazio a Hollywood e nel film fa una figura migliore di molti colleghi molto più titolati di lui. A cominciare da Kristin Scott Thomas, a cui viene riservato un ruolo di secondo piano, passibile però di futuri sviluppi. Peggio è andata a Derek Jacobi, leggenda del teatro d’avanguardia inglese, a cui è toccato davvero un incomprensibile ruolo da comparsa o poco più

    La conclusione è che Tomb Raider è un film d’azione che si lascia prendere troppo dai classici difetti dei film d’azione, dalle sequenze posticce e mirabolanti condite da un eccesso di computer graphic fino al piattume di molti personaggi di contorno, ma al contrario di tanti altri prodotti di un genere spesso umiliato e vilipeso può contare sulla forza di una protagonista che merita di avere il giusto spazio nella ribalta hollywoodiana.

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    Red Sparrow: Cinquanta sfumature di spia

    In Red Sparrow Jennifer Lawrence è un’ex ballerina del Bolshoi costretta a diventare una spia specializzata in seduzione e manipolazione. Dirige il Francis Lawrence dei film di Hunger Games. In sala dall’1 marzo.

    La guerra fredda si scalda all’improvviso, irradiata dalle luci rosse del sesso, dell’intrigo, del potere. Nel centro del mirino metaforico i lineamenti morbidi di Jennifer Lawrence si fanno taglienti come una lama di coltello e intonano con grazia la nota slava di una ex ballerina del Bolshoi finita suo malgrado in un intreccio caotico di realtà e apparenze, di lealtà e tradimenti. A condurre le danze (a volte anche letteralmente) di Red Sparrow è il quasi omonimo Francis Lawrence che aveva preso per mano il franchise-simbolo della giovane attrice del Kentucky, Hunger Games, e lo avevo portato a conclusione garantendo un volume adeguato di incassi e uno star-power tuttora intatto per la sua protagonista.

    Diminika Egorova (Jennifer Lawrence) ha sempre avuto una passione, quella per il ballo, ma quando il sogno è diventato realtà l’etoile scopre nel peggiore dei modi che tutto è fuggevole. Un infortunio, un tradimento, e la vita cambia, grazie alle macchinazioni di uno zio opaco (Matthias Schoenaerts), sia nell’aspetto da cupo uomo di apparato che nelle motivazioni pervase di un’incestuosità neanche troppo velata. E così la ballerina finisce nelle grinfie di un’innominata addestratrice (una Charlotte Rampling più algida che mai) che la farà diventare una Red Sparrow, un’agente  specializzata nella seduzione e nella manipolazione delle menti.

    Solo allora entrano in gioco altri elementi, una talpa da scoprire, un fascinoso agente americano (Joel Edgerton), un gioco di inganni e controinganni dove la menzogna prende la forma inusuale della verità. La sceneggiatura di Justin Haythe (Revolutionary Road), che adatta il romanzo omonimo di Jason Matthews, si ammanta di fumo e di specchi, ma questo non vuol dire che non ci sia anche arrosto dietro la coltre grigia. La narrazione procede spedita, tra pulsioni voyeuristiche alimentate da una Lawrence mai così generosa nelle scene di nudo, e improvvisi scoppi di violenza che ci ricordano che il rosso del titolo è anche il colore del sangue. Ma è sull’incertezza della narrativa che si basa la forza di questo film. Su quel gioco dei paradossi per cui a due finali diversi corrisponde una stessa trama. Sarà il doppio gioco o il triplo gioco ad avere la meglio? Il finale non lo sveliamo ma sono le sfumature di grigio a fare la fortuna del film, magari solo due e non 50, ma la distinzione netta tra buoni e cattivi si perde in quella meno precisa tra vittime e carnefici.

    Francis Lawrence dirige con la mano sicura del mestierante, l’intesa con Jennifer Lawrence è affinata dai tre film girati assieme in precedenza, e l’attrice tra le più pagate di Hollywood si destreggia con grazia con e senza i vestiti, cosa non banale dopo lo scandalo degli scatti a luci rosse diffusi in rete da hacker, di cui lei fu la vittima più illustre. E così Red Sparrow diventa un monumento al corpo e all’ego della sua protagonista, un monumento che mostra anche di avere un respiro abbastanza ampio da supportare anche qualche sequel, qualora un buon successo di pubblico trasformi un dignitoso film spionistico in un franchise.

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    Il filo nascosto: Trame d’amore

    Paul Thomas Anderson e Daniel Day-Lewis, nella sua ultima interpretazione, portano sullo schermo Il filo nascosto, travagliata storia d’amore tra moda e veleni. In sala dal 22 febbraio.

    Elegia dell’eleganza. E l’eleganza è sia forma che materia ne Il filo nascosto, nuovo film di Paul Thomas Anderson, che arriva a tre anni dall’ultimo Vizio di Forma. Eleganza nell’intreccio e nel suo protagonista. Un Daniel Day-Lewis superbo, che corona con altrettanta superbia quella che, a meno di auspicabili passi indietro, dovrebbe essere la sua ultima interpretazione prima di abbandonare le scene. Eleganza è anche lo sfondo del film, il mondo dell’alta sartoria che agita con le sue pulsioni, con le sue ambizioni, la Londra degli anni 50.

    Eppure non è il feticcio modistico il centro di quest’opera che condensa in un poco più di due ore un piccolo saggio sulle relazioni umane, che racconta, intesse, coniuga quella trama di tenerezza, seduzione, passione, sopraffazione che è il rapporto tra un uomo e una donna. Gioco di sentimenti, travaso di veleni (fuor di metafora per una volta), l’amore tra lo stilista Reynolds Woodcock (Day-Lewis) e la cameriera Alma (la lussemburghese Vicky Krieps) è un ripido saliscendi vissuto tra le strade buie della campagna e le luci soffuse dell’atelier. È il contorno in controluce della solitudine di un uomo di genio ma è anche il bisogno di avere qualcuno accanto, che sia musa ispiratrice, che sia ancora in un mare in tempesta. Amarsi non è facile sembra dirci la sceneggiatura firmata dallo stesso Anderson. Ma questo in fondo lo sapevamo già, quello che forse non sapevamo era quanto questa difficoltà ci sia necessaria e fino a che punto possa spingerci questo bisogno. E così assistiamo al montare della passione ma anche al suo progressivo disfacimento, alla tenerezza di un riavvicinamento e all’infinita risacca delle maree dell’umano affetto che si sublimano nella scena madre del film, ultimo duello tra due amanti, prova d’amore e d’autolesionismo che scala con armonie e acuti da soprano le note di un crescendo melodrammatico.

    E a proposito di note, nel florilegio di una messa in scena sontuosa, dove spiccano le scenografia di Mark Tildesley e i costumi di Mark Bridges, l’eleganza de Il Filo Nascosto è anche la cifra stilistica di Jonny Greenwood che lascia da parte le sperimentazioni acide dei suoi Radiohead per comporre una colonna sonora intensa e classicheggiante, aggiungendo un nuovo capitolo a una collaborazione pluriennale e proficua con Anderson che iniziò nell’ormai lontano 2007 con Il Petroliere e che poi è proseguita in The Master, in Vizio di Forma, e nel pregevole film concerto Junun.

    Su Daniel Day-Lewis inutile ripetersi, se non per un ultimo appello a ripensarci. Ma il resto del cast non è da meno con una menzione d’onore alla britannica Lesley Manville, nel ruolo della glaciale e sarcastica sorella Cyrill. E alla fine Il filo nascosto, che corre all’Oscar del 2018 in molte categorie, è il film splendido di un grande regista e, se così davvero sarà, il canto magnifico di un cigno della recitazione che non dovrebbe smettere mai.

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    Black Panther: I misteri della giungla nera

    Il nuovo supereroe Marvel varca le soglie del cinema e c’è una novità: ha la pelle nera. Black Panther, interpretato da Chadewick Boseman e Lupita N’yongo, e diretto dal Ryan Coogler di Creed è una valida variazione al canone imposto dal producer Kevin Feige. In sala dal 14 febbraio.

    Supereroi in corsa verso la diversità. Che sia davvero voglia di allargare gli orizzonti di Hollywood o solo un pretesto per mettere le mani su nuove fette di mercato è un quesito a cui risponderà solo il futuro. Nel frattempo i Marvel Studios di Kevin Feige riescono a piazzare il colpo Black Panther, primo cinecomics con protagonista nero, in un anno dove (e lo dimostra il successo di Scappa – Get Out) i film black hanno mostrato performance ottime al botteghino. E così dopo l’exploit di Wonder Woman la scorsa estate continua a venire meno il prototipo dell’eroe maschio, bianco, anglosassone e protestante che ha fatto la storia prima della carta stampata e ora del cinema.

    Conquistati i titoli (e nemmeno troppi) dei giornali, restava però da fare il film. Ecco quindi che la Marvel ha indetto un raduno dei migliori talenti e delle rising star afroamericane di stanza a Los Angeles. Il protagonista, Chadewick Boseman, che aveva già esordito in Captain America: Civil War, si trova di fianco un paio di premi Oscar, il veterano Forest Whitaker e la giovane e bellissima Lupita N’yongo, qualcuno che per l’Oscar è in corsa anche ora, il Daniel Kaluuya di Scappa, un’attrice di sicura affidabilità come Angela Bassett, uno di grande prospettiva come Michael B. Jordan e qualche volto noto della tv, dalla Danai Gurira di The Walking Dead fino al dominatore della stagione dei premi televisivi, lo Sterling K. Brown del teledramma This is us. Al timone di questo bastimento carico di talento e buone intenzioni un regista meno banale della media dei cinecomics, quel Ryan Coogler che dopo essere emerso al Sundance Festival con il personale Prossima fermata: Fruitvale Station aveva dimostrato di sapersi giostrare anche in imprese più commerciali, come il recente seguito di Rocky, Creed. Film molto diversi ma accomunati dalla tematica black.

    A voler pensare male si direbbe che tutto cospiri verso la teoria dell’operazione di marketing. Ma Hollywood è terra di sogni e di incongruenze e così finisce che un film che sembrerebbe nato da un’indagine di mercato finisca per trasformarsi in un’operazione più che dignitosa. Grazie sicuramente alla guida esperta di Kevin Feige, alla scioltezza mostrata dalla regia di Coogler ma anche e soprattutto grazie a una sceneggiature (firmata da Coogler e da Joe Robert Cole) che mescola l’adrenalina dell’azione all’epica del racconto e che schiva con maestria le trappole più trite della blacksploitation, evitando con cura lo sfondo dei ghetti delle metropoli americane e il culto, visto e rivisto, dell’eroe di strada scegliendo un approccio più fuori dagli schemi Marvel e più vicino alla tradizione di altri generi, come fantascienza e fantasy. Le vicende del principe T’Challa (Boseman), costretto anzitempo a ereditare il trono del regno segreto e supertecnologico di Wakanda, lo vedono affrontare il mistero che circonda la morte di suo padre, la caccia all’avido trafficante Ulysses Klaw (Andy Serkis), poi la sfida di un misterioso mercenario (Jordan) che metterà il protagonista di fronte a non pochi dilemmi, a cominciare dalla necessità di fare chiarezza sugli aspetti più bui di un passato familiare glorioso, almeno in apparenza.

    La storia di Black Panther è più complessa e stratificata, rispetto a quella di colleghi più blasonati, che si accontentano di mantelli, armature e simboli e poi riducono le loro brevi esistenze sullo schermo all’arco di qualche scazzottata e a un diorama infinito di effetti speciali. Beninteso, scazzottate ed effetti speciali ci sono pure nel film di Coogler ma sono accompagnati, una volta tanto, a una storia che prova a scendere un po’ più in giù che della superficie. Certo il personaggio è meno conosciuto da noi e i fan dei film Marvel hanno sempre preferito le scazzottate e gli effetti speciali a tutto il resto (basti vedere il successo internazionale di un film come Captain America: Civil War che la trama preferiva demandarla ad altri film del franchise) ma la macchina perfetta imbastita da Feige e soci ha permesso di trasformare in insperati successi anche film dedicati a personaggi minori o mai battuti prima dal cinema, come Guardiani della Galassia e Doctor Strange, ed è difficile pensare che non riescano a ripetere la magia, specie con un film che non manca nei fondamentali di casa e che per il resto non si limita al compitino, e non solo al reparto storia ma anche alla voce “cast”. Certo, il grande cinema segue probabilmente altri circuiti, ma se il cinema commerciale fosse tutto come Black Panther probabilmente il mondo sarebbe meno banale.

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    The Post: La verità è donna

    Steven Spielberg dirige Meryl Streep e Tom Hanks in The Post, racconto civile del caso, poco conosciuto da noi, di un gruppo di giornalisti che lottarono contro la Casa Bianca per far emergere i contenuti delle Pentagon Papers, il rapporto che denunciava tutti gli errori commessi dagli Usa in Vietnam. In sala dall’1 febbraio.

    Una donna, un gruppo di giornalisti, una battaglia per la verità e un unico grande obiettivo: l’Oscar. The Post mescola l’esperienza di un grande regista, Steven Spielberg, a una malcelata ambizione ma è forse la puntualità il suo primo punto di forza. Una puntualità che ha finito per eccedere – e neanche di poco – le aspettative di produttori e cast, Meryl Streep e Tom Hanks su tutti. The Post ricostruisce il caso (poco noto in Italia) delle cosiddette Pentagon Papers, ovvero un rapporto segreto che di fatto definiva la guerra in Vietnam un’impresa insensata e senza alcuna possibilità di vittoria già molto prima che il costo in vite umane facesse vacillare anche i falchi più rapaci. Il rapporto finì nelle mani di un giornalista del New York Times a cui fu imposto il silenzio dalla Casa Bianca. Ma il rapporto finì anche sulle scrivanie della redazione di un giornale, il Washington Post, che in epoca pre-Watergate doveva ancora costruire la sua credibilità. The Post è la storia del caporedattore Ben Bradlee (Hanks) e soprattutto di Kay Graham (Streep), editrice donna in un mondo di uomini, che si trova nella posizione impossibile di giocarsi tutto proprio quando è in ballo la quotazione in borsa dell’azienda.

    Il film, su cui Spielberg ha puntato con tanta decisione che lo vediamo uscire in sala prima di Ready, Player One che pure era stato girato precedentemente avrebbe dovuto celebrare l’affermazione femminile. E del resto la produttrice Amy Pascal aveva comprato la sceneggiatura di Liz Hannah (poi compleata dal collegata Josh Singer) una settimana prima delle elezioni americane, quando tutto lasciava presagire una facile vittoria di Hillary Clinton, quella che avrebbe potuto essere la prima presidentessa degli Stati Uniti. La storia è andata diversamente e all’improvviso The Post si è ritrovato a essere un film sulla libertà di stampa in un paese dove il comandante in capo non ha mai celato il suo disprezzo per la categoria e un film sulla condizione femminile in una Hollywood appestata dallo scandalo molestie.

    Di fronte a tanto olismo tutto il resto sembrerebbe passare in secondo piano, quasi come se l’universo (o chi per lui) volesse comunicarci qualcosa. Certo non guasta sapere che The Post è probabilmente il miglior lungometraggio di Steven Spielberg da parecchi anni a questa parte. Perché il papà di E.T. e di Indiana Jones è e sarà sempre considerato uno dei grandi del cinema mainstream moderno, eppure come tanti suoi celebri e celebrati colleghi (vengono in mente i nomi di Ridley Scott, Woody Allen, George Lucas e altri) nel suo cinema sembra aver smarrito ormai da tempo qualunque carica rivoluzionaria,  sempre più perso com’è in qualche afflato retorico (Lincoln o Il Ponte delle Spie) o in qualche sogno impolverato di gioventù (Il GGG). La perizia nel saper gestire il mezzo tecnico è però insindacabile e, complice quell’inattesa puntualità, Spielberg si ritrova a essere quell’orologio non proprio rotto ma non più preciso come un tempo, che per qualche circostanza felice riprende a spaccare il secondo. Ed è un secondo che si spacca con gran piacere dello spettatore, grazie al contributo ideale dei suoi due protagonisti.

    Hanks e Streep. Streep e Hanks. A contare i premi nella bacheca ci si addormenterebbe prima. Basti citare i due Oscar vinti su cinque nomination per lui e i tre su 21 nomination per lei. Sì, 21. Come se l’Academy non si volesse privare della sua magia neanche per un misero anno (e in certi casi è giusto parlare di magia più che di talento). E il 2018 non sarà da meno perché delle 21 nomination l’ultima è ancora in bilico. Come resta in bilico lo spettatore nella scena della telefonata, il centro drammatico di questo film, che regge tutta sulle spalle (e sulle labbra) della Streep. E se vedere in scena – e per la prima volta insieme – due mostri sacri è sempre un piacere non sorprende che sia la Streep ad essere finita in lizza per la statuetta più desiderata di Hollywood. Perché The Post è più un film sulle donne che sulla libertà di stampa, e allora ritorna quella puntualità quasi sovrannaturale e di certo merce rara per il cinema che, anche per i suoi tempi di produzione, arriva spesso quando il polverone è già a terra. La notizia poi è che nonostante si parli di argomenti tanto freschi, Spielberg riesca a contenere quella naturale propensione alla retorica che ha caratterizzato quasi tutti i suoi ultimi film e la sua dimensione intellettuale. Resiste, resiste. Quasi fino alla fine, quando le parole della sentenza scandite al telefono dalla Carrie Coon di The Leftovers hanno l’eco lontana di un predicozzo. Ma alla fine è troppo tardi. Troppo tardi per rovinare un bel film di impegno civile, che forse non avrà le delicatezza del Caso Spotlight e l’incisività di Tutti gli uomini del presidente, ma che ha degli innegabili punti di forza nei suoi protagonisti, nel vivo interesse della sua storia, e – scusate se lo ripetiamo – nel tempismo perfetto della sua narrativa.

     

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    L’ora più buia: Un uomo e un’isola

    Gary Oldman ci regala una prestazione maiuscola nei panni di Winston Churchill in L’ora più buia, thriller storico diretto da Joe Wright. Nel cast anche Kristin Scott Thomas, Lily James e Ben Mendelsohn. In sala dal 18 gennaio.

    “Ha schierato in guerra la lingua inglese”. Tra i dialoghi de L’ora più buia emerge questo piccolo ritratto di Winston Churchill, l’uomo che prese per mano la Gran Bretagna e l’accompagnò attraverso la nebbia del conflitto più devastante che la storia abbia mai registrato, facendola uscire viva – e fu già un miracolo – e pure trionfante. Il premier britannico, tanto impopolare all’inizio quanto osannato alla fine, fu un maestro di oratoria ma è solo uno degli aspetti trattati dal film di Joe Wright, che torna a raccontare l’episodio di Dunkerque a dieci anni dal suo Espiazione e a pochi mesi dal Dunkirk di Christopher Nolan, di cui L’ora più buia sembra una sorta di elegante appendice. I due film si trovano infatti a narrare gli stessi eventi, la stessa manciata di giorni, visti però da due prospettive diverse. Wright sceglie infatti di raccontare l’evacuazione dei soldati britannici dalla costa francese attraverso la lente dei palazzi del potere, di raccontare l’epopea non di una nazione ma di un uomo-nazione, accerchiato come la sua isola e come la sua isola inconsapevole ultima speranza dell’umanità.

    A incarnare questo personaggio-mondo è un Gary Oldman in grande spolvero, capace non solo di imitare la fisionomia di Churchill, tanto singolare da farne un’icona, ma anche di ricreare sullo schermo le sue tensioni, le sue paure, il senso di una responsabilità opprimente. Tutta una gamma di sentimenti inediti per un uomo che ha lasciato dietro di sé solo parole di fede incrollabile e foto con le dita delle mani a disegnare la “V” di vittoria. Eppure i dubbi, i tremiti, non possono che esserci stati di fronte all’avanzata inarrestabile delle armate nere, di fronte alla caduta dell’alleato Francia e di fronte alla prospettiva di sacrificare 200mila vite, il 90% dell’esercito britannico.

    Scritto da Anthony McCarten, già sceneggiatore de La teoria del tutto, L’ora più buia si confina nell’arco di pochi giorni, quando Churchill è chiamato a sostituire il malato e sfiduciato Neville Chamberlain e anche e soprattutto a decidere cosa fare di fronte a una sconfitta imminente. Sedersi con il diavolo al tavolo della trattativa o continuare a combattere e rischiare l’annientamento? La ragione dice una cosa, l’istinto ne dice un’altra e Winston Churchill è nel mezzo, consapevole di un distacco con la popolazione che ritiene incolmabile (“Non ho mai preso la metropolitana in vita mia”, si rende conto a un certo punto”) e del disprezzo malcelato dei colleghi della classe politica e del sovrano (il Ben Mendelsohn di Rogue One).

    L’ora più buia non è però solo il racconto ritmato e incalzante di un momento storico delicatissimo ma anche e soprattutto la storia di un individuo che deve trovare la forza di fare l’impossibile, grazie a quello che ha dentro ma anche al sostegno di chi gli sta accanto. Il rapporto con le “sue” donne, la moglie che ha il volto affilato di Kristin Scott Thomas, e la segretaria (la Cenerentola Lily James), ha il sapore del puntello, della quieta importanza, anche se altri film su Churchill lo avevano evidenziato di più e forse meglio. Tutta inventata, invece, è la sequenza del confronto fra il leggendario primo ministro e il popolo. Passaggio sentito ma forse un po’ retorico, una sorta di concessione al fittizio che però non appesantisce più di tanto un film che ha nell’interpretazione di Gary Oldman, principale candidato alla vittoria dell’Oscar del 2018, la sua risorsa maggiore e più potente. E le armi schierate in battaglia da Joe Wright sono proprio queste: un personaggio ipnotico, i suoi discorsi immortali, un grande attore al suo massimo trasfigurato dal trucco di Kazushiro Tsuji e un intreccio che mescola il peso della storia con il brivido del thriller da camera e che si concede davvero pochi scivoloni. Forse non ci si vincerà una guerra ma per il pubblico in sala potrebbe bastare e avanzare.

     

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