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    La battaglia dei sessi: Diritti e rovesci

    Emma Stone e Steve Carell portano al cinema La battaglia dei sessi, la celebre partita di tennis fra la giocatrice più famosa dell’epoca, Billie Jean King, e l’ex campione in pensione Bobby Riggs, Dirigono Jonathan Dayton e Valerie Faris, registi di Little Miss Sunshine. In sala dal 20 ottobre.

    Diritti negati e rovesci della fortuna. Una lotta per farsi riconoscere e una per non farsi dimenticare. Qualcuno la definì la “partita di tennis più famosa della storia”. Non lo fu, ma fu a suo modo molto importante. Parliamo de La Battaglia dei Sessi, un match d’esibizione (non l’unico ma di certo il più celebre) giocato tra un uomo e una donna. La tennista più famosa dell’epoca, Billie Jean King, e un ex campione ormai in pensione, Bobby Riggs. Questo piccolo-grande evento mediatico e tutti i temi che ad esso furono indissolubilmente legati sono diventati un piccolo grande film diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, compagni nella vita e sul set e registi dell’ormai classico Little Miss Sunshine. Ad incarnare le due icone in campo, in un piccolo tripudio di trucco e sartoria, sono la premio Oscar in carica, Emma Stone, qui alla sua prima uscita dopo il successo di La La Land, ed il comico Steve Carell.

    La storia, si diceva, è quella della King (Stone), numero uno del tennis all’epoca dei fatti,  impegnata in una doppia battaglia, quella per il riconoscimento della parità salariale delle giocatrici e quella, tutta interiore, per scoprire e far emergere una sua sessualità repressa. E se nella prima troverà l’opposizione dei vertici della federazione (Bill Pullman) nella seconda troverà l’aiuto della parrucchiera Marilyn (Andrea Riseborough). Ma La Battaglia dei sessi è anche la storia di Bobby Riggs, ex campione senza troppo da fare, innamorato di sé stesso, delle scommesse ma anche della sua famiglia che proprio a causa delle scommesse rischia di perdere. Sarà lui a sollevare il polverone della Battaglia dei Sessi, un carrozzone mediatico su cui si incroceranno storie più grandi di lui.

    La sceneggiatura firmata dal Simon Beaufoy di Full Monty e The Millionaire è un dolcetto confezionato, neanche troppo velatamente, per le papille gustative dell’Academy. La rivendicazione della parità salariale è infatti un tema caldo per molte dive del cinema, che hanno denunciato forti disparità di trattamento con i colleghi maschi. E seppure di natura più sinistra lo scandalo Weinstein ha portato sempre più in primo piano la questione femminile a Hollywood. Ma la puntualità non è l’unico pregio di uno script che tratta con grande delicatezza temi importanti, come la genesi di quella che sarà la King paladina dei diritti LGBT, e che riesce a schivare la trappola di un facile manicheismo.  Del resto “viviamo in un mondo polarizzato – ha raccontato Jonathan Dayton presentando il film alla stampa italiana – puntiamo sempre il dito contro il nemico. Quindi noi abbiamo cercato di seguire la filosofia di Billie Jean King, quella di rispettare l’avversario. Alla fine, Billie Jean King e Bobby sono diventati amici e volevamo rappresentare anche questo nel film”.

    E la figura di Billie quindi non si ritaglia solo il ruolo da protagonista ma anche quello da musa.  “È stata coinvolta con noi sin dall’inizio – ha detto l’altra regista Valerie Faris – prima come consulente, poi nel corso dello sviluppo della sceneggiatura, nel montaggio e anche alla promozione del film. Lei è stata un componente fondamentale, è una forza della natura. Le persone la guardano e la trattano con grande rispetto”.

    La sua forza, ma anche le sue fragilità, sono ricreate con perizia sullo schermo, grazie al talento di Emma Stone anche se forse è Steve Carell a rubare spesso la scena, con il suo Bobby Riggs, un concentrato di magnetismo cialtrone, venato a volte della malinconia di un pesce che ha paura di sentirsi fuor d’acqua. La forza del film è quindi nella sua storia, nei suoi interpreti, ma anche nei suoi registi che concentrano la cura dei particolari pure in quella parte che poteva essere la più spinosa, ovvero quando dalle parole del tennis si passa ai fatti del tennis. “Per noi era importante che il gioco del tennis fosse rappresentato nella maniera più corretta. Abbiamo studiato la partita del ’73 fra Billie e Bobby, l’abbiamo studiata e analizzata con cura. Un consulente sul set ci ha aiutato a capire come riprendere il match e gli scambi. Addirittura il vero allenatore di Riggs ha seguito Steve durante la preparazione e si è allenato con lui. Tutto doveva dare l’idea che stessimo assistendo ad un vero match di tennis” Ha spiegato la Faris e Dayton ha aggiunto: “Ogni cosa che vedete nel film è reale, non c’è computer grafica, né palline riprodotte in digitale. Solo tennis”.

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    It: La paura è un palloncino rosso

    Il romanzo più celebrato di Stephen King arriva per la prima volta al cinema. It, diretto da Andy Muschietti e interpretato da Bill Skarsgård, esordisce in sala dal 19 ottobre.

    Una barchetta di carta che corre su un rigagnolo, un clown nel tombino e un palloncino rosso. L’incubo comincia così, che siano gli anni 50 delle origini o gli anni 80 di questo aggiornamento. È  di It che si parla, il romanzo simbolo dello scrittore più famoso, venduto, adattato e venerato del mondo, Stephen King, che ora diventa un film, dopo essere già stato una miniserie tv nel 1990. A tradurre in immagini il tomo kinghiano è l’argentino Andy Muschietti, che si era fatto notare nel panorama horror con l’inquietante La Madre, del 2013. Al suo servizio una schiera di attori ragazzini, molti alla prima esperienza rilevante, guidati dal pari-età Jaeden Lieberher e dal 27enne svedese Bill Skarsgård, che veste i panni dell’icona grottesca della paura, Pennywise il clown ballerino.

    Prima di tutto una precisazione. Il libro di Stephen King narrava un’epopea divisa in due piani temporali, un passato di bambini, un presente da adulti. Il film di It pesca solo metà del mito, lasciando a un futuro e già annunciato seguito il compito di chiudere il cerchio. Eccoci allora tornare agli anni 80 (non gli anni 50 del romanzo, quindi), dove il giovane Bill (Lieberher) si trova ad affrontare una tragedia personale, la scomparsa del fratellino George, ma anche le angherie di un bullo e le misteriosi visioni da incubo che sembrano tormentare i ragazzini della città di Derry, quasi sempre accompagnate da uno strano e spaventoso clown (Skarsgård). Per fortuna che al suo fianco ci sono i Perdenti, una piccola banda formata dagli amici di sempre e da qualche volto nuovo, tra cui quello dell’amabile Beverly (Sophia Lillis).

    La sceneggiatura firmata da Gary Dauberman, Chase Palmer e da Cary Fukunaga (regista incaricato e poi dimissionario per una questione di divergenze creative) preferisce la luce alle ombre. Una scelta forse propiziata dal successo inaspettato di operazioni nostalgia come la serie televisiva Stranger Things o il Super 8 di J.J. Abrams, ma non per questo meno valida. L’It di Andy Muschietti attinge a piene mani da queste due fonti e ritorna ancora più indietro, al successo di Goonies o al coinvolgente Stand by Me, pellicola firmata da Rob Reiner che riusciva a incanalare l’anima più delicata del bardo del Maine. Stand by Me e questo nuovo It condividono infatti la firma in calce, quella di Stephen King, ma anche il gusto di ricreare il mondo magico della primissima adolescenza, dove il senso dell’amicizia e dell’avventura è più forte anche del male che preme ai bordi, di un mondo cinico e adulto che si nasconde appena dietro la coda dell’occhio.

    Inutile dire che a giovarne di più è il cast di giovanissimi. Sophia Lillis in testa, che con i capelli rossi e il sorriso tutto denti sembra posseduta dallo spirito della Molly Ringwald degli anni 80, icona adolescente di Bella in rosa e dell’indimenticabile Breakfast Club. Ma It non è solo un piccolo romanzo di formazione, come lo era Stand by me, è anche e soprattutto un horror. E si intenda horror vero, non le atmosfere innacquate che avevano avvolto il naufragio in celluloide di un altro sentito progetto kinghiano, la fallimentare Torre Nera. A fugare ogni dubbio ci pensa già la primissima scena, dove la violenza non risparmia neanche il più tenero dei bambini, bersagli di solito tabù in molte produzioni americane. Detto questo ribadiamo però che sono le luci a prevalere sulle ombre, come del resto a fare orrore sono gli uomini più dei mostri, un bullo armato coltello, una madre possessiva e soffocante e un padre-orco. E poi c’è lui, il clown. La scelta di affidare il ruolo a un attore giovane può sembrare di per sé coraggiosa, sebbene altri profili fossero stati vagliati all’inizio, ma forse è più che altro conservativa. Anche perché le miniserie degli anni 90, piuttosto approssimativa nella realizzazione, aveva un solo e unico punto di forza, la sinistra incarnazione del clown messa in scena da Tim Curry, genio trasformista del Rocky Horror Pictures Show, che le leggende hollywoodiane ci dicono tanto compenetrato nel personaggio, da essere costretto a non mischiarsi coi colleghi in pausa pranzo, per evitare i loro sguardi intimiditi.

    E così questo nuovo Pennywise è più fisico e meno chiacchierone. La sua icona forse è un po’ smorzata, forse la storia preferirà ricordare Curry, ma It è una storia corale e se anche Skarsgård non è la prima voce questo non vuol dire che le urla di terrore non si intreccino in un’armonia cinematografica che rende una prima, almeno parziale, giustizia a un romanzo che nella storia della letteratura è più importante di quanto non si creda.

     

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    L’uomo di neve: Thriller che si scioglie al sole

    Michael Fassbender, Rebecca Ferguson e il regista Tomas Alfredson portano sullo schermo L’uomo di neve, noir nordico tratto dal bestseller di Jo Nesbø. In sala dal 12 ottobre.

    Un killer più truce del solito, un outsider travestito da detective e sullo sfondo i paesaggi smorti della Scandinavia. L’uomo di neve porta sullo schermo i brividi fisici e metaforici dei romanzi di Jo Nesbø, norvegese di nascita, maestro del thriller nordico insieme allo scomparso Stieg Larsson. Una produzione travagliata, il continuo succedersi di registi e sceneggiatori (tra cui anche Martin Scorsese), ma alla fine l’impresa è ricaduta sulle spalle dello svedese Tomas Alfredson, specialista in adattamenti letterari, da Lasciami entrare fino alla Talpa. Unica certezza in ogni iterazione del film è stato invece Michael Fassbender, che ha accettato di portare sullo schermo Harry Hole, il detective di riferimento di Nesbø, per quello che vorrebbe essere non un episodio isolato ma il primo film di una serie. Al suo fianco è stato poi raccolto un cast di tutto rispetto, dalla Rebecca Ferguson di Mission Impossible a Charlotte Gainsbourg, musa di Lars Von Trier, dal redivivo Val Kilmer al premio Oscar J.K. Simmons.

    L’uomo di neve racconta del detective alcolista e disadattato Harry Hole (Fassbender), spinto da una collega più giovane (Ferguson) a indagare sulla sparizione di alcune donne e su un caso irrisolto del passato, il suicidio di un investigatore (Kilmer), un fitto mistero che potrebbe smascherare il primo serial killer della storia del Norvegia.

    Sono tre gli sceneggiatori citati dai titoli di testa: Peter Straughan (La Talpa), Hossein Amini (Drive) e Søren Sveistrup (autore della serie cult danese The Killing). Tre penne veterane per adattare un bestseller dalle evidenti ascendenze cinematografiche. Eppure è subito chiaro che per L’uomo di neve qualcosa è andato storto. Perché se all’intreccio non mancano gli spunti e qualche colpo di scena, è indubbio che tanti fili narrativi restino orfani di un vero e proprio ordito. A cominciare dal suo protagonista, Harry Hole, che per buona parte del film sembra solo uno spettatore indolente e avvilito, come se l’atmosfera gelida della messa in scena l’avesse intirizzito e depresso. I suoi turbamenti restano distanti dalla mente dello spettatore che lo vede, senza troppo raccapezzarsi, alle prese con una ex che ancora ama (Gainsbourg) e con un figlio non suo, verso cui sente di dover provare un affetto paterno.

    I rapporti labili tra padri e figli sono il tema portante del film, probabilmente la parte migliore, specie quando si riesce ad amalgamarli con più grazia nella trama, come nel caso del personaggio della Ferguson, la detective Katrine Bratt, che ruba inconsapevolmente la scena a Fassbender, più per meriti della sceneggiatura che della pur talentuosa performer. L’attore di Prometheus e 12 Anni Schiavo ce la mette tutta per dare carisma al personaggio e quel poco di buono che si vede sembra tutta farina del suo sacco, ma vale lo stesso discorso della collega. Il personaggio è tanto passivo e apatico che solo il finale giustifica il fatto che ne sia il protagonista. In definitiva L’uomo di neve sembra più un cumulo informe di nevischio che non la scultura ben formata che poteva essere e se la sceneggiatura non aiuta neanche Tomas Alfredson riesce a riscattarlo, affidandosi troppo alle atmosfere norvegesi e al richiamo di un romanzo di successo, lasciando stavolta nel cassetto le qualità che lo avevano fatto notare nei suoi film precedenti.

     

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    Blade Runner 2049: Molto più di un replicante

    Harrison Ford, Ryan Gosling e il regista Denis Villeneuve tornano nella Los Angeles del futuro per Blade Runner 2049, sequel del cult fantascientifico firmato più di 30 anni fa da Ridley Scott. In sala dal 5 ottobre.

    Macchine volanti che planano tra i palazzi di una metropoli intrisa di pioggia. E i suoi abitanti che sgomitano alla ricerca di un’identità, di un posto nel mondo. Sono passati 35 anni da quel 25 giugno del 1982, giorno in cui esordì Blade Runner, noir fantascientifico diretto da un allora astro nascente di Hollywood, l’inglese Ridley Scott. 35 anni di celebrazioni, di edizioni montate e rimontate (in Italia ne abbiamo viste tre, ma sono almeno 8), anni di pioggia che spazza i marciapiedi sugli schermi televisivi, prima analogici poi digitali, su supporti sempre più moderni, dal vhs al bluray di ultima generazione. Il cinema e il mondo sono andati avanti. Eppure la forza di quella Los Angeles umida e logora è ancora là, a portata di cinema. E già dal titolo Blade Runner 2049 prova a ingannarci, perché vorrebbe farci credere che siano passate tre decadi dall’episodio originale, ma l’unica controprova sembrano le rughe di Harrison Ford, uno che nel giro di due anni si è ritrovato a vestire di nuovo i panni dei suoi eroi più famosi e celebrati. I titoli di coda ci svelano che il regista non è più Scott, ma il canadese Denis Villeneuve. Ora come allora, un astro nascente della new wave hollywoodiana, qui alla sua prova più difficile dopo alcuni exploit molto confortanti, da Prisoners a Sicario fino alla poesia fantascientifica di Arrival. Protagonista assoluto però non è Ford ma Ryan Gosling, alla sua prima prova dopo il boom di La la land. Con lui ci sono la cubana Ana de Armas e il trasformista Jared Leto.

    Per gentile richiesta del regista non sveliamo i dettagli della trama. Basti sapere che un poliziotto di nome K (Gosling) si trova per le mani un caso impossibile, un mistero che potrebbe non essere nulla o potrebbe cambiare tutto.

    Lo script – firmato da uno degli sceneggiatori originali, Hampton Fancher, e dal Michael Green di Logan – non si limita a rimestare la materia di cui erano fatti i sogni nel 1982. Blade Runner 2049 ha il coraggio di allargare il campo, di non rinnovare quel gioco di guardie e ladri che solo l’estro registico di uno Scott ai massimi livelli aveva trasformato in un capolavoro di suggestioni. Oggi il mondo di Rick Deckard arriva in sala appesantito dalla tara di uno strascico di devozione che risale fino al secolo scorso. Pensare di affrontarlo con la stessa leggerezza degli esordi sarebbe stato insensato e il film avrebbe finito per cadere nel tritacarne del responso popolare. La storia di Blade Runner 2049 è più matura, come più maturi sono anche i personaggi principali, tutti alla ricerca di una loro identità, in segno di omaggio all’autore originario, quel Philip K. Dick che aveva riempito di dubbi le pagine della sua fantascienza, un genere spesso ammalato di positivismo. Che si tratti di uomini, di androidi, di intelligenze artificiali, di messia veri e presunti, di personaggi e anche solo di spettatori, è indifferente.

    Rick Deckard, l’agente K e tutti gli altri sono anime inquiete che si agitano in un mondo-purgatorio, una città disegnata a china. Cinquanta sfumature di grigio cupo, dove le uniche chiazze di colore sono i neon virtuali di mille pubblicità ingannevoli. Un futuro a due passi dalla distopia, inchiodato sulla pellicola dall’obiettivo magico di Roger Deakins, che riesce difficile non immaginare tra qualche mese sul palco degli Oscar con in mano una statuetta d’oro. È lui il primo alleato di Denis Villeneuve in questa magnum opus dove anche gli stacchi tra una scena e l’altra, (lunghe sequenze di viaggio su scenari cupi, quasi cartoline di un futuro disastro) sono una gioia per gli occhi. E per le orecchie, pure, grazie alla colonna sonora firmata da Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, che suggerisce le note sintetiche dello storico tema di Vangelis senza per forza cadere nella tentazione di un facile citazionismo.

    In America si dibatte se sia Ford a strappare la scena a Gosling o viceversa. Se siano gli sguardi smarriti dell’attore di La la land, quello rabbioso di Ford, la dolcezza artificiale di Ana de Armas, o il messianismo alieno di Jared Leto a catturare lo sguardo dello spettatore. Il protagonista della vicenda artistica è solo uno, però. Denis Villeneuve che riesce nell’impresa titanica di dare una propria voce a un sequel, di trasformare in pietra miliare quello che voleva essere solo un semplice revival. E nella solitudine dei numeri due, nel grande dibattito che mette alla berlina il valore artistico dei secondi capitoli, Il Padrino parte II potrebbe aver trovato un nuovo grande alleato. E in fondo la magia di Hollywood è anche questa. Quella di dare non solo dignità, ma anche un pizzico di magia, a un’idea che aveva probabilmente un solo e unico scopo, quello di far riempire un po’ di tasche.

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    Kingsman: Il Cerchio d’oro – Zero zero sequel

    Colin Firth, Taron Egerton e il regista Matthew Vaughn tornano per Kingsman: il Cerchio d’oro, secondo capitolo della saga iniziata nel 2014. La villain è una spietata Julianne Moore. In sala dal 21 settembre.

    Il ritorno, la strage, nuovi alleati, nuovi nemici. Ma lo scopo è sempre quello: salvare il mondo. A tre anni di distanza dal primo film tornano Colin Firth e Taron Egerton, i due superagenti segreti del Kingsman. Torna anche il regista Matthew Vaughn che con questo Kingsman: il Cerchio d’oro si conferma come regista specializzato in cinecomics, genere a cui ha dedicato gli ultimi dieci anni di carriera. Al suo servizio un cast sempre ricco anche se per strada si è perso qualche pezzo (Michael Caine e Samuel L. Jackson). Complice una trasferta negli Stati Uniti molti altri se ne sono aggiunti. Gente come Julianne Moore, Jeff Bridges, Halle Berry (tre Oscar in tre), Channing Tatum e il divo televisivo Pedro Pascal, tra i protagonisti di Narcos e del Trono di Spade.

    Il sequel prende le mosse dalla caduta dell’agenzia Kingsman, vittima di un devastante attacco ad opera di Poppy (Moore), spietata trafficante con un debole per i robot e per gli anni 50 idealizzati da Grease, Happy Days e American Graffiti. Per salvare il mondo il giovane Eggsy (Egerton), tra i pochi sopravvissuti, dovrà ricorrere all’ultima risorsa, l’alleanza con una bizzarra controparte americana, la Statesman, guidata dall’agente Champagne (Bridges).

    Ispirata alla serie a fumetti di Mark Millar e Dave Gibbons la sceneggiatura firmata da Vaughn e da Jane Goldman ha un grosso pregio ma anche qualche difetto. Il pregio è sicuramente quello di riuscire a ricreare l’atmosfera del primo film, che prendeva la tradizione dello 007 cinematografico e la filtrava attraverso il linguaggio di un fumettismo grottesco, raggiungendo un equilibrio invidiabile tra omaggio e parodia. Se nel primo film il villain interpretato da Samuel L. Jackson era un tycoon dalla “s” blesa, spietato e mangione di hamburger, la Julianne Moore di questo film non è da meno, presa com’è dal suo sogno di un’America zuccherina e dalla passione (non corrisposta) per Elton John, che si è prestato a interpretare se stesso in una serie di divertenti comparsate. Anche la versione americana dei protagonisti è un’idea azzeccata perché continua a giocare sul luogo comune. Così come i Kingsman sono la personificazione del gentiluomo inglese, tutta classe ed eleganza, gli Statesman interpretati da Bridges, Tatum e compagnia, si fanno portatori dei valori delle colonie, tutti bourbon, lazi e orgoglio da sceriffo. Kingsman: il Cerchio d’oro non rinuncia neanche a un pizzico di vena satirica, mettendo in scena un presidente degli Stati Uniti pronto a spingersi fino alle estreme conseguenze pur di vincere la guerra alla droga.

    Tuttavia questa nuova avventura non ha l’impatto del primo film. Probabilmente per il mancato effetto sorpresa, colpa che di certo non si può imputare agli autori ma alla natura stessa dei sequel. A Kingsman: il Cerchio d’oro manca poi un pizzico di ardore registico. Nelle sue uscite precedenti Vaughn ci aveva abituati a sequenze cult, spesso venate di note incalzanti e di una violenza buffa nella sua estremizzazioni. Nel primo capitolo il massacro della chiesa accompagnato dal riff di chitarra del Lynyrd Skynyrd aveva fatto breccia nel cuore e nella memoria degli spettatori, anche i più distratti. Qui manca una scena catalizzante, che pure ha fatto la fortuna di film meno riusciti come Atomica Bionda o il primo John Wick. Curiosa anche la gestione dei personaggi, che con troppa leggerezza lascia (letteralmente) in ghiaccio un grosso nome e che sacrifica senza particolare epos qualche veterano del primo film.

    Il risultato finale è che Kingsman: il Cerchio d’oro è forse un buon sequel, senza essere necessariamente un buon film. Vaughn allarga il mondo dei suoi protagonisti, tiene con mano sicura il timone narrativo e ci regala qualche trovata divertente. Nel farlo afferma la sua idea di cinema, ma allo stesso tempo non prova neanche a convincere il pubblico che questo film sia sia superiore al capitolo precedente, forse perché è lui stesso a non crederci. Per il responso finale non resta che attendere un probabile terzo capitolo del franchise.

     

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    Oscar 2018, anche Ficarra e Picone in corsa per la candidatura

    Erede di Paolo Sorrentino cercasi. Saranno 14 i film in corsa per guadagnarsi l’onore di rappresentare l’Italia ai prossimi Oscar e non mancano le sorprese. La più eclatante è sicuramente la presenza de L’ora legale, la commedia diretta e interpretata da Ficarra e Picone e scritta da un team composto dai due comici, da Fabio Testini, dal regista Edoardo De Angelis e dallo sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot Nicola Guaglianone. Non mancano poi alcune delle eccellenze del cinema italiano, dal maestro Gianni Amelio con il suo La Tenerezza, fino a Sergio Castellitto con Fortunata, che dopo la buona accoglienza al festival di Cannes, sembra essere il favorito.

    Nell’elenco compaiono un po’ di film che hanno esordito all’ultimo Festival di Venezia, in particolare il dramma con Micaela Ramazzotti, Una Famiglia, diretto da Sebastiano Riso e L’Equilibrio di Vincenzo Marra. Viene dalla Laguna anche una delle due proposte più originali di questo gruppo di film, Gatta Cenerentola, lungometraggio di animazione diretto da Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarneri e Dario Sansone che adatta in chiave fantascientifica una fiaba di Giambattista Basile. L’altra è sicuramente A Ciambra, di Jonas Ash Carpignano, il film sulla comunità rom in Calabria prodotto da Martin Scorsese.

    In attesa della decisione dell’Academy italiana che sarà comunicata il prossimo 27 settembre quando si riunirà la commissione Anica, ecco comunque l’elenco completo.

    A Ciambra di Jonas Ash Carpignano

    Cuori puri di Roberto De Paolis

    L’Equilibrio di Vincenzo Marra

    Una Famiglia di Sebastiano Riso

    Fortunata di Sergio Castellitto

    Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarneri e Dario Sansone

    Ho amici in paradiso di Fabrizio Maria Cortese

    L’Ora Legale di Salvatore Ficarra e Valentino Picone

    L’Ordine delle Cose di Andrea Segre

    Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

    La Stoffa dei Sogni di Gianfranco Cabiddu

    La Tenerezza di Gianni Amelio

    Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni

    La Vita in Comune di Edoardo Winspeare

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    Barry Seal – Una storia americana: In volo sulla zona grigia

    Tom Cruise interpreta un pilota al servizio di Cia e narcos in Barry Seal – Una storia americana. Dirige Doug Liman, regista di Edge of Tomorrow. In sala dal 14 settembre.

    Tom Cruise, un aereo, montagne di cocaina e di dollari e una storia vera dal quale trarre ispirazione. Il gioco è fatto ed è pronto a sbarcare in sala. Barry Seal – Una storia americana è il nuovo exploit del divo di Top Gun, che cerca di farsi perdonare il fiasco della Mummia con una storia che pesca a piene mani dalla mitologia dei narcos, e che affonda le radici in una cronaca grigia e parallela che da qualche anno a questa parte è diventata un tema ricorrente nella catena di montaggio narrativa di Hollywood. Alla regia, come capita sempre più spesso a Cruise, c’è un fedelissimo. Doug Liman in questo caso, che già lo diresse in uno dei suoi ultimi film più riusciti, il fantascientifico Edge of Tomorrow.

    La storia è quella di Barry Seal (Cruise), ex pilota della Twa, che al tran tran dell’aviazione civile preferisce una vita avventurosa al servizio della Cia, dei narcos, della Dea, dei contras e sopratutto di se stesso. Attorno a lui si muove un universo magmatico costellato da agenti dei servizi segreti (Domhnall Gleeson), gente losca di ogni tipo e una moglie (Sarah Wright) sempre più consapevole dei traffici del marito.

    Scritto da Gary Spinelli e ispirato a un personaggio realmente esistito, Barry Seal – Una storia americana riporta alla mente il Wolf of Wall Street di Martin Scorsese e alcune delle pagine più celebri della carriera letteraria di James Ellroy. L’accostamento non tragga però in inganno. Il parallelo con il maestro di Taxi Driver riguarda solo lo sguardo curioso, cinico e a volte divertito con cui si osserva l’avvento e la caduta di un’incarnazione del sogno americano nella sua versione più sfacciata. Di Ellroy c’è invece il gusto di mescolare cronaca e storia, riempiendo gli spazi vuoti di coerenza narrativa piuttosto che affidarsi a un approccio documentario e, per forza di cose, più spezzettato. Traduzione: la storia di Barry Seal è vera ma fino a un certo punto.

    Per il resto Barry Seal – Una storia americana è un film spigliato, divertito, che sfrutta al massimo la nuova curiosità sviluppata attorno ai narcos e alle zone grigie dell’epoca reaganiana. La regia di Liman è diligente, sicura, commerciale, senza troppi svolazzi. Più facile accostarla a un volo di linea della Twa che ai bimotori a elica carichi di droga e contras che atterravano all’aeroporto di Mena sfidando le autorità americane. Tom Cruise ci mette il carisma e un talento che sarà pure indubbio ma che solo di rado viene messo al servizio di registri diversi. E così guardando il film la sensazione è che il protagonista sia un pilota di nome Tom Cruise e non Barry Seal e che la confezione sia ben concepita ma sostanzialmente priva di un qualunque spessore, che non sia quello alimentato dalla semplice curiosità di conoscere una storia comunque interessante.

     

     

     

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    Nessuno può mettere Baby Driver in un angolo

    Arriva Baby Driver, nuovo cult di Edgar Wright, ed è pronto a conquistare le sale a suon di musica e di sgommate. Nel cast Ansel Elgort, Kevin Spacey e Jamie Foxx. In sala dal 7 settembre.

    C’è solo il tempo di inforcare gli occhiali e di premere il tasto play. Baby Driver inizia così, con le note incalzanti dei Jon Spencer Blues Explosion e con una scarica di adrenalina. Un inseguimento mozzafiato di sei minuti che non è solo la traccia di un tema da svolgere ma è anche il solco di un disco in vinile, che ci spara una raffica di note e di sirene, di testacoda e di sgommate. Edgar Wright è un regista di culto. La sua Cornetto Trilogy conta una legione di fan e il suo film successivo doveva fare sfoggio di un brand consolidato, la M della Marvel. Le cose però non sono andate come dovevano andare, il mini superuomo Ant-Man è finito in altre mani e Wright ha preferito portare sullo schermo un altro piccolo eroe, creato da lui, senza dover rendere conto a nessuno. A incarnarlo è Ansel Elgort, americano di New York, 23 anni, già protagonista del teen drama Colpa delle stelle. Al suo fianco la giovane Lily James, due veterani come Jamie Foxx e Kevin Spacey (tre Oscar in due) e un volto noto del piccolo schermo, quel Jon Hamm che è stato protagonista di una delle serie più celebrate del decennio, Mad Men.

    La storia è quella di Baby (Elgort), pilota eccezionale fissato con la musica, un po’ per coprire quel fastidioso fischio all’orecchio che lo accompagna da quando era piccolo, un po’ perché è il suo modo di comunicare, con il padre adottivo ma anche con la madre che non c’è più. Baby è coinvolto in un giro di rapine gestito da Doc (Spacey) ma lo fa perché è costretto, perché deve ripagare un debito. La sua vita è eccitante ma allo stesso tempo monotona, finché la sua strada non si incrocia con quella di due persone che gliela cambieranno per sempre, la cameriera Debora (James) e un rapinatore meno chirurgico e più sanguinario di nome Bats (Foxx).

    Baby Driver, scritto e prodotto dallo stesso regista, non è solo un film a ritmo di musica. È un film che la musica la respira. Un film dove la selezione di pezzi, che va dai Queen ai Blur, dai T.Rex di Marc Bolan a Simon & Garfunkel, da Barry White alla giovanissima Sky Ferreira, non è solo accompagnamento ma è la chiave della partitura. Le note dettano i tempi e per stessa ammissione del regista le canzoni risuonavano a tutto volume sul set durante le riprese, spingendo gli attori ad allineare i movimenti alle linee di basso, alle cadenze ritmiche. Edgar Wright, per il resto, non inventa niente di nuovo eppure questo piccolo cult in pectore ha il potere di rimanere in testa, perché Baby Driver non è solo musica, è anche i suoi personaggi, forse schematici, di sicuro divertenti. Primo fra tutti un Kevin Spacey che torna a interpretare un genio del crimine a più di 20 anni da quel Keyser Soze che gli regalò il primo, storico, riconoscimento dell’Academy. E proprio come Soze il Doc di Baby Driver è un personaggio dalla natura doppia, con indosso una duplice maschera, e vedere Spacey recitare un personaggio che gli piace, che lo diverte, è da sempre garanzia di aver speso bene i soldi del biglietto.

    Il resto è solo un thriller, confezionato con cura e recitato con buona lena, che forse cede solo sul finale alla fiera dell’eccesso, senza però ripercorrere tutto il sentiero che dall’eleganza di Drive porta alla caciara di Fast & Furious. Certo è che se fossero tutti così i thriller proiettati nelle sale, sia in Italia che all’estero, il livello medio del cinema sarebbe sensibilmente più alto.

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    La Torre Nera: L’epica sullo sfondo

    Idris Elba e Matthew McConaughey ci portano ai piedi de La Torre Nera, una delle più affascinanti invenzioni del re del brivido, Stephen King. Dirige il danese Nikolaj Arcel. In sala dal 10 agosto. 

    La Torre Nera dieci anni dopo. Tanto c’è voluto per trasformare in realtà cinematografica il progetto narrativo più ambizioso dello scrittore più letto del mondo, Stephen King, una saga in sette romanzi che spazia in scioltezza dal western al fantasy, dalla fantascienza all’horror. A spuntarla alla roulette dei registi è stato il danese Nikolaj Arcel (Royal Affair), ma prima di lui avevano puntato e perso mostri sacri come Ron Howard e J.J. Abrams. Stesso discorso per il fronte protagonisti. Dopo essere stato accostato a Russell Crowe e Javier Bardem il ruolo dell’iconico pistolero Roland è andato a Idris Elba, mentre quello del cattivissimo uomo in nero è toccato al divo Matthew McConaughey.

    La storia è quella di Jake Chambers (Tom Taylor), ragazzino di New York tormentato da incubi e visioni apocalittiche. Al centro di tali visioni è l’enigmatica Torre Nera, un edificio che incarna le forze del bene, l’equilibrio dell’universo, e che si trova sotto attacco ad opera delle armate dell’Uomo in nero (McConaughey). Unica speranza per l’umanità è rappresentata dalle pistole infallibili del misterioso Roland (Elba), che però è concentrato più su una vendetta personale che non nella missione della vita.

    Dieci anni di lavorazione vuol dire un processo di riscrittura continua dello script. In termini empirici questo si traduce in una corposa lista di sceneggiatori a cui va accreditato il film. Dal premio Oscar Akiva Goldsman, che per primo seguì la stesura ai tempi in cui era Ron Howard il regista prescelto, passando per Jeff Pinkner (The Amazing Spider-Man 2), per il danese Anders Thomas Jensen e per lo stesso regista, che fu il primo ad adattare Uomini che odiano le donne, il celebre thriller di Stieg Larsson. In termini narrativi invece il risultato è un prevedibile stravolgimento della trama imbastita da King che non esitava a mescolare viaggi nel tempo, cavalieri, maghi, cowboy, in un intruglio weird che non poteva che spaventare il mondo del cinema, sempre restio a mescolare i generi. E così La Torre Nera, che nelle intenzioni dichiarate dei produttori vorrebbe essere il primo film di un franchise, prende poco e nulla dal primo libro della serie firmata dallo scrittore del Maine e preferisce inoltrarsi in un sentiero inedito ma non particolarmente avventuroso, smussando gli spigoli narrativi e finendo per edulcorare un po’ le atmosfere cupe, pre e post apocalittiche della serie.

    Tradotto in immagini dalla regia di Arcel, che evita i fronzoli ma non produce particolari trovate, e sostenuto da un budget probabilmente non all’altezza (60 milioni di dollari a fronte degli oltre 100 del più economico cinecomics) il vivido immaginario de La Torre Nera finisce così per affiorare solo a tratti nelle menti e nei cuori degli spettatori. E questo nonostante il film non sia piagato da evidenti errori tecnici e le scelte di casting risultino alquanto azzeccate. Matthew McConaughey è probabilmente il centro magnetico del film, con il suo Uomo in nero che esteticamente richiama una rock star a metà tra Elvis Presley e Robert Smith dei Cure, e che resta impresso perché incarna una malvagità distratta, una violenza quasi casuale. Idris Elba resta un po’ indietro, vuoi perché il film, che dura poco più di un’ora e mezzo, sembra voler lasciare in cantina i particolari più interessanti del suo personaggio, vuoi perché il pistolero di Stephen King era l’archetipo dell’eroe western, crudo, militaresco e non particolarmente espressivo. Eppure Elba ha una gravitas naturale che lavora a suo favore e anche quando l’atmosfera s’ammorbidisce, quando c’è da dare un pizzico di umanità al personaggio, si fa trovare pronto. Bene anche il giovane Tom Taylor, un po’ protagonista, un po’ spalla, l’unico altro personaggio a staccarsi dalla quinta del palcoscenico e a prendere un po’ di forma.

    E a rifletterci forse è proprio questa la crepa che rischia di far crollare la struttura de La Torre Nera. Sono davvero pochi gli elementi che si staccano dallo sfondo, a cominciare dai personaggi femminili che latitano, ma non solo. Anche a voler considerare questo film come un prologo delle avventure a venire la forza epica, di cui pure si percepisce un’eco, viene ingabbiata e attenuata. E a non conoscere l’opera originale verrebbe da pensare che il grande respiro che ci si aspetta da una saga tanto corposa sia in realtà un fiato decisamente corto. Probabilmente non è così ed eventuali seguiti potrebbero chiarire l’equivoco, ma in attesa di notizie da Hollywood La Torre Nera in versione cinematografica si limita a questo, un film corto e neanche troppo spiacevole ma che non lascia davvero il segno.

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