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    La Torre Nera: L’epica sullo sfondo

    Idris Elba e Matthew McConaughey ci portano ai piedi de La Torre Nera, una delle più affascinanti invenzioni del re del brivido, Stephen King. Dirige il danese Nikolaj Arcel. In sala dal 10 agosto. 

    La Torre Nera dieci anni dopo. Tanto c’è voluto per trasformare in realtà cinematografica il progetto narrativo più ambizioso dello scrittore più letto del mondo, Stephen King, una saga in sette romanzi che spazia in scioltezza dal western al fantasy, dalla fantascienza all’horror. A spuntarla alla roulette dei registi è stato il danese Nikolaj Arcel (Royal Affair), ma prima di lui avevano puntato e perso mostri sacri come Ron Howard e J.J. Abrams. Stesso discorso per il fronte protagonisti. Dopo essere stato accostato a Russell Crowe e Javier Bardem il ruolo dell’iconico pistolero Roland è andato a Idris Elba, mentre quello del cattivissimo uomo in nero è toccato al divo Matthew McConaughey.

    La storia è quella di Jake Chambers (Tom Taylor), ragazzino di New York tormentato da incubi e visioni apocalittiche. Al centro di tali visioni è l’enigmatica Torre Nera, un edificio che incarna le forze del bene, l’equilibrio dell’universo, e che si trova sotto attacco ad opera delle armate dell’Uomo in nero (McConaughey). Unica speranza per l’umanità è rappresentata dalle pistole infallibili del misterioso Roland (Elba), che però è concentrato più su una vendetta personale che non nella missione della vita.

    Dieci anni di lavorazione vuol dire un processo di riscrittura continua dello script. In termini empirici questo si traduce in una corposa lista di sceneggiatori a cui va accreditato il film. Dal premio Oscar Akiva Goldsman, che per primo seguì la stesura ai tempi in cui era Ron Howard il regista prescelto, passando per Jeff Pinkner (The Amazing Spider-Man 2), per il danese Anders Thomas Jensen e per lo stesso regista, che fu il primo ad adattare Uomini che odiano le donne, il celebre thriller di Stieg Larsson. In termini narrativi invece il risultato è un prevedibile stravolgimento della trama imbastita da King che non esitava a mescolare viaggi nel tempo, cavalieri, maghi, cowboy, in un intruglio weird che non poteva che spaventare il mondo del cinema, sempre restio a mescolare i generi. E così La Torre Nera, che nelle intenzioni dichiarate dei produttori vorrebbe essere il primo film di un franchise, prende poco e nulla dal primo libro della serie firmata dallo scrittore del Maine e preferisce inoltrarsi in un sentiero inedito ma non particolarmente avventuroso, smussando gli spigoli narrativi e finendo per edulcorare un po’ le atmosfere cupe, pre e post apocalittiche della serie.

    Tradotto in immagini dalla regia di Arcel, che evita i fronzoli ma non produce particolari trovate, e sostenuto da un budget probabilmente non all’altezza (60 milioni di dollari a fronte degli oltre 100 del più economico cinecomics) il vivido immaginario de La Torre Nera finisce così per affiorare solo a tratti nelle menti e nei cuori degli spettatori. E questo nonostante il film non sia piagato da evidenti errori tecnici e le scelte di casting risultino alquanto azzeccate. Matthew McConaughey è probabilmente il centro magnetico del film, con il suo Uomo in nero che esteticamente richiama una rock star a metà tra Elvis Presley e Robert Smith dei Cure, e che resta impresso perché incarna una malvagità distratta, una violenza quasi casuale. Idris Elba resta un po’ indietro, vuoi perché il film, che dura poco più di un’ora e mezzo, sembra voler lasciare in cantina i particolari più interessanti del suo personaggio, vuoi perché il pistolero di Stephen King era l’archetipo dell’eroe western, crudo, militaresco e non particolarmente espressivo. Eppure Elba ha una gravitas naturale che lavora a suo favore e anche quando l’atmosfera s’ammorbidisce, quando c’è da dare un pizzico di umanità al personaggio, si fa trovare pronto. Bene anche il giovane Tom Taylor, un po’ protagonista, un po’ spalla, l’unico altro personaggio a staccarsi dalla quinta del palcoscenico e a prendere un po’ di forma.

    E a rifletterci forse è proprio questa la crepa che rischia di far crollare la struttura de La Torre Nera. Sono davvero pochi gli elementi che si staccano dallo sfondo, a cominciare dai personaggi femminili che latitano, ma non solo. Anche a voler considerare questo film come un prologo delle avventure a venire la forza epica, di cui pure si percepisce un’eco, viene ingabbiata e attenuata. E a non conoscere l’opera originale verrebbe da pensare che il grande respiro che ci si aspetta da una saga tanto corposa sia in realtà un fiato decisamente corto. Probabilmente non è così ed eventuali seguiti potrebbero chiarire l’equivoco, ma in attesa di notizie da Hollywood La Torre Nera in versione cinematografica si limita a questo, un film corto e neanche troppo spiacevole ma che non lascia davvero il segno.

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    The War – Il pianeta delle scimmie: Elegia del digitale

    Il regista Matt Reeves porta sullo schermo The War – Il pianeta delle scimmie, terzo capitolo della saga ispirata al classico sci-fi con Charlton Heston. Protagonisti Andy Serkis e Woody Harrelson. Dal 13 luglio al cinema.

    Un’espressione da una parte, un’emozione dall’altra e un sensore nel mezzo. In gergo si chiama motion capture, ovvero la cattura e la digitalizzazione di un movimento e di un’espressione, ed è stata al centro di un dibattito piuttosto acceso tra sostenitori e detrattori. A dispetto di questi ultimi The War – Il pianeta delle scimmie, terzo e ultimo capitolo del franchise generato dal classico con Charlton Heston, trasforma la tecnica del motion capture in una forma d’arte tanto che oltreoceano alcune note testate di settore hanno invitato l’Academy ad assegnare un Oscar speciale ad Andy Serkis. Parliamo ovviamente del protagonista del film e anche di molti altre pellicole, dal Signore degli Anelli all’Episodio VII di Star Wars. Un attore molto attivo a Hollywood, peccato che in faccia non l’abbiate visto quasi mai. Serkis, artista ormai specializzato nel motion capture, è il cuore pulsante di questo film, assieme al regista Matt Reeves, prossimo cantore di Batman, tanto che gli attori in carne e ossa (Woody Harrelson nello specifico) passano quasi in secondo piano.

    Dopo l’avvento di una nuova razza e dopo il tramonto del sogno di una convivenza pacifica la storia di Caesar (Serkis), leader delle scimmie, lo porta ad affrontare un’ultima battaglia per la sopravvivenza della specie contro l’armata sanguinaria del Colonnello (Harrelson), ufficiale rinnegato dell’esercito americano.

    Scritto da Reeves e da Matt Bomback The War – Il pianeta delle scimmie chiude uno dei cicli più interessanti del cinema commerciale moderno. Uno dei pochi a dare un senso non solo economico ma anche narrativo al concetto di franchise. Pur senza raggiungere le vette del precedente Apes Revolution, dove alla spettacolarità del blockbuster si sovrapponeva una riflessione molto amara sulle dinamiche della storia, sulla semplicità della guerra e sull’estrema labilità della pace, il terzo capitolo è più che altro un’elegia al motion capture, il coronamento di un progetto ambizioso che ha messo in secondo piano l’elemento reale e ha dato il centro della scena a un personaggio profondo, umano e indiscutibilmente virtuale. La sicurezza nei mezzi tecnologici è tanta e tale che spesso The War si affida ai silenzi e alle espressioni dei suoi attori umani coperti da un costume digitale. Non solo Andy Serkis ma anche Karin Konoval che dà voce e sguardo al saggio e mansueto Maurice e Toby Kebbell incarnazione del malvagio Koba. Dall’altra parte, a soffrire di più questa condizione è forse Woody Harrelson. Il suo Colonnello è un personaggio stereotipato, che vorrebbe assomigliare al Kurtz di Apocalypse Now senza averne il fascino magnetico. Il vuoto di carisma è colmato da una spietatezza superficiale che lo rende uno degli elementi più banali di un film che gli schemi preferisce crearli piuttosto che adottarli. Una piccola nota stonata, acuita dall’avere a disposizione un attore che in questi anni sta facendo vedere il meglio di sé.

    Quanto alla regia Reeves riesce a mescolare epica e delicatezza, rifacendosi nelle scene iniziali a tutta la tradizione del Vietnam di celluloide (Apocalypse Now sempre ma anche i film di Oliver Stone) e lasciando poi parlare le emozioni quando ce n’è bisogno. Il risultato finale è un film spettacolare ma anche inaspettatamente maturo, che sfrutta al massimo il suo personaggio principale, uno dei migliori degli anni recenti. In sostanza The War – Il pianeta delle scimmie è la degna conclusione di una saga cinematografica azzeccata sin dal primo capitolo, un piccolo esempio per chiunque decida di intraprendere la via del franchise, un pro-memoria per chi invece ripropone senza vergogna la stessa formula, più o meno mediocre, a ogni uscita, sperando che gli incassi possano far passare in secondo piano la povertà qualitativa.

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    Spider-Man: Homecoming – Ritorno alle origini

    Con Spider-Man: Homecoming esordisce in un film tutto suo la nuova versione del supereroe più famoso della Marvel. Al fianco del protagonista, Tom Holland, ci sono Marisa Tomei, Michael Keaton e Robert Downey Jr. nelle vesti di Iron Man. Dirige Jon Watts. Al cinema dal 6 luglio.

    Un eroe che spara ragnatele, un criminale della classe operaia, un ragazzino alle prese con la scuola e la vita di tutti giorni, ma anche con un’altra realtà che sembra più grande. Spider Man: Homecoming rappresenta la nuova vita cinematografica dell’Uomo Ragno, il supereroe più famoso dei fumetti Marvel, uno di quelli con la storia di celluloide più travagliata. Prima il saliscendi della trilogia targata Sam Raimi con Tobey Maguire fino alla malcelata delusione degli ultimi due film interpretati da Andrew Garfield ed Emma Stone. Tutte produzioni targate Columbia Pictures e Sony. Stavolta però le redini sono in mano ai Marvel Studios, gli stessi di Iron Man e Captain America, ed è questo principalmente il senso dell’Homecoming, il ritorno a casa citato nel titolo. Per l’occasione il mega produttore Kevin Feige ha scommesso su una versione adolescente del personaggio, incarnata da Tom Holland che aveva già indossato il costume in Captain America: Civil War, e ha affidato le chiavi dell’auto e un budget consistente al regista Jon Watts che finora aveva diretto un solo lungometraggio, Cop Car, inedito in Italia ma molto applaudito al Sundance Film Festival. A completare il cast Marisa Tomei, Michael Keaton e Robert Downey jr. che torna a indossare l’armatura di Iron Man per la settima volta.

    La storia è quella dello studente Peter Parker (Holland) che all’insaputa di zia May (Tomei), vive una doppia vita da supereroe. È lui infatti quello Spider-Man che grazie alla sponsorizzazione del miliardario Tony Stark (Downey jr.) è diventato il paladino del quartiere e di Youtube, in attesa di una nuova collaborazione con gli Avengers. Peccato che tra gli amori di gioventù e le ambizioni da eroe Peter finisca per incrociare la strada di Adrian Toomes (Keaton), ex titolare di una ditta di costruzioni che si è ritrovato a trafficare in armi costruite con tecnologia aliena, tra cui la sua armatura volante da Avvoltoio.

    La scelta della pletora di sceneggiatori al servizio del film (ben sei, tra cui il regista) è tra le più radicali. Tante stazioni della via crucis dell’Uomo Ragno vengono saltate a pie’ pari. In Spider-Man: Homecoming non troverete traccia del morso di un ragno radioattivo, a cui è dedicato un semplice accenno en passant, ma neanche della tragica fine dello zio Ben, momento catartico all’origine dell’eroe. La nascita di Spider-Man, il suo mantra (“da grandi poteri derivano grandi responsabilità“), sono tra le colonne portanti della storia del fumetto di supereroi ma per questa nuova prima volta restano nel cassetto. Colpa di una congestione di film, non sempre riusciti, che avrebbe costretto lo spettatore ad assistere alla stessa storia raccontata tre volte in 15 anni.

    Il paradosso è che il primo Uomo Ragno gestito direttamente da casa Marvel è anche il più spurio, con un costume ipertecnologico che sembra figlio più del successo dei film di Iron Man che non di una tradizione fumettistica che dura da oltre 50 anni. Spariscono le classiche fiamme di Peter Parker, la rossa Mary Jane e la bionda Gwen, e lasciano spazio a due personaggi femminili minori, Liz e Michelle, interpretati rispettivamente da Laura Harrier e dalla teen star Zendaya. Pur tra tutte le infedeltà e un’eterodossia inattesa ad emergere in questo Spider-Man: Homecoming è però la solidità di un personaggio che da qualche film a questa parte tanto aveva vacillato da essere messa in dubbio. In questa versione adolescenziale la parabola di Peter Parker torna ad essere prima di tutto una vicenda umana dove alle evoluzioni supereroistiche si affianca anche il romanzo di formazione, e non è poco. Un altro punto a favore del film di Jon Watts è anche la scelta di ridurre la portata della minaccia, di non mettere per forza il mondo o una metropoli sul piatto della bilancia. Scelta ambiziosa visti i tempi e nobilitata da un ottimo Michael Keaton che porta sullo schermo un villain fuori dagli schemi, incarnazione della rabbia e dell’insicurezza di un’America post crisi. Un uomo costretto ai compromessi e a una vita violenta ma non privo di un codice d’onore l’Avvoltoio in questa versione è uno dei migliori cattivi dell’universo cinematografico Marvel, una merce a dire la verità piuttosto rara nel mondo di Captain America e soci, dove a restare impresso nell’immaginario è stato finora solo Tom Hiddleston con il suo Loki.

    Quello che non funziona invece è la scelta di inserire il nuovo Spider-Man in un flusso narrativo in movimento. Traduzione: pur essendo un nuovo inizio non vuol dire che sia l’inizio e se non avete visto Captain America: Civil War probabilmente farete fatica a capire non solo una delle sequenze iniziali ma anche una delle colonne portanti su cui si basa la narrativa del film. E già lo stesso Captain America: Civil War era abbastanza incomprensibile per chi non avesse visto il precedente Avengers: Age of Ultron. Una scelta questa che premia e fidelizza i fan di lungo corso e che lascia a brancolare nel buio tutti gli altri, costretti a riempire con l’intuizione gli spazi apparentemente vuoti. Ma se Civil War oltre a non avere una trama indipendente era solo una sequela di scene d’azione attaccate con lo spago Spider-Man: Homecoming è di un’altra pasta e le cose da dire ce l’ha, a cominciare dalla buona interpretazione di Holland, che riesce a creare un’ottima chimica con i comprimari, a partire da Downey Jr. e dallo stesso Keaton. In definitiva il film di Watts non sfigura pur senza raggiungere l’epicità di alcuni suoi predecessori, a cominciare da quello Spider-Man 2 che rappresenta una delle vette indiscusse del genere supereroistico.

     

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    Transformers: L’ultimo cavaliere – Robottoni alla tavola rotonda

    Mark Wahlberg, Anthony Hopkins e il regista Michael Bay ci portano di nuovo nel mondo degli Autobot con Transformers: L’ultimo cavaliere, quinto capitolo della saga dedicata ai giocattoli della Hasbro. In sala dal 22 giugno. 

    Robot trasformabili, catastrofi planetarie, eroi ed eroine senza macchia e senza paura. Torna il grand cirque du Transformers che stavolta, oltre alla consueta caciara, si porta dietro anche re Artù, la tavola rotonda, un nobiluomo da Oscar e un maggiordomo robotico. Siamo al quinto capitolo di una saga tra le più fortunate di Hollywood, intitolato Transformers: L’ultimo cavaliere, e oltre al solito serraglio di giganti di ferro ispirati ai giocattoli della Hasbro ci sarebbe un cast di primo piano composto da Mark Wahlberg, John Turturro e Stanley Tucci, più qualche nuova aggiunta, a cominciare dal beniamino dell’Academy Anthony Hopkins e dalla protagonista femminile, l’affascinante attrice britannica Laura Haddock. In cabina di regia, per la quinta volta di seguito, c’è Michael Bay e allora non potranno che essere botti e botte da orbi.

    La trama prende quota direttamente ai tempi di Camelot dove re Artù e compagnia si trovano alle prese con un nemico implacabile e dei nuovi alleati, ma presto si ritorna al presente dove il valoroso leader Optimus Prime viene convinto da una sorta di strega robotica che per salvare il pianeta natio, Cybertron, bisogna distruggere la Terra. A opporsi al piano è un manipolo di valorosi, a cominciare dall’inventore Cade Yeager (Wahlberg), accompagnato dal fido Bumblebee, per finire con la scienziata inglese Vivien Wembley (Haddock), che nasconde un legame con un antico manufatto del passato. A dirigere le fila dei guerrieri anti-apocalisse il nobile Sir Edmond Burton (Hopkins), mentre i malvagi Decepticon, guidati dall’altrettanto malvagio Megatron, non esiteranno comunque a dire la loro.

    La sfida, per lo spettatore distratto, potrebbe essere quella di distinguere un film dei Transformers dall’altro. Ma stavolta più di altre si correrebbe il rischio di commettere una piccola ingiustizia perché, anche solo per il tono generale, L’ultimo cavaliere è abbastanza diverso dai suoi predecessori. Con il capo dei buoni inconsapevole alleato del male, con l’esercito a stelle e strisce schierato contro i protagonisti, e un’apocalisse più inquietante del solito questo quinto capitolo è sicuramente il più dark della saga, pur rimanendo sempre nei rigidi confini dell’intrattenimento per famiglie. Per il resto il fracasso è sempre quello, il quoziente di computer graphics in ogni scena è – se possibile – aumentato e migliorato ma in generale Transformers: L’ultimo cavaliere è un film che sa di non doversi prendere troppo sul serio. Forse perché i tre sceneggiatori (gli Art Marcum e Matt Holloway di Iron Man e il Ken Nolan di Black Hawk Down) e il supervisore Akiva Goldsman si sono resi conto di narrare le gesta di un gruppo di robot alieni che si trasformano in automobili e combattono al fianco di Merlino e re Artù, forse perché l’alleggerimento comico funziona, affidato com’è a tanti personaggi e situazioni, dal comico Jerrold Carmichael, nel ruolo della spalla di Cade, al robot Hound, doppiato in originale da John Goodman, da un cinico Turturro a uno Stanley Tucci nelle vesti di un mago ubriacone. Se la cavano degnamente in questo senso anche Wahlberg e la Haddock che mostrano un’ottima chimica sul set mettendo in scena una serie di spassosi battibecchi.

    In definitiva Transformers: L’ultimo cavaliere è probabilmente uno dei capitoli più riusciti di una saga insensata ma discretamente divertente, confezionata per un pubblico di adolescenti golosi di popcorn e per qualche inguaribile nostalgico che ha voglia di tornare a spolverare i giocattoli dell’infanzia. Peccato solo che gli elementi positivi finiscano per perdersi spesso in quel fracasso che accompagna ogni film di Michael Bay, fracasso che probabilmente era messo lì per coprire gli elementi negativi. E allora si torna alla sfida di cui sopra. Basterà qualche pizzico di novità a far distinguere questo quinto capitolo dai quattro precedenti?

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    Civiltà perduta: La giungla nel destino

    In Civiltà perduta uno dei maestri del cinema indipendente americano, James Gray, ci racconta la storia vera dell’esploratore Percy Fawcett. Con Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller e Tom Holland. In sala dal 22 giugno.

    Un segreto nascosto nella giungla, un esploratore, un uomo in cerca di gloria e di riscatto sociale. Ce ne sarebbe abbastanza per impiattare un blockbuster alla Indiana Jones o per dare alle stampe un romanzo di Wilbur Smith e invece Civiltà perduta è il nuovo dramma di una delle voci più celebrate del cinema indipendente americano, quel James Gray che magari non sarà mai stato profeta in patria ma che è sempre conteso dai festival europei più prestigiosi, Cannes e Venezia in primis. Al suo fianco in questa spedizione al quinto angolo del mondo un cast eterogeneo composto da Charlie Hunnam, attore reso celebre dalla serie tv Sons of Anarchy, da Sienna Miller, dal Robert Pattinson di Twilight e dal prossimo Spider-Man del grande schermo Tom Holland.

    La storia è quella vera di Percy Fawcett (Hunnam), militare britannico che all’inizio del secolo scorso accetta di partecipare a una spedizione in una zona remota dell’Amazzonia e lì trova le tracce di una misteriosa civilizzazione che costringerebbe la polverosa accademia inglese a riscrivere secoli di luoghi comuni coloniali sull’inferiorità razziale degli indios. Contro tutto e tutti, compreso se stesso, Fawcett lascerà a casa moglie e figlio (Miller e Holland) e si impegnerà fino all’ossessione in questa missione impossibile in una terra quantomai ostile.

    Nella scelta di adattare per il grande schermo il romanzo di David Grann, giornalista del New Yorker che ha dedicato anni della sua vita allo studio della figura di Fawcett e delle sue spedizioni, James Gray si incammina per un sentiero battuto da tanti grandi del cinema, il sentiero di un dramma che si lascia sedurre più dallo spessore dei suoi personaggi che non dal fascino semplice dell’avventura. E così nei meandri della sua Amazzonia (Civiltà perduta è stato girato in un’area della foresta che si trova nel territorio della Colombia) riemergono ogni tanto gli echi di un passato glorioso, quelli del cinema di John Huston, da Moby Dick a L’uomo che volle farsi re, ma anche la folle ambizione dell’Aguirre di Werner Herzog e il fiume di Apocalypse Now con tutti i suoi rimandi all’opera di Joseph Conrad. E questo crocevia glorioso che riunisce cinema, storia e letteratura è tradotto da Gray in una serie di splendide immagini, catturate con grande dovizia dalla bella fotografia del collaboratore abituale Darius Khondji.

    A dispetto però del conquistador Aguirre, dell’Achab di Huston e di Herman Melville, del Kurtz di Apocalypse Now il Fawcett incarnato da Charlie Hunnam dà la caccia a un’ossessione senza essere per forza un adepto della follia. La sua vocazione, anzi, è quella del martire del progresso, portatore com’è di valori positivi scevri di ogni tenebra, una sorta di supereroe moderno applicato a un contesto classico. E anche se al personaggio manca forse quel pizzico cupo di fascino che avevano i suoi padri putativi non per questo risulta banale. E in questo senso è azzeccata anche la scelta di un attore di grande fisicità ma non solo, un novello Brad Pitt che riceve una sorta di investitura proprio dal suo nume tutelare perché è la Plan B di Pitt a produrre la pellicola.

    Il risultato è che Hunnam trova il suo personaggio cinematografico più interessante, quello che gli permetterà di mettersi meglio in mostra grazie al mescolarsi di ambizioni e determinazione, di rimpianti e del rapporto tenero che lo lega alla moglie e al figlio. Tanta materia su cui lavorare rispetto ai protagonisti monocordi di Pacific Rim e King Arthur, le due più importanti prove cinematografiche di Hunnam prima di incontrare Gray. Nelle sapienti mani del maestro di Little Odessa e di C’era una volta a New York non sfigurano neanche gli attori di contorno, un Robert Pattinson che nasconde le guance lisce da vampiro dietro una barba ispida e una personalità scontrosa ma anche Sienna Miller nel ruolo di una donna idealista ed emancipata, e Tom Holland che veste i panni di un figlio prima ribelle e poi sempre più conquistato dal sogno del padre.

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    La Mummia: Il nuovo (mostro) che avanza

    La Mummia riporta in scena uno dei classici del cinema horror nelle vesti di un franchise che più moderno non si può. Alex Kurtzman dirige Tom Cruise, Russell Crowe e Sofia Boutella in una versione in rosa del mostro del titolo. In sala dall’8 giugno.

    Bende strette, coperchio del sarcofago scostato. La Mummia è pronta a rivestirsi di moderno per un nuovo reboot. E se stavolta rivestirsi di moderno vuol dire incrociare le strade di altri mostri celebri della tradizione letteraria e cinematografica allora ben venga il Dark Universe, la nuova idea con ambizioni di franchise partorita da Universal e affidata a due sceneggiatori molto stimati a Hollywood, Chris Morgan, tessitore delle trame di Fast & Furious, e Alex Kurtzman, ex allievo di J.J. Abrams, che di questa nuova Mummia è anche e soprattutto il regista. La formula prevede ovviamente che il cielo sia fitto di stelle e per cominciare si è scelto di andare sul sicuro con un Tom Cruise che cerca di allargare il suo parco blockbuster. In attesa del revival di Top Gun infatti l’indimenticato protagonista di Jerry Maguire conta un solo pezzo da novanta, Mission Impossible, e qualche operazione più modesta come Jack Reacher. Al suo fianco un sempreverde Russell Crowe, la bionda Annabelle Wallis, conosciuta con la serie tv Peaky Blinders, e l’esotica mummia del titolo, la franco-algerina Sofia Boutella, già vista in Kingsman e nell’ultimo Star Trek, in un’inedita rilettura in rosa del personaggio.

    La storia è quella del sottufficiale Nick Morton (Cruise), impegnato in una missione in Medio Oriente, che da aspirante sciacallo decide di pigliarsi una libera uscita per andare a cercare un tesoro nascosto ovviamente in una zona pattugliata dall’Isis. Come se non bastasse il tesoro nascosto non è altro che la mummia di un’antica principessa egizia (Boutella) che, già quand’era in vita, tramava per riportare sulla Terra il malvagio dio Set. Sembrerebbe tutto perduto se non arrivasse la cavalleria nella forma della misteriosa organizzazione Prodigium e della sua eminenza grigia il bifronte dottor Jekyll (Crowe).

    Già la sfilza di sceneggiatori censiti dai titoli di coda (i due veterani David Koepp e Christopher McQuarrie, quest’ultimo da tempo quasi un braccio destro per Cruise, più il semiesordiente Dylan Kussman e tre soggettisti, tra cui lo stesso Kurtzman) lasciava immaginare che il papiro della Mummia fosse più che altro un lavoro di patchwork ma il risultato finale fa pensare più al mostro di Frankenstein che non ai non-morti della tradizione egizia. Se il classico degli anni 30 resta nella leggenda, e il remake del 1999 con Brendan Fraser ci riporta a un’epoca più scanzonata e un filo più sfacciata, questa Mummia degli anni 10 è un grammelot semiotico, un cocktail di suggestioni che affiorano ogni tanto dal brusio dei dialoghi e dal fragore dell’azione.

    Il passato è racchiuso in un’essenza, che si riproduce in laboratorio e si ripropone per una nuova generazione. L’idea del mostro per amore è intatta, anche nei colpi di scena di questo nuovo intreccio. Ma ora l’idea originale è meticcia, impreziosita o svilita a seconda dell’animo e della data di nascita, da 80 anni di film, telefilm, videogiochi e tutto quello che è e che è stato popolare. Il personaggio di Tom Cruise sembra un misto tra Indiana Jones e il George Clooney di Three Kings, l’idea di far incrociare la strada ai mostri trova una sua origine nei fumetti del britannico Alan Moore, già trasposti al cinema nella Leggenda degli Uomini Straordinari e travisati con classe per il piccolo schermo dalla serie tv Penny Dreadful. Guardando i set, le scene d’azione, gli scontri con i non morti, viene da pensare anche a serie come The Walking Dead, a videogiochi come Uncharted e Tomb Raider e chi più ne ha più ne metta. L’idea poi di unire in un franchise trame e personaggi diversi è propria dei cinecomics ed in particolare è stata la ricetta del successo del mega producer Kevin Feige dei Marvel Studios.

    In definitiva La Mummia è una mongolfiera carica di gente, di ambizioni e di zavorra che non ha grossi pregi e non avrebbe neanche difetti troppo evidenti, se non forse la confusione generata da un’eccessiva ansia di piacere. Tom Cruise fa il Tom Cruise, ed è il puntello più grosso su cui sembra reggersi la baracca, gli altri interpreti, Crowe in primis, se la cavano. La regia di Kurtzman è un po’ scolastica ma il producer di Star Trek e Amazing Spider-Man si trova a suo agio con questi mostri-supereroi e rispetto ai colleghi in calzamaglia e mantello questi personaggi riveduti e corretti hanno almeno il vantaggio di non farti capire dove si andrà a parare. Basterà a raggiungere la gloria di Hollywood? La parola ai botteghini.

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    Sieranevada: Affari di famiglia

    Presentato al Festival di Cannes del 2016 Sieranevada di Cristi Puiu, uno dei massimi esponenti della new wave del cinema romeno, è un lucido e infinito spaccato familiare, tra vissuto quotidiano e attualità. In sala dall’8 giugno.

    Una tavola imbandita, una famiglia che si riunisce, una commemorazione. Sieranevada è una vecchia polaroid sbiadita, un’istantanea che intrappola l’attimo fuggente di una realtà piccola, ma è anche – per induzione – una foto satellitare e ultradettagliata di un mondo più grande. Prima di tutto però è l’ultima opera di Cristi Puiu, massimo rappresentante insieme a Cristian Mungiu della new wave del cinema romeno, che dopo il passaggio in concorso al Festival di Cannes del 2016 trova spazio anche nelle sale italiane, sgomitando con bagnini, pirati e supereroi, grazie al coraggio e all’amore per il cinema di Parthenos Distribuzione.

    Lary (Mimi Branescu) è un medico e deve andare a casa della madre, dove si terrà una cerimonia in suffragio del padre scomparso un mese prima. Lì incontrerà una famiglia più o meno disastrata: gli zii in preda a una crisi matrimoniale, una sorella inviperita dalle nostalgie comuniste di un’anziana invitata, un cugino affascinato dall’11 settembre e dalle teorie della cospirazione, una cugina alle prese con un’amica croata che potrebbe essere sotto gli effetti di qualche droga, o semplicemente ubriaca.

    E sono solo alcuni degli episodi di questo lungo, infinito, film mosaico, incastrato per lo più nella cornice claustrofobica di un appartamento dove si muove, parla, vive, un nutrito gruppo di personaggi in un’imitazione anche troppo realistica di una famiglia numerosa e allargata. Sieranevada è un film complesso perché Cristi Puiu, anche sceneggiatore, non fa sconti. Nelle quasi tre ore di durata il regista non concede spazio alla didascalia, calando direttamente lo spettatore nelle acque gelide di un torrente di parole che spazia dalla spesa al Carrefour alla strage di Charlie Hebdo, dai tradimenti di un marito alla missione internazionale nel Kosovo, da Ceausescu ai segreti che offuscano il cielo anche delle coppie più solide.

    Da un lato una macchina da presa ferma che gira il suo occhio a destra o a sinistra, seguendo l’andirivieni dei protagonisti, come a declinare nella chiave di un realismo placido e drammatico l’impostazione teatrale e i tempi forsennati del Rumori fuori scena di Peter Bogdanovich, dall’altro una ricostruzione lucida delle dinamiche familiari, serene o agitate che siano, dove affiorano di tanto in tanto gli scogli dell’attualità, i grandi movimenti del mondo che nel microcosmo forse diventano margine ma che non per questo è possibile ignorare. Sieranevada è un film complesso e non per tutte le platee, di un realismo di grande maturità stilistica, in equilibrio sulla corda che congiunge il cervello al cuore, ma che probabilmente risulterà indigesto a chi in cuor suo non disprezza le regole del linguaggio mainstream. Quella imbastita da Cristi Puiu è una piccola e grande avventura cinematografica che avrà bisogno di un pubblico pronto a calarsi nelle sue atmosfere per riuscire a lasciare quel segno che certo merita di lasciare.

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    Baywatch: I bagnini al potere

    I bagnini di Baywatch esordiscono al cinema in un’avventura balneare interpretata da Dwayne Johnson, Zac Efron, e dalle belle Alexandra Daddario e Kelly Rohrbach. Alla regia il Seth Gordon di Come ammazzare il capo e vivere felici. In sala dall’1 giugno.

    Galleggianti rossi, costumi abbinati, muscoli e curve al vento. I bagnini di Baywatch provano a lasciare di nuovo la loro impronta nell’immaginario collettivo e per farlo scelgono il bagnasciuga del cinema, tanto più spazioso quanto remunerativo rispetto ai confinati lidi televisivi che avevano calcato nelle loro leggendarie corse al rallenty già dalla metà degli anni 90. In cabina di regia lo specialista in commedie Seth Gordon (Come ammazzare il capo e vivere felici), sul proscenio di sabbia e onde il superdivo Dwayne Johnson e l’ex teen star Zac Efron a mettere in mostra bicipiti e addominali, l’ex True Detective Alexandra Daddario e la modella Kelly Rohrbach a sfoggiare tutto un armamentario di curve degno del Gran Premio di Montecarlo e di non pochi rally.

    La storia è quella di Matt Brody (Efron), un Michael Phelps in versione comica, allo stesso tempo ragazzo prodigio e bad boy del nuoto a stelle e strisce. Per rifarsi una vita Matt decide di entrare tra le fila dei bagnini di Malibù, guidati dal roccioso (in tutti i sensi) tenente Mitch Buckhannon (Dwayne “The Rock” Johnson). Lì dovrà riuscire a fare squadra con un team già affiatato composto da Summer (Daddario), C.J. (Rohrbach), dall’esotica Stephanie (Ilfenesh Hadera) e dal nerd Ronnie (Jon Bass). E allo stesso tempo dovrà sventare i piani della trafficante-affarista Victoria Leeds (Priyanka Chopra) in un turbillon di evoluzioni acquatiche misto a un umorismo che non disdegna la via del demenziale.

    Pur senza attraversare mai il confine del nonsense le sei persone che hanno messo mano allo script (gli sceneggiatori Damian Shannon e Mark Swift e quattro soggettisti) hanno scelto questa strada per aggiornare un prodotto televisivo tanto scanzonato che oggi sarebbe difficile da riproporre anche nel panorama dei palinsesti pomeridiani. Ci riferiamo alla strada di in umorismo che non esita a puntare in basso senza raggiungere le vette del becerume proposte da American Pie ed emuli, e in fondo c’era da aspettarselo, vuoi perché lo stesso trattamento è stato riservato ad altri telefilm trasposti per il cinema (dallo Starsky & Hutch dell’accoppiata Stiller e Wilson fino al più recente 21 Jump Street) vuoi perché pur sempre di un film per famiglie si tratta. Quindi a parte gli inseguimenti in moto d’acqua, i tuffi dai pontili e tutto il resto si scherza sulle erezioni incontrollate del personaggio interpretato da Jon Bass ma anche sui peni dei cadaveri in obitorio e sugli sguardi incontrollati alle tette di qualche protagonista.

    Un retrogusto pecoreccio che forse stona un po’ con l’innocente malizia del prodotto originale ma che in fondo può adattarsi ai canoni – invero piuttosto bassi – della farsa americana di oggigiorno. Per il resto il nuovo Baywatch incassa i dividendi grazie al carisma di Dwayne Johnson, una delle stelle forse più inaspettate di Hollywood, che per un motivo o per un altro esce sempre vincitore dalla sfida al botteghino, e grazie all’innocente malizia di cui sopra, ovvero quel mix insensato ma divertente di galleggianti e costumi rossi, attori palestrati, attrici tutte curve, corse al rallenty e quel sano spirito di squadra, arricchito da qualche guest star annunciata e da un pizzico di autoironia che non guasta mai.

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    Wonder Woman: l’altro colore dei supereroi

    La supereroina più famosa dei fumetti diventa un film diretto da Patty Jenkins e interpretato da Gal Gadot e Chris Pine. Wonder Woman arriva in sala dall’1 giugno.

    Milioni di lettori, 75 anni di vita, icona del femminismo e della cultura pop. Eppure solo nel 2017 Wonder Woman esordisce al cinema, con una pellicola tutta al femminile diretta dalla regista Patty Jenkins e interpretata dall’ex modella israeliana Gal Gadot, che già aveva portato sullo schermo il personaggio nel recente Batman v Superman: Dawn of Justice, e che qui è affiancata dal Chris Pine di Star Trek. Non si tratta del primo film dedicato a un’eroina dei fumetti, già negli anni 80 il cinema aveva dedicato due ore a Supergirl, cugina meno famosa di Superman, mentre nel 21esimo secolo si conta anche il mezzo fiasco della Catwoman interpretata da Halle Berry. Wonder Woman rappresenta comunque un nuovo inizio, vuoi perché è il primo film dedicato interamente a un personaggio femminile da quando il cinecomics è diventato il genere più redditizio di Hollywood, vuoi perché per la prima volta la protagonista non deve il suo successo a una controparte maschile, ma è assurta agli onori della cultura popolare grazie alla serie a fumetti che la vede protagonista sin dai primi anni quaranta e a una serie tv interpretata da Lynda Carter che ha traslato il successo anche a un paio di generazioni successive.

    La storia, imbastita dallo sceneggiatore televisivo e fumettistico Allan Heinberg, vede la giovane Diana (Gadot), crescere sull’isola di Themiscyra, regno delle amazzoni. Ma anche se grava sulla sua vita l’ombra di una profezia Diana è comunque intrigata dall’idea di conoscere il mondo al di là della coltre di nebbia che circonda l’isola. L’occasione alla fine arriverà nella forma dell’aitante Steve Trevor (Pine), spia americana al servizio degli inglesi, intenta a svelare le oscure macchinazioni del generale Ludendorf (Danny Huston). Diana deciderà allora di mettere il suo idealismo al servizio del mondo degli uomini e sfidare apertamente il dio Ares, proprio quando le nazioni della Terra sono alle prese con il primo devastante conflitto mondiale.

    L’idea di affidare un blockbuster con un budget da quasi 150 milioni nelle mani di una regista che non dirigeva un film dal 2003 (quel Monster che valse un Oscar alla sua protagonista, Charlize Theron) rappresentava una scommessa quantomai rischiosa per la Warner Bros. che della Dc Comics è proprietaria. E l’esito è stato tanto scontato quanto sorprendente. Perché pur mostrando un certo imbarazzo nelle sequenze più prettamente supereroistiche (lo scontro finale è sicuramente il passaggio meno riuscito del film) la Jenkins riesce a dare nuova linfa all’esperienza cinecomics, come se in fondo bastasse arruolare qualcuno che non era già un fanboy, qualcuno che si lasciasse stupire dai supereroi che raccontava. Inutile dire che riuscire a farlo con personaggio tanto nuovo e allo stesso tempo tanto carico di tradizione era sicuramente l’opzione ideale per trasformare quel Wonder del titolo nel wow che è la genesi stessa della parola.

    Ecco che Wonder Woman diventa di fatto un romanzo di formazione, e il villain non è tanto il cattivo di turno che non sveliamo, quanto la realtà  dei fatti, che finisce per scontrarsi con l’idealismo ingenuo di una protagonista che crede di essere stata plasmata nell’argilla. Se l’intreccio potrà sembrare esile la trama di fondo di Wonder Woman è invece piuttosto solida, è quella di una giovane che diventa adulta e che nonostante lo scoramento trova un motivo e la forza per non smettere di combattere.

    A rendere piacevoli le quasi due ore e mezzo di Wonder Woman è però anche il talento (inaspettato e ce ne scusiamo) di Gal Gadot che dopo aver colpito piacevolmente il pubblico di Batman v Superman conferma di avere altri registri oltre alla fisicità dell’eroina d’azione. La guerriera veterana che aveva animato il film di Zack Snyder lascia il posto a una ragazza dagli occhi sognanti che si trova a suo agio anche nei siparietti più comici. Gli spassosi scambi di battute con Pine – che mostra un grande personalità nel riuscire a mettere da parte la consueta spavalderia dei suoi ruoli da protagonista – strappano più di un sorriso come pure ottima è la sintonia con la divertente attrice inglese Lucy Davis, nel ruolo della segretaria di Pine, la suffragetta Hetta Candy, a cui però andava concesso probabilmente più spazio.

    La leggerezza del tocco, la solidità dei temi trattati, l’ottima interpretazione della protagonista e di molti degli interpreti di contorno riescono a dare un pizzico di novità anche a quella che poteva essere la più scontata delle origin story e in un mercato che produce 7-8 cinecomics all’anno non è poco e sicuramente basta a bilanciare gli aspetti più negativi del film, a cominciare da quello scontro finale forzato e appesantito da un uso eccessivo della computer graphics.

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    Ritratto di famiglia con tempesta: Lacrime nella pioggia

    Con Ritratto di famiglia con tempesta torna il cinema delicato e profondamente umano del giapponese Hirokazu Kore-eda. In sala dal 25 maggio.

    Un bambino, due genitori separati, una nonna, rinchiusi tra le pareti di un appartamento, a fare i conti con la bufera che scuote le finestre e quella che agita i cuori. Ritratto di famiglia con tempesta è l’opera più recente di Hirokazu Kore-eda, maestro giapponese del dramma familiare, che nel 2013 si vide assegnare il premio speciale della giuria al festival di Cannes. E sempre dalla croisette arriva quest’ultima opera, non dal concorso generale ma dalla sezione Un certain regard.

    La storia è quella di Ryota (Hiroshi Abe), scrittore mancato, schiavo del gioco, scalcinato detective e padre reprensibile per usare un eufemismo. Divorziato dalla moglie cerca disperatamente di ritrovare un dialogo con il figlio nonostante una vita a un passo dalla miseria gli impedisca anche solo di pagare gli alimenti. L’arrivo di un uragano però costringerà la famiglia a riunirsi nella casa della nonna (Kirin Kiki) per una notte e a fare i conti con il passato, con il presente e con un futuro quantomai incerto.

    Rispetto a quello che è probabilmente il suo capolavoro, Father and son, Ritratto di famiglia con tempesta conta meno sulla forza del dramma e preferisce toccare il tasto di una delicatezza che si lascia andare qualche volta alla suggestione della commedia, preferisce affrontare con dolcezza una riflessione malinconica sul rapporto che ci lega ai nostri sogni e alla felicità che ne dovrebbe derivare. L’esaltazione tutta giapponese dell’impegno, più importante anche del risultato, è permeata da una sinfonia di note personali. Lo conferma lo stesso Kore-eda, venuto a Roma a presentare la pellicola distribuita da Tucker Film. “Negli ultimi 10 anni – spiega – ho visto morire mia madre ed è stato un lutto che mi ha segnato, e che mi ha spinto a pensare che forse non ero mai stato davvero il figlio che lei avrebbe voluto. Ma questa mancanza è stata riempita dalla nascita della mia prima figlia e in qualche modo nelle nostre vite è sempre così: riempiamo quello che è mancato con lo scorrere nel tempo. E allora, dentro di me è germogliato qualcosa di molto forte, qualcosa che vedete riflesso nelle mie ultime opere incentrate sulla famiglia.”

    Un film dove non manca un forte elemento autobiografico non privo di un certo autocitazionismo. Hiroshi Abe e Kirin Kiki interpretano infatti il ruolo di figlio e madre a quasi dieci anni da quello Still Walking che fece conoscere al mondo il talento di Kore-eda. “Terminato di girare quel film ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto molto lavorare di nuovo con loro, e riproporli negli stessi ruolo”, ricorda il giapponese. “Volevo però che fossero passati un po’ di anni, che entrambi fossero invecchiati un po’. E la sceneggiatura è stata scritta pensando a loro come ai possibili interpreti”. Per la Kiki poi c’è stata anche una fonte di ispirazione molto particolare. “Il personaggio della nonna è ispirato apertamente a mia madre e anzi direi che al 50% è mia madre e al 50% è Kirin. L’attrice mi ha chiesto di poter portare in scena un oggetto di mia madre. Le ho dato un vecchio paio di occhiali e quando se li è messi per me è stata un’emozione fortissima”.

    Il segreto dei drammi familiari di Kore-eda, la loro forza emozionale, sta anche nell’imperfezione dei suoi personaggi, nei tratti sgradevoli e nella dolcezza che si mescolano fino a ricreare la quintessenza dell’umanità. La passione smodata per il gioco, una vita fatta di espedienti, ma l’amore evidente per il figlio e per l’ex moglie, fa di Ryota uno dei personaggi più riusciti non solo della filmografia del giapponese ma anche del 2017 cinematografico, per un film che racconta una storia di speranza in assenza di certezze, che esalta la forza dei legami familiari e il potere di una memoria che trascende il tempo e il cinema frettoloso e spesso banale sulla quale Hollywood, ma non solo Hollywood, spesso scommette i suoi soldi.

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