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    Loveless: La grigia ballata dell’indifferenza

    Academy Two porta nei cinema italiani Loveless, nuovo capolavoro del russo Andrey Zvyagintsev, che ha conquistato il premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes. In sala dal 6 dicembre.

     

    Una fotograia freddo-ghiaccio per intrappolare una realtà forse ancora più gelida. Loveless, ultima prova del russo Andrey Zvyagintsev, ci racconta di un reale dove la costante ricerca della felicità e di un nuovo inizio diventa lo sfogo di una pulsione egoistica. “Cosa siamo disposti a perdere?”, recita la tag-line che accompagna il titolo del film. Badate, qua non si parla di rinuncia ma di perdita. La risposta è in questa pellicola che ha vinto il premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes, che è stata segnalata tra le migliori dell’anno dal prestigioso National Board of Review degli Stati Uniti e che rappresenterà la Russia nella prossima corsa agli Oscar.

    Il regista del già celebrato Leviathan ci porta ancora nella sua Mosca post-industriale (e a tratti anche post umana) e in particolare nella vita di Zhenya (Maryana Spivak) e Boris (Aleksey Rozin), ex marito ed ex moglie con un matrimonio senza amore alle spalle. Tutti e due già pronti a iniziare un nuovo capitolo della propria vita. Restano solo due questioni da risolvere: vendere la casa e sistemare in qualche modo Alyosha, figlio 12enne che nessuno dei due sembra amare e che di certo nessuno dei due vuole tenere. Se non che un giorno il ragazzino si mette lo zaino in spalla, esce di casa e non torna più, in un disinteresse apparentemente generale. Zhenya è ossessionata dalla superficie, ha un telefono perennemente in mano e passa ore tra parrucchiere ed estetista. Boris è preoccupato dalle apparenze, dal suo capo che da ortodosso praticante potrebbe non vedere di buon occhio il divorzio dalla moglie. Entrambi cercano la sicurezza di un nuovo equilibrio domestico, rappresentata per Zhenya da un amante nuovo e virile, dalla seduzione di un amore forse mai provato, mentre Boris si lascia andare alle premure di una compagna ora incinta, una donna tanto innamorata di lui quanto Zhenya era rancorosa e distante.

    Ma la sceneggiatura scritta da Zvyagintsev e dal collaboratore Oleg Negin sembra suggerire l’idea di una giustizia morale sempre in agguato, o peggio ancora la matematica impossibilità di una fuga. Alla fine la realtà sbatte contro l’idillio. Anche Zhenya e Boris devono rimandare l’inizio della loro ritrovata (o forse appena trovata) felicità per fare fronte alla tragedia che si abbatte sulle loro vite, che freme sottotraccia e poi assesta un colpo mortale. Non resta che cercare nel grigiore dei paesaggi urbani abbandonati fotografati dal obbiettivo splendido di Michail Krichman. Abbandonati com’è stato abbandonato Alyosha, da genitori egoisti e autorità indifferenti.

    Loveless mescola la perfezione formale con la spietata lucidità dei contenuti. È un’iniezione di angoscia che dalla faccia dei suoi protagonisti arriva direttamente nelle vene dello spettatore. Maryana Spivak è il centro ipnotico del film, il suo viso è uno specchio in cui si riflettono i sentimenti che lo spettatore prova per lei. Una fredda antipatia, la rabbia, un crescente senso di pietà. Aleksey Rozin è intrappolato nel suo personaggio apatico, in quella sensazione opprimente che un errore, anche grave, si può sempre ripetere. Non tutto è disperazione, però. La squadra di volontari coordinata da un personaggio che resta volutamente anonimo (interpretato da Aleksey Fateev) diventa simbolo di un argine al vuoto invadente di una realtà che, ce lo spiega il titolo, è rimasta senza amore. Una possibile ricetta per guarire almeno uno dei mali del presente.

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    L’insulto: Tutti i conflitti di un paese irrisolto

    Presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e candidato dal Libano per la corsa agli Oscar L’insulto di Ziad Doueiri racconta la realtà complessa del paese mediorientale. Distribuito da Lucky Red arriva in sala dal 6 dicembre.

    Due uomini, una parola di troppo, un carico di rancori su cui grava il peso della storia. Quella dei due protagonisti, ma anche la Storia con la S maiuscola. L’Insulto, ultima prova di Ziad Doueiri, arriva in sala dopo essere stato presentato alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia e rappresenterà il Libano nella corsa agli Oscar del 2018. Un buon biglietto da visita per un regista che ha mosso i suoi primi passi facendo l’operatore nei film di Quentin Tarantino e che non dirigeva una pellicola da 5 anni, da quando il suo The Attack fece il giro per i festival di mezzo mondo, da Toronto a Telluride, da Marrakech a San Sebastian, dove si aggiudicò il premio speciale della giuria.

    La storia è ambientata nella Beirut dei giorni nostri, metropoli multiconfessionale che sembra non aver ancora fatto i conti con il passato: nella fattispecie una guerra conclusa nel 1990 e un’amnistia generale che – anche nelle parole del regista – è diventata un’amnesia generale. Protagonisti sono Toni (Adel Karam) e Yasser (Kamel El Basha). Il primo è un meccanico cristiano-libanese, con una moglie incinta (Rita Hayek) e una passione viscerale per i discorsi di Bashir Gemayel, leader cristiano delle Falangi libanesi, ucciso nei primi anni 80, un mese dopo essere stato eletto presidente.  Il secondo fa l’idraulico, è un profugo palestinese sebbene viva in Libano da tanti anni. Ama il suo lavoro ed è proprio per lavoro che finisce con l’incrociare la strada di Toni. Una lite per una grondaia difettosa aggravata dai pregiudizi di Toni sfocia nell’insulto del titolo. L’insulto diventa un’aggressione, l’aggressione diventa un processo che a sua volta diventa un caso nazionale che finisce per riaprire non poche ferite.

    Scritto da Doueiri con la collaboratrice abituale Joëlle Touma L’insulto prende le mosse da un episodio reale accaduto al regista, un alterco con un idraulico che finì quasi in rissa. Emozioni negative e tanto forti che non potevano essere il risultato di un banale diverbio. Il regista ragiona quindi per induzione. Prende un caso particolare per raccontare una realtà generale, trasformando letteralmente il litigio tra i suoi due protagonisti in una causa legale e in un affare di stato, un’escalation che si dipana ineluttabile sotto gli occhi degli spettatori, uno stratagemma narrativo che permette a entrambe le parti in causa di difendere le proprie ragioni, giuste o sbagliate che possano sembrare. Ma Doueiri non si adagia sul terreno della riflessione politica, perché – come si scriveva sopra – la Storia con la S maiuscola si intreccia con la storia dei suoi protagonisti.

    Il manicheismo de L’insulto è solo un inganno scenico. Se Toni mostra una tracotanza che si pone in netto contrasto di fronte al mite orgoglio di Yasser bisogna solo lasciare tempo alla pellicola per trovarsi di fronte a una prospettiva diversa, non necessariamente rovesciata ma diversa. Perché i due personaggi si scoprono a vicenda, come li scopre a poco a poco lo spettatore. E perché forse è proprio Toni il centro drammatico del film, è lui che si erge a simbolo di un paese che deve ancora affrontare i suoi fantasmi, che ha firmato una pace senza avere trovato una pace. L’insulto intreccia le sue storie e cerca di spiegare la sua Storia. Lo fa grazie a due bravi attori, grazie a una trama non priva di risvolti allegorici (i due avvocati per esempio, che sono padre e figlia) e con uno stile elegante che non attenua in nessun modo l’impatto emozionale del film. E lo fa raccontando una vicenda che non può essere banale, perché parlare di ponti e di dialogo in un’epoca violenta non è mai banale, perché girarsi indietro a guardare quello che è stato non è mai banale, perché avere il coraggio di capirsi non può essere banale.

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    Assassinio sull’Orient Express: Giallo in prima classe

    Kenneth Branagh si fa crescere i baffi di Hercule Poirot per Assassinio sull’Orient Express, giallo vecchia maniera tratto dal romanzo più famoso di Agatha Christie. Nel cast Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Penélope Cruz, Judi Dench e la Daisy Ridley di Star Wars. In sala dal 30 novembre.

    Un detective coi baffi, l’omicidio di una persona orribile e un vagone carico di sospetti. Assassinio sull’Orient Express è probabilmente il romanzo più rappresentativo di Agatha Christie. Un modo educato per dire che si tratta del giallo più famoso del mondo, un libro che ha lasciato il segno e non solo in libreria. Siamo infatti al quarto adattamento tra cinema e tv anche se l’unico che resta nella memoria è quello del 1974, diretto da Sidney Lumet e interpretato da Albert Finney, Lauren Bacall, Ingrid Bergman, Sean Connery e Vanessa Redgrave. Un retaggio importante con cui fare i conti per Kenneth Branagh, attore simbolo del Regno Unito, che si conquista il ruolo del celebre detective Hercule Poirot e si mette anche dietro la macchina da presa, due anni dopo il buon successo commerciale della sua Cenerentola targata Disney.  Accanto a lui, per forza di cose, bisogna che ci sia un cast di spicco e così ecco un mix di stelle hollywoodiane tra cui Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Willem Dafoe, qualche primizia europea come Judi Dench, Derek Jacobi e Penélope Cruz, e un astro nascente come la protagonista della nuova saga di Star Wars, Daisy Ridley.

    La storia, si diceva, è quella del detective Hercule Poirot (Branagh), che richiamato a Londra dopo una vacanza troppo breve in Medio Oriente, si vorrebbe godere il viaggio sul treno che da Istanbul lo porterà a Calais. Peccato che nella cabina accanto trovino un cadavere, quello del misterioso e sgradevole signor Ratchet (Depp). E peccato anche che tutti gli altri passeggeri del treno sembrino avere un motivo più che valido per ucciderlo.

    La sceneggiatura di Michael Green, autore che quest’anno ha già messo a referto due film come Blade Runner 2049 e Logan, ha il pregio di riaggiornare il capolavoro della Christie senza avere l’ansia di stravolgerlo. Tanto per cominciare Green si impegna a smussare un po’ di quegli spigoli che oggi renderebbero sicuramente più difficile un rilancio dell’opera della scrittrice britannica. A costo di inimicarsi i detrattori del politically correct va detto che la scelta di contenere la spocchia coloniale della Christie non è particolarmente sbagliata. E così un po’ di rimbrotti xenofobi spariscono (tra questi anche i celebri commenti sugli italiani “gran bugiardi che usano il coltello”) e qualche volta vengono apertamente ripresi e messi alla berlina. Viene meno inoltre anche una certa monotonia razziale nell’elenco dei personaggi. A farne le spese l’italiano Antonio Foscarelli, sostituito dal latino americano Biniamino Marquez (interpretato da Manuel Garcia-Rulfo), mentre l’ex infermiera svedese Greta Ohlsson diventa una donna di nome Pilar (Penélope Cruz). Il dottore greco diventa afro-americano e fa anche capolino un amore interrazziale tra il dottore appunto (Leslie Odom Jr.) e la giovane istitutrice Mary Debenham (Daisy Ridley).

    Per il resto il cinema di Branagh lo si conosce. Un impianto scenico di stile, un uso roboante della colonna sonora e un’attenzione particolare rivolta alla recitazione. Inutile dire che è questo il punto forte del film, grazie ovviamente alla bravura degli attori e agli anni di esperienza di Branagh, che prima di raggiungere il successo a Hollywood era un mattatore del teatro shakespeariano. Branagh in particolare si cuce addosso il ruolo di un detective di grande carattere, che si nasconde dietro quei baffi volutamente ridicoli un po’ come gli altri personaggi si nascondono dietro le menzogne, le maschere e i nomi finti. Diretti con perizia neanche i colleghi sfigurano, Michelle Pfeiffer in testa, creando la piacevole illusione di un thriller che fonda la sua tensione sul dialogo, sulla parola, lasciando per una volta da parte effettacci e scene truculente. Gli unici dubbi su questo nuovo Assassinio sull’Orient Express, che si appresta ad affrontare con una dignità inconsueta l’agone del cinema prenatalizio, riguardano però la fama del testo di riferimento e in particolare quel finale a sorpresa che ha tanto rivoluzionato il genere da essere noto a molti se non a tutti, anche a chi non ha letto il libro, né visto i film precedenti. La risposta però è che gli elementi per affrontare una visione che trascenda l’attesa del finale ci sono e questo Poirot – baffi ridicoli a parte – ha il carisma sufficiente per diventare una presenza ricorrente nei futuri natali al cinema.

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    American Assassin: Nuovo Jason Bourne cercasi

    Dylan O’Brien e Michael Keaton portano sullo schermo American Assassin, thriller spionistico ad alto tasso di adrenalina tratto dai romanzi di Vince Flynn. Dirige Michael Cuesta. In sala dal 23 novembre.

    Cercasi giovane americano, addestrato a uccidere, propensione a viaggiare, dramma sentimentale alle spalle. Se American Assassin fosse un annuncio di lavoro suonerebbe più o meno così. Invece è il nuovo tentativo hollywoodiano di trovare un eroe spy-action che non proprio sostituisca ma quantomeno riempia il vuoto commerciale lasciato dalle lunghe pause tra un film di James Bond e l’altro. E in fondo non si chiede neppure troppo, specie quando oltre all’agente britannico inventato da Ian Fleming sono in ferie anche i primi supplenti, l’Ethan Hunt di Mission Impossible e il Jason Bourne della serie omonima. Ecco allora che un altro personaggio letterario – meno celebre, per carità – fa qui il suo esordio. Si tratta di Mitch Rapp, assassino americano del titolo, ideato dallo scrittore Vince Flynn, e interpretato dal giovane Dylan O’Brien, per la regia del veterano delle serie tv Michael Cuesta (Dexter, Homeland). Al loro fianco un cast composto da Sanaa Lathan, da Taylor Kitsch e dalla ciliegina sulla torta, quel Michael Keaton che grazie al successo di Birdman sta vivendo una nuova età dell’oro nella sua carriera.

    La storia è quella di Mitch (O’Brien), giovane più o meno spensierato che si vede uccidere la ragazza da un commando di terroristi. Da allora intraprenderà un percorso di vendetta personale, che lo farà diventare un’arma puntata contro i leader del terrorismo islamico. Fino a quando, almeno, lo Zio Sam non deciderà di sfruttare tanta rabbia e tanta determinazione e cercherà di trasformare l’inarrestabile Mitch nel miglior sicario dell’esercito degli Stati Uniti. Allora incrocerà la strada dell’addestratore Stan Hurley (Keaton), dell’analista della Cia Irene Kennedy (Lathan) e di un misterioso agente operativo che sembra abbia messo la sua esperienza al servizio del nemico (Kitsch).

    Sceneggiato non da uno, non da due, ma da ben quattro autori (Stephen Schiff, Michael Finch, Edward Zwick e Marshall Herskovitz) American Assassin non si sforza neanche troppo di cercare l’originalità, sfornando un prodotto di base mutuato da altre e più riuscite imprese. Nel mondo di Mitch Rapp emerge chiara la matrice di Jason Bourne (sicuramente più di Bond o di Ethan Hunt), mescolata a un pout pourri cine-televisivo che va dal 24 di Kiefer Sutherland allo Shooter di Mark Wahlberg. A distinguere un po’ il tutto è forse un leggero eccesso di violenza, che farebbe venire in mente l’adrenalina dei film di John Wick, se non fosse che le imprese del killer malinconico interpretato da Keanu Reeves hanno una cura a livello registico e coreografico che American Assassin proprio non ha. Rispetto ai colleghi più celebri manca poi un pizzico di carisma nel protagonista, che l’inserimento di Michael Keaton in un ruolo di supporto cerca di compensare senza però riuscirci. Perché se è vero che Keaton vive una nuova età dell’oro dopo la riaffermazione con Birdman, il personaggio dell’addestratore è troppo stereotipato e ha troppo poco spazio per riuscire a risollevare le sorti della pellicola.

    Alla fine di American Assassin resta poco, quasi nulla. Per gli spettatori italiani forse la curiosità maggiore sarà dettata da un’ambientazione romana – di cui peraltro nel libro originale non v’è traccia – che non si limita alle sole piazze da cartolina (piazza Navona e piazza Esedra in questo caso) ma fa qualche puntata pure nelle periferie cementificate e decisamente meno scintillanti della Capitale.

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    Il libro di Henry: Tutti gli errori di un genio

    Il protagonista di It, Jaeden Lieberher, e il regista di Jurassic World, Colin Trevorrow, ci regalano una favola che alterna commedia familiare, dramma e thriller. Il libro di Henry esce in sala il 23 novembre.

    Un piccolo genio, la sua famiglia, un male incurabile e il mostro della porta accanto. Voltando le pagine de Il libro di Henry la scrittura è molto fitta, forse troppo. Fitta di argomenti, di situazioni, anche di generi. Alla regia di questo piccolo film semi-indipendente c’è l’americano Colin Trevorrow che, reduce dal successo tanto clamoroso quanto inatteso del suo Jurassic World ha preferito dedicarsi a questo passion project piuttosto che proseguire lungo la strada dei blockbuster. Una decisione boomerang, parrebbe, perché oltre a non tornare sull’isola dei dinosauri per un’immancabile sequel Trevorrow si è visto sfilare anche l’altro grande progetto che aveva per le mani: l’episodio IX di Guerre Stellari, poi affidato al più conosciuto J.J. Abrams. Tornando a Henry e al suo libro però va detto che Trevorrow non è l’unico a salire su questa barca più modesta. Al suo fianco ci sono anche Naomi Watts e due degli attori bambini più interessanti della piazza, il Jaeden Lieberher protagonista di It e quel Jacob Tremblay che aveva letteralmente fatto suo Room, una delle pellicole più riuscite dell’anno 2015.

    La storia è quella di Henry (Lieberher), ragazzino genio, che vive con l’adorabile fratello (Tremblay) e con una madre (Watts) che sembra aver messo da parte le sue aspirazioni da scrittrice di libri per bambini in cambio di un lavoro più sicuro da cameriera. Ma a tormentare questo piccolo idillio c’è Glenn (il Dean Norris della serie tv Breaking Bad), vicino di casa e pezzo grosso della polizia, che nasconde un’anima da orco, ma anche una malattia che colpisce il protagonista, proprio mentre stava cercando di salvare Christina (Maddie Ziegler), figliastra e vittima di Glenn.

    La sceneggiatura firmata da Gregg Hurwitz è frutto di un lavoro durato quasi 20 anni e mescola un po’ di generi. Da un lato si ritrova l’amore per un certo cinema degli anni 80 e 90. Quello che mescolava la commedia familiare con il fantastico, dagli Explorers di Joe Dante fino Navigator. A testimonianza di questa fascinazione si legga il retrogusto steampunk di certe trovate di Henry, dalla passione per gli occhialoni da aviatore fino ai fantasiosi congegni elaborati per scopi ancora più misteriosi. Dall’altro il film ci mette un attimo a cambiare registro, passando da commedia a dramma della malattia, fino a evolversi in uno strano thriller etico, dove ci si chiede quanto sia lecito fare pur di contenere un mostro. Ed è proprio quando si va a cacciare nel terreno paludoso della morale che Il libro di Henry incespica.

    Ma per quanto il passo sia falso, per quanto le conclusioni di Henry sembrino lontane da quelle di un vero genio, la violenta reazione della critica americana, che ha stroncato il film con parole di fuoco, pare quantomeno eccessiva. Anche perché al contrario di tanti altri prodotti che vengono da oltreoceano al Libro di Henry non mancano le virtù. Prima di tutto la forza dei suoi giovani protagonisti. Per Lieberher continua il buon momento, dopo l’affermazione con It e con il piccolo cult Midnight Special. Jacob Tremblay regala un’altra performance magnifica dopo Room e si conferma, probabilmente, come il miglior piccolo interprete di Hollywood al momento. Non se la cava male neanche Maddie Ziegler, che prima di questo film si era fatta notare soprattutto per aver dato vita, con i suoi passi da ballerina, ad alcuni dei videoclip più celebri della cantante Sia. A conti fatti Il libro di Henry resta un film sospeso tra le sue troppe anime, dove il dispiegarsi di generi finisce più per impoverire che per arricchire il piatto. Ma ciò non toglie che in alcune sue parti funzioni, specie quando è la commedia a prevalere, e che la colonna sonora di Michael Giacchino e la regia tenera di Trevorrow siano dei valori indiscutibilmente aggiunti.

     

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    Justice League: Eroi dai due volti

    Esordisce al cinema la Justice League, il gruppo dei supereroi della Dc Comics con Batman, Superman, Wonder Woman, Flash e altri. Diretto da Zack Snyder e dall’ex Avengers Joss Whedon. In sala dal 16 novembre.

    Tornano le maschere e tornano i mantelli. Non che mancassero da molto in verità, ma questi – va detto – sono davvero i primi. Batman, Superman, Wonder Woman e non solo perché i tre supereroi più famosi chiamano ancora rinforzi e allora ecco Flash, Aquaman e compagnia. Per dirla in due parole ecco la Justice League, il supergruppo della Dc Comics, che nella storia dei fumetti arrivò al grande pubblico tre anni prima degli omologhi marvelliani Avengers ma che invece, al cinema, si trova a colmare un ritardo di quasi cinque anni. Il cast che era già apparso nel precedente Batman v Superman: Dawn of Justice, è confermato in toto. Ben Affleck, Henry Cavill, Gal Gadot, Amy Adams, Jeremy Irons e Diane Lane. A loro si aggiungono un po’ di novità: Ezra Miller (Animali Fantastici), Jason Momoa (Il trono di spade), il newcomer Ray Fisher e il premio Oscar J.K. Simmons. Il regista accreditato è Zack Snyder, già autore dell’Uomo d’Acciaio e Batman v Superman. Il film è in gran parte suo ma il montaggio finale e alcune delle ultime sequenze sono state curate dal collega Joss Whedon, dopo che il regista di 300 e Watchmen ha dovuto abbandonare il set a causa di una tragedia familiare.

    La storia della Justice League prende le mosse dal precedente Batman v Superman, e vede Batman (Affleck) costretto ad arruolare una squadra di alleati, in vista di una nuova inquietante minaccia al pianeta Terra. Una minaccia che sembra provenire da un altro mondo. Visto il tragico destino di Superman (Cavill) non resta altro che affidarsi all’enigmatica Wonder Woman (Gadot), allo scorbutico Aquaman (Momoa), all’inesperto Flash (Miller) e al robotico Cyborg (Fisher). Ma basteranno a fermare l’arrivo di Steppenwolf e delle sue armate di Parademoni?

    La prima impressione è che a scrivere Justice League non siano stati gli sceneggiatori citati nei credit, ovvero Joss Whedon e Chris Terrio (Argo), ma i vertici stessi della Warner Bros. Tutta colpa, verrebbe da pensare, della pessima accoglienza che i fan e la critica internazionale hanno rivolto a Batman v Superman. Un disamore che non ha fatto soffrire troppo il botteghino (quasi 900 milioni incassati) ma che ha fatto vacillare le certezze di lungo corso del colosso di Burbank. Colpe vere o colpe presunte che fossero, Justice League finisce per rappresentare un netto contrasto con il film precedente. Due ore scarse di durata a fronte delle due e mezzo del precedente (che diventavano tre in una versione extended decisamente più riuscita), l’abbandono totale di una qualunque traccia che porti al film successivo (se non forse nella scena post credit),  un tono leggero a fronte della cupa epicità che sembra essere la cifra stilistica di Snyder. Proprio quest’ultima è la differenza più evidente, acuita dal tocco leggero del cinema di Joss Whedon che vena di ironia molte scene e che dal frastuono degli effetti speciali lascia emergere la voce dei personaggi.

    Di contro Whedon si trova a lavorare con immagini girate da un regista diverso, ma non privo di una grossa personalità. Certo, verrebbe da chiedersi come sarebbe stato questo film se non fosse successo quello che è successo, se avremmo trovato uno Snyder annacquato, vittima di un insuccesso precedente, o se il regista avrebbe avuto ancora carta bianca. Quello che ci troviamo di fronte, invece, è un film molto compito, scritto tenendo ben presente le indagini di mercato, che sembra voler imitare, anche nei difetti (l’umorismo insistito, un villain molto anonimo), i successi della concorrenza e che però ogni tanto si vena di schizofrenia, perso com’è tra le ombre snyderiane e le luci whedoniane.

    Se a pagare sono soprattutto le ambizioni, quelle che ci avevano regalato la trilogia Batmaniana di Christopher Nolan, non tutto va per il verso sbagliato. Gal Gadot continua a scavarsi un posto nell’immaginario collettivo regalandoci la sua terza, perfetta, incarnazione dell’eroina al femminile per eccellenza. Henry Cavill si trova per la prima volta un copione che restituisce il senso di quello che è Superman nei fumetti di oggi, e i nuovi personaggi introdotti sembrano avere tutti le carte in regola per poter affrontare la sfida del botteghino in solitaria. Ben Affleck dal canto suo modera un po’ la rabbia del suo Batman, che pur ispirandosi alle storie di culto scritte da Frank Miller, aveva finito per farle diventare più un meme che non un personaggio convincente.

    Il risultato finale è che Justice League perde la vocazione all’epica e anche un pizzico di personalità, guadagna in leggerezza e nel senso dei personaggi. Basterà a conquistare il botteghino e a mantenere intatti i piani futuri? Agli spettatori l’ardua sentenza.

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    The Big Sick: Malati d’amore

    Dopo il successo al Sundance Film Festival arriva in Italia The Big Sick, la commedia romantica tratta dalla storia vera del comico Kumail Nanjiani. Dirige Michael Showalter. In sala dal 16 novembre.

    Un cabarettista pakistano trapiantato a Chicago e un’aspirante terapista del North Carolina. Già potrebbe far ridere così, ma The Big Sick non si accontenta e nel mazzo di carte sparigliate sul tavolo spuntano anche una strana malattia, il peso della tradizione familiare, la scena competitiva della stand-up comedy e un incontro con due persone estranee e forse pure ostili. Applauditissimo all’ultimo Sundance Film Festival il film di Michael Showalter è un caso molto raro, forse unico, di commedia romantica tratta da una storia vera. Quella del comico Kumail Nanjiani, che sullo schermo interpreta se stesso, e quella di sua moglie, Emily V. Gordon, che invece è interpretata da Zoe Kazan.

    Kumail (Nanjiani) ed Emily (Kazan) si incontrano dopo uno spettacolo e c’è subito attrazione. Ma ci sono anche molti ostacoli, prima fra tutti la famiglia ortodossa di Kumail che spinge per un matrimonio combinato con una ragazza originaria del Pakistan. Sembra tutto destinato a una separazione inevitabile quando nella vita dei protagonisti subentra un terzo incomodo, una misteriosa infezione che costringerà i medici a mandare Emily in coma farmacologico. Ma l’attesa disperata e la conoscenza dei genitori di Emily (la premio Oscar Holly Hunter e Ray Romano, celebre volto televisivo a stelle e strisce) finiranno con il mettere in discussione tutte le certezze di Kumail e a dare vita a una piccola rivoluzione personale.

    La sceneggiatura di The Big Sick, scritta dai due protagonisti della vicenda e sviluppata dal produttore Judd Apatow, è un gioiellino che riesce a mescolare tre spunti che avrebbero potuto dare vita a tre film diversi. La voglia di emergere sulla scena del cabaret, il contrasto con una tradizione ingombrante che rischia di minare il legame di una famiglia, il tema dei rapporti umani al cospetto della malattia. La forza della pellicola diretta da Showalter è quella di mantenere l’equilibrio, di lasciare che la storia segua il suo corso senza farsi accalappiare dalla quantità di generi che attraversa con grazia (si va dalla commedia romantica, al dramma, alla commedia etnica). The Big Sick non li disprezza, tutt’altro. Preferisce tenerne a mente la lezione pur mantenendo l’equidistanza. Forse è l’unico modo per schivare i cliché di genere, o forse è l’attrazione di più cliché in contrasto ad evitare che la barca s’inclini pericolosamente da un lato solo.

    Il risultato è un dramedy che poggia le sue basi sul versante più sofisticato dell’umorismo americano (la battuta sull’11 settembre, provocatoria e volutamente fuori tempo, è di sicuro la più riuscita), ma che non scorda la sua natura di commedia romantica. Un genere, quest’ultimo, che Hollywood sfrutta spesso con avidità e ben poco talento. The Big Sick invece è un film divertente e arguto, che alle grasse risate della farsa preferisce i sorrisi della riflessione. E che, affondando le radici nella realtà, ci dice anche qualcosa di nuovo sul percorso più accidentato nella vita di un migrante, non quello che porta alla speranza, ma quello che porta all’integrazione.

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    Roma 2017 – Borg McEnroe: Gioco, partita, incontro

    Vincitore del premio del pubblico alla 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Borg McEnroe ricostruisce la celebre finale di Wimbledon giocato dal campione svedese e dall’allora astro nascente americano. In sala dal 9 novembre.

    Uno era freddo come un ghiacciaio, l’altro esplodeva come un vulcano. Uno giocava da fondo, l’altro scendeva a rete. Björn Borg e John McEnroe sembravano due modi incompatibili di intendere il tennis ma forse erano solo due facce della stessa medaglia. È questa la teoria di Janus Metz, regista danese, che ha portato sullo schermo Borg McEnroe, un film dedicato a una delle più celebri finali di Wimbledon e a due delle figure più amate del circus tennistico. Interpretato dallo svedese Sverrir Gudnason e dall’americano Shia LaBeouf il film si è anche conquistato il premio del pubblico della 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma.

    La storia è quella di Borg (Gudnason), già quattro volte vincitore di Wimbledon, che arriva a Londra alla ricerca di una quinta vittoria da record. L’unico ostacolo alla sua corona è l’astro nascente John McEnroe (LaBoeuf), futuro numero uno del mondo ma al momento più famoso per le sue sfuriate che per i colpi, pur pregevoli, in campo. La loro sarà una sfida che resterà negli annali di uno sport spettacolare e complesso, tanto da essere entrato solo di rado nel mirino del cinema.

    La scelta registica di Metz è quella di trasformare il tennis in un thriller psicologico, l’unica valida per uno sport che oltre a essere individuale è anche uno sport privo di contatto. Nel tennis si è soli e quello di Borg McEnroe è un racconto di due solitudini: quella del campione svedese vissuta all’insegna di un controllo ossessivo compulsivo, della paura di vedere cancellate le precedenti vittorie a causa di un’ultima sconfitta, quella dell’enfant terrible americano consumata nel nome di un’ambizione frenetica che nasconde un mondo di insicurezze e la terribile prospettiva di non essere amato.

    Il quadro psicologico dei due personaggi, che è il vero protagonista del film, è costruito attraverso una serie di flashback che risalgono indietro nel tempo, fino all’infanzia dei due tennisti, approfondendo il loro rapporto con i genitori e con la figura di un maestro (interpretato da Stellan Skarsgård) che ha tratti evidentemente paterni. Verrebbe da chiedere quanto della ricostruzione sia documentata e quanto è invenzione narrativa. La prima delle due opzioni, sostiene il regista, specie nella parte relativa a Borg (che pur nella ricerca di un’equivicinanza andreottiana finisce per prevalere rispetto all’altra) dove si è avvalso della collaborazione del diretto interessato e della sua famiglia. In particolare Leo Borg, figlio del campione, che oltre a giocare a tennis a livello giovanile interpreta il ruolo di suo padre da ragazzo.

    A imprimere nella memoria il film di Metz non è solo la delicatezza dei suoi profili in chiaroscuro ma anche un montaggio brillante, firmato da Per Kirkegaard e Per Sandholt, che scompone la finale in tante microsequenze, che sottolinea il parapiglia psicologico, il saliscendi emozionale, il gioco di inerzie della mente che sembra muoversi al ritmo delle maree. Borg McEnroe forse non accontenterà tutti (tra i suoi fan di certo non si conta John McEnroe) ma ha il grande merito di ricostruire, come meglio non è stato fatto finora, l’epica e il senso di un sport, e di farlo senza lasciarsi intrappolare dai confini, spesso soffocanti, del cinema di genere sportivo.

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    Roma 2017 – C’est la vie!: Nozze d’oro

    Olivier Nakache ed Eric Tolidano, registi di Quasi Amici, dirigono un’esilarante commedia ambientata nel corso di una festa di matrimonio. Presentata in anteprima nella Selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma.

    Dicono sia il momento più bello di una vita, ma per alcuni è solo un giorno di lavoro. C’est la vie!, presentato in anteprima alla 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma, è il racconto di un party di matrimonio visto per una volta dagli occhi dei camerieri e dell’organizzazione, ma è soprattutto il nuovo film  di Olivier Nakache ed Eric Toledano, i due registi che con Quasi Amici hanno conquistato prima la Francia, poi l’Europa e poi il resto del mondo. Arrivata a tre anni dall’ultima prova, Samba, a sei dal loro film più famoso, questa nuova commedia conta su un cast estremamente variegato guidato da Jean-Pierre Bacri. “Abbiamo preso attori che vengono dal teatro, attori della comédie française –  ha raccontato uno dei due registi, Eric Toledano, presentando il film alla stampa italiana – volevamo unire persone con un background diverso e questo è già un modo di dare un’immagine della nostra Francia”.

    C’est la vie! racconta quindi di una festa di matrimonio organizzata nei minimi dettagli sullo sfondo di una cornice  suggestiva, lo chateau de Courances, vicino Fontainbleu. Gestiti dalla sapiente direzione di Max (Bacri) durante la giornata si intrecciano le storie del fotografo Guy (Jean-Paul Rouve), paladino dell’analogico in un mondo digitale, del cantante James (Gilles Lellouche) alle prese con un repertorio retrò che non conosce benissimo, del cameriere depresso Julien (Vincent Macaigne) che incontra una sua vecchia fiamma e di tanti altri.

    “L’idea di girare un film su un matrimonio c’è venuta dopo aver ripreso un giorno di nozze nel nostro film precedente – continua Toledano – È un giorno importante, dove si concentrano emozioni ma anche tensioni e ci è sembrato subito un’ambientazione interessante per un film”. Nakache e Toledano tessono mille trame alternandole con gran piglio e concentrando il loro lavoro sugli attori, sui tempi e sul montaggio serrato. “Abbiamo lavorato con ogni membro del cast singolarmente, abbiamo provato tantissimo, soprattutto volevamo che ogni movimento, che ogni gesto sembrasse realistico. E poi i tempi comici. I tempi sono tutto per la riuscita di una commedia”.

    La festa nuziale di C’est la vie!, oltre ad alimentare lo spasso dello spettatore, riesce a sfuggire alla trappola del cinema teatro grazie all’alternanza delle situazioni e a una location decisamente versatile, grazie anche a una trama che sfrutta al meglio la tecnica del tormentone, proponendo una battuta e ripetendola a intervalli regolari in un crescendo parossistico che trova una sua sorta di epifania nell’esilarante sequenza della mongolfiera. Toledano però confessa che nel suo film ha voluto anche e soprattutto raccontare la realtà francese. “Nel film c’è una scena, quella del blackout, che racconta bene la situazione del mio paese. È una scena in cui sembra che tutto possa andare male, ma è grazie allo sforzo di tutti, dai lavapiatti, agli invitati, ai manager dell’organizzazione, che la festa riesce a risollevarsi come penso che pure la Francia possa risollevarsi”.

    Allegorie a parte C’est la vie! è soprattutto una commedia, che per ammissione degli autori si rifà anche alla tradizione italiana degli anni 60 e 70, ma che purtroppo ha una coscienza autoriale sconosciuta alla produzione Italiana contemporanea. Un film divertente e bello, delicato e malinconico, un altro tassello di una filmografia, quella di Nakache e Toledano, che raramente delude.

     

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  • Roma 2017 – Last Flag Flying: Addio alle armi

    Bryan Cranston, Steve Carell e Laurence Fishburne sono i protagonisti di Last Flag Flying, ultima pellicola di Richard Linklater presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. 

    Perdere per poi ritrovarsi. Il potere dell’amicizia, unico rimedio contro le sfide lanciate dalla vita, raccontato attraverso il cinema delle parole e dei sentimenti, quello di Richard Linklater. Last Flag Flying è la prova più recente del cineasta texano che da Prima dell’Alba a Boyhood ha deliziato le platee del cinema indipendente, pur senza lasciarsi scappare qualche escursione nel mondo più redditizio del film commerciale. Quest’ultima pellicola, interpretata da Steve Carell, Laurence Fishburne e dal Bryan Cranston di Breaking Bad, e presentata in anteprima alla 12esima Festa del Cinema di Roma, rientra sicuramente nella prima categoria, quella che ormai da qualche anno sembra la strada maestra imboccata dal regista.

    Last Flag Flying è la storia di Larry (Steve Carell), che trent’anni dopo il Vietnam cerca la compagnia dei vecchi commilitoni (Cranston e Fishburne) per un’ultima e straziante missione, andare a recuperare la salma del figlio morto in Afghanistan. Il viaggio sarà un’occasione per ritrovarsi, per fare il punto di quello che è stato, ma anche per venire a patti con la perdita e capire quello che sarà.

    Linklater, come sempre anche sceneggiatore, adatta un romanzo di Darryl Ponicsan, ma la sua impronta è chiaramente riconoscibile, sia nella scelta dei temi, che nell’impianto cinematografico. Anche stavolta è un rito di passaggio ad attirare l’obiettivo della telecamera del regista, come pure era successo nella sua precedente uscita, quel Tutti vogliono qualcosa che narrava una tre giorni di festa prima dell’inizio dell’università, una sorta di celebrazione pagana per dare l’addio alle spensieratezze dell’infanzia. In Last Flag Flying il tono è comprensibilmente più mesto, l’età che si affronta è la mezza, e la perdita non è compensata dall’apertura di un orizzonte più ampio. Eppure, anche di fronte alla più tragica delle circostanze, c’è qualcosa, sembra suggerirci il regista. E lo fa grazie alla forze del dialogo e omaggiando gli opposti che coincidono. Lo fa con lo spirito di un cameratismo che supera tutto quello che si può superare, i confini della distanza, le trappole del dolore.

    Si ride in Last Flag Flying. Si ride assistendo alle circostanze grottesche di un amaro road movie. E ci si commuove. Di fronte all’ineluttabile, di fronte allo sguardo smarrito di Steve Carell. Ma poi si ride di nuovo e ci si commuove, grazie agli slanci di uno splendido Bryan Cranston, alla sintonia di tre attori che riescono a dare vita a tre personaggi profondamente umani, ma anche di fronte a un legame che sembra l’unico modo per andare avanti, l’unico modo per affrontare la prova più dura e quello che si trova oltre.

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