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    Io sono tempesta: Daniele Luchetti, “Il cinema italiano? Periodo fertile, ma mancano gli autori”

     

    Daniele Luchetti torna alla regia con un’altra storia, Io sono tempesta, che guarda da vicino alla nostra realtà, con sguardo lucido ma mai indagatore, e con un interprete gigantesco, Marco Giallini.

     

    Io Sono Tempesta vince soprattutto per l’alchimia fra i due protagonisti e per uno straordinario Marco Giallini: hai pensato subito a loro?
    Ho fatto tanti provini, la cosa più saggia da fare è vedere gli attori all’opera, fargli leggere il copione e cercare di immaginarseli nei panni dei personaggi. Il primo a essere scelto è stato Elio, aveva fatto un provino per entrambi i personaggi e ho pensato che mi sarebbe piaciuto fargli fare il povero perché sembrava il personaggio de La nostra vita, caduto dal benessere alla povertà, ma anche dal film drammatico al comico, e questa cosa mi è sembrata divertente. Il secondo provino, è stato quello con Marco: ha aggiunto un tono di galante simpatia ad un personaggio che è insopportabile. Numa infatti in mano ad un attore meno simpatico, meno affabile, sarebbe stato francamente bidimensionale.

    Hai cominciato con film intensi e fortemente politici, come Il portaborse e Arriva la bufera; poi, pur rimanendo nell’attualità, hai virato verso la commedia diventando paradossalmente più incisivo, con un messaggio politico in senso lato.
    Sì, c’è sicuramente una visione del contemporaneo e del paese al centro del mio cinema: un paese in crescita dal punto di vista artistico come in Anni Felici o in crisi dal punto di vista politico come in Mio fratello è figlio unico, ma la politica c’è sempre, anche in quest’ultimo, forse ancora di più. Per quanto riguarda il tono, invece, è un discorso istintivo e solo in parte ragionato. Io sono tempesta è nato da un mio preciso intento: fare un film disimpegnato, quasi “di Natale” senza risvolti socio-politici. Ogni scelta fatta, ogni attore, ogni inquadratura, ogni battuta poi vanno naturalmente, senza che tu lo voglia, verso le cose che sai fare, verso le cose che ti interessano, e in questo modo l’autore interferisce con la materia che vuole trattare, magari anche senza volerlo, come è stato per me. Come se alla fine fossimo su un binario che non conosciamo, ma a qualsiasi stazione saliamo la destinazione è sempre la stessa.
    Poi da un punto di vista più razionale certe volte quando fai un discorso politico e di denuncia, e usi la commedia, capisci meglio e fai capire meglio, penso che il problema del nostro cinema politico sia stato quello di essere un cinema ideologico. Io uso questa definizione: il cinema ideologico è il cinema che ti mostra una tesi, che vuole dichiarare da che parte sta. Invece penso che il narratore debba trovare una situazione più ambigua, lo spettatore deve sentirsi più sballottato fra punti di vista differenti, deve avere lui la responsabilità di decidere da che parte stare, lui deve trarre le conclusioni. I film che finiscono con un cattivo dichiarato o un buono che vince hanno potenzialità maggiori dal punto di vista degli incassi, ma trovo che diano allo spettatore un ruolo meno problematico e coinvolto.

    In parecchi tuoi film si intravede una nota autobiografica: con Kim Rossi Stuart hai praticamente messo su schermo la tua vita…
    Sì, in Anni Felici c’era molto di autobiografico, sui miei genitori soprattutto.

    Penso a tutti i tuoi personaggi e agli attori che li hanno interpretati: come lavori con loro? Metti qualcosa di te o li lasci liberi di riempirli con la propria emotività?
    No, no, li lascio completamente liberi… di fare quello che voglio io! Scherzo, ma lo dico sempre anche agli attori: voglio che stiano dalla parte del personaggio, sempre. Quando ad esempio avevamo iniziato con Elio Germano a lavorare su Mio fratello è figlio unico, pensavo di aver sbagliato attore. Prendeva tutte le scene in malo modo, non era efficace. Poi gli ho chiesto: “Ma tu stai giudicando questo personaggio?”, e lui mi ha risposto: “Sì, lo sto giudicando perché è uno stronzo, e io lo devo massacrare…”. Gli ho detto quindi che così non andava, doveva provare a stare dalla sua parte. Ma non ce la faceva proprio, era più forte di lui. Poi però ci ha messo un attimo, al primo tentativo, a capire che era molto meglio stare dalla parte del personaggio. È un atteggiamento che per me era molto istintivo, ma all’inizio non lo sapevo: quando ad esempio ho fatto Il Portaborse, non avevo capito che il personaggio di Nanni stava diventando migliore del personaggio buono, ma l’ho fatto istintivamente. Diciamo che adesso lo faccio in modo più consapevole.

    Del cinema italiano si parla tantissimo: se un film va bene si dice sia rinato, se invece va male il cinema è morto. Da addetto ai lavori, quale pensi sia lo stato del cinema italiano? La sala resta sempre un’esperienza unica?
    Ho l’impressione che questo sia un momento molto fertile, in cui però abbiamo troppi pochi scrittori, troppi pochi attori, forse pochi registi pure, per soddisfare la richiesta che il mercato ha, soprattutto di televisione. Si prospetta un momento di rinascita anche attraverso la nuova serialità, quella di qualità, e secondo me sarà obbligatorio andare a cercare anche nel cinema per quel tipo di competenze adatte a quelle produzioni. Un’altra cosa con cui bisogna fare i conti necessariamente, è che i film non si misurano più con il successo al botteghino; ce ne sono alcuni che hanno vita lunga attraverso internet, prima c’era l’home-video, adesso ci sono le varie piattaforme, lo streaming, cioè uno sfruttamento talmente più ampio che non ha proprio senso dire che un film ha incassato poco al botteghino, perché ormai un’opera ha molteplici vite che ne allungano l’esistenza in definitiva. Un film che ha fatto poco in sala magari saprà lasciare comunque il segno.

    Il tuo cinema è stato paragonato a quello di De Sica e Ken Loach ed è attualmente materia di studio nelle università straniere. Ma pensi arriverà mai il momento in cui anche in Italia il cinema arriverà sui banchi di scuola?
    È una proposta che noi dei Centoautori portiamo avanti da anni: in Francia è una cosa già partita, è una materia molto importante. Attraverso il cinema si capiscono molte cose, come ad esempio la storia: ma non per vedere semplicemente i film storici, ma attraverso un film degli anni ’60 non capiamo solo come si viveva in quei tempi, ma anche quali erano i desideri di quelle persone, e quindi quale era la loro visione del mondo, quali erano i loro pensieri e quindi capiamo il vero senso di quel periodo. E capiamo a fondo la psicologia di un paese intero: è uno strumento d’apprendimento senza precedenti, perché al contrario ad esempio della letteratura il cinema fa le stesse cose ma operando a più livelli, in modo molto più interessante. Oltretutto, apprendere il linguaggio ti fa capire quando qualcuno sta imbrogliando: perché la televisione può manipolare la tua opinione e le tue parole, può ribaltare attraverso l’esposizione delle notizie anche l’opinione politica di un paese intero. E da questa possibile manipolazione passa anche la cultura dello spettatore.

    di GianLorenzo Franzì

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  • Io c’è: Il tragicomico e la necessità di credere

    Dopo la fulminante opera seconda Orecchie, Alessandro Aronadio ci riprova e centra perfettamente il bersaglio con una commedia che riflette sulla modernità. In sala dal 29 marzo.

     

     

     

    Massimo (Edoardo Leo) ha ereditato dal padre un bed & breakfast nel cuore di Roma: lo porta avanti insieme alla sorella Adriana (Margherita Buy), che è anche la sua commercialista; finchè chiedono a Marco (Giuseppe Battiston) di inventare per loro una religione, così da trasformare l’albergo in un luogo di culto e non pagare più le tasse.
    Dopo la fulminante opera seconda Orecchie, Alessandro Aronadio ci riprova e questa volta centra perfettamente il bersaglio: se nel primo film c’era tanto stile e poca sostanza a supportarlo, qui di idee ne abbiamo a iosa, tanto da trasformare l’opera in un densissimo pamphlet che riflette, neanche  superficialmente, su bisogni primari e nuclei esistenziali.
    Io c’è scava nella crepa profonda che si apre tra qualsiasi forma di spiritualità e il culto ad essa relativo: indagando così sul significato del voler credere, sulla necessità di affidarsi ad un immanente (per quanto farlocco sia), sul bisogno di ognuno di poter affidarsi ad una storia che, anche manifestamente assurda, faccia sentire al sicuro. Il film passa poi allo scarto successivo: la Chiesa è la struttura di una forma di pensiero e deve quindi riportarsi primariamente alla sua idea principale.
    Allora, la scriteriata corsa del trio di protagonisti del film, volta a radunare una folla per avere l’approvazione ministeriale sugli sgravi fiscali, diventa inevitabilmente una ricerca di marketing su una clientela. In maniera quindi semplicissima, geniale, profonda quanto lucidissima, Aronadio infila il dito in una piaga tutta italiana, quando la pratica supera la teoria, anzi la surclassa, la mette da parte e prende vita propria: che in tutto questo si vada a parlare poi di religione (cristianesimo in primis, ma anche buddismo, ebraismo, fede musulmana…) è soltanto marginale, e non rispecchia la vera volontà autoriale.
    Perché ad Aronadio preme mostrare la vulnerabilità dell’essere umano messo di fronte a qualcosa di più forte di lui, prima di tutto le conseguenze delle proprie azioni che riflettono la pochezza dei nostri istinti primari. Il messaggio di Io C’è, dunque, lungi dal voler essere destruens nei confronti di qualsivoglia credo religioso, è qualcosa di potente e lacerante, una malinconica riflessione sulla modernità che ha trasformato, e sta trasformando, lentamente i nostri bisogni in vizi.
    Un cortocircuito narrativo e teorico, anche, e anche molto moderno, di una comunità basata sull’individualismo (contraddizione in termini), su un Dio che si avvicina al tempo di reazione di un tweet e su uno specchio che manda indietro la propria divinità, in ogni senso.
    Io c’è parte fortissimo con quest’idea assoluta -quanto sia semplice creare una nuova religione, anche senza motivi transustanziali-, e poi a metà sembra sbriciolarsi sotto le sue stesse ambizioni, come accade spesso quando l’idea alla base è più forte del film stesso: e invece si smarca e si rialza magnifico, mostrando in pieno l’enormità della sua portata teoretica. Diramandosi in mille domande e mille dubbi, e alzando il tono che da commedia si trasforma in dramma esistenziale. Grazie anche e forse soprattutto ad un comparto attoriale eccellente: non ce ne vogliano il pur molto bravo Leo (che inevitabilmente mette qualcosa di sé, e della sua maschera da cialtrone italiano di buon cuore) e la Buy (la più grande attrice italiana di oggi), ma Battiston erige un tempio, formale e sostanziale, inquadra il suo personaggio e crea il ruolo di una vita, gigantesco, enorme e spaventoso nel suo delirio di onnipotenza, quando capisce prima di tutti la potenza delle idee. Che non muoiono mai.

    di Gianlorenzo Franzì

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    Hostiles: l’umanesimo di Scott Cooper

    Aveva aperto la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma pe ora arriva, dal 22 marzo, nelle nostre sale Hostiles, il western di Scott Cooper. Tra immense vallate e montagne rocciose, la storia di un viaggio che è un “percorso dell’anima”, come lo ha definito lo stesso regista. Protagonisti sono Christian Bale, Rosamund Pike e Wes Studi.

    Leggi la nostra recensione del film dalla Festa del Cinema di Roma qui.

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    Insyriated: guerra, morale e sacrificio

    Vincitore del Premio del Pubblico nella sezione Panorama della scorsa edizione del Festival di Berlino, dopo la presentazione alla scorsa Festa del Cinema di Roma, arriva nelle nostre sale Insyriated, il dramma firmato dal belga Philippe Van Leeuw. Un sofferto viaggio tra le mura di una casa in una città siriana sotto assedio.

    Leggi la nostra recensione dalla Festa del Cinema di Roma qui.

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    Metti la nonna in freezer: Quando la commedia si tinge di acido

    In sala dal 15 marzo la black comedy di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi con un’inedita Miriam Leone. Risate assicurate.

     

     

     

    Dal web al cinema il passo non è né breve né lungo, solo difficile: arrivano oggi Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, carichi di aspettative per un passato di satira bollente su internet, con in dote un produttore dallo sguardo lungo come Nicola Giuliano. E Metti La Nonna In Freezer, la dark comedy con cui debuttano sul grande schermo, ha un po’ di tutto, dai problemi di sceneggiatura delle opere prime alla genialità “scongelata” dei nuovi autori. Che con occhio critico osservano il mondo, e che come la commedia all’italiana ci ha insegnato descrivono i drammi della realtà trasformandoli in battuta. Prendendo quindi spunto da alcuni casi di allarmante attualità (nascondere la morte di un parente per continuare a sopravvivere con la sua pensione) costruiscono un film che va avanti per continui, e insospettati, e quindi gradevoli, detour narrativi.

    Perché pur nella disfunzionalità del canovaccio classico (i film comici hanno sempre lo stesso difetto: appena si esaurisce la spinta dell’idea iniziale, arrancano per arrivare al finale), Stasi e Fontana riescono a depistare lo spettatore restando nei canoni del film per tutti: ecco allora che l’Italia in piena mutazione sociale avanza e diventa una commedia vestita di nero con impreviste incursioni demenziali.
    Il politicamente scorretto che ben aveva fatto sperare sui due registi si diluisce nel marketing, ma poco importa, perché Metti la nonna In freezer è girato in maniera tutt’altro che impersonale: il film di Stai e Fontana mette in scena la crisi identitaria di un paese anche passando dalla rappresentazione del gioco di coppia che scarta le prevedibilità e si declina invece con una cifra stilistica grottesca, che ribalta completamente la prospettiva (la donna è sempre l’oggetto del desiderio del protagonista, ma il punto di vista questa volta è il suo, e il racconto prevede almeno all’inizio i suoi tentativi di smarcarsi).
    C’è poi tutta un’attenzione per i particolari: dal perfetto quasi cameo di Eros Pagni al gusto sottile per i riferimenti musicali, arrivando al respiro internazionale con cui certi movimenti di macchina instradano lo sguardo dello spettatore, e finendo su quel carrello iniziale che tanto ricorda De La Iglesia.

    Certo, il finale è claudicante (la morale per cui tutti rubano, quindi è difficile “essere onesti da soli”, suona paracula), ma già è tanto arrivare fino a lì senza stancarsi, senza affanno e sorretti da un ritmo forsennato con un’inedita Miriam Leone che, nonostante i passati ruoli drammatici, centra il peso e la misura rivelandosi semplicemente perfetta.
    Ad maiora.

    di Gianlorenzo Franzì

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  • Short Lab 2018, in semifinale Opsis

    Alle semifinali di Short Lab 2018 il prossimo 21 Marzo (al Teatro Cometa Off di Roma) approda la black comedy OPSIS, scritta e diretta dal giovane Tommaso Arnaldi e andata in scena il 3 e 4 marzo scorsi riscontrando un grande successo.

    In scena Sonia e Matteo, due personaggi che si incontrano ad una cerimonia, casualmente, dopo venti anni. Un viaggio attraverso i ricordi di un passato lontano, li porterà a rianalizzare la loro tormentata e pas-sionale storia d’amore. Opsis: il tempo cura ogni ferita…o forse no. Nel cast Angela Favella, Stella Mastrantonio, Enzo Masci e Raffaele De Vita.

    Rassegna di corti teatrali ideata dall’attore e regista Massimiliano Bruno, Short Lab si propone di dare voce ai giovani talenti che, con la loro creatività e passione, sono pronti ad arricchire il panorama artisti-co italiano con tante storie originali.

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