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    Rabbia furiosa: ‘Er canaro’

    Torna Stivaletti e spariglia le carte: il genere italiano che ancora vive e resiste. In sala dal 7 giugno.

     

     

    Si tema l’irta dei mansueti perché loro riverseranno in voi tutto ciò che hanno subito”, (Bibbia, dal Libro dell’Apocalisse).
    È una dichiarazione d’intenti l’incipit di Rabbia Furiosa di Sergio Stivaletti: tra un verso dell’Apocalisse e un cane che brucia in un rogo improvvisato parte infatti l’opera dell’effettista-regista ispirata alla storia del canaro della Magliana. Che anche se il caso ha voluto contemporaneo al Dogman di Matteo Garrone, almeno nell’uscita in sala, non poteva essere prodotto più distante negli obiettivi e più diverso nella messa in scena. Là dove Dogman infatti cercava spunti cronachistici per dare libero sfogo alle sue ossessioni autoriali, Rabbia Furiosa invece cerca di restituire quanto più possibile la realtà per come è, furiosa appunto, spietata, costruita su un fatalismo inevitabile.

    Immerso e impregnato, poi, nella Roma dei sobborghi: mai favolisitici, per nulla surreali, sempre dilaniati da una tristezza sorda e brutale. “Ti sono cresciuto accanto, come l’erba che cresce, cresce… ma nessuna la vede”.
    La sceneggiatura (di Stivaletti, Antonio Lusci e Antonio Tentori) non tradisce quindi le aspettative: una storia malsana, d’urgenza disperata, che riecheggia il meglio del Bis italiano – rimandando ai tempi d’oro di Argento e Bava – che dipinge un affresco di energia vitale ma virata al negativo, di un dolore claustrofobico.
    Non che sia necessario, e magari neanche giusto, affiancare i film, ma un confronto con Dogman può servire per rendere giustizia all’opera terza da regista per Stivaletti, per capire cosa (non) è Rabbia Furiosa: là dove Garrone stilizza, Stivaletti si mantiene raso terra e racconta la realtà, seppure filtrata attraverso i suoi occhi. Se Garrone riporta in poesia, Stivaletti compie invece un’operazione chirurgica, da entomologo del cinema e dei generi: e così Rabbia Furiosa diventa radiografia dell’essere umano, selvatico e rabbioso, riportando il racconto nell’alveo di un cinema e di una dimensione narrativa dimenticati, oggi forse (irrimediabilmente?) persi mentre dimenticano il fattore umano anche e soprattutto nella produzione, nella lavorazione artigianale dell’opera d’arte. Ma la cosa più bella è che proprio nel momento in cui Stivaletti riscopre la matericità del racconto, ecco che nello stesso momento prende le distanze dalla realtà e vola di fantasia, contornando la cronaca di fantasiosi voli borderline.

    È proprio in questi momenti (come sull’agghiacciante finale) che Rabbia Furiosa prende il volo, regalando momenti altissimi di cinema come proprio il cinema italiano mainstream non fa più: tutto diventa pretesto per arrivare alla lunga, insostenibile a tratti, sequenza finale (e si rimpiange che Stivaletti non abbia voluto centrare tutto il film proprio su questo elemento) dove la vendetta sarà violentissima ed efferata, ripresa in primissimo piano, senza lesinare in sangue e frattaglie, strumenti di tortura e parti anatomiche strappate. Ecco allora il gore, signori: senza paura e senza remore, ecco la soddisfazione del genere che lambisce il disgusto ma racconta la vita, l’horror utilizzato per svelare quello che di noi, la parte peggiore, quella bestiale e ferina, teniamo nascosta. Rabbia Furiosa, quindi, è una splendida riappropriazione di genere: la sublimazione dell’analogico, cinema d’autore che non ha paura di scandagliare sul non mostrabile, delirante e liberatorio, libero e indipendente. Anche e soprattutto quando della poesia ci mostra il lato interiore, interiora sanguinanti incluse.

    di GianLorenzo Franzì

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  • Bernardo Bertolucci al Bif&st: “Ho sempre amato i miei attori, al contrario di Hitchcock”

    Standing ovation al Petruzzelli per “Ultimo tango a Parigi”.

    di Claudia Catalli

    Mai detto “last but not least” fu più appropriato. Ultima ma più affollata e emozionante che mai, la Masterclass che chiude il Bif&st 2018 è stata una lezione di cinema e di umanità.  Questa sera ci sarà l’anteprima internazionale della versione restaurata di Ultimo tango a Parigi da parte del Centro Sperimentale di Cinematografia, con la consulenza di Vittorio Storaro per la fotografia e di Federico Savina per il suono. Così il maestro Bernardo Bertolucci commenta gli scandali che seguirono la prima uscita della pellicola nel “72 tra sequestro e messa al rogo di copie e negativo: “Io, il produttore Alberto Grimaldi e Marlon Brando fummo condannati a due mesi di carcere, che poi non facemmo perché eravamo incensurati. Ma qualche tempo dopo, andando a richiedere il certificato elettorale all’anagrafe, scoprii che tra le pene accessorie c’era anche la sospensione per cinque anni dei diritti civili e che quindi non potevo votare. Questo mi ferì profondamente”.

     

    Marlon Brando fu la sua terza scelta: “Scelsi Brando dopo i rifiuti di Jean-Louis Trintignant che non voleva recitare nudo, di Jean Paul Belmondo che considerava il film pornografico e di Alain Delon, che avrebbe accettato solo a costo di esserne anche il produttore. Una sera a cena a Piazza Navona mi fecero il nome di Brando. Il primo incontro avvenne in un hotel a Parigi, io ero molto intimidito ma riuscii a raccontargli la trama in un minuto e mezzo, con un inglese improbabile. Lui rimase in silenzio, guardando in basso e senza mai alzare gli occhi. Poi mi disse che stava cercando di capire quando avrei finito di muovere il piede per il nervosismo!. Vide Il conformista, gli piacque, mi disse di trascorrere un mese a Los Angeles per discuterne con calma. Quando arrivai in città, mi venne a prendere in albergo e mi portò a casa sua in Mulholland Drive dove sarei poi tornato tutti i giorni, parlando di tutto tranne che di Ultimo tango. Ma ero contento perché avevo capito che non c’era pregiudizio da parte sua nei miei confronti e nei confronti del film”.

     

    Cambierebbe qualcosa di quel film? “Dovessi rifarlo oggi, accorcerei le scene con la Schneider e Jean-Pierre Leaud, in certi momenti forse inutili ma probabilmente dovute al fatto che volevo che il pubblico provasse, qui e là, nostalgia della presenza di Marlon Brando”.  Degli attori ha sempre avuto una concezione altissima: “Non la penso come Hitchcock che diceva di considerarli solo bestiame, anche se penso lo dicesse solo per alimentare il suo mito. Se è bestiame, allora per me è bestiame prezioso! Io devo potere amare qualcuno per potergli andare vicino con la macchina da presa e voglio che, durante le riprese, gli attori partecipino al processo di creatività”.

     

     

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  • Mario Martone al BiF&ST 2018: “Ho firmato una trilogia casuale”

    di Claudia Catalli

    Noi credevamo, Il giovane favoloso, Capri Batterie è una trilogia. Lo ha confermato stamattina il regista Mario Martone, ennesimo ospite delle Masterclass del Bari International Film Festival. Una trilogia, sia chiaro, casuale: “Non c’era nulla di programmato, è stato un vero work in progress che si è sviluppato attraverso gli anni. Quando con Noi credevamo scelsi di raccontare il Risorgimento, dell’800 non sapevo quasi nulla, da studente non mi aveva mai attratto, mi sembrava impolverato. Poi mi è venuto incontro con forza e leggendo alcuni libri di storia ho scoperto che la retorica che lo circondava era preventiva, che dietro l’immagine delle grandi battaglie c’erano tante cose. Realizzammo il film rifacendoci a tanti documenti storici, utilizzando lo stesso linguaggio dell’epoca, con una ricostruzione e riferimenti filologicamente inappuntabili, senza attualizzare nulla, andando contro i finanziatori che non erano convinti di ciò che stavamo facendo. Quando il film fu pronto uscì in pochissime sale ma poi ebbe una scossa, la gente faceva la fila per vederlo e ne furono stampate sempre più copie diventando quel grande successo che è stato”.

    L’operazione su Giacomo Leopardi è stata diversa: “Volevo mostrare l’uomo, aldilà dell’etichetta di poeta pessimista che gli viene da sempre attribuita. Era un giovane che non accettava i conformismi e gli schemi. In lui convivevano due tensioni, lo slancio e il disincanto. Ho trovato diverse affinità con Pasolini, anche lui non allineato, appena tollerato, anche censurato. La disperata vitalità di cui parlava Pasolini è la stessa che si ritrova nello Zibaldone di Leopardi”.

    Un’ispirazione che gli è venuta proprio sul set. Di un altro film, il precedente: “Durante la lavorazione di Noi credevamo io mi sentivo guidato dalla voce di Leopardi, avevo già ritrovato nei suoi scritti gli slanci vitali di Mazzini e di altri rivoluzionari. Così decisi, dopo le riprese, di mettere in scena le Operette Morali ma anche in questo caso inizialmente nessun teatro lo voleva. Sennonché anche lo spettacolo, che era prodotto dalla Fondazione del Teatro Stabile di Torino che dirigevo all’epoca si rivelò un grande successo e fece il record di incassi. A quel punto pensai che potevo fare un film su Leopardi. Elio Germano è stato mio alleato in questo senso, come pure erano stati gli attori di Noi credevamo. La cosa curiosa è che io proposi il ruolo a Germano diversi mesi prima dell’inizio della lavorazione per dargli il tempo di prepararsi. Quando poi lui arrivò sul set non conosceva bene la sceneggiatura ma su Leopardi ormai ne sapeva più di me. E il suo lavoro sul corpo del poeta è stato perfetto, anche questa insistenza sulla rappresentazione della malattia ci era stata inizialmente contestata ma se non l’avessimo fatto avremmo tradito Leopardi.”

    Sugli esordi della sua carriera il regista partenopeo racconta: “Ho iniziato a fare teatro a Napoli a 17 anni in un periodo, la fine degli anni ’70, che non erano solo gli anni di piombo ma che ha rappresentato anche l’ultimo momento di grande esplorazione artistica, in cui c’erano vitalità, libertà e varietà. C’erano ancora Eduardo e la sceneggiata ma tante altre opportunità come quella di frequentare la galleria di Lucio Amelio, che portava a Napoli le opere degli artisti più importanti dell’avanguardia artistica internazionale e c’era la Cineteca Altro di Mario Franco, dove si potevano vedere i classici insieme alle correnti emergenti come il nuovo cinema tedesco. E poi tanta musica, tanta danza, tutto si mescolava e ti dava la possibilità di fare quello che ti veniva in testa e di condividerlo con altri. La mia storia, in questo senso, è parallela a quella di Toni Servillo con il quale in seguito ci siamo legati nei Teatri Uniti, insieme anche ad Antonio Neiwiller”.

    Dal teatro al cinema: “I miei primi spettacoli erano performance, non c‘erano dialoghi, in qualche caso neppure attori. Il cinema era ben presente, nel senso che proiettavamo super8 o diapositive durante gli spettacoli, praticamente era un cinema senza macchina da presa, stavamo creando un linguaggio nuovo. Poi però la contaminazione tra cinema e teatro non mi è bastata più, è iniziato un mio rapporto con il testo e con la parola, il mio teatro si è prosciugato e si è creato un divario con il cinema. A quel punto si è aperta l’opportunità di girare un film e abbiamo fatto, con la stessa cooperativa teatrale che avevamo fondato, Morte di un matematico napoletano”.

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  • Antonio Albanese al BiF&St: “Meglio l’umorismo della satira politica”

    di Claudia Catalli

    Uno, nessuno, centomila. Antonio Albanese è l’emblema della versatilità, capace di spaziare dalla commedia leggera alla satira politica. Anche se, al Petruzzelli, dove ha appena tenuto una Masterclass per il Bari International Film Festival, ha dichiarato di non essere d’accordo con chi sottolinea il suo intento politico: “Io sto alla politica come Polifemo sta allo strabismo. Qualunquemenete non è satira: la satira ride degli altri, io mi sento più umorista, io rido con gli altri. Il personaggio di Cetto La Qualunque è puro umorismo, non ho mai pensato di fare il verso a Berlusconi o ad altri”. Eppure, quando fu ospitato alla Berlinale, non rise nessuno: “Pensavo: secondo me almeno una risata te la fai anche se hai una malattia grave! E invece niente. Alla fine, però, scoppiò un applauso fragoroso. Nel dibattito che seguì, poi, uno spettatore tedesco si alzò e mi disse: ‘Non ho mai visto nulla di più drammatico!’. E lì ho riso io”.

    Il personaggio di Cetto La Qualunque è nato nel programma televisivo Non c’è problema, l’ha inventato scherzando con un amico di origini calabresi, insieme avevano il desiderio di raccontare un Sud che non è mai cambiato. “È un personaggio che ancora mi diverto a riprendere in teatro, come pure tutti gli altri, da Epifanio (che è stato il primo e quello cui sono più affezionato) ad Alex Drastico, da Perego al Sommelier e a Alain Tonné, nato ben prima di Masterchef che non ho mai visto pur amando molto la cucina. Inventai persino una ricetta, il ‘brodo alla griglia’, poi scoprii che esisteva veramente, è un brodo che viene congelato in contenitori simili a vasi etruschi e poi scongelato davanti al cliente tornando brodo”.

    Cosa fa ridere Antonio Albanese? “Vado a periodi. In questo momento mi fa ridere il mondo del web, leggo delle cose davvero ridicole. E poi mi fanno ridere le cose elementari, come una caduta. Ma soprattutto mi fa ridere la spocchia di certa ‘intellighenzia’, il sapere elevato a postura. I veri intellettuali sono persone semplici, educate, come Giuseppe Pontiggia che ho avuto l’onore di conoscere”.

    I suoi attori preferiti? “Sono sempre attento al lavoro dell’attore, più del lavoro del regista o la messa in scena. Su chi mi ha colpito di più non saprei, forse Philip Seymour Hoffman, in certi momenti mi è sembrato di vedere in lui il talento totale, assoluto. Io non sono una persona invidiosa ma con lui ho provato un po’ di invidia. Come pure l’ho provata nei confronti, ad esempio, di Corrado Guzzanti o del primo Paolo Villaggio, artisticamente sublime, era qualcosa di assolutamente nuovo per me”. Per lui che si definisce “un attore per caso”, da sempre appassionato di teatro, folgorato dallo spettacolo ‘Elementi di struttura di un sentimento’ di Gabriele Vacis: “Lì ho capito che sarei voluto salire su un palco. Così, insieme a un’amica, mi sono iscritto a un corso serale di recitazione e poi alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano che stavo per lasciare al secondo anno per motivi economici, se il Direttore non mi avesse minacciato. Ora recito non solo per il gusto di apparire in pubblico, è proprio un piacere mio, non vedo l’ora di lavorare, tanto che sul set mi presento un’ora prima, a teatro anche con due ore di anticipo, gli amici mi prendono in giro per questo. Se ora in televisione mi vedete poco è perché non ho nulla di nuovo da offrire al pubblico, del quale ho molto rispetto. A ottobre, però, si vedrà su RaiTre una serie che ho realizzato anche da regista, I topi, sei puntate di mezz’ora l’una, che ha per protagonista una famiglia di latitanti che vive all’interno di un bunker, io interpreto Sebastiano, un personaggio che rappresenta un po’ l’evoluzione di Alex Drastico”.

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  • Pippo Baudo al BiF&ST 2018: “Con Il Gattopardo di Visconti comprai la prima automobile”

    di Claudia Catalli

    Chi pensa che un nome storico della televisione italiana stoni in ambito cinematografico, forse non conosce a fondo la storia e la carriera di di Pippo Baudo, stamattina vivace ospite di una Masterclass al Bif&st 2018. Di cinema non ha solo parlato, non ha solo frequentato i grandi attori che hanno fatto illustre il nostro cinema nella sua epoca d’oro. Lo racconta lui stesso: “Ho fatto diversi film. Quando Visconti girò Il gattopardo, il produttore Lombardo mi chiese di adattare i dialoghi al labiale indistinto degli attori. Con quel lavoro comprai la mia prima automobile, una 500, ancora non so come riuscivo a entrarci!”. Poi i famosi “musicarelli”, nei quali interpretava se stesso, già noto al pubblico televisivo: “In Zum zum zum facevo la spalla di Peppino De Filippo, dovevo darmi i pizzicotti sulla gamba per trattenere le risate!”. Poi ci sono le occasioni mancate: “Saro Urzì mi volle presentare Pietro Germi che stava preparando Sedotta e abbandonata. Lui mi squadrò dal basso verso l’alto e quando arrivò alla testa mi disse: ‘Se girerò un film a Trento la chiamerò senz’altro’. Insomma, non avevo proprio nulla di siciliano!”.

    Partono i ricordi con i grandi attori che ha conosciuto. Da Mariangela Melato, nel celebre sketch in cui sbucava fuori da una valigia (“una delle più grandi attrici che abbiamo avuto, sapeva fare tutto e bene”) a Marcello Mastroianni (“Non andava volentieri in Tv, io insistetti, lui venne e si divertì moltissimo”). E Vittorio Gassman: “Disprezzava la televisione e quindi io, che ai suoi occhi la incarnavo, divenni la sua vittima designata. Dopo lo sketch che avete visto nel quale mi strapazzava, finii in ospedale con una colica renale”. Per non parlare dei volti del cinema internazionale: “Sean Connery volle ballare con me sulle note di Goldfinger, lui faceva la donna! Con l’agente di Robert De Niro pattuimmo un’intervista di 10 minuti che poi diventarono mezz’ora, perché si trovò molto bene con me”.

    L’avvento della televisione gli cambiò la vita: “Ero solo un giovane studente, dissi ai miei genitori che un giorno, dentro quella scatola, ci sarei stato io, mentre mia madre mi avrebbe voluto medico e mio padre avvocato. Effettivamente mi sono laureato in Giurisprudenza ma poi la televisione mi ha regalato il sogno della mia vita”. L’emozione della sua prima volta da conduttore: “Fu in un programma del pomeriggio, Primo piano. Dovevo intervistare Johnny Dorelli e Julia De Palma, le prove le facemmo appena due ore prima e poi in gran parte improvvisammo. Pensavo che la cosa fosse finita lì e invece ho proseguito per sessant’anni”. L’affermazione con Settevoci: “Era una mia idea, registrammo le prime sei puntate ma a un dirigente non piacquero e le bobine del programma finirono in un magazzino. A quel punto io mi raccomandai con il magazziniere che, se ci fosse stato un buco di programmazione, avrebbero potuto ricorrere alla puntata pilota. Capitò, in effetti, che una copia doppiata del telefilm Rin Tin Tin non arrivò per tempo e al suo posto trasmisero il mio programma. Ebbe un successo enorme. In pratica io devo la mia carriera a un cane…”.

    Rimpianti? Uno su tutti. Aver lanciato, tra i tanti, Beppe Grillo: “Ahimè cosa ho combinato! Lo conobbi accanto a un suo manifesto all’ingresso di un locale milanese, volle a tutti i costi che assistessi al suo spettacolo, da unico spettatore. Poi gli feci fare un provino e il resto lo sapete. Ora Beppe ha nostalgia del teatro, la politica l’ha un po’ stufato, per me resta un grande comico”.

    Infine un pensiero all’amico Armando Trovajoli, cui il Bif&st rende omaggio stasera con un concerto al Petruzzelli: “Ero amico di famiglia, ci trovavamo spesso a casa sua e parlavamo di tutto ma a un certo punto finiva sempre per suonare il pianoforte. Era un musicista eccezionale, un compositore all’altezza di Leonard Bernstein, un pianista incredibile, ne era ammirato anche Arturo Benedetti Michelangeli”.

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  • Pierfrancesco Favino al Bif&st: “Noi attori siamo solo un tramite, il pubblico è sovrano”

    Il Petruzzelli ha visto, in questi anni, alternarsi molti volti e carriere, ma i portatori sani di umanità, tra gli artisti, non sono poi così tanti. Fa netta eccezione Pierfrancesco Favino, che ha registrato il tutto esaurito a teatro come altri suoi colleghi che lo hanno preceduto al BiF&st, ma ha commosso ed emozionato il pubblico come nessun altro.

    di Caludia Catalli

    Infermiere, criminale, politico corrotto, celerino violento, scienziato, omosessuale innamorato, campione di ciclismo, futuro moschettiere, non basta un’ora e mezza a raccontare la miriade di storie a cui ha dato vita Pierfrancesco Favino, l’attore romano dalla carriera solida e longeva, capace di attraversare palcoscenico, piccolo e grande schermo con disinvoltura rara, senza mai perdere un briciolo di credibilità.

    Imitatore senza pari, è stato in grado di imitare i grandi di ieri, da Marcello Mastroianni a Ferruccio Amendola, fino ai colleghi di oggi, come Marco Giallini e Rocco Papaleo. Malgrado quella che ha definito lui stesso “una faccia ingombrante”. Ovvero: “Un viso plastico, quasi da clown, che paradossalmente mi ha permesso di fare tante cose. Inizialmente pensavo che avrei fatto il comico: il mio volto davanti alla cinepresa c’è, è evidente, non scompare come quello di altri colleghi che attraggono la luce. Ho più una faccia da Otello che da Romeo. Anche per questo lavoro molto con il corpo, e mi piace, adoro cambiare e trasformarmi perché uno degli aspetti più belli del nostro mestiere sta nel privilegio di scoprire quante cose possa essere un essere umano”.

    Filosofo mancato, prosegue con il suo elogio all’umanità improvvisato: “Siamo una meravigliosa invenzione, noi esseri umani: dentro abbiamo così tante sfaccettature da poter far convivere il violento e il pacifista, e la possibilità di poter toccare questi opposti è un dono. Il cinema consente di ispezionare tutte queste sfumature”. Quando ha capito di voler fare l’attore? Da bambino: “Ho sempre saputo di volerlo diventare,  quando in tv trasmettevano un film, i miei mi dovevano staccare dallo schermo, perché ero come ipnotizzato. Devo tanto anche ai miei genitori che erano appassionati di teatro, io a sei anni volevo fare l’attore”. Mestiere che ti costringe a metterti in discussione: “Parliamo sempre di persone, non amo molto parlare di personaggi. Preferisco chiamarli individui. Quando lavoro ad un film, capisco di averli compresi davvero quando ho capito come pensano, non come rispondono. La parte più bella del mio mestiere è quella preparatoria, che richiede studio e ricerca, e mi fa entrare in contatto con parti sconosciute di me. Perché noi attori siamo un tramite. Noi siamo solo strumenti. Siamo la maniglia di una porta che sarà varcata dallo spettatore”. Il pubblico è sovrano, e per stupirlo devi saper sparigliare le carte: “Dopo il Libanese in Romanzo Criminale ho corso il rischio di rimanere chiuso nello stereotipo. Per questo ho scelto di fare La sconosciuta e Saturno contro, due film spiazzanti per la percezione del pubblico. La responsabilità è nostra: devi sapere scegliere. Per questo ho fatto Sanremo: per cambiare le carte in tavola e mostrare una parte poco nota di me. L’intenzione mia e di Claudio Baglioni era fare spettacolo. Quando ho accettato di condurre il festival avevo paura di quello che avrebbero detto di me, poi ho capito che non c’era niente di male ad essere coinvolto in qualcosa di nazionalpopolare. Anzi, sarei contento che in futuro qualche mio collega seguisse questo esempio, perché farebbe bene alla nostra professione e al nostro cinema “.

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  • Io sono tempesta: Nessuna quiete dopo la tempesta

    Il nuovo film di Daniele Luchetti si inserisce nell’interstizio fra giusto e sbagliato con un interprete gigantesco, Marco Giallini. In sala dal 12 aprile.

     

     

    Il divario tra ricchi e poveri, l’incerta situazione economica italiana, il confine tra lecito e illecito: tutte contraddizioni e stilemi tipicamente italiani, che di volta in volta vengono declinati nei nostri film (preferibilmente di commedia, spesso all’italiana) e che, complici personaggi della cultura politica discutibili e “bigger than life”, hanno creato un vero e proprio genere. Che poi alcuni autori di svolta – Moretti e Sorrentino su tutti- abbiano saputo delimitarne i confini e le caratteristiche è un altro discorso: circostanza che ha creato delle icone cinematografiche da cui il cinema stesso fa fatica a svincolarsi, oggi.

    Sarà per questo che due film diversissimi fra loro per regista, obiettivi e realizzazione come Loro 1 e proprio Io Sono Tempesta finiscano per avere contorni simili, che però slabbrano e sfumano rendendo le due opere uguali ai loro autori e quindi assolutamente personali: al centro, manco a dirlo, Silvio Berlusconi e il berlusconismo, quello stile di vita che ha segnato così a fondo la cultura e l’immaginario italiano degli ultimi vent’anni, se non proprio la nostra storia. La fotografia di Bigazzi fa il resto -con stanze grandi, grandissime, dentro cui i protagonisti sembrano proprio scomparire -, e così Io Sono Tempesta diventa uno dei film più importanti della stagione: perché oltretutto perfettamente incastonato nella creazione filmica di Daniele Luchetti, che dichiaratamente fin dalle sue primissime cose (Arriva la Bufera e Il Portaborse) si muove lungo le coordinate e le misure che distanziano la commedia politica dal dramma sociale, perché finemente cesellato sui due protagonisti tra i quali necessariamente primeggia Marco Giallini.

    In un ruolo gigantesco per risultati più che per intenzioni: il Numa Tempesta di Giallini si affianca al Bruno di Elio Germano, due personaggi a tema che si specchiano l’uno nell’altro per mostrare come tra ricchi e poveri non ci sia differenza, la predisposizione al male alberga in tutti noi, e la politica è solo uno strumento che viene offerto per tirarla allo scoperto. La politica, come la finanza, si mettono quindi al centro del film a ricordarci come siamo fatti e come il mondo ci cambia senza necessariamente che siamo noi a cambiarlo, dandocene solo l’illusione: e si distanzia perciò dalla ricca e intensa produzione luchettiana, solo superficialmente, preferendo non utilizzare le tonalità del dramma in maniera teatrale e sfruttando al meglio i suoi protagonisti e la sua storia.

    Numa Tempesta è in fondo un gaglioffo dal cuore d’oro; che poi d’oro sia solo placcato non interessa a nessuno, perché il personaggio di Giallini risulta alla fine così (con)vincente, affascinante, coinvolgente, amabile da essere al di sopra di tutto e di tutti, lievitando con la sua potenza su ogni necessaria definizione di giusto e sbagliato.

    Il film allora inanella situazioni brillanti ed estreme, imbarazzanti e fortemente emotive, letteralmente intrise di umanità dolente e sfuggente, come la seduzione di Numa dell’assistente sociale, la prima/ultima cena di Numa e suo padre; e soprattutto, nella sua andatura ondivaga, piena di sussulti e oscurità come di abbagli di luce che ripiegano all’improvviso il film su sé stesso, costellato da sguardi importanti.

    Dev’essere stato imponente lo sforzo di Luchetti di tenere a bada il macchiettismo, il grottesco, i toni troppo alti e quelli troppo bassi per tenere Io Sono Tempesta in un perfetto equilibrio paradossale (è una commedia nera? O è solo una commedia?): e renderlo uno specchietto perfetto della nostra storia e della nostra società, per le nostre acrimonie da dissolvere liberatoriamente in una risata assolutoria. Fino al finale: che, sinceramente e per amore d’onestà, è un po’ paraculo, con le psicologhe dietro al bancone del bar. Sempre che Luchetti non abbia voluto mascherare una sconfitta da vittoria, accendendo all’improvviso i colori e facendo un passo indietro preferendo non prendere posizione. Ponendo una domanda, invece che dare una risposta; decostruendo ogni forma di buonismo e/o ottimismo interrogando il pubblico se quello che gli offre nell’happy ending sia o meno la salvezza migliore per ognuno.

    Perché il riscatto ognuno lo cerca nelle maniere che ritiene migliori; per dormire la notte, o per mandare avanti le prossime generazioni. Certo è che non c’è quiete, dopo Tempesta.

    Gianlorenzo Franzì

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