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    Olbia Film Network, ospite a sorpresa Ilenia Pastorelli

    Grande accoglienza per i primi giorni dell’Olbia Film Network, il festival e mercato di cinema  che nella prima serata ha visto premiare i The Jackal per il loro debutto cinematografico Addio fottuti musi verdi .
    Nella seconda serata la nove giorni di cinema si è spostata  a San Pantaleo, dove si è tenuto l’incontro con lo scrittore vincitore del Premio Strega Walter Siti e a seguire la presentazione del film Il contagio, tratto dall’omonimo romanzo dell’autore, alla presenza del regista Daniele Coluccini.  Entrambi gli ospiti hanno ricevuto il premio Cinema e parole.

    Attesa nella giornata di oggi a grande sorpresa l’attrice Ilenia Pastorelli, che riceverà il Premio Bracco come attrice rivelazione dell’anno. Sempre stasera il duo Matteo Martinez e Frank Matano sarà presente con il loro nuovo lavoro, fresco di sala, Tonno spiaggiato.

    Nei prossimi giorni arriveranno il blogger Le Perle di Pinna e l’attore Giacomo Ferrara (lo Spadino di Suburra) che riceveranno rispettivamente il Premio Comunicazione 2018 (il 22 giugno) e il Premio Bracco al miglior giovane attore 2018 (il 23 giugno). Tra gli altri attori anche Maccio Capatonda, Andrea Sartoretti e la bellissima Francesca Chillemi ospite d’onore durante la serata del 23 giugno.

    Le piazze, i piccoli borghi e le splendide spiagge, che fanno da cornice all’evento lo rendono unico nel suo genere. Il festival, oltre a valorizzare la cinematografia internazionale, mira allo sviluppo dell’attività filmica dell’isola e alla valorizzazione della Sardegna sotto ogni suo profilo: ambientale, storico, culturale e di costume.

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    Al via a Olbia l’ottava edizione del Figari Film Fest

    Dal 16 al 24 giugno l’Olbia Film Network, l’evento di cinema che porta in Sardegna produttori, distributori, registi, attori,  buyers televisivi e istituti di cultura da tutto il mondo, ospita l’ottava edizione del Figari Film Fest, la manifestazione dedicata al cinema giovane ed indipendente, ai cortometraggi ed agli esordi cinematografici.

    Le piazze, i piccoli borghi e le splendide spiagge, che fanno da cornice all’evento lo rendono unico nel suo genere. Il festival, oltre a valorizzare la cinematografia internazionale, mira allo sviluppo dell’attività filmica dell’isola e alla valorizzazione della Sardegna sotto ogni suo profilo: ambientale, storico, culturale e di costume.

    Ad aprire le danze il 16 giugno sarà Addio fottuti musi verdi, il film d’esordio dei The Jackal, che saranno presenti alla serata inaugurata da un concerto a tema cinematografico per le vie della città, grazie alla Meda Funky Street Band. Il giorno successivo invece, a San Pantaleo, si terrà l’incontro e firma copie con lo scrittore vincitore del premio Strega Walter Siti, in collaborazione con la libreria Ubik e a seguire la presentazione del film Il contagio, tratto dall’omonimo romanzo dell’autore e diretto da Matteo Botrugno e Daniele Coluccini.

    Attesi al Figari molti ospiti tra cui il duo Matteo Martinez e Frank Matano con il loro nuovo lavoro, fresco di sala, Tonno spiaggiato, il blogger Le Perle di Pinna e l’attore Giacomo Ferrara (lo Spadino di Suburra) che riceveranno rispettivamente il Premio Comunicazione 2018 (il 22 giugno) e il Premio Bracco al miglior giovane attore 2018 (il 23 giugno). Tra e altre presenze attese al Figari anche Maccio Capatonda, Andrea Sartoretti e la bellissima Francesca Chillemi ospite d’onore della serata del 23 giugno.

    “Continua il percorso di valorizzazione delle opportunità offerte alla nostra città dall’ industria cinematografica iniziato lo scorso anno a Cannes e Venezia. La seconda edizione dell’ Olbia Film Network vuole continuare nell’esperienza innovativa che pone la città al centro del mercato internazionale dei corti cinematografici. – ha commentato soddisfatta l’assessore alla Cultura del Comune di Olbia Sabrina SerraRingrazio gli organizzatori per la felice intuizione che porta per il secondo anno ad Olbia tutti i protagonisti del mondo del cinema, dagli attori ai produttori, dai distributori ai buyers fino agli istituti internazionali di cultura. Non un festival cinematografico ma una occasione di incontro e di confronto, tra proiezioni e incontri professionali per gli operatori. Olbia in questi ultimi due anni ha ospitato e sta ospitando eventi straordinari nel settore, e anche con questa iniziativa vogliamo che la città sia sempre più riferimento internazionale per il mondo del cinema”.

    A farle eco Maria Nevina Satta, direttore della Sardegna Film Commission: “Questa manifestazione ha davvero trasformato il territorio. A Olbia c’è stato chi con determinazione ha voluto insistere sulla Gallura come attrattiva per le produzioni. Si sono unite da una parte imprenditori privati, e dall’altra una generazione di rappresentanti delle amministrazioni locali che hanno deciso, anche con poche risorse, di dare vita al Fondo Filming Olbia e di mettersi in gioco sul campo cinematografico e audiovisivo e ad oggi I risultati sono un po’ sotto gli occhi di tutti”.

    Molti gli incontri con il pubblico come le colazioni con gli autori ogni mattina alle 9.00, le proiezioni speciali organizzate dai festival partner internazionali tra cui il Mecal di Barcellona e l’Interfilm di Berlino, fino alla novità rappresentata dal Cinemini, proiezioni di film cortometraggio dedicate ai bambini nelle serate dal 22 al 24 giugno dalle 19. Ricco anche il programma degli eventi notturni dell’ After Fest, tra cui spicca il concerto dei Mokadelic che chiuderà il festival la notte del 24 giugno.

     

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    Venezia 74 – Downsizing: Alexander Payne e quell’umanità piccola, piccola

    Il regista di Nebraska firma una satira sociale sul mondo contemporaneo usando il racconto fantascientifico come pretesto. I personaggi di Downsizing si muovono, infatti, in un immaginario mondo rimpicciolito dove si sono rifugiati per evitare l’imminente apocalisse.

    L’Homo Sapiens non è una specie di gran successo”. No, decisamente no, almeno a guardare i protagonisti di Downsizing di Alexander Payne, film d’apertura della 74esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia su una fantomatica miniaturizzazione dell’uomo come soluzione estrema per salvare la vita sul pianeta. Una transizione dal grande al piccolo messa a punto da un gruppo di scienziati norvegesi per salvarsi dal sovrappopolamento, risparmiare spazio e risorse, e raggiungere uno stato di benessere economico altrimenti impossibile. Un minimondo in cui fare molte più cose ma con pochissimo, dove a guidare le migrazioni dal grande al piccolo sarà il miraggio di una vita migliore, ma dove alla fine proprio questa idea di una ‘vita migliore’ risponde all’immagine del consumismo più sfrenato: una villa super lusso, signore abbagliate da diamanti e vasche idromassaggio, montagne di soldi facili, feste a base di sigari cubani e vodka. Ed è per sfuggire ai debiti e al fatto che “le cose non vadano mai come vuole” che Paul Safranek (Matt Damon) convincerà sua moglie ad affrontare quella strana traversata.

    Il regista di Sideways e Nebraska firma un’opera sulla miseria umana, un ritratto satirico che si allunga graffiante per 140 minuti, non tutti utilizzati al meglio a dire il vero: poco più di due ore durante le quali la narrazione cambia spesso focus lasciando per strada tematiche e personaggi e suggerendo un ventaglio infinito di argomentazioni (forse troppe) che rimandano alla contemporaneità di un mondo in continua emergenza ambientale, sociale ed economica.
    Payne mantiene la sua cifra stilistica, l’umorismo che gli è proprio e il sapore dolceamaro del racconto, e con intelligenza e lucido spirito dissacratorio affronta temi enormi come i cambiamenti climatici, l’immigrazione, le contraddizioni del sogno americano. Il contatto tra le comunità dei minuscoli e i giganti del mondo di fuori genera un senso di straniamento e un cortocircuito capace di offrire un ulteriore spunto di riflessione sulla condivisione di questo nostro mondo folle, alterato, consumato, diviso.

    Non è un film perfetto, le direzioni inseguite sono molteplici e poco coese, con una prima parte da favoletta fantascientifica ed una seconda prigioniera di un’improvvisa svolta apocalittica. Ma restano dentro tante domande, tante risposte possibili e l’eccellente prova corale del cast da Matt Damon a Hong Chau, da Kristen Wiig a Christoph Waltz che, nei panni di un trafficante serbo cinico, giullare e gigione, è già un cult. Anche lui parte di questa straordinaria ‘transumanza umana’, seduto lì a guardare il mondo scorrere.

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    TFF35: Lorello e Brunello – Storie di (stra)ordinaria resistenza

    Arriva in concorso a Torino il documentario con cui Jacopo Quadri, montatore di Rosi e Martone, racconta il laborioso anno di vita di due contadini della Maremma.  

     

     

     

    Tosare un gregge di 400 pecore, mungerle, portarle al pascolo, vegliarle, e poi seminare oltre 100 ettari di terra, dissodare, mietere, raccogliere. Giorno e notte, ininterrottamente, senza tregua seguendo il flusso naturale delle stagioni: Lorello e Brunello non hanno mai conosciuto una vacanza, sono due gemelli di poco più di 50 anni, più della metà della loro vita l’hanno spesa tra i campi della Maremma, arroccati qui, nella campagna “dura” e “ventosa” di Pianetti di Sovana. Ultima roccaforte di un sistema produttivo che cerca di resistere alle regole del mercato globale pagando un altissimo prezzo: nessuna gratificazione, solo fatica e lavoro, polvere e terra, con la minaccia incombente dei lupi. Sono in perdita ma non ci pensano proprio a vendere i propri prodotti ai grandi viticoltori di fronte, gli Antinori, che occupano il latifondo sconfitto un secolo prima dai loro nonni. È la storia di Lorello e Brunello, il film presentato in concorso al Torino Film Festival e diretto da Jacopo Quadri, che standosene sempre un passo dietro ai due protagonisti, ne segue taciturno la quotidianità.

    Il film è nettamente diviso in quattro parti, una per ogni stagione; sullo sfondo il rumore delle trebbiatrici, dei trattori che arano, del latte che sgorga dalle mungitrici, tutto intorno l’incedere acciaccato di chi abita nei poderi vicini. C’è Giuliano che alleva maiali, c’è Ultimina che i due fratelli li ha visti nascere e crescere, e alla quale Quadri affida il ruolo di instancabile narratrice di aneddoti e memorie, e c’è Mirella, la fidanzata rumena di Brunello che fa le pulizie nelle case del vicinato.
    Il documentario ce li racconta nel corso di un anno di vita, scandito solo dall’alternarsi del giorno e della notte e da quello delle stagioni (dall’estate alla primavera successiva); le uniche incursioni del contemporaneo in questo flusso continuo e senza sosta arrivano dalla radio o dalla Tv, frammenti di presente in sottofondo che servono a contestualizzare. Per il resto è un incessante lavorio segnato dalla ripetitività dei gesti di cui però però a volte rischia di rimanere vittima lo stesso ritmo narrativo, che dilata e sospende forse eccessivamente.  Ma questo, come spiega Quadri, “è anche il racconto di un assedio. Abbiamo davanti agli occhi l’immagine di due contadini, lavoratori ma soprattutto esseri umani, che smettono di essere ciò che sono, ovvero attori di una propria cultura economica in continuo rapporto con l’ecosistema, nel momento in cui diventano solo produttori di merci e vengono assediati dal grande mercato globale. Insieme a loro è sotto assedio l’esistenza dell’intera dimensione di vita e di economia contadina”.
    E loro, Lorello e Brunello, non sono altro che “degli Argonauti sopravvissuti allo spopolamento delle campagne”, che in quella terra continueranno a lottare, un sasso dopo l’altro, recinzione dopo recinzione
    che “se ci vedesse Trump ci farebbe costruire il muro”.

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    TFF35: Riccardo va all’inferno – Riccardo III, tra freak e regine dark

    Roberta Torre riadatta la tragedia shakespeariana sul grande schermo. E firma un musical grottesco e dalle atmosfere gotiche, con Massimo Ranieri nai panni del sovrano storpio e malvagio del Bardo. In sala dal 30 novembre.

     

     

     

    Psichedelico, folle, dark, contemporaneo e sfacciatamente femminista. La rivisitazione in chiave di musical moderno del Riccardo III di William Shakespeare riporta Roberta Torre alla visionarietà e ai toni eccentrici di Tano da morire. In Riccardo va all’inferno l’ambizioso e storpio sovrano shakespeariano diventa un freak, grottesco, cupo e beffardo, che canta (su testi e musiche di Mauro Pagani) e balla come un personaggio del Rocky Horror Picture Show.
    Si chiama Riccardo Mancini e appartiene ad una nobile famiglia che gestisce un losco traffico di droga e di malaffare nel regno fantastico del Tiburtino Terzo. Il tragicomico e pirotecnico Riccardo III della Torre comincia con il protagonista appena uscito da un manicomio, dove è finito in seguito a un tragico incidente, che lo ha reso zoppo e deforme fin da bambino.
    L’azione si svolgerà tra il decadente castello di famiglia e un bunker sotterraneo abitato da bizzarri e sinistri personaggi, che lo aiuteranno ad assicurarsi la corona assassinando chiunque ostacoli la sua scalata al potere.

    Nei panni di Riccardo III zoppicante, gobbo, con un pesante mantello nero addosso e il capo completamente rasato, un inedito Massimo Ranieri: “Già venticinque anni fa mi era stato proposto di interpretare Riccardo III, ma non lo presi minimamente in considerazione; questa volta invece c’era qualcosa nell’aria, che mi ha fatto accettare il progetto di Roberta. – racconta l’attore al Torino Film Festival dove il film è stato presentato prima della sua uscita in sala il prossimo 30 novembreMi affascinava l’idea di un personaggio così sopra le righe, dark, gotico, strano, molto fascinoso; quello che più mi ha colpito non è stata la sua malvagità, ma il suo terribile e lacerante bisogno di amore”. Quel mantello “simbolo della pesantezza della vita o della non vita”, quella testa calva, quella gobba lo hanno fatto pensare al Nosferatu di Murnau, “un Nosferatu un po’ diverso, che si abbevera di amore e non di sangue, di quell’amore mancante e primordiale della madre. Riccardo è uno che ama, non ha importanza come, chi e perché, ha bisogno di amare e essere amato da uomini, donne o ragazzine”.

    La scelta del musical? Dettata dalla possibilità di lavorare “su codici narrativi e registri diversi senza dover essere in sintonia necessariamente con le parti recitate. La parte musicale è lo spazio del sogno e della libertà creativa”, spiega la regista.
    Così, dopo averci lavorato a teatro, la Torre è tornata su un testo che da sempre sognava di portare al cinema e ne ha tirato fuori un Riccardo III “menzognero e ipocrita”, che lei stessa definisce “l’attore per antonomasia: dice una cosa ma ne pensa un’altra, è capace ti ucciderti con un sorriso. Avevo bisogno che questo Riccardo III fosse un guitto”.
    Un eroe negativo di grande fascino che divide la scena con una regina madre “altrettanto dark e nera”, interpretata da Sonia Bergamasco, artefice di una performance fisica che deforma e mostrifica: “La regina madre è una donna-mostro; abbiamo sottoposto il personaggio a un invecchiamento che non ne mina la sensualità”. L’universo femminile che ruota attorno a Riccardo è variegato, sensuale e soprattutto protagonista: “Negli adattamenti più classici le donne erano caratterizzate da una natura passiva, relegate a un ruolo in cui veniva concesso solo di lanciare maledizioni. – spiega – Le donne di Riccardo va all’inferno invece agiscono, i tempi sono cambiati. È un Riccardo III 2.0”.

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