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    TFF35: Lorello e Brunello – Storie di (stra)ordinaria resistenza

    Arriva in concorso a Torino il documentario con cui Jacopo Quadri, montatore di Rosi e Martone, racconta il laborioso anno di vita di due contadini della Maremma.  

     

     

     

    Tosare un gregge di 400 pecore, mungerle, portarle al pascolo, vegliarle, e poi seminare oltre 100 ettari di terra, dissodare, mietere, raccogliere. Giorno e notte, ininterrottamente, senza tregua seguendo il flusso naturale delle stagioni: Lorello e Brunello non hanno mai conosciuto una vacanza, sono due gemelli di poco più di 50 anni, più della metà della loro vita l’hanno spesa tra i campi della Maremma, arroccati qui, nella campagna “dura” e “ventosa” di Pianetti di Sovana. Ultima roccaforte di un sistema produttivo che cerca di resistere alle regole del mercato globale pagando un altissimo prezzo: nessuna gratificazione, solo fatica e lavoro, polvere e terra, con la minaccia incombente dei lupi. Sono in perdita ma non ci pensano proprio a vendere i propri prodotti ai grandi viticoltori di fronte, gli Antinori, che occupano il latifondo sconfitto un secolo prima dai loro nonni. È la storia di Lorello e Brunello, il film presentato in concorso al Torino Film Festival e diretto da Jacopo Quadri, che standosene sempre un passo dietro ai due protagonisti, ne segue taciturno la quotidianità.

    Il film è nettamente diviso in quattro parti, una per ogni stagione; sullo sfondo il rumore delle trebbiatrici, dei trattori che arano, del latte che sgorga dalle mungitrici, tutto intorno l’incedere acciaccato di chi abita nei poderi vicini. C’è Giuliano che alleva maiali, c’è Ultimina che i due fratelli li ha visti nascere e crescere, e alla quale Quadri affida il ruolo di instancabile narratrice di aneddoti e memorie, e c’è Mirella, la fidanzata rumena di Brunello che fa le pulizie nelle case del vicinato.
    Il documentario ce li racconta nel corso di un anno di vita, scandito solo dall’alternarsi del giorno e della notte e da quello delle stagioni (dall’estate alla primavera successiva); le uniche incursioni del contemporaneo in questo flusso continuo e senza sosta arrivano dalla radio o dalla Tv, frammenti di presente in sottofondo che servono a contestualizzare. Per il resto è un incessante lavorio segnato dalla ripetitività dei gesti di cui però però a volte rischia di rimanere vittima lo stesso ritmo narrativo, che dilata e sospende forse eccessivamente.  Ma questo, come spiega Quadri, “è anche il racconto di un assedio. Abbiamo davanti agli occhi l’immagine di due contadini, lavoratori ma soprattutto esseri umani, che smettono di essere ciò che sono, ovvero attori di una propria cultura economica in continuo rapporto con l’ecosistema, nel momento in cui diventano solo produttori di merci e vengono assediati dal grande mercato globale. Insieme a loro è sotto assedio l’esistenza dell’intera dimensione di vita e di economia contadina”.
    E loro, Lorello e Brunello, non sono altro che “degli Argonauti sopravvissuti allo spopolamento delle campagne”, che in quella terra continueranno a lottare, un sasso dopo l’altro, recinzione dopo recinzione
    che “se ci vedesse Trump ci farebbe costruire il muro”.

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    TFF35: Riccardo va all’inferno – Riccardo III, tra freak e regine dark

    Roberta Torre riadatta la tragedia shakespeariana sul grande schermo. E firma un musical grottesco e dalle atmosfere gotiche, con Massimo Ranieri nai panni del sovrano storpio e malvagio del Bardo. In sala dal 30 novembre.

     

     

     

    Psichedelico, folle, dark, contemporaneo e sfacciatamente femminista. La rivisitazione in chiave di musical moderno del Riccardo III di William Shakespeare riporta Roberta Torre alla visionarietà e ai toni eccentrici di Tano da morire. In Riccardo va all’inferno l’ambizioso e storpio sovrano shakespeariano diventa un freak, grottesco, cupo e beffardo, che canta (su testi e musiche di Mauro Pagani) e balla come un personaggio del Rocky Horror Picture Show.
    Si chiama Riccardo Mancini e appartiene ad una nobile famiglia che gestisce un losco traffico di droga e di malaffare nel regno fantastico del Tiburtino Terzo. Il tragicomico e pirotecnico Riccardo III della Torre comincia con il protagonista appena uscito da un manicomio, dove è finito in seguito a un tragico incidente, che lo ha reso zoppo e deforme fin da bambino.
    L’azione si svolgerà tra il decadente castello di famiglia e un bunker sotterraneo abitato da bizzarri e sinistri personaggi, che lo aiuteranno ad assicurarsi la corona assassinando chiunque ostacoli la sua scalata al potere.

    Nei panni di Riccardo III zoppicante, gobbo, con un pesante mantello nero addosso e il capo completamente rasato, un inedito Massimo Ranieri: “Già venticinque anni fa mi era stato proposto di interpretare Riccardo III, ma non lo presi minimamente in considerazione; questa volta invece c’era qualcosa nell’aria, che mi ha fatto accettare il progetto di Roberta. – racconta l’attore al Torino Film Festival dove il film è stato presentato prima della sua uscita in sala il prossimo 30 novembreMi affascinava l’idea di un personaggio così sopra le righe, dark, gotico, strano, molto fascinoso; quello che più mi ha colpito non è stata la sua malvagità, ma il suo terribile e lacerante bisogno di amore”. Quel mantello “simbolo della pesantezza della vita o della non vita”, quella testa calva, quella gobba lo hanno fatto pensare al Nosferatu di Murnau, “un Nosferatu un po’ diverso, che si abbevera di amore e non di sangue, di quell’amore mancante e primordiale della madre. Riccardo è uno che ama, non ha importanza come, chi e perché, ha bisogno di amare e essere amato da uomini, donne o ragazzine”.

    La scelta del musical? Dettata dalla possibilità di lavorare “su codici narrativi e registri diversi senza dover essere in sintonia necessariamente con le parti recitate. La parte musicale è lo spazio del sogno e della libertà creativa”, spiega la regista.
    Così, dopo averci lavorato a teatro, la Torre è tornata su un testo che da sempre sognava di portare al cinema e ne ha tirato fuori un Riccardo III “menzognero e ipocrita”, che lei stessa definisce “l’attore per antonomasia: dice una cosa ma ne pensa un’altra, è capace ti ucciderti con un sorriso. Avevo bisogno che questo Riccardo III fosse un guitto”.
    Un eroe negativo di grande fascino che divide la scena con una regina madre “altrettanto dark e nera”, interpretata da Sonia Bergamasco, artefice di una performance fisica che deforma e mostrifica: “La regina madre è una donna-mostro; abbiamo sottoposto il personaggio a un invecchiamento che non ne mina la sensualità”. L’universo femminile che ruota attorno a Riccardo è variegato, sensuale e soprattutto protagonista: “Negli adattamenti più classici le donne erano caratterizzate da una natura passiva, relegate a un ruolo in cui veniva concesso solo di lanciare maledizioni. – spiega – Le donne di Riccardo va all’inferno invece agiscono, i tempi sono cambiati. È un Riccardo III 2.0”.

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    Tff35: Seven sisters – Sette volte Noomi Rapace

    Arriva in sala dal 30 novembre dopo il passaggio al Torino Film Festival, il thriller fantascientifico di Tommy Wirkola basato su una sceneggiatura di Max Botkin finita in black list. Interprete principale nei panni di sette gemelle, Noomi Rapace.

     

    Una sceneggiatura finita nella black list hollywoodiana dei migliori script mai realizzati, e poi ricucita su misura per l’imperturbabile talento di Noomi Rapace. A scriverla nel 2001 era stato Max Botkin, a dirigere oggi Seven Sisters, il film basato su quella sceneggiatura, è Tommy Wirkola: fu lui a coinvolgere nel progetto l’attrice svedese e a voler plasmare la storia originaria trasformando i sette fratelli protagonisti in sette sorelle gemelle. “La storia al femminile sarebbe stata più interessante – racconta al Torino Film Festival dove il film è stato presentato in anteprima– perché il legame tra sorelle è più forte e profondo di quello tra fratelli, e poi volevo che questo ruolo venisse interpretato da Noomi, che per me era l’interprete ideale”.

    Il film si inserisce nel filone del cinema post apocalittico con lo sguardo rivolto al genere dell’action movie: non a caso a tenere il ritmo e a regalare i momenti più adrenalinici saranno proprio le sequenze di inseguimenti, scazzottate e scontri a fuoco nel mezzo di un ambiente suburbano che tanto deve all’immaginario distopico e fantascientifico. Un universo popolato da braccialetti identificativi, schermi trasparenti, ricordi e immagini di una vita trasmessi da un corpo all’altro sotto forma di big data, eserciti e reietti. Il futuro di Wirkola è quello del 2073: il nostro pianeta ha subito un aumento incontrollato delle nascite costringendo così i vari governi a mettere in atto la politica del Figlio Unico proposta dal Bureau per il Controllo delle nascite, che impone la criogenesi di sorelle e fratelli. Nel frattempo una donna muore dopo il parto di sette gemelle (Noomi Rapace), e per salvarle tutte, il nonno ( Willem Dafoe) le nasconde chiamandole come i giorni della settimana. Trascorreranno gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza seguendo un duro addestramento e rispettando alcune semplici, ma ferree regole necessarie a sopravvivere: ognuna potrà uscire di casa solo nel giorno della settimana corrispondente al proprio nome con l’identità di Karen Settman e avrà il divieto assoluto di rivelare il segreto di famiglia.
    Costrette a vivere in clandestinità, le sette sorelle sono libere di essere se stesse solo nella prigione del loro appartamento. Tutto procede fino a che, un giorno, Lunedì non fa più ritorno a casa.

    Per Noomi Rapace che ha il compito di farle rivivere tutte e sette, la caratterizzazione di ciascuna è stata la più grande scommessa della sua carriera: “Mi sono sentita adulata e mi sono subito innamorata della storia e della sfida di dover interpretare sette personaggi diversi. Per un anno intero abbiamo affrontato sedute di scrittura che si sono rivelate molto importanti affinché ognuno fosse credibile, senza cadere nel cliché della diversificazione netta e stereotipata: la dura, la dolce, la sexy come le Spice Girls. Dargli un volto è stato un lungo viaggio introspettivo indietro nel tempo, ho attinto alle diverse fasi della mia vita: ad esempio quella dell’adolescente punk per Giovedì, o la mia maternità per Lunedì. Ogni personaggio doveva essere un protagonista, abbiamo dedicato un giorno a ognuno”, dice. Look e make up per rendere l’unicità di ciascuna, sono della mano sapiente di Giannetto De Rossi che accompagna e completa la camaleontica performance della Rapace. Seven sisters è il riflesso estremo di un presente tormentato, oltre che metafora dell’individualismo post moderno: “Penso che la situazione potrà solo peggiorare se non saremo grado di compiere delle scelte per dei cambiamenti duri e radicali, – rivela Wirkola – e perciò forse il presente che viviamo non è poi tra i peggiori possibili”. Poi riferendosi alla situazione politica americana e a Trump, conclude: “Mi fanno paura un certo tipo di esponenti politici al potere e soprattutto mi spaventa la rabbia della gente, che ha portato in carica questa amministrazione; sono norvegese e vi assicuro che l’estrema destra nel mio paese non è nulla a confronto di certi repubblicani negli Stati Uniti. Mi auguro che questa paura possa essere condivisa da tanti americani e che possa portare a scelte diverse per il futuro”.

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    TFF35: Amori che non sanno stare al mondo – Lo spazio dell’amore perduto

    Al Torino Film Festival Francesca Comencini ci regala un’istantanea degli amori finiti. Un film reale e vicino, ironico e bizzarro, vero come i suoi protagonisti: un microcosmo di uomini e donne che ci somigliano tanto.

     

     


    “La passione amorosa non mi distoglie dal mondo. Io ricordo tutto, lui dimentica. Io arrivavo sempre in ritardo, lui non finiva mai il credito perché aveva l’abbonamento”.
    È così che inizia il dirompente flusso di coscienza di Claudia (Laura Mascino), ossessionata da un amore appena finito, disperata, matta, buffa nel suo voler ostinatamente rincorrere l’uomo (Thomas Trabacchi) con cui è stata per sette lunghi anni prima che lui spaventato, facesse un passo indietro per trovare rifugio nell’accogliente Giorgia (Camilla Semino Favro), trent’anni e l’energia travolgente della giovinezza.
    Lei non sa dimenticare, lui non sa ricordare, lei rimane caparbiamente legata alla memoria di ciò che è stato, lui si impone di andare avanti. E ci riesce.
    Claudia e Flavio sono l’emblema degli amori che faticano a trovare un posto nello scorrere del nostro tempo: si sono amati, si sono separati, si sono voluti e cercati, si sono mancati, ma hanno trovato la propria serenità altrove, lontano l’uno dall’altro.
    Francesca Comencini ce lo racconta con straordinario realismo in Amori che non sanno stare al mondo (presentato al Festival di Torino nella sezione Festa Mobile e in sala dal 30 novembre), un film “radicalmente femminile, ma non inquisitorio nei confronti degli uomini”, spiega la regista.
    La storia arriva dal suo romanzo omonimo: “All’inizio erano degli appunti su quattro voci off, dei monologhi,  poi è venuto fuori questo titolo: un paradosso degli amori reali, che hanno difficoltà a stare nel flusso della quotidianità. Ho costruito e pensato il film come fosse un flusso di coscienza, unico punto in comune con il libro. In fase di sceneggiatura poi gli sono stati dati toni differenti come ad esempio l’ironia e l’apertura al racconto”.
    Un film che parte dal luogo comune degli amori perduti: i suoi tormenti, l’elaborazione della perdita, la rinascita finale e quel bizzarro universo popolato dai tic di uomini e donne d’oggi persi in questo disordine amoroso. Ma anziché restare ancorata ai topoi del genere, la regista de Lo spazio bianco riesce a sparigliare le carte e a cedere il passo ad una narrazione capace di mescolare diversi toni e registri stilistici, rendendo personaggi e dialoghi credibili ed estremamente reali.
    Nessuna forzatura, Claudia e Flavio sono due di noi, nessuna guerra dei sessi evocata e abusata da molti autori della nostra cinematografia contemporanea: Amori che non sanno stare al mondo è semplicemente vero, vicino. Siamo noi, siamo quegli uomini – spaventati, disarmati, incapaci di mettersi a nudo – e quelle donne –  donchisciottesche, imperfette, appassionate – come Claudia, la protagonista, interpretata con naturalezza e ironia da Laura Mascino. Un io iper narrante al quale è facile abbandonarsi e con cui è altrettanto semplice identificarsi, assorto tra mille interrogativi quotidiani  (“Ma perché ci tormentiamo tutte un ricciolo di capelli tra le dita?”), colto nei suoi rocamboleschi tentativi di tener vivo un amore perduto.
    Il racconto procede divertito tra frammenti della memoria, scene surreali e vecchi filmati in bianco e nero, nel mondo delle balere, dell’amore a ogni età, “una piroetta indietro nel tempo nel vecchio sogno del matrimonio”.
    La Comencini ci porta fuori dall’autocommiserazione e realizza una commedia che non si appoggia sui facili sentimentalismi né sull’abusato schema di “uomini contro donne”. Un amore reale, imbranato, sbiadito tra le infinite e faticose litigate notturne, fatto di rotture, strappi irreversibili, pianti, isterie e poi capace di riconoscersi sempre e comunque, ma inadeguato a stare al mondo. E con unico, universale epilogo: “Non mi domando più perché t’ho amato così tanto. È successo a noi come a tutti. L’amore è perso, ma alla fine anche i Beatles si sono lasciati”.

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    Nut Job – Tutto molto divertente: Animali alla riscossa

    Arriva il sequel del primo e poco fortunato “Nut Job”. Cambio ai vertici: Carl Brunker sostituisce Peter Lepeniotis alla regia e firma un secondo capitolo nettamente superiore al precedente. In sala dal 23 novembre.

     

     

    Li avevamo lasciati nel negozio di noccioline appena chiuso, ed è qui che ritroviamo lo scoiattolo Spocchia, il  compagno d’avventure Carlino Sottiletta e il topo Buddy: una vita tranquilla e cibo per tutti. Almeno fino a quando il negozio non esploderà costringendo la bizzarra compagnia di animali a tornare a vivere a Liberty Park. Peccato che le mire espansionistiche del sindaco della città minaccino di trasformare la loro naturale dimora in un luna park. Da qui riparte Nut Job – Tutto Molto divertente che vedrà i protagonisti del primo e poco fortunato capitolo della saga inaugurata da Nut Job, nuovamente all’opera: questa volta la missione sarà riconquistare il proprio parco, una rivolta rocambolesca capitanata da Spocchia al ritmo, nella versione italiana,  di ‘Andiamo a comandare’ di Rovazzi.
    Il risultato è una godibile animazione per il pubblico dei più piccoli, una favola ecologista e sul senso profondo dell’amicizia e della tolleranza.

    Rispetto al primo episodio un vero miracolo: cambiano gli autori, così Carl Brunker (già alla guida dell’apprezzata commedia animata Fuga dal pianeta terra) prende il timone che nel capitolo precedente era stato affidato con scarso successo a Peter Lepeniotis, e con Scott Bindley e Bob Barlen riscrivono storia e personaggi: un lavoro di  oltre due anni “per creare le animazioni, i set, gli oggetti di scena, la musica e tutti gli altri elementi del film”. “Fare un cartone animato – spiega il regista – è un processo lento e ponderato, è stato meraviglioso vedere tutto prendere forma durante la produzione. Penso che questo film sia incredibile, ed è il risultato di tutti gli artisti che ci hanno lavorato”. Un mix di action movie e gags da slapstick comedy che rivitalizzano l’universo di Nut Job, animali versus umani, nel tentativo di ristabilire un ordine naturale delle cose, un mondo in cui le facili scorciatoie cedono il passo al sacrificio: reimparare a procacciarsi il cibo, vivere in un habitat incontaminato e proteggerlo dalle speculazioni umane.
    La sconquassata e stramba combriccola degli animali protagonisti riesce a coinvolgere per ritmo e ironia, la storia non sarà delle più originali, ma non ha altro obiettivo se non quello di intrattenere i giovanissimi. E ci riesce bene dimostrando rispetto al primo episodio una notevole superiorità tecnica, narrativa e stilistica.
    Azzeccata la combinazione con il tormentone pop di qualche estate, entrato ormai nel cuore e nelle orecchie di migliaia di ragazzini.

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    Torino Film Festival 35: Due italiani in concorso. Asia Argento guest director

    Il Festival di Torino (in programma dal 24 novembre al 2 dicembre) ricomincia dalla Mole Antonelliana. È qui infatti che si terrà la serata di apertura con il film di Richard Loncraine Finding Your Feet – Ricomincio da me, una scelta definita dal presidente del Museo del Cinema Laura Milani “di affermazione di un’identità che riparte dalla sede su cui poggerà il prossimo futuro”.
    Commedia brillante sul “non è mai troppo tardi”, racconta la storia della borghesissima Lady Sandra (Imelda Staunton), che si vede crollare il mondo addosso quando scopre che il marito ha da anni una relazione con la sua migliore amica. Lascia tutto e si rifugia dalla sorella Bif (Celia Imrie), un’anticonformista dallo spirito libero che la trascina in una scuola di ballo e le presenta i suoi maturi amici ballerini, tra cui Charlie (Timothy Spall), uno stravagante restauratore di mobili che vive su una barca.
    La numero trentacinque si configura come un’edizione di transizione con la perdita della sala del Lux e 40 film in meno, che non inficiano però la vocazione storica di una manifestazione attenta ai talenti più innovativi, che quest’anno conta 134 lungometraggi, 10 mediometraggi e 25 corti.
    Sono quindici i titoli del concorso “come sempre incentrato sul cinema giovane e alla ricerca dei talenti che esprimono le migliori tendenze del cinema indipendente”; molti Europei, tre dall’Estremo Oriente (Cina, Giappone, Hong Konfg) e due italiani. Il BelPaese si affaccia nella sezione competitiva con Lorello e Brunello di Jacopo Quadri e Blue Kids di Andrea Tagliaferri assistente alla regia di Matteo Garrone.

    Come di consueto torna Festa Mobile, la sezione dedicata ai film inediti in Italia e “che ci sono piaciuti di più in giro per mondo. Temevo che quest’anno ci fosse carenza di film italiani nonostante i 26 presenti a Venezia, invece ne sono arrivati tanti”. Tornano tre simboli del cinema indipendente di casa nostra: Elisabetta Sgarbi con di L’altrove più vicino, tra le suggestioni della vicina Slovenia, Davide Ferrario con Cento anni, un viaggio da Caporetto a oggi tra sconfitte che potrebbero trasformarsi in vittorie, Bruno Bigoni con My War Is Not Over, storia del certosino lavoro di un soldato inglese che sbarcò ad Anzio per dare un nome ai tanti militari sconosciuti sepolti in Italia.  Ma fuori concorso arrivano anche Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini sulle nevrosi sentimentali dei nostri tempi, Tito e gli alieni, diretto da Paola Randi e interpretato da Valerio Mastandrea sulle avventure di due ragazzini napoletani nel cuore del Nevada e tra i segreti della galassia, e infine Balon di Pasquale Scimeca che segue il disperato e coraggioso viaggio di due giovani nigeriani scampati a una strage e in fuga verso il Mediterraneo.
    “Bizzarro che ci siano anche due italiani in After Hours”, dichiara la direttrice Emanuela Martini. Nella sezione horror-thriller, spesso molto sui generis, troviamo infatti Riccardo va all’inferno di Roberta Torre, rilettura musicale contemporanea e psichedelica del Riccardo III di William Shakespeare e Favola di Filippo Timi, tratto dallo spettacolo teatrale omonimo scritto e diretto dall’attore nel 2011.
    Attesi Darkest Hour, ritratto di Winston Curchill, appena nominato primo ministro nel 1940, davanti all’ipotesi della guerra ai nazisti, diretto da Joe Wright e interpretato da Gary Oldman; Kings, sui moti e le tensioni razziali esplosi a Los Angeles nel 1992, vissuti dal punto di vista di una mamma single afroamericana e dei ragazzini di cui si prende cura, diretto da Deniz Gamze Ergüven e interpretato da Halle Berry e Daniel Craig; TheReagan Show, documentario di Pacho Velez e Sierra Pettengill sulla forza comunicativa di Ronald Reagan; e The Florida Project di Sean Baker , il film di chiusura del festival già accolto con grande entusiasmo alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes.

    Molti gli ospiti confermati da Noomi Rapace, protagonista di What Happened to Monday di Tommy Wirkola, a Julian Temple, Filippo Timi, Nanni Moretti, Pablo Larrain (presidente di giuria), e Asia Argento.
    Sarà lei la Guest Director di questa edizione: “Da anni avrei voluto fosse una donna a dirigere questa sezione, –  rivela la Martini – così ho chiamato Asia Argento perché la considero una regista curiosa, interessante e brava fin dal suo controverso debutto con Scarlett Diva, oltre che una donna di cultura, che ha una mano, uno sguardo e un senso della narrazione molto forti e coraggiosi nel panorama dei registi italiani. La sua sezione si chiamerà Amerikana: ne fanno parte film d’epoca che raccontano l’America del profondo, o meglio dello sprofondo, dei poveracci che vivono tra baraccopoli e motel, quella di Paris, Texas tanto per intenderci. È l’America che ha votato Trump”. Si chiamerà Amerikana e comprenderà anche una performance dal vivo con Asia Argento diretta da Bertrand Bonello.
    Fiore all’occhiello la retrospettiva “doverosa” su Brian De Palma: “È uno dei grandi emersi del cinema americano degli anni “60 e “70, un grande autore e laboratorio di linguaggi. I suoi film sono fondamentali per la conoscenza del cinema contemporaneo”, dice la direttrice. Sulla sua presenza al festival non ci conta molto: “Ci spero, ma al momento De Palma è al montaggio del suo ultimo film, Domino”.

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    Roma 2017 – Detroit: Dentro la guerra con Kathryn Bigelow

    La regista di Zero DArk Thirty racconta le rivolte che nel ’67 trasformarono Detroit in un vero e proprio campo di battaglia. Lo fa con  delle sequenze di cinema bellico che riecheggiano i combattimenti di The Hurt Locker. E punta agi Oscar.

     

     

    In The Hurt Locker era una squadra di sminatori dell’esercito americano in missione in Iraq, in Zero Dark Thirty il lavoro di intelligence che portò alla cattura e uccisione di Osama Bin Laden, in Detroit a finire sotto la lente visionaria di Kathryn Bigelow sono le rivolte razziali che infiammarono Detroit tra il 23 e il 27 luglio del 1967. I disordini innescati dall’irruzione della polizia in un locale notturno privo di licenza per la vendita di alcolici, culminarono nella terrificante notte dell’Algiers Motel, dove la polizia torturò e uccise tre giovanissimi afroamericani e ne ferì altri nove, tra cui anche due ragazze bianche. Gli agenti coinvolti non furono mai ritenuti colpevoli, l’arma (forse una pistola giocattolo) mai rinvenuta e il bilancio di quei giorni di saccheggi, pestaggi e sospensione di qualsiasi diritto umano sarebbe stato di 43 morti, tutti ragazzi di colore.

    Da allora sono passati cinquanta anni e su quella notte, fatto sconosciuto ai più almeno oltre i confini statunitensi, la Bigelow decide di farci un film: quasi due ore e mezza di delirio bellico, un racconto in cui le immagini di repertorio si alternano alle scene di finzione girate in sequenza e con camera a mano.
    Dentro la storia, nel corridoio degli orrori, faccia al muro insieme a quei ragazzi, a sentire l’odore di sangue e pallottole, il rumore delle ossa spezzate sotto i calci dei fucili, umiliati, impotenti e agonizzanti.
    La Bigelow e il suo team, Mark Boal in testa che la accompagna dai tempi di The Hurt Locker, raccontano il massacro attraverso la prospettiva di tre dei sopravvissuti: Melvin Dismukes, un agente di sicurezza privata, Larry Reed, cantante di un gruppo emergente, i Dramatics, che, per levarsi dalle strade durante il coprifuoco, aveva prenotato per sé e per il suo amico, Fred Temple, una stanza per la notte al Motel Algiers; Julie Ann Hysell, adolescente dell’Ohio che insieme all’amica Karen Malloy alloggiava al Motel Algiers al termine di una vacanza che le aveva portate a Detroit per sentire un gruppo di R&B.
    Stralci di giornali, reportage radio e tv dell’epoca, materiale investigativo dell’FBI, resoconti e documenti rilasciati dal Dipartimento di Polizia di Detroit e dall’Università del Michigan: tutto viene passato al vaglio insieme alle testimonianze di alcuni superstiti.

    Il film parte da loro, dalla faticosa quotidianità in una città attraversata dalle violente proteste, sventrata dall’arrivo dei Tank dell’esercito, dilapidata dalle bombe e dalle feroci uccisioni, immersa in un calderone che ingoiò vittime e carnefici, poi con l’asciuttezza e la visionarietà che la caratterizza la Bigelow catapulta lo spettatore nei pochi metri quadrati del corridoio dove furono condotti gli interrogatori; comincia una narrazione frenetica e realistica con virtuosi movimenti di macchina e ritmi sincopati, che occuperà tutta la parte centrale della storia.
    Seguirà una seconda parte meno coinvolgente e più composta destinata a raccontare il cammino processuale di quei fatti che non avrebbero mai trovato dei colpevoli. E come nella realtà la regista si guarderà bene dal dare al pubblico un finale che possa essere lontamente consolatorio, perché quei morti possano pesare addosso come macigni, perché alla fine ci si possa chiedere: “Perché? Dove abbiamo sbagliato?”.

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    Festa del Cinema di Roma 2017: Hostiles è il film d’apertura

    Sarà Hostiles di Scott Cooper il film di apertura della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (26 ottobre – 5 novembre 2017). Ad annunciarlo il direttore artistico Antonio Monda che dichiara: “Sono entusiasta di poter inaugurare la dodicesima edizione della Festa del Cinema con Hostiles – ha detto – È un western dalla struttura epica, che parla con profondità di temi eterni, quali la violenza, il male che alligna nel cuore dell’uomo, ma anche la libertà e la possibilità di rinascita: un film importante e coraggioso, ispirato alla tradizione cinematografica di John Ford e a quella letteraria di Cormac McCarthy. Potente e commovente, Hostiles è radicato nella migliore tradizione del cinema americano: un viaggio all’interno del cuore selvaggio del grande paese e delle nostre anime, in cerca della redenzione. Magnificamente diretto da Scott Cooper e straordinariamente interpretato da Christian Bale e Rosamund Pike, ha tutte le qualità per diventare un classico del western e del cinema”.

    Il quarto lungometraggio del regista di Crazy Heart, Out of the Furnace e Black Mass, è un western drammatico e non convenzionale che esplora, con straordinaria intensità, uno dei temi più frequenti e complessi affrontati dal genere: il rapporto con i nativi americani.
    Ambientato nel 1892, il film segue il viaggio di un capitano dell’esercito che scorta un vecchio capo Cheyenne e la sua famiglia fino alla terra natia nel Montana. Nel ruolo dei protagonisti, Christian Bale, che torna a lavorare con Cooper dopo la collaborazione in Out of the Furnace, l’attrice britannica Rosamund Pike e Wes Studi.
    In Italia il film arriverà in sala per Notorious Pictures.

     

     

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