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    Nut Job – Tutto molto divertente: Animali alla riscossa

    Arriva il sequel del primo e poco fortunato “Nut Job”. Cambio ai vertici: Carl Brunker sostituisce Peter Lepeniotis alla regia e firma un secondo capitolo nettamente superiore al precedente. In sala dal 23 novembre.

     

     

    Li avevamo lasciati nel negozio di noccioline appena chiuso, ed è qui che ritroviamo lo scoiattolo Spocchia, il  compagno d’avventure Carlino Sottiletta e il topo Buddy: una vita tranquilla e cibo per tutti. Almeno fino a quando il negozio non esploderà costringendo la bizzarra compagnia di animali a tornare a vivere a Liberty Park. Peccato che le mire espansionistiche del sindaco della città minaccino di trasformare la loro naturale dimora in un luna park. Da qui riparte Nut Job – Tutto Molto divertente che vedrà i protagonisti del primo e poco fortunato capitolo della saga inaugurata da Nut Job, nuovamente all’opera: questa volta la missione sarà riconquistare il proprio parco, una rivolta rocambolesca capitanata da Spocchia al ritmo, nella versione italiana,  di ‘Andiamo a comandare’ di Rovazzi.
    Il risultato è una godibile animazione per il pubblico dei più piccoli, una favola ecologista e sul senso profondo dell’amicizia e della tolleranza.

    Rispetto al primo episodio un vero miracolo: cambiano gli autori, così Carl Brunker (già alla guida dell’apprezzata commedia animata Fuga dal pianeta terra) prende il timone che nel capitolo precedente era stato affidato con scarso successo a Peter Lepeniotis, e con Scott Bindley e Bob Barlen riscrivono storia e personaggi: un lavoro di  oltre due anni “per creare le animazioni, i set, gli oggetti di scena, la musica e tutti gli altri elementi del film”. “Fare un cartone animato – spiega il regista – è un processo lento e ponderato, è stato meraviglioso vedere tutto prendere forma durante la produzione. Penso che questo film sia incredibile, ed è il risultato di tutti gli artisti che ci hanno lavorato”. Un mix di action movie e gags da slapstick comedy che rivitalizzano l’universo di Nut Job, animali versus umani, nel tentativo di ristabilire un ordine naturale delle cose, un mondo in cui le facili scorciatoie cedono il passo al sacrificio: reimparare a procacciarsi il cibo, vivere in un habitat incontaminato e proteggerlo dalle speculazioni umane.
    La sconquassata e stramba combriccola degli animali protagonisti riesce a coinvolgere per ritmo e ironia, la storia non sarà delle più originali, ma non ha altro obiettivo se non quello di intrattenere i giovanissimi. E ci riesce bene dimostrando rispetto al primo episodio una notevole superiorità tecnica, narrativa e stilistica.
    Azzeccata la combinazione con il tormentone pop di qualche estate, entrato ormai nel cuore e nelle orecchie di migliaia di ragazzini.

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  • Roma 2017 – Last Flag Flying: Addio alle armi

    Bryan Cranston, Steve Carell e Laurence Fishburne sono i protagonisti di Last Flag Flying, ultima pellicola di Richard Linklater presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. 

    Perdere per poi ritrovarsi. Il potere dell’amicizia, unico rimedio contro le sfide lanciate dalla vita, raccontato attraverso il cinema delle parole e dei sentimenti, quello di Richard Linklater. Last Flag Flying è la prova più recente del cineasta texano che da Prima dell’Alba a Boyhood ha deliziato le platee del cinema indipendente, pur senza lasciarsi scappare qualche escursione nel mondo più redditizio del film commerciale. Quest’ultima pellicola, interpretata da Steve Carell, Laurence Fishburne e dal Bryan Cranston di Breaking Bad, e presentata in anteprima alla 12esima Festa del Cinema di Roma, rientra sicuramente nella prima categoria, quella che ormai da qualche anno sembra la strada maestra imboccata dal regista.

    Last Flag Flying è la storia di Larry (Steve Carell), che trent’anni dopo il Vietnam cerca la compagnia dei vecchi commilitoni (Cranston e Fishburne) per un’ultima e straziante missione, andare a recuperare la salma del figlio morto in Afghanistan. Il viaggio sarà un’occasione per ritrovarsi, per fare il punto di quello che è stato, ma anche per venire a patti con la perdita e capire quello che sarà.

    Linklater, come sempre anche sceneggiatore, adatta un romanzo di Darryl Ponicsan, ma la sua impronta è chiaramente riconoscibile, sia nella scelta dei temi, che nell’impianto cinematografico. Anche stavolta è un rito di passaggio ad attirare l’obiettivo della telecamera del regista, come pure era successo nella sua precedente uscita, quel Tutti vogliono qualcosa che narrava una tre giorni di festa prima dell’inizio dell’università, una sorta di celebrazione pagana per dare l’addio alle spensieratezze dell’infanzia. In Last Flag Flying il tono è comprensibilmente più mesto, l’età che si affronta è la mezza, e la perdita non è compensata dall’apertura di un orizzonte più ampio. Eppure, anche di fronte alla più tragica delle circostanze, c’è qualcosa, sembra suggerirci il regista. E lo fa grazie alla forze del dialogo e omaggiando gli opposti che coincidono. Lo fa con lo spirito di un cameratismo che supera tutto quello che si può superare, i confini della distanza, le trappole del dolore.

    Si ride in Last Flag Flying. Si ride assistendo alle circostanze grottesche di un amaro road movie. E ci si commuove. Di fronte all’ineluttabile, di fronte allo sguardo smarrito di Steve Carell. Ma poi si ride di nuovo e ci si commuove, grazie agli slanci di uno splendido Bryan Cranston, alla sintonia di tre attori che riescono a dare vita a tre personaggi profondamente umani, ma anche di fronte a un legame che sembra l’unico modo per andare avanti, l’unico modo per affrontare la prova più dura e quello che si trova oltre.

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    Blade Runner 2049: Molto più di un replicante

    Harrison Ford, Ryan Gosling e il regista Denis Villeneuve tornano nella Los Angeles del futuro per Blade Runner 2049, sequel del cult fantascientifico firmato più di 30 anni fa da Ridley Scott. In sala dal 5 ottobre.

    Macchine volanti che planano tra i palazzi di una metropoli intrisa di pioggia. E i suoi abitanti che sgomitano alla ricerca di un’identità, di un posto nel mondo. Sono passati 35 anni da quel 25 giugno del 1982, giorno in cui esordì Blade Runner, noir fantascientifico diretto da un allora astro nascente di Hollywood, l’inglese Ridley Scott. 35 anni di celebrazioni, di edizioni montate e rimontate (in Italia ne abbiamo viste tre, ma sono almeno 8), anni di pioggia che spazza i marciapiedi sugli schermi televisivi, prima analogici poi digitali, su supporti sempre più moderni, dal vhs al bluray di ultima generazione. Il cinema e il mondo sono andati avanti. Eppure la forza di quella Los Angeles umida e logora è ancora là, a portata di cinema. E già dal titolo Blade Runner 2049 prova a ingannarci, perché vorrebbe farci credere che siano passate tre decadi dall’episodio originale, ma l’unica controprova sembrano le rughe di Harrison Ford, uno che nel giro di due anni si è ritrovato a vestire di nuovo i panni dei suoi eroi più famosi e celebrati. I titoli di coda ci svelano che il regista non è più Scott, ma il canadese Denis Villeneuve. Ora come allora, un astro nascente della new wave hollywoodiana, qui alla sua prova più difficile dopo alcuni exploit molto confortanti, da Prisoners a Sicario fino alla poesia fantascientifica di Arrival. Protagonista assoluto però non è Ford ma Ryan Gosling, alla sua prima prova dopo il boom di La la land. Con lui ci sono la cubana Ana de Armas e il trasformista Jared Leto.

    Per gentile richiesta del regista non sveliamo i dettagli della trama. Basti sapere che un poliziotto di nome K (Gosling) si trova per le mani un caso impossibile, un mistero che potrebbe non essere nulla o potrebbe cambiare tutto.

    Lo script – firmato da uno degli sceneggiatori originali, Hampton Fancher, e dal Michael Green di Logan – non si limita a rimestare la materia di cui erano fatti i sogni nel 1982. Blade Runner 2049 ha il coraggio di allargare il campo, di non rinnovare quel gioco di guardie e ladri che solo l’estro registico di uno Scott ai massimi livelli aveva trasformato in un capolavoro di suggestioni. Oggi il mondo di Rick Deckard arriva in sala appesantito dalla tara di uno strascico di devozione che risale fino al secolo scorso. Pensare di affrontarlo con la stessa leggerezza degli esordi sarebbe stato insensato e il film avrebbe finito per cadere nel tritacarne del responso popolare. La storia di Blade Runner 2049 è più matura, come più maturi sono anche i personaggi principali, tutti alla ricerca di una loro identità, in segno di omaggio all’autore originario, quel Philip K. Dick che aveva riempito di dubbi le pagine della sua fantascienza, un genere spesso ammalato di positivismo. Che si tratti di uomini, di androidi, di intelligenze artificiali, di messia veri e presunti, di personaggi e anche solo di spettatori, è indifferente.

    Rick Deckard, l’agente K e tutti gli altri sono anime inquiete che si agitano in un mondo-purgatorio, una città disegnata a china. Cinquanta sfumature di grigio cupo, dove le uniche chiazze di colore sono i neon virtuali di mille pubblicità ingannevoli. Un futuro a due passi dalla distopia, inchiodato sulla pellicola dall’obiettivo magico di Roger Deakins, che riesce difficile non immaginare tra qualche mese sul palco degli Oscar con in mano una statuetta d’oro. È lui il primo alleato di Denis Villeneuve in questa magnum opus dove anche gli stacchi tra una scena e l’altra, (lunghe sequenze di viaggio su scenari cupi, quasi cartoline di un futuro disastro) sono una gioia per gli occhi. E per le orecchie, pure, grazie alla colonna sonora firmata da Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, che suggerisce le note sintetiche dello storico tema di Vangelis senza per forza cadere nella tentazione di un facile citazionismo.

    In America si dibatte se sia Ford a strappare la scena a Gosling o viceversa. Se siano gli sguardi smarriti dell’attore di La la land, quello rabbioso di Ford, la dolcezza artificiale di Ana de Armas, o il messianismo alieno di Jared Leto a catturare lo sguardo dello spettatore. Il protagonista della vicenda artistica è solo uno, però. Denis Villeneuve che riesce nell’impresa titanica di dare una propria voce a un sequel, di trasformare in pietra miliare quello che voleva essere solo un semplice revival. E nella solitudine dei numeri due, nel grande dibattito che mette alla berlina il valore artistico dei secondi capitoli, Il Padrino parte II potrebbe aver trovato un nuovo grande alleato. E in fondo la magia di Hollywood è anche questa. Quella di dare non solo dignità, ma anche un pizzico di magia, a un’idea che aveva probabilmente un solo e unico scopo, quello di far riempire un po’ di tasche.

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    Venezia 74 – Arrivano John Woo e Andrea Segre

    Tre nuovi titoli, presentati in anteprima mondiale, entrano nel cartellone della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (30 agosto – 9 settembre). I tre film che completano il programma sono:

    Zhuibu (Manhunt), è l’atteso ritorno di John Woo al thriller poliziesco che lo ha reso famoso con The Killer e Hardboiled. Remake contemporaneo di un classico giapponese del genere, è la storia di un uomo cinese incastrato per omicidio in Giappone, che tenta di riabilitare il suo nome mentre deve sfuggire alla caccia della polizia giapponese e agli attacchi di misteriosi killer. John Woo (A Better Tomorrow, Face/Off – Due facce di un assassino) ha ricevuto a Venezia il Leone d’oro alla carriera nel 2010. Il film verrà presentato Fuori Concorso.

    L’ordine delle cose di Andrea Segre (Io sono Li, La prima neve) racconta la storia di Corrado, poliziotto di una task force specializzata nella gestione del sistema di controllo dei flussi migratori. Corrado riceve il compito di coordinare una delicata missione in Libia e lì incontra Swada, una donna somala che sta cercando di raggiungere il marito in Finlandia. Il film verrà presentato in Proiezioni speciali.
     
    L’Enigma di Jean Rouch a Torino – Cronaca di un film raté di Marco di Castri, Paolo Favaro, Daniele Pianciola è un documentario che racconta la storia di quello che fu un vero “laboratorio d’idee”, e la nascita del film che ne è derivato: Enigma. Il documentario ricostruisce i due anni che intercorsero tra l’arrivo di Jean Rouch e la conclusione del progetto, attraverso la voce dei suoi protagonisti in dialogo con un materiale straordinario: oltre 20 ore di making of. Il film sarà presentato all’interno della sezione competitiva Venezia Classici – Documentari.

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    Transformers: L’ultimo cavaliere – Robottoni alla tavola rotonda

    Mark Wahlberg, Anthony Hopkins e il regista Michael Bay ci portano di nuovo nel mondo degli Autobot con Transformers: L’ultimo cavaliere, quinto capitolo della saga dedicata ai giocattoli della Hasbro. In sala dal 22 giugno. 

    Robot trasformabili, catastrofi planetarie, eroi ed eroine senza macchia e senza paura. Torna il grand cirque du Transformers che stavolta, oltre alla consueta caciara, si porta dietro anche re Artù, la tavola rotonda, un nobiluomo da Oscar e un maggiordomo robotico. Siamo al quinto capitolo di una saga tra le più fortunate di Hollywood, intitolato Transformers: L’ultimo cavaliere, e oltre al solito serraglio di giganti di ferro ispirati ai giocattoli della Hasbro ci sarebbe un cast di primo piano composto da Mark Wahlberg, John Turturro e Stanley Tucci, più qualche nuova aggiunta, a cominciare dal beniamino dell’Academy Anthony Hopkins e dalla protagonista femminile, l’affascinante attrice britannica Laura Haddock. In cabina di regia, per la quinta volta di seguito, c’è Michael Bay e allora non potranno che essere botti e botte da orbi.

    La trama prende quota direttamente ai tempi di Camelot dove re Artù e compagnia si trovano alle prese con un nemico implacabile e dei nuovi alleati, ma presto si ritorna al presente dove il valoroso leader Optimus Prime viene convinto da una sorta di strega robotica che per salvare il pianeta natio, Cybertron, bisogna distruggere la Terra. A opporsi al piano è un manipolo di valorosi, a cominciare dall’inventore Cade Yeager (Wahlberg), accompagnato dal fido Bumblebee, per finire con la scienziata inglese Vivien Wembley (Haddock), che nasconde un legame con un antico manufatto del passato. A dirigere le fila dei guerrieri anti-apocalisse il nobile Sir Edmond Burton (Hopkins), mentre i malvagi Decepticon, guidati dall’altrettanto malvagio Megatron, non esiteranno comunque a dire la loro.

    La sfida, per lo spettatore distratto, potrebbe essere quella di distinguere un film dei Transformers dall’altro. Ma stavolta più di altre si correrebbe il rischio di commettere una piccola ingiustizia perché, anche solo per il tono generale, L’ultimo cavaliere è abbastanza diverso dai suoi predecessori. Con il capo dei buoni inconsapevole alleato del male, con l’esercito a stelle e strisce schierato contro i protagonisti, e un’apocalisse più inquietante del solito questo quinto capitolo è sicuramente il più dark della saga, pur rimanendo sempre nei rigidi confini dell’intrattenimento per famiglie. Per il resto il fracasso è sempre quello, il quoziente di computer graphics in ogni scena è – se possibile – aumentato e migliorato ma in generale Transformers: L’ultimo cavaliere è un film che sa di non doversi prendere troppo sul serio. Forse perché i tre sceneggiatori (gli Art Marcum e Matt Holloway di Iron Man e il Ken Nolan di Black Hawk Down) e il supervisore Akiva Goldsman si sono resi conto di narrare le gesta di un gruppo di robot alieni che si trasformano in automobili e combattono al fianco di Merlino e re Artù, forse perché l’alleggerimento comico funziona, affidato com’è a tanti personaggi e situazioni, dal comico Jerrold Carmichael, nel ruolo della spalla di Cade, al robot Hound, doppiato in originale da John Goodman, da un cinico Turturro a uno Stanley Tucci nelle vesti di un mago ubriacone. Se la cavano degnamente in questo senso anche Wahlberg e la Haddock che mostrano un’ottima chimica sul set mettendo in scena una serie di spassosi battibecchi.

    In definitiva Transformers: L’ultimo cavaliere è probabilmente uno dei capitoli più riusciti di una saga insensata ma discretamente divertente, confezionata per un pubblico di adolescenti golosi di popcorn e per qualche inguaribile nostalgico che ha voglia di tornare a spolverare i giocattoli dell’infanzia. Peccato solo che gli elementi positivi finiscano per perdersi spesso in quel fracasso che accompagna ogni film di Michael Bay, fracasso che probabilmente era messo lì per coprire gli elementi negativi. E allora si torna alla sfida di cui sopra. Basterà qualche pizzico di novità a far distinguere questo quinto capitolo dai quattro precedenti?

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    Personal Shopper: Kristen Stewart e i fantasmi

    Kristen Stewart è una Personal Shopper che dopo la morte del fratello aspetta un segnale dall’Aldilà. Dopo il premio come miglior regia al Festival di Cannes il film di Olivier Assayas arriva in Italia. In sala dal 13 aprile.

    Riposti i vampiri nel cassetto scocca l’ora dei fantasmi. A quasi dieci anni da Twilight la carriera di Kristen Stewart non ha preso la strada che tutti si sarebbero immaginati. A dimostrarlo, forse definitivamente, è Personal Shopper, un’altra escursione in un cinema che è tutto fuorché mainstream, ma anche un nuovo addentrarsi nell’immaginario del sovrannaturale, seppure lontano da quell’adolescenza patinata ritratta e sedotta da Bella Swan e dagli altri personaggi ideati dalla scrittrice Stephenie Meyer. Diretto da Olivier Assayas e presentato allo scorso Festival di Cannes Personal Shopper è valso al suo autore il premio per la miglior regia, mentre per la Stewart ha segnato la seconda collaborazione con il cineasta francese dopo Sils Maria, dove l’attrice originaria di Los Angeles aveva recitato al fianco di Juliette Binoche.

    La protagonista di Personal Shopper è Maureen (Stewart) che per lavoro compra abiti e accessori per le celebrità che preferiscono non mischiarsi con la folla. È americana ma vive a Parigi, dove pochi mesi prima è morto il fratello gemello. Maureen vorrebbe andarsene ma non riesce a tagliare i ponti con il passato, preferisce attendere un segnale mandato dal fratello dall’aldilà. I due condividevano infatti una misteriosa sensibilità per il mondo degli spiriti. I segnali che arrivano, se di segnali si tratta, sono però inquieti ed enigmatici e sembrano indirizzare la vita di Maureen verso un cambiamento, forse una svolta tragica.

    “Quando ho scritto la sceneggiatura ho pensato subito di proporlo a Kristen. Solo in un secondo momento mi sono reso conto che se non avesse accettato non avrei saputo proprio chi scegliere al suo posto, perché quel ruolo, senza rendermene conto, lo avevo scritto per lei”. Olivier Assayas spiega così la scelta di puntare di nuovo su un’attrice che ha conosciuto il successo del cinema blockbuster ma che poi ha deciso di non limitarsi solo a quello. E così dopo Twilight e Biancaneve e il Cacciatore sono arrivati anche l’On the Road di Walter Salles, Equals di Drake Doremus, il Billy Lynn di Ang Lee e i film con Assayas. “Qualche anno fa conobbi Robert Pattinson – racconta il regista francese – Cercavo degli attori americani per un film a cui lavoro da tempo. Lui e la Stewart, che all’epoca stavano insieme, mi furono segnalati da un mio amico produttore. Mi fecero un’ottima impressione e anche se poi il film con Pattinson ancora non sono riuscito a girarlo è finita che ho lavorato due volte con Kristen”.

    E in effetti la Stewart è fasciata in un ruolo che le calza a pennello, un personaggio inquieto che mostra una facciata a tratti androgina, quasi a prendere le distanze dalla bellezza costruita delle celebrità o da quel mondo dell’alta moda che bazzica solo per conto di altri. Una repulsione che è però anche attrazione, ed è solo il primo segnale di un subconscio inquieto contrapposto al contegno esteriore. Del resto “un film che affronta il tema del sovrannaturale affronta il tema del subconscio. Non so se credo al sovrannaturale, di sicuro credo all’inconscio”, chiosa il regista. E questa ambivalenza prende forma in alcuni elementi secondari che sono tra i passaggi più affascinanti del film, come la riflessione sul rapporto tra spiritismo ed arte, che passa attraverso il racconto degli ultimi anni di Victor Hugo o la messa in scena delle opera della pittrice medium Hilma af Klint.

    Ma quelli dell’arte non sono gli unici misteri che affiorano dalla superficie di Personal Shopper. Dalle inquietudini del primo M.Night Shyamalan fino alla concitazione del pre-finale che richiama alla mente il più classico dei classici, Alfred Hitchcock, le fonti a cui ha attinto Assayas sono tante. Eppure in questo collage che prende a prestito le suggestioni del fantasy rifiutando la categoria di genere c’è anche e soprattutto la voglia di manipolare la materia altrui senza però imitarla. “Quando faccio un film – conferma il regista – cerco di non fare un film che è stato già fatto e quindi evito di rifarmi a qualche regista in particolare”. Il risultato finale è che Personal Shopper vive momenti di grande ispirazione, mentre sottotraccia scorre il filo di una sottile inquietudine alimentata da una delle prove più convincenti di Kristen Stewart, vero centro magnetico del film. E se quelle rare volte in cui fa capolino la computer graphic tradisce forse il disagio del regista ciò non toglie che la sensazione principale è che il film sia superiore alla somma delle sue parti.

     

     

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    Etiquo Film project: Il cinema italiano punta sui giovani talenti

    Dieci cortometraggi in un film. Nasce Etiquo Film Project, ambizioso progetto cinematografico che partendo da un concorso per soggetti e sceneggiature di corti, ognuno della durata di 10 minuti circa, punta a rompere la tradizionale circuitazione dei corti all’interno dei soli ambienti festivalieri, per aprire invece la strada della fruizione sul grande schermo. Come? Attraverso un percorso di selezione affidato in una prima fase a una giuria di professionisti del settore (il regista e sceneggiatore Aurelio Grimaldi, la scenografa Claudia Vaccaro e la produttrice Caterina Nardi) presieduta da Gianmarco Tognazzi e che avrà il compito di scegliere 80 progetti, tutti scritti e realizzati da giovani under 35.
    Successivamente gli autori dei corti selezionati verranno contattati per iniziare il processo produttivo, mentre al termine delle riprese e della postproduzione, avrà inizio il secondo step del concorso: proiezioni riservate ai fan del progetto che dovranno scegliere le 10 storie destinate a dar vita al lungometraggio finale.  Sulla scia della grande tradizione italiana dei film a episodi, come I mostri di Dino Risi, e con un unico fil rouge: il tema “I Giovani e il Denaro. Etica, Equità ed Educazione Finanziaria”.
    Un’iniziativa a caccia di libertà creativa e nuovi talenti, nata dal produttore e distributore Pete Maggi che ci tiene a spiegare: “Abbiamo cercato di mettere meno paletti possibili; credo che nel nostro paese ci sia un problema culturale e antropologico, che è quello di non consentire ai giovani l’accesso alla creatività mettendo lacci e laccetti burocratici di vario tipo”. Pronto al lungo lavoro di selezione anche Tognazzi, presidente di giuria: “E’ un modo per ricominciare a fare sistema in un paese in cui quello che una volta era industria è diventato artigianato di lusso”, commenta.

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    American Crime Story: Lady Gaga non sarà Donatella Versace

    Niente Donatella Versace per Lady Gaga. La regina del pop, come era stato annunciato qualche mese fa anche da noi, avrebbe dovuto interpretare la stilista italiana nella terza stagione di American Crime Story, che racconterà l’omicidio del fratello Gianni compiuto nel 1997 da Andrew Cunanan.
    A smentire la notizia di una sua presenza nel cast della serie, lo stesso produttore Ryan Murphy durante il consueto appuntamento con i Television Critics Association.

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    Captain Fantastic: Il dilemma dell’utopista

    Viggo Mortensen interpreta un hippie padre di sei figli alle prese con la sua piccola utopia. Captain Fantastic, di Matt Ross, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma.

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    Un padre, sei figli, una foresta, una libreria e il sogno di una vita diversa. Captain Fantastic non è il nome di un supereroe sebbene la sua parabola, intrecciata di assoluti, non sia priva di un certo eroismo. Captain Fantastic è l’ultimo personaggio portato sullo schermo da Viggo Mortensen, uno che dal Signore degli Anelli a History of Violence di eroi se ne intende, ed è anche il titolo del film scritto e diretto da Matt Ross, attore di serie tv con velleità da regista, qui al suo secondo lungometraggio.

    Presentato nella selezione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma, in collaborazione con Alice nella Città, Captain Fantastic racconta la storia di Ben Cash (Mortensen), padre di sei figli, che ha deciso di rinnegare lo stile di vita americano e di ritirarsi nei boschi, dove al posto della consueta dieta di videogame e fast food, i figli sono sottoposti a un addestramento da survivalist ma anche a un’educazione culturale fuori dalla norma, a colpi di Noam Chomsky, di classici della letteratura e di trattati sulle grandi teorie scientifiche. A rompere l’idillio è però una notizia tragica, la morte della madre ricoverata da tempo in una clinica cittadina, che costringerà la famiglia Cash a un confronto con il loro passato e con il loro futuro, con i familiari di città, con le loro contraddizioni.

    Quello che lo stesso Mortensen ha definito “un road movie fisico e soprattutto spirituale” inizia col brio della commedia ma anche quando sceglie le note agrodolci non lo fa mai in maniera prevedibile. Ross, autore anche della sceneggiatura che prende spunto dalla sua infanzia vissuta in certe comuni rurali della California, non divide l’immaginario di Captain Fantastic in buoni e cattivi e sottolinea le contraddizioni di tutte le americhe descritte, quella delle campagne, l’America dei sobborghi, l’America dei ricchi conservatori. I figli di Ben sono addestrati a riflettere, ad avere una coscienza politica, hanno una forma invidiabile e guardano con stupore i clienti sovrappeso di un diner, ma sono completamente privi di qualunque spirito sociale, pensano che Nike sia solo il nome della dea vittoria e sono stati addestrati all’uso delle armi già in tenera età. Qual è lo stile di vita più giusto? Qual è il modo migliore per educare i propri figli? Captain Fantastic non ha l’arroganza di voler dare risposte ma ha la potenza di instillare i dubbi, in un meccanismo narrativo solido che neanche una certa ridondanza di scene finali riesce a scardinare.

    Mortensen, dopo l’Aragorn del Signore degli Anelli, dopo i protagonisti dei film di David Cronenberg, sceglie un altro splendido personaggio, quello di un hippie anti-sistema che si trova di fronte a una scelta impossibile, quello di un uomo che non accetta una società profondamente sbagliata ma che si rende conto a poco a poco che la vita non può essere costretta dai vincoli di un’utopia. Captain Fantastic è un film profondo come il suo protagonista, un eroe imperfetto che più lontano non si può dai “colleghi” in mantello e maschera.

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    TFF34 – Clash: Il Cairo in un blindato

    Clash di Mohamed Diab ci porta nel caos della rivoluzione che sconvolse il Cairo e l’intero Egitto. Il film, candidato dall’Egitto alla corsa agli Oscar, dopo il passaggio a Cannes esordisce in Italia al Torino Film Festival.

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    Piazza Tahrir inondata di gente se la ricorda bene, perché nei giorni della rivoluzione che avrebbe portato alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak e in quelli delle rivolte che negli anni successivi avrebbero trascinato il paese in una guerra civile lui era lì. Ma Hany Adel forse non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi qualche anno dopo a interpretare uno dei protagonisti di Clash, che segna al Torino Film Festival solo una delle tappe che dopo Cannes, dove è stato presentato come film d’apertura dell’Un Certain Regard, lo accompagneranno nella sua marcia verso l’America. Il film di Mohamed Diab, il regista che si era fatto già apprezzare al suo esordio nel 2010 con Cairo 678, è infatti il candidato dall’Egitto nella corsa agli Oscar per il miglior film straniero. Strano destino per una pellicola inizialmente contestata in patria, dove prima della sua uscita “molti canali tv senza neanche averlo visto lo accusavano di essere antigovernativo e contro il paese. Tre settimane fa però il film è arrivato nelle sale ed è piaciuto molto”.

    Hany Adel interpreta una delle 23 persone caricate su un furgone della polizia durante le rivolte al Cairo nel 2013, due anni dopo la rivoluzione ed è all’interno di questo abitacolo che si sviluppa l’intero film di Diab. Un punto di vista privilegiato con piccole incursioni sul ‘fuori’ devastato da violenti scontri mentre ‘dentro’ una variegata umanità (un anziano padre e sua figlia, una famiglia, un giornalista e un fotografo, gruppi di amici, adolescenti e bambini tutti divisi tra Fratelli Musulmani e sostenitori dell’esercito) dovrà cercare di superare le proprie divergenze politiche e religiose se vorrà sopravvivere alla furia che divampa tutto intorno.

    “Ognuno di loro appartiene a mondi diversi – ci racconta l’attore, a Torino per presentare il film – ha punti vista differenti sulla politica e sulla società, ma ogni volta cercherà di confrontarsi fino a quando non troverà una via di uscita. Sono la dimostrazione che quando riusciamo a superare le nostre divergenze di opinioni è possibile fare uno sforzo comune per trovare una soluzione”.

    Girare in uno spazio così limitato non è stato affatto semplice con una sola videocamera, un operatore addetto alle riprese sul posto – che era lo stesso direttore della fotografia – e un altro che da remoto si occupava della messa a fuoco, niente effetti speciali e nessun materiale d’archivio: bastava il fatto che “tutti i componenti della troupe avevano vissuto i giorni della rivoluzione e ciascuno di noi ne conosceva dettagli e immagini”. Ci sono voluti tre mesi di prove “in una specie di scatola molto simile all’ambiente del furgone dove poi avremmo girato la maggior parte del film”.

    Il viaggio di Clash procede per alternanze tra l’interno del blindato e le strade del Cairo invase dai manifestanti e assediate da scene di guerriglia urbana tra fazioni opposte, un viaggio delirante e confuso dov’è sempre più difficile capire chi c’è dall’altra parte della barricata. Un’implosione riprodotta nell’angusto spazio del furgone dove ad ogni lite, ad ogni scontro sembrerà spesso prevalere un comune spirito di sopravvivenza, che a volte si dimostra capace di andare oltre qualsiasi dogma religioso o convinzione politica. Salvo precipitare l’attimo dopo nuovamente nella follia dello scontro.

    Mohamed Diab ha il grande merito di essere riuscito a convogliare tra le quattro pareti di un furgone il caos e le violenze di quei giorni, ponendoli alla base di molte delle più oscure conseguenze consegnate alla Storia recente: non è un caso ad esempio che alcuni personaggi valutino l’ipotesi di unirsi agli estremisti siriani una volta che le rivolte saranno finite, “perché questa è solo una tappa”. Diab non ha problemi ad ammetterlo e a chi tempo fa gli chiedeva quale connessione ci fosse tra i Fratelli Musulmani e Daesh, il regista rispondeva: “La risposta è nel film: l’esposizione alla brutalità e alla violenza portano alcuni personaggi a considerare la possibilità di raggiungere i combattenti siriani. Ed è quello che sta succedendo in Egitto: i fratelli Musulmani sono al collasso, e così molti giovani li abbandonano e si uniscono a Daesh”. Crudo e profondamente realistico, Clash finisce per essere uno dei più lucidi e umani ritratti di una realtà molto complessa, che vive di sfumature e che né le immagini raffazzonate e devianti dei media, né la forza di un documentario avrebbe potuto descrivere meglio.

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