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    En Solitaire: Vittorie condivise

    Una convincente opera prima. Ad aiutare l’esordiente regista un attore del calibro di Cluzet (Quasi amici). 

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    Un regista alla sua opera prima, un attore di grande livello e la bellezza dei panorami naturali.
    Sono queste le componenti predominanti di una pellicola convincente come En Solitaire di Christophe Offenstein. Girato per gran parte in acqua, su una barca da regata, la pellicola poggia la sua struttura sulle spalle dell’attore francese François Cluzet, famosissimo in Patria e noto al pubblico internazionale per l’interpretazione straordinaria del paraplegico di Quasi amici.
    Cluzet non è mai scontato ed ama mettersi alla prova: non a caso in questa pellicola interpreta il ruolo di un esperto skipper di regate. I movimenti sulla barca a vela sono studiati e precisi, l’attore francese ammaina le vele, tira le corde e scivola da una parte all’altra con una sorprendente disinvoltura.
    Attore – bravo – a parte, En Solitaire è una straordinaria avventura a barca a vela, attraverso le tempeste e le meraviglie degli oceani, e i tramonti sul mare.
    L’estetica è coadiuvata dalla sostanza: la pellicola dell’esordiente regista – con alle spalle una lunga carriera come ‘primo assistente’ – affronta l’importante tematica sociale degli sbarchi clandestini, più che mai alla ribalta delle cronache italiane proprio in questo periodo.
    Cluzet, in corsa per il primo posto di una regata internazionale attraverso il giro del mondo, si ritrova inavvertitamente un clandestino a bordo, un ragazzo diciassettenne che sogna Parigi.
    Cosa deve fare? Abbandonarlo sulla prima riva o aiutarlo?
    Nonostante siano i buoni sentimenti a farla da padrone, En Solitaire riesce a portare sul grande schermo una storia più che mai piacevole, scorrevole e commovente.
    E’ davvero possibile un mondo diverso? E’ davvero possibile aprirsi e sacrificarsi per gli altri?
    Offenstein ci fa ben sperare, offrendoci una possibilità.
    Cosa avremmo fatto al suo posto? Pensate gente, pensate.

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  • Solo Anna: Roma rende omaggio ad Anna Magnani

    Sono trascorsi 40 anni dalla morte di Anna Magnani. L’attrice romana interprete di pellicole che hanno segnato un’epoca nella storia del cinema italiano, da “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini a “ Roma Città Aperta” di Roberto Rossellini o “Bellissima” di Ludovico Visconti e che più di tutti ha incarnato la romanità insieme ai colleghi Alberto Sordi e Aldo Fabrizi, si spense il 26 settembre 1975 all’età di 65 anni.
    La Magnani, attrice simbolo del neorealismo e Premio Oscar come miglior attrice protagonista nel 1956 per “La rosa tatuata” sarà ricordata con “Solo Anna”, un monologo di 50 minuti tratto dal testo teatrale di Franco D’Alessandro, “Roman Nights”, e interpretato da Lidia Vitale.
    Lo spettacolo che è già stato rappresentato per la prima volta a Los Angeles nel marzo 2012  presso l’Istituto Italiano di Cultura sbarcherà a Roma il 15, 16 e 17 novembre presso l’UTS- il Teatro Studio dell’Upter, e al San Marino Film Festival giovedì 21 novembre.
    Diretto da Eva Minevar, “Solo Anna” si avvale dell’ottimo successo di critica ottenuto dall’interpretazione della Vitale, premiata con il Premio Anna Magnani nel 2012 e il Premio Enriquez nel 2013.
    Già famosa per aver recitato in “La Meglio Gioventù”, “La doppia ora”, “La bellezza del somaro”, “Tutti contro tutti”, “I nostri ragazzi” l’attrice sarà protagonista in questi giorni dell’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, dove nella serata di lunedì 11 novembre, all’Auditorium Parco della Musica, presenterà “La santa”, il suo ultimo film  diretto dal regista Cosimo Alemà.

    Mariangela Di Serio

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    Machete Kills: Torna l’anti-eroe che viene dal Messico

    Danny Trejo impugna di nuovo il machete nel seguito della celeberrima saga di Robert Rodriguez.

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    Si era capito subito dal poderoso finto trailer (utilizzato per far presagire all’orizzonte un più che certo terzo capitolo) che “Machete Kills” sarebbe stato un film “loco” sotto tutti i punti di vista. Anche in questo lavoro Robert Rodriguez si diverte a ribaltare quelle realtà cinematografiche che da sempre adora, farcendole con la sua solita “salsa messicana piccante” utile a vivacizzare un contesto tanto grottesco quanto surreale.
    È innegabile il piacere e il divertimento nell’assistere ad una serie di assurde situazioni che in qualche modo sollecitano lo spettatore a spassarsela in platea. Mostrare oggettistica kitsch come tanga killer o pistole laser in mano ad artisti o volti noti come Mel Gibson, Michelle Rodriguez, Sofia Vergara, Antonio Banderas, Lady Gaga, Cuba Gooding Jr o Tom Savini riesce ad assuefare profondamente lo spettatore calandolo in un immediato stato di totale incredulità per ciò che sta per vedere.
    Poi c’è lui, Danny Trejo, oramai feticcio di Rodriguez, diventato un anti-eroe del post moderno. Il fascino del personaggio di Machete sta nel suo pseudo-autismo indotto, che contrasta come un muro di gomma il resto del mondo, e in tutta la sua secca quotidianità, fatta di pregi e difetti. La comicità involontaria derivante dalla totale naturalezza del personaggio rende Machete un inscalfibile prototipo per chiunque. Quello che però lascia l’amaro in bocca, è la troppa enfasi demenziale che Rodriguez attua nel suo film, lesiva ed a tratti impossibile anche per lo spettatore di larghe vedute. Non basta “sbronzare” lo spettatore con follie audio-visive per rendere il prodotto osannato quanto il celeberrimo primo capitolo.
    E’ sbagliato pretendere che per tutto il minutaggio lo spettatore si faccia giocare dal “cinema dell’assurdo” di Rodriguez. Quello che manca a “Machete Kills” è quell’alternarsi di comicità trash/tinture drammatiche filo-sociali, percepite ed apprezzate in “Machete”. La scelta di Rodriguez di incentrare il film esclusivamente sulla demenzialità semi-parodistica costituisce un autogol clamoroso. Non è bello vedere un regista di questo calibro cimentarsi in un “cinema di confine”, limitatamente apprezzato, come se fosse un Mike Myers (e non me ne voglia il buon Micky) alle prese col suo nuovo capitolo di “Austin Powers” (tra l’altro in procinto di uscire nel 2014). La speranza è che Rodriguez abbandoni questo “cinema che non è cinema” il prima possibile, anche se il presagio del terzo capitolo aleggia minacciosamente…

    Alessio Giuffrida

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    Fuga di cervelli: Paolo Ruffini ‘sfigato’ a Oxford

    Dal piccolo schermo al cinema: Paolo Ruffini arriva in sala dal 21 novembre con “Fuga di cervelli”, una commedia dagli ingredienti giusti, ma senza carattere.

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    L’esordio alla regia di Paolo Ruffini è dedicato, secondo quanto affermato dal regista stesso, ai nerd, agli “sfigati” che sognano di stare con la ragazza più bella della classe e che fanno gruppo con altri nerd per superare le loro timidezze e paure. Detto così “Fuga di cervelli” si presenta come un film davvero interessante nel panorama cinematografico di questo tiepido autunno. In realtà di interessante sembra non esserci davvero nulla: o meglio, gli elementi ci sono, ma sembra proprio che siano stati inseriti alla rinfusa così da creare non una per
    fetta alchimia, ma solo un’accozzaglia di materiale che non riesce a strappare nemmeno un sorriso.
    Remake della pellicola campioni di incassi in Spagna, “Fuga de Cerebros”, nel film di Ruffini si sente l’influenza di film come “American Pie” o “Una Notte da Leoni”, che di sicuro non rappresentano un limite, ma il novello regista è ben lontano da ricalcarne le orme. Lo scambio di battute: “Mica aspetterai lui?” – “Lui chi?” – “Stocazzo!”, fa sorridere la prima volta che viene pronunciata. Ma dopo essere stata ripetuta in quasi tutte le scene, le labbra non si scomodano neppure ad accennare un sorriso.
    L’espediente della “scoreggia”, poi, che poteva far fare grasse risate nei cari e vecchi college movie anni ’90, viene sprecato in un calderone senza senso che non arriva mai ad ebollizione.
    E se questo doveva essere anche il film d’esordio della stella del web Frank Matano, la sua interpretazione lascia il tempo che trova, regalandoci una macchietta che si fa prima a dimenticare. D’altro canto non spiccano neppure gli altri membri del cast (nonostante ci siano interessanti premesse, soprattutto televisive) e lo stesso Ruffini, che interpreta Alfredo, ci regala un personaggio che perde la sua carica empatica per diventare quasi insopportabile.
    Bello il discorso che il protagonista Emilio (Luca Peracino) fa ai suoi amici dopo aver trascorso una serata davvero movimentata al ristorante con i genitori della ragazza che segretamente ama, Nadia (Olga Kent): una piccola fiamma che sembra annunciare un’evoluzione della storia davvero coinvolgente. Ma poi, come accade a tutte le fiammelle quando sono alimentate da uno stoppino troppo corto, anche questa si spegne.

    Augusto D’Amante

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    Gli Abiti del Male: i sette vizi capitali secondo Matteo Tarasco

    L’unico peccato è non avere vizi. Questo è il leitmotiv dello spettacolo ideato da Matteo Tarasco, regista teatrale emergente che ha saputo brillantemente mettere in scena (lo scorso 31 ottobre tra gli spazi di Visiva – Città del’immagine a Roma) i sette vizi capitali ne “Gli Abiti del Male” dirigendo sette attrici, ognuna delle quali ha interpretato un peccato diverso. Viviana Altieri, Elvira Berarducci, Linda Gennari, Natalia Giro, Maria Cristina Maccà, Giulia Santilli e Chiara Spoletini sono state perfette nel dare il volto ai vizi capitali, cogliendone le caratteristiche fondamentali e coinvolgendo gli spettatori in un percorso di crescita e di introspezione lungo il quale mettersi a nudo esplorando i lati più oscuri del loro animo.

    Matteo Tarasco, già noto per aver lavorato al fianco di Gabriele Lavia, Mariano Rigillo, Monica Guerritore, Giuseppe Cederna, Jerzy Sturh, Laura Lattuada, Simona Marchini e Tullio Solenghi, regista di più di venti spettacoli – tra i quali l’ “Odissea” di Omero, versione integrale di 18 ore, la “Bisbetica Domata” di Shakespeare, per un cast di soli uomini, le “Nozze di Figaro” di Beaumarchais, “Quando si è capito il giuoco” di Pirandello, “Le Affinità Elettive” di Goethe, “Il Burbero Benefico” di Goldoni, “Alice” con Romina Mondello – ha realizzato in collaborazione con il fotografo Pino Lepera una performance interattiva della durata di 15 minuti circa, che si è ripetuta durante la serata dello scorso giovedì 31 ottobre, coinvolgendo gruppi di 10/15 persone alla volta nella visione dello spettacolo. Gli ampi spazi di Visiva, la città dell’immagine hanno saputo accogliere e condurre gli spettatori in un labirinto di sensazioni tattili, olfattive, uditive e visive attraverso le stanze e corridoi dove le sacerdotesse del male si sono esibite ammaliando e suscitando emozioni nuove ed una spontanea propensione al peccato.

    Mariangela Di Serio

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  • Soap opera: via alle riprese del nuovo film di Alessandro Genovesi

    Sono iniziate lunedì 28 ottobre a Cinecittà le riprese di “Soap Opera” la nuova commedia di Alessandro Genovesi, che torna dietro la macchina da presa dopo i successi di “La peggior settimana della mia vita”e “Il peggior Natale della mia vita”.
    Sette settimane di riprese negli storici studios, durante le quali Genovesi torna sul set con il suo attore feticcio Fabio De Luigi accompagnato questa volta da Ricky Memphis, Cristiana Capotondi, Diego Abatantuono, Chiara Francini, Elisa Sednaoui, Ale e Franz e Caterina Guzzanti.
    Il film racconta racconta gli odi, gli amori, gli equivoci, gli intrecci e le complicate traiettorie emotive che collegano tra di loro i bizzarri abitanti dello stesso palazzo, a poche ore dal capodanno.

    Francesco (De Luigi) ancora innamorato della ex Anna (Capotondi) che scopre essere incinta, Paolo (Memphis) che aspetta un figlio dalla moglie, ma viene assalito da dubbi in merito alla propria sessualità, la bellissima Francesca (Sednaoui) il cui ex fidanzato si è appena suicidato, Alice (Francini) star di una nota soap opera televisiva e con la passione per gli uomini in divisa, Gianni e Mario (Ale e Franz), gli esilaranti fratelli legati strettamente da un incidente che costringe uno dei due su una sedia a rotelle e l’altro ad accudirlo, vivranno una notte piena di colpi di scena, alla fine della quale la vita di tutti si ritroverà irrimediabilmente cambiata.
    Prodotto da Maurizio Totti e Alessandro Usai per Colorado Film in collaborazione con Medusa Film, “Soap Opera” arriverà nelle sale nel 2014 distribuito dalla stessa Medusa.

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    Anime nere: primo ciak del nuovo film di Francesco Munzi

    Primo ciak in Aspromonte per il nuovo film di Francesco Munzi. Le riprese di “Anime nere”, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, sono iniziate lo scorso 29 ottobre; Munzi torna così alla regia dopo i pluripremiati “Saimir” e “Il resto della notte”.
    Una terra inesplorata e inaccessibile, quella dell’Aspromonte e della Locride, luoghi che diventano protagonisti del film: “La geografia dell’ambiente è un tutt’uno con quella interiore dei personaggi. – dichiara il regista  –  I percorsi tortuosi della montagna, tra luci e ombre, sono gli stessi che accompagnano lo svolgersi della vicenda nell’anima dei protagonisti”.
    “Anime nere” è la storia di una famiglia criminale, vista dall’interno, negli aspetti più emotivi e contraddittori, che si spinge fino agli archetipi della tragedia greca. In una dimensione sospesa tra l’arcaico e il moderno, si svolge il racconto di tre fratelli, che dal Sudamerica, e dalla Milano della finanza, sono costretti a tornare, nel paese natale, sulle vette selvagge della Calabria per affrontare i nodi irrisolti del passato.
    Nel cast Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Anna Ferruzzo e la partecipazione di Barbora Bobulova – oltre ai ragazzi Giuseppe Fumo e Pasquale Romeo per la prima volta sullo schermo, scelti tra centinaia di giovani calabresi aspiranti attori che si sono presentati ai provini.
    Prodotto da Cinemaundici con Rai Cinema, coprodotto da Babe Films e con il contributo del Mibac e di Eurimages, il film sarà distribuito nelle sale da Good Films.

     

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    TFF 2013: 8 1/2 di Fellini in versione restaurata

    Il Torino Film Festival svela un altro titolo del suo cartellone. Mercoledì 27 novembre nell’ambito della manifestazione in programma dal 22 al 30 novembre, sarà la volta  dell’anteprima mondiale di un prestigioso restauro digitale: “8 1/2” di Fellini, uno dei massimi capolavori della storia del cinema, torna in sala in una versione a 2K, realizzata dai laboratori DeLuxe Digital Roma, a partire dal negativo originale.
    Premio Oscar per il miglior film straniero e per i migliori costumi, fonte di ispirazione per i registi di tutto il mondo e punto di svolta nella storia del cinema, “8 1/2” è fotografato da Gianni Di Venanzo in una magistrale bianco e nero, che oggi sarà possibile apprezzare di nuovo in tutto il suo splendore.
    Marcello Mastroianni vi interpreta Guido Anselmi, regista in crisi ossessionato dai fantasmi del passato e da molteplici figure di donne: la moglie Anouk Aimée, l’amante Sandra Milo, l’attrice Claudia Cardinale, l’inquietante Barbara Steele, Rossella Falk e tante altre. Sogno e realtà si intrecciano, durante un periodo di riposo alle terme, sulle musiche indimenticabili di Nino Rota.
    Il restauro di “Fellini 8 1/2” segna l’inizio di una collaborazione tra la Cineteca Nazionale e Rti-Gruppo Mediaset, proprietaria di una delle più importanti library cinematografiche italiane, per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio filmico nazionale.

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    Thor – The Dark World: ‘Martello’, come here

    A due anni dal primo lungometraggio torna l’allegra banda asgardiana targata Marvel in un fantasy ritmato e spettacolare cucito addosso ai bicipiti di Chris Hemsworth. Dal prossimo 20 novembre al cinema.

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    Archiviati i successi globali di “The Avengers” e “Iron Man 3” la Marvel entra nel vivo della sua cosiddetta fase 2 portando sugli schermi “Thor – The Dark World”, seconda valorosa impresa del dio asgardiano che veste le spoglie mortali della rising star Chris Hemsworth. Ad accompagnarlo troviamo ancora la scienziata Natalie Portman, l’Odino Anthony Hopkins, il Loki Tom Hiddleston e tutti gli altri, ai quali si aggiunge un bastimento carico di dollari per un budget di parecchio superiore ai 150 milioni del primo film (il dato ufficiale non c’è ma si parla di almeno 50 milioni in più). A non tornare invece è il regista Kenneth Branagh che di fronte a un impegno molto più probante, vista la complessità degli effetti speciali messi in campo, ha deciso di passare la mano.

    Al timone, dopo un po’ di tergiversare, c’è finito Alan Taylor, nome noto soprattutto nel mondo della tv, che negli ultimi anni è stato tra i principali artefici del successo del serial “Il trono di spade”. La scelta si è rivelata particolarmente azzeccata perché al contrario del suo fratello maggiore (intitolato semplicemente “Thor”, anno 2011) “The Dark World” rinuncia al canone dell’avventura supereroistica e punta dritto a un mix di fantasy e fantascienza, con battaglie campali, elfi scuri ma anche viaggi dimensionali e duelli aerei tra caccia in stile Star Wars, senza però farsi mancare qualche strizzatina d’occhio e qualche cameo a sorpresa giusto per ricordare che sempre di supereroi si tratta.

    E uno dei grandi meriti della sceneggiatura firmata da Christopher Yost, Christopher Markus e Stephen McFeely è proprio quello di rompere il vincolo che legava il protagonista alle situazioni quotidiane del pianeta Terra e di allargare l’obiettivo ai nove regni fantastici della mitologia nordica, puntando così sulla spettacolarità e sul ritmo.
    Una considerazione a parte merita invece la scelta dei toni da commedia che tanto distinguono, specie da qualche tempo, i prodotti Marvel-Disney da quelli dei concorrenti Dc-Warner (“Il Cavaliere Oscuro” e “L’Uomo d’Acciaio” prima di tutti). Se l’umorismo a tratti demenziale – affidato per lo più allo scienziato svitato Stellan Skarsgård e alla stagista Kat Dennings – certo contribuisce a stemperare ogni possibile accenno di magniloquenza, a volte però dà la sensazione di essere una tassa da pagare alla Disney e a quello che è da sempre il target di riferimento di casa, i più piccoli.

    Quanto al cast invece Hemsworth e la Portman sono una gioia per gli occhi e oltre alla faccia e al fisico ci mettono nome e talento, le spalle comiche ci mettono la verve, gli asgardiani Hopkins, Idris Elba e Rene Russo i toni epici e la solennità, mentre il cattivo Christopher Eccleston non riesce a trasmettere troppo carisma, appesantito com’è da un trucco eccessivo (per lo più in Cgi). Il vero mattatore però è Hiddleston che incarna perfettamente l’unico personaggio, Loki, che trascende la semplice dicotomia tra buoni e cattivi, alternando amore, odio, sotterfugio e ironia, in un mix che ha spinto i fan a chiedere alla Marvel un film dedicato solo a lui.

    Marcello Lembo

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