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    Nomadland: Il nuovo West

    Vincitore del Leone d’Oro alla 77° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva in sala (dal 29 aprile) il film di Chloe Zhao che esplora un nuovo concetto di frontiera nell’America contemporanea.

    Dopo il collasso economico di una città aziendale nel Nevada rurale, Fern carica i bagagli sul proprio furgone e si mette in strada alla ricerca di una vita fuori dalla società convenzionale, come una nomade moderna. Terzo lungometraggio della regista Chloé Zhao, Nomadland è interpretato da una straordinaria Frances McDormand e dai veri nomadi Linda May, Swankie e Bob Wells nel ruolo di mentori e compagni di viaggio di Fern durante la sua esplorazione attraverso i vasti paesaggi dell’ovest americano.
    Un ritratto panoramico dello spirito nomade americano, che segue il flusso della manodopera migratoria stagionale, Nomadlad è un road movie sul nostro tempo. Vincitore del Leone d’oro alla 77° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e premio Oscar per il miglior film è un’istantanea dello splendore dell’ovest americano, dalle Badlands del South Dakota al deserto del Nevada, fino al Pacific Northwest, attraverso gli occhi della sessantunenne Fern, interpretata da Frances McDormand; è stata l’attrice a coinvolgere nel progetto Zhao, colpita dal suo precedente film, The Rider – Il Sogno Di Un Cowboy. Insieme hanno creato il ritratto di una donna, che ha perso suo marito e tutta la sua vita precedente, dopo che la città mineraria in cui viveva è stata sostanzialmente dissolta. Ma durante il suo percorso, diventa più forte e trova una nuova vita. Fern trova la propria comunità nei raduni tra nomadi a cui partecipa, che comprendono Linda May e Swankie (due autentiche nomadi che interpretano loro stesse), nella forte amicizia con Dave (David Strathairn), e nelle altre persone che incontra durante il suo viaggio. Ma soprattutto, come ha dichiarato Zhao, ‟…nella natura, mentre lei si evolve; nelle terre selvagge, nelle rocce, negli alberi, nelle stelle, in un uragano, è in questi luoghi che trova la propria indipendenza”.
    La genesi del film risale al 2017 quando l’attrice acquista insieme Peter Spears i diritti del libro della giornalista Brooklyn Jessica Bruder“un lavoro di giornalismo investigativo. Ciascun capitolo affronta un argomento differente. Metà del libro si concentra sullo stile di vita dei nomadi, mentre l’altra metà è un’inchiesta sotto copertura: Jessica è stata sotto copertura da Amazon e ha lavorato nelle coltivazioni di barbabietole”, ha dichiarato la regista. “Frances e io avevamo opzionato i diritti del libro,” ha raccontato il produttore Spears, “e poi Frances ha visto The Rider – Il Sogno Di Un Cowboy al Toronto International Film Festival e mi ha detto, ‘Devi vedere questo film, credo che questa sia la regista che fa al caso nostro’”.
    “Frances è venuta da me semplicemente come produttrice, – ha ricordato Zhao – e fin dal primo giorno mi ha chiesto se avesse dovuto far parte del progetto anche come attrice. Sentivo però che non sarebbe stato semplice convincere il pubblico. In The Rider – Il Sogno Di Un Cowboy i protagonisti erano dei cowboy, il film era un western. Ma stavolta è più difficile: c’è una discriminazione basata sull’età in questo paese, un pregiudizio contro le storie incentrate sulle persone più anziane e sulla gente che vive ai margini della società. Dunque ho pensato che, se Frances fosse stata d’accordo, avremmo potuto affrontare questo pregiudizio nel film. Fin dall’inizio è stata sempre una decisione molto pragmatica per me. Ma allo stesso tempo, ero curiosa riguardo a questa sfida creativa”. Come quella di lavorare insieme alla costruzione della casa nomade su ruote di Fern, un furgone Ford Econoline che McDormand ha battezzato Vanguard.
    “Ci siamo chieste: in che modo Fern strutturerebbe il suo spazio abitabile? – ha spiegato la regista – Quando vivi in uno spazio così ridotto, gli oggetti che porti con te dicono molto sulla persona che sei, molto più di quando vivi in una casa”.
    “Abbiamo parlato molto di come avremmo potuto inserire alcuni elementi della mia vita in quella di Fern, – ha dichiarato l’attrice – e questo dipendeva non solo dal mio background ma anche dalle attività giornaliere che svolgo. Ho suggerito di far svolgere a Fern delle attività artigianali, perché è un modo per trascorrere il tuo tempo quando sei in viaggio e inoltre ti permette anche di realizzare oggetti di cui hai bisogno, e che magari potresti barattare lungo la strada. Ho portato con me la mia borsa per realizzare presine da cucina, il telaio e l’uncinetto. Devo aver realizzato circa 75 presine, che ho regalato a diverse persone che abbiamo incontrato lungo la strada e a membri della nostra compagnia. Ed erano oggetti di scena”. Il resto è storia e ce la racconta il grande schermo.

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    Harry Potter Film Concert Series

    Assistere a un concerto cinematografico può rivelarsi un’esperienza memorabile, se non addirittura imperdibile. Consente un’immersione sensoriale nell’opera a dir poco inedita, più coinvolgente ed emozionante che mai.
    Così è stato per la Harry Potter Film Concert Series, tornata a Roma, presso l’Auditorium Parco della Musica, con Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban in Concerto, forte del successo del tutto esaurito per i primi due episodi.
    A quindici anni dalla sua uscita il terzo film della saga firmato dal pluripremio Oscar Alfonso Cuaron – autore di film diversissimi tra loro ma di uguale indubbia qualità, da Gravity a Roma – è stato riproposto sul grande schermo di oltre 12 metri in alta definizione nella gremita Sala Santa Cecilia.
    Euforico e visibilmente commosso, il Maestro Timothy Henty ha aperto il concerto rivolgendosi al pubblico in italiano e invitandolo a una partecipazione attiva, con tanto di reazioni spontanee e applausi improvvisati per i propri beniamini. Al calare delle luci ha poi diretto magistralmente l’Orchestra Italiana del Cinema, con una formazione di oltre 130 musicisti tra Orchestra e Coro pronti ad eseguire la magica partitura di John Williams in sincrono con l’intero film di Cuaron e, soprattutto, con il pathos di certe sequenze divenute ormai cult.
    Tra maghi in erba e oscuri dissennatori, tra ippogrifi, licantropi e ratti malefici, per due ore e mezza l’Auditorium si è trasformato nella leggendaria scuola di magia di Hogwarts, facendo rivivere al pubblico tutte le emozioni di una saga che ha cresciuto intere generazioni e non cessa di affascinare, specie se risaltata da una colonna sonora eseguita dal vivo davvero d’eccezione.
    di Claudia Catalli
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    Tolo Tolo: Il viaggio di Checco

    Alla sua prima regia Luca Medici, in arte Zalone, prova a dare un cambio di marcia al suo cammino cinematografico.

     

     

    Dopo tanta trepidante attesa da parte dei numerosi fan e dei cassieri dei cinema italiani, arriva il quinto film di Checco Zalone che segna anche il suo esordio dietro la macchina da presa.

    Come è arcinoto, Tolo Tolo è stato preceduto e accompagnato da aspre polemiche politiche e fiumi di analisi sociologiche suscitate, e chiaramente indotte con abile mossa commerciale, dal teaser trailer del film; il video spot incentrato sulla canzoncina molleggiante “Immigrato” ha persino sollevato, nelle menti più acute, accuse di razzismo verso Zalone. A ben guardare e con il senno del poi, proprio quel trailer che apparentemente sembrava non svelare nulla del film, è molto più rivelatore di quel che poteva apparire, per almeno uno degli aspetti principali di Tolo Tolo.

    Infatti, esattamente come nel video, Zalone percorre tutto il suo lungo-metraggio sul filo del rasoio del politicamente scorretto, usando il registro del cinismo (dal cuore tenero in fondo) e del sarcasmo per evidenziare la ridicola follia dei luoghi comuni e delle ideologie che di essi si nutrono. L’operazione a volte riesce e a volte meno, ma di certo lascia nello spettatore un senso di spiazzamento che forse è il vero scopo finale di Zalone, il quale non fa mistero di ispirarsi alla grande tradizione della commedia italiana alla Dino Risi e alla Sordi.
    Ed in effetti, con questo film, Checco passa dalla comicità pura alla commedia “di costume”: così se nei precedenti quattro film, a guida Nunziante, la predominante assoluta era la risata, e i temi sottostanti (la speculazione finanziaria, il terrorismo, l’omosessualità, la precarietà, etc.) erano quasi il pretesto per scatenare gag e battute taglienti, in questo nuovo lavoro, non a caso scritto a quattro mani con Paolo Virzì, le parti si rovesciano e le trovate comiche sembrano quasi dosate per non distogliere troppo dal racconto del (simbolico) viaggio della speranza fatto dai protagonisti.

    È vero, si ride meno e questo è certamente un punto critico nella carriera di un attore o autore “brillante”, ma è anche vero che c’è più cinema. Non solo citazioni o espliciti omaggi, ma anche il chiaro intento di elevare il livello produttivo e qualitativo del film, con una struttura più solida che lascia spazio alla libertà creativa ed alla narrazione – e il termine è quanto mai appropriato, credetemi, e richiama uno dei momenti di maggiore ilarità.
    È sicuramente presto, troppo presto, per dire se Tolo Tolo segni davvero il passaggio di Zalone ad una fase più matura e meno “televisiva” del suo modo di fare film ed è probabile che gli amanti del primo Checco lo vorrebbero, o lo avrebbero preferito, forse più mattatore comico e meno interprete o regista, e non è detto che sia un punto di vista sbagliato.

    Quello che ci auguriamo da fan della prima ora del Nostro e ciò che auguriamo a Checco Zalone per il suo contributo (in ogni caso salvifico) al cinema italiano è quello di trovare lungo la sua rotta di migrante del grande schermo, un porto sicuro di approdo che non lo lasci errare nella terra di nessuno.

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    Parasite: I poveri alla guerra

    Il coreano Bong Joon-ho dirige Parasite, commedia nera che ha conquistato la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes. In sala dal 7 novembre.

    Una commedia nera che si annida nel solco delle differenze sociali, se non fosse che il solco sembra più una voragine nel nuovo film di Bong Joon-ho, quel Parasite che, dopo aver conquistato la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, si appresta a esordire nelle sale del Belpaese. Si tratta di un piccolo ritorno alle origini per il cineasta coreano, che negli ultimi due lungometraggi, Snowpiercer e Okja, aveva optato per attori hollywoodiani e lingua inglese.

    Nei sobborghi della metropoli la famiglia Kim, pure molto unita, conduce una vita miserevole. Schiacciata in un seminterrato sempre a rischio allagamenti, e aggrappata a un sussidio di disoccupazione, è costretta a tirare avanti architettandosi una serie di espedienti. Fino a quando l’occasione della vita non capita tra le mani del figlio più giovane. Chiamato a insegnare inglese alla figlia di una coppia facoltosa e un po’ ingenua, il ragazzo riesce a poco a poco a sistemare anche la sorella, il padre e la madre, rispettivamente con il ruolo di insegnante di arte-terapia per il secondo figlio, di autista e di colf.

    Ma in questa commedia, che col proseguire dei minuti non esita a tingersi di nero, a respirare con il ritmo cadenzato di un thriller, non tutto è come sembra. E nella cantina della splendida villa della coppia benestante si cela un segreto. Un segreto che segna una spaccatura sempre più netta tra le classi sociali, mentre la sceneggiatura scritta dal regista insieme ad Han Jin-won ci accompagna tra le trincee meschine di una guerra tra poveri, combattuta all’ombra dell’inconsapevolezza e dei nasi turati di chi vive nel privilegio. Una guerra che, oltre a comportare il consueto spargimento di sangue, non sembra fornire alcuna reale soluzione, ma solo alimentare amare utopie.

    L’alternanza di toni è brillante, l’incalzare degli eventi è inesorabile. Bong Joon-ho, che ha dichiarato più volte di essere un grande fan di Psycho, finisce per recitare con grande ispirazione il copione hitchcockiano, mostrando di aver appreso il meglio di quello che Hollywood può offrire, pur tenendo ben presente il dinamismo mutuato forse da un certo cinema, lo scuola di Hong Kong prima di tutto, più vicino, anche solo per attinenza geografica. Ma Parasite non è solo l’angoscia di un thriller, è anche la risata dell’espediente, è una riflessione sulla differenza e l’indifferenza, è la tragedia che si cela dietro la maschera della commedia. E allo stesso tempo, dietro i toni di una narrazione mainstream e un titolo ingannevole, che potrebbe richiamare le formule truci dell’horror, si nasconde uno dei film più riusciti di questo decennio ormai agli sgoccioli.

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    Terminator – Destino Oscuro: i colori sbiaditi di un reboot

    Con Terminator – Destino Oscuro torna al cinema la saga futuribile che rese celebre Arnold Schwarzenegger. Stavolta in scena c’è anche Linda Hamilton. Dirige il Tim Miller di Deadpool. In sala dal 31 ottobre.

    Il destino cinematografico dei film di Terminator, almeno da 20 anni a questa parte, non è troppo dissimile da quello dei truci robot da cui prendono il titolo. Continuano a riproporsi a intervalli di tempo regolari senza mai portare a termine la propria missione. Sia che si tratti di annientare sul nascere la futura resistenza umana, sia che si tratti più prosaicamente di riempire le casse della Paramount, che produce, e della 20th Century Fox che distribuisce. Ecco quindi che il nuovo titolo, Terminator – Destino Oscuro, sembra segnato, già nella formulazione, da un’amara ironia. Certo è che questa iterazione – la sesta per chi tiene ancora il conto – prova a fare le cose in grande, riportando in sella, almeno con il ruolo di produttore, quel James Cameron che era stato il nume tutelare dei primi due capitoli della saga, film che avevano creato il culto su cui questi sequel cercano di capitalizzare. Cameron produttore porta con sé anche un altro ritorno, quello di Linda Hamilton, la protagonista dei tempi d’oro, che si conferma la novità migliore di questo capitolo. Il nuovo regista è Tim Miller, reduce dal successo di Deadpool, mentre il nuovo cast comprende le giovani Natalia Reyes e Mackenzie Davis, il cattivo Gabriel Luna e la conferma di Arnold Schwarzenegger, che solo gli impegni politici di governatore della California erano riusciti a tenere lontano dal franchise.

    La sceneggiatura, scritta a sei mani da David Goyer, Justin Rhodes e Billy Ray, sorvola con nonchalance sulle uscite più recenti, riprendendo le fila dal secondo film. Un escamotage usato già in passato, peraltro, e con scarso successo. Stavolta il futuro, cambiato da Sarah Connor (Hamilton), rinvia di un ventennio la catastrofe del giorno del giudizio e ne cambia l’autore, non più il tetro computer Skynet ma una sorta di virus informatico cosciente chiamato Legion. La strategia per liberarsi degli umani è sempre la stessa, mandare un terminator (Luna) nel passato a prendere di mira una malcapitata operaia messicana (Reyes). Dal canto loro gli umani non se ne stanno con le mani in mano, mandando nel passato una propria rappresentante (Davis), ma con dei potenziamenti ciberneteci per rendere la lotta un po’ meno impari.

    Terminator – Destino Oscuro, come già era successo col precedente Genisys, è tanto un sequel quanto un tentativo di creare una sorta di reboot. Parola d’ordine: ricominciare da zero, senza voler dimenticare il passato. Al contrario di Genisys però l’idea di fondo di Destino Oscuro è meno interessante e così, lo strano destino del film di Miller è quello di essere probabilmente migliore dei precedenti, ma anche il meno originale nelle premesse. Terminator: Salvation si proponeva infatti l’obiettivo di raccontare un aspetto diverso dell’immaginario del franchise, spostando l’azione in quel futuro post-apocalittico che gli altri film accennavano soltanto. Genisys invece riscriveva le origini stesse del mito, cercando di sfruttare tutte le possibilità aperte dal topos narrativo del viaggio del tempo, immaginando un mondo dove lo stesso leader della resistenza umana era stato trasformato in robot. Destino Oscuro invece si limita a riproporre la formula originale cercando di concentrarsi sulla realizzazione. Un filosofia conservativa che nasconde un intento nobile, ma forse è proprio questa scelta a condannare il film, perché alla fine il pur bravo Miller non è James Cameron e allora quello che poteva essere un sequel dignitoso finisce per abbracciare il destino, quello sì oscuro, di tanti reboot, quello di essere una nuova versione dell’originale, tanto vivida nei colori, quanto sbiadita nei contenuti. Anche perché i nuovi elementi, a cominciare dal cast, non brillano particolarmente e a restare impressi nella memoria sono proprio Schwarzenegger e Linda Hamilton, tanto che viene da chiedersi perché non sia stata coinvolta anche nei film precedenti.

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    It – Capitolo 2: Il ritorno del clown

    Gli incubi di Stephen King tornano al cinema in It – Capitolo 2, sequel e conclusione della saga diretta da Andy Muschietti con James McAvoy e Jessica Chastain. In sala dal 5 settembre.

    Un clown assassino, una città maledetta e una banda di ex-ragazzini. Torna al cinema, con It – Capitolo 2, la creazione più famosa di Stephen King. Non si tratta di un sequel come un altro ma della conclusione del film precedente, perché l’adattamento del romanzo fiume del bardo di Bangor, nel Maine, assume anch’esso proporzioni ragguardevoli. Più di cinque ore tra primo e secondo film, per un tomo che superava le mille pagine. Alla regia torna l’argentino Andy Muschietti mentre il cast di giovanissimi del primo film lascia il posto alle versioni adulte dei personaggi, il balbuziente Bill è diventato uno scrittore (James McAvoy), la spericolata Beverly è ora una donna alle prese con un marito violento (Jessica Chastain) e così via.

    A richiamarli a casa, nella natia e sinistra Derry, è il loro amico d’infanzia Mike (Isaiah Mustafa), unico rimasto a vigilare sul segreto del loro passato, segreto che tutti sembrano avere dimenticato. Ma il segreto, ovvero il mostro che assume le forme del clown Pennywise (Bill Skarsgard), non ha dimenticato loro ed è tornato dopo 27 anni a mietere ancora le sue vittime.

    Anche questo secondo capitolo si conferma un horror dal volto umano, dove un elemento umano preponderante finisce per relegare in secondo piano l’horror. Eppure il regista Muschietti, che negli ambienti cupi del genere più terrorizzante ha mosso i suoi primi passi a Hollywood, decide di dedicare più tempo alla voce “spavento”, forte delle quasi tre ore di durata e memore delle critiche ricevute dal primo film. Lo sforzo è ripagato solo in parte, anche per la scelta stilistica, dettata in prima battuta dal romanzo, di affrontare gli incubi kinghiani declinandoli in chiave grottesca. E se qualche volta l’effetto è efficace, qualche altra volta la corda è troppo tirata (come nella scena della statua gigante di Paul Bunyan). Ma a sottolineare ancora di più l’importanza dell’elemento umano è anche che tutte le scene più spaventose, quelle più brutali, sono quelle dov’è l’uomo, e non il mostro, a stringere la mano sul pugnale insanguinato. A cominciare dall’incisiva sequenza iniziale dove un gay (il regista Xavier Dolan in un cammeo) viene pestato da una banda di omofobi, prima di essere ucciso dal clown oppure, quando il bullo di un tempo, novello Renfield stokeriano, torna a spaventare i protagonisti.

    Ma se le ombre di questo film deludono, almeno in parte, le luci invece lo riscattano. Perché non era facile ricreare quella complicità emozionante, che racconta di un’infanzia complicata ma felice, che aveva impreziosito il primo film. Come in generale – e questo è uno dei temi principe del romanzo – non è facile ricreare la magia innocente della prima età quando si è adulti. Eppure Muschietti si scopre un regista capace di affrontare più registri, quello drammatico e quello comico forse anche più di quello horror. Il cast adulto (oltre a quelli già citati ci sono gli spassosi Bill Hader e James Ransone e il bel Jay Ryan) si dimostra all’altezza di quello giovane, il cui talento complessivo (la stella futura di Sophia Lillis su tutti) era tale da spingere lo sceneggiatore Gary Dauberman a inserire qualche loro spezzone anche in questa pellicola. Certo, tutto questo va forse a scapito dell’equilibrio del film, perché la lunghezza di It – Capitolo 2 è maggiore di quanto non si potesse chiedere ragionevolmente a uno spettatore investito ma non troppo, uno di quelli che non ha il libro in mano pronto a puntare il dito contro ogni deviazione non ortodossa della trama. Ma se forse non ha equilibro, anche questo capitolo 2, come già succedeva al primo, ha comunque un’anima ed è probabilmente quest’anima, più che la vera o presunta affinità all’originale,  che gli garantirà un posto nelle memorie di chi avrà la forza di vederlo

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    Fast & Furious: Hobbs & Shaw – Adrenalina e afa

    Jason Statham e Dwayne Johnson sono i protagonisti Fast & Furious: Hobbs & Shaw, spinoff della celebre saga con Vin Diesel. Alla regia il David Leitch di John Wick e Deadpool 2. In sala dall’8 agosto.

    Un po’ di adrenalina a risvegliare un agosto particolarmente sonnacchioso ai botteghini. Ci pensano Dwayne “The Rock” Johnson e Jason Statham, i due eroi d’azione protagonisti di Fast & Furious: Hobbs & Shaw, spinoff della saga che ha reso celebri Vin Diesel e il compianto Paul Walker. Alla regia un vero specialista, David Leitch, ex coreografo di scene action che in passato ha diretto film come John Wick e Deadpool 2.

    La trama, tessuta da Chris Morgan, sceneggiatore della serie principale, sembra voler colmare il gap – per la verità sempre più sottile –  che separa il franchise dal genere dei supereroi. Ecco allora comparire un villain metà uomo e metà macchina (Idris Elba), un Terminator moderno che si definisce un Superman nero, ma che sfoggia un armamentario più simile a quello di Batman. Il piano è semplice: scatenare un’epidemia sulla popolazione della terra in nome di una vaga e non troppo sensata rivoluzione tecnologica. Per placare la ambizioni neo-darwiniste del cattivo di turno intervengono i due componenti più diversi della gang di Fast & Furious, il cacciatore di criminali samoano Hobbs (Johnson) e l’ex agente segreto e killer Shaw (Statham). Stili diversi e qualche conto da saldare, i due si gettano (letteralmente) a capofitto in un’avventura dove è coinvolta pure la sorella di Shaw, anche lei agente segreto (Vanessa Kirby).

    Rispetto agli episodi della saga principale si segnala un ricorso meno ossessivo alle macchine-feticcio e una presenza più massiccia della componente umana nelle scene d’azione. E del resto il curriculum del regista non lasciava presagire altro. Ciò non toglie che nella prima parte il meccanismo funzioni, specie considerato che il film non ha sostanzialmente una trama, una trama sensata quantomeno. Allora Leitch decide saggiamente di non prendersi troppo sul serio e di calcare la mano sulla commedia e sulla sfida tra i due protagonisti, impegnati tanto a beccarsi tra loro quanto a riempire di botte i malcapitati avversari. E così il montaggio parallelo della prima sequenza ha il giusto livello di ironia e le scene d’azione sanno essere mozzafiato, anche se preferiscono di gran lunga l’effetto digitale alla vecchia arte dello stunt. Un contributo positivo arriva anche dalle tre scene cammeo del film. Ospiti d’eccezione il Deadpool del cinema Ryan Reynolds, la premio Oscar Helen Mirren e il comico americano Kevin Hart nel ruolo di uno spassoso maresciallo dell’aria.

    Ma il problema di Fast & Furious: Hobbs & Shaw è quello di ogni film della serie: quando cala il ritmo resta ben poco, se non lo scontato tema della famiglia. In questo caso succede nella seconda parte del film, nel viaggio alle radici del personaggio di Hobbs, nelle natie Samoa. Tra un haka prima dello scontro finale e, guarda caso, qualche problema con un fratello lontano, si va a parare sempre lì e si prega che torni presto il momento delle botte e dell’adrenalina. Il momento torna, e non c’è neanche troppo da attendere, ma quell’intervallo è letale nella percezione del film, perché ricorda che sotto il velo del caos i re degli incassi sono nudi e forse anche un po’ vuoti

     

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    Hotel Artemis: Il futuro in corsia

    Jodie Foster guida un cast d’eccezione nel futuro di Hotel Artemis, thriller fantascientifico dell’esordiente Drew Pearce. In sala dall’1 agosto.

    Un futuro distopico, le pareti claustrofobiche di un albergo-ospedale, un cast di livello. Sono questi gli elementi che hanno salvato dal dimenticatoio Hotel Artemis. Quella dell’esordiente Drew Pearce, infatti, è una pellicola di genere che in calce porta la data del 2018, ma che le logiche della distribuzione italiana hanno esiliato in una rovente domenica d’agosto dell’anno successivo, quando i cinema attirano più per l’aria condizionata che per la qualità dei film. Eppure a leggere la locandina qualche dubbio è lecito, perché tra i protagonisti c’è un’attrice di spessore indiscusso come Jodie Foster, un talentuoso attore televisivo come Sterling K. Brown, già vincitore di due Emmy, qualche comprimario di sicura affidabilità come Jeff Goldblum e l’ex wrestler Dave Bautista e una dark lady dall’aria esotica come la francese Sofia Boutella.

    La sceneggiatura, firmata dal regista, ci porta una Los Angeles squassata dalle sommosse dove Sherman il rapinatore (Brown) cerca di approfittare del caos per mettere a segno il colpo della vita. Il bottino non è quello sperato: una pallottola nel corpo del fratello-complice e un tesoro sottratto inconsapevolmente al boss dei boss (Goldblum). L’unica speranza, almeno a breve termine, è l’Hotel Artemis, ospedale clandestino per malavitosi, dove provare a salvare il fratello e a disinnescare la rabbia del boss. Lì troverà l’infermiera Thomas (Foster), anziana manager, che soffre la scomparsa del figlio e una forma grave di agorafobia, ma anche altri ospiti, dal colosso-infermiere Everest (Bautista) alla spietata killer internazionale Nice (Boutella).

    Le pareti di questo bizzarro ospedale automatizzato celano angoli non privi di fascino. Merito principalmente della fotografia di Chung-hoon Chung, maestro coreano delle luci di tanti film culto, da Oldboy a Lady Vendetta. Mentre la regia di Pearce sembra ispirarsi al John Carpenter di Distretto 13 e a certi franchise moderni, forse meno ispirati ma di certo più redditizi, come i film di John Wick e della Notte del Giudizio. Il risultato è frustrante, perché Hotel Artemis, pur avendone tutto il potenziale, non riesce a diventare quello che avrebbe potuto essere, un oggetto di culto del cinema indipendente di genere.

    Il soggetto non brilla per originalità ma è abbastanza solido da garantire novanta minuti di intrattenimento. Una Jodie Foster invecchiata più dal trucco che dal tempo, che passeggia per i corridoi in ciabatte ascoltando vecchie canzoni su un giradischi portatile, ha per le mani un personaggio che potrebbe restare impresso nelle memorie degli spettatori, però la regia non gira a dovere, vittima forse di una certa inesperienza. E così il peso emotivo del personaggio resta tutto sulle spalle della due volte premio Oscar che, pur sfoderando un’ottima interpretazione, avrebbe potuto incidere molto di più, se solo avesse potuto contare sul giusto supporto. Sarebbe bastata, ad esempio, una gestione più sapiente ed emozionale della colonna sonora, o un maggiore estro visivo in alcune delle scene clou, come i flashback sul figlio o la scena finale, che diventano esempi lampanti del potenziale inespresso del film.

    E quanto agli altri personaggi, i dialoghi finiscono per evidenziare il peso degli stereotipi piuttosto che convincere lo spettatore a ignorarlo. E così, Jodie Foster a parte, tutto gira verso un finale prevedibile e previsto, quando sarebbero bastate una regia e una scrittura meno contratte per riuscire a trasformare proprio quella tara del già visto in un confortevole plusvalore.

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