in: Cannes 2015,
Interviste,
Primo Piano | 14 Maggio 2015 - 00:33 | by: Marcello Lembo
Le suggestioni del cinema di genere e del suo maestro, Mario Bava, ma anche un occhio alla tv di qualità, a quel Trono di Spade che ha ridefinito un genere. Matteo Garrone spiega così il suo Il racconto dei Racconti, tratto dalle fiabe gotiche di Giambattista Basile, in sala dal 14 maggio. Un film che, parole del regista, è un atto d’amore e soprattutto una sfida.
Da cosa nasce la scelta di affrontare un autore come Basile?
È un autore sentito, familiare. È un genio assoluto, l’ho letto di recente e della sua opera mi hanno colpito la ricchezza dei personaggi e la bellezza delle immagini. Ma è stata anche una scelta masochistica, incosciente. Come capitato anche per gli altri miei film volevo mettermi nei guai, volevo affrontare una nuova sfida.
Quale?
La mia è una formazione pittorica e volevo riuscire a rendere reale un contesto fantastico dopo che nei miei film precedenti avevo provato a trasfigurare nel fantastico il reale. E poi volevo dare spazio a questo autore che mescola bene fantastico e reale, comico e tragico e che sento molto vicino alla mia poetica, volevo dargli la possibilità di essere letto da più gente possibile.
Un’impresa rischiosa.
Sì, i rischi sono molti. Questo è un film che ha avuto tantissime difficoltà già in fase produttiva perché pochi credevano nel progetto. Io poi sono abituato a controllare l’immagine sul set e qua ti trovavi dei green screen intorno e a volte è stato frustrante. Sono tecniche complesse che non avevo mai utlizzato. In definitiva quando l’avevo scritto pensavo che mi sarei divertito molto di più a girarlo. E poi un altro rischio: l’idea ambiziosa di fare un film che nasce per il pubblico.
Eppure nonostante l’aspetto fantastico emerge comunque la cultura napoletana.
Questo è un film in cui è forte la cultura italiana più che napoletana. L’idea era quella di star dentro a un genere mantenendo comunque una nostra identità. Da questo punto di vista coinvolgere americani e inglesi e farli venire qui, piuttosto che andare da loro a girare, ci ha aiutato a mentenere le radici ben salde.
Una delle cose che salta più all’occhio è la bellezza delle location. Come sono state scelte?
Abbiamo passato otto mesi in giro per l’Italia per cercare le location giuste. Cercavamo dei luoghi reali che sembrassero ricostruiti in studio, come le gole dell’Alcantara in Sicilia. Al contrario le location ricostruite in studio dovevano essere assolutamente autentiche. Tutto il film si muove su questi due piani, realismo e ricostruzione fantastica. Poi a volte è successo pure che le location ci abbiano spinto a cambiare il film.
Un esempio?
La scena con Salma Hayek ambientata nel labirinto non era stata scritta. Poi quando siamo andati a girare nel castello di Donnafugata vicino Ragusa abbiamo visto che c’era un labirinto e abbiamo deciso che volevamo girare lì una scena. Una cosa simile mi era capitata pure con la scena del solarium in Gomorra, girando per le location abbiamo deciso di farla dopo aver scoperto che i camorristi avevano un vero culto del corpo e dell’abbronzatura.
La legge del desiderio e la trasformazione del corpo. Sono questi i temi centrali del film?
È una lettura giusta. Il desiderio guida i personaggi e le trasformazioni del corpo sono da sempre una mia ossessione. E Basile dimostra la sua modernità parlando già nel 600 di lifting.
Come è stato scelto il cast?
Ci siamo basati molto sulla fisicità degli attori oltre che sulla loro bravura. Per esempio Salma Hayek era perfetta per fare una regina di Spagna del 600 e Vincent Cassell mi pareva potesse avere quel doppio registro, comico e drammatico, che mi ricordava tanto Gassman. Bebe Cave, l’attrice che fa Viola invece, viene dal teatro, al cinema aveva fatto solo piccole cose, ma è stata davvero una bella sorpresa.
Come ti sei trovato a dirigere una recitazione in inglese?
All’inizio ero preoccupato ma poi mi sono reso conto che riuscivo a notare le stonature. Diciamo comunque che nei miei lavori precedenti la sceneggiatura era stata importante ma era spesso un punto di partenza, qua invece ci siamo attenuti di più a quello che era scritto.
Quali suggestioni ti hanno influenzato per questo film?
Durante la lavorazione mi sono circondato della serie di incisioni dei Capricci di Goya. Con quel senso del grottesco, del macabro ma anche tanta ironia. Quanto a film e serie tv che mi hanno ispirato sono tantissimi. A cominciare dall’opera di un regista come Mario Bava ma anche le prime serie del Trono di Spade che mi sono piaciute molto. Poi L’armata Brancaleone, il Pinocchio di Comencini e tanti, tanti altri.
Hai già pensato a un eventuale seguito?
Sì, se il film andrà bene potremmo farne un seguito o una serie tv. I racconti di Basile sono tantissimi e qualcuno avevamo anche cominciato a sceneggiarlo. Poi abbiamo dovuto scegliere ed è stata una scelta dolorosa.
Come vi siete regolati per gli effetti speciali, che sono tanta parte del film?
Con Matteo – risponde il responsabile Leonardo Cruciano – volevamo ispirarci al mondo dell’illustrazione pittorica ma volevamo che gli effetti avessero una “pasta”, una concretezza che ci discostasse dal modello di Harry Potter. E per le creature abbiamo fatto un’attenta ricerca sull’araldica italiana e su come venivano rappresentate.
E così ci siamo impegnati – riprende la parola Garrone – a rendere omaggio anche alla tradizione artigianale dell’Italia.
Per i costumi hai avuto la possibilità di lavorare con Milena Canonero (recente premio Oscar per Grand Budapest Hotel), poi la collaborazione non è andata in porto. Il livello però è comunque altissimo.
Merito di Massimo Cantini Parrini, che è salito a bordo a solo sei settimane dall’inizio delle riprese. Ma il suo lavoro è stato eccezionale.
Fortunatamente – aggiunge Cantini Parrini – Matteo ha deciso di girare un episodio alla volta questo mi ha permesso di lavorare sui costumi degli altri mentre si girava il primo. In ogni caso abbiamo scelto di puntare su un determinato colore per ogni racconto, il nero per quello di Salma Hayek, il rosso per quello di Cassell e i colori freddi per la storia interpretata da Toby Jones e Bebe Cave.
Come ci si trova a lavorare con un budget alto?
Era una prima volta per me, era anche la prima volta che mi producevo un film da solo. Siamo partiti in Italia, con i soldi della Rai e del Ministero, poi sono entrati i fondi europei. Eppure, e qui mi tocca fare un po’ di polemica, non abbiamo trovato una sola banca in Italia che ci garantisse la liquidità in attesa che arrivassero i fondi. Ci dicevano che la nostra società di produzione era troppo piccola per un film del genere. Ho dovuto rivolgermi a una banca francese per riuscire a sbloccare questa impasse. Ma non è stata l’unica difficoltà.
Che altro?
Ho dovuto snaturare un po’ il mio modo di lavorare. Mi piace girare i film seguendo il filo della sceneggiatura. Ma non è un lusso che potevamo permetterci. Quando hai attori costosi come Salma Hayek e Vincent Cassell non era possibile lasciarli fermi per settimane. Quindi ho dovuto rinunciare.
Un ultimo pensiero sul Festival di Cannes. Sei in concorso insieme a Nanni Moretti e Paolo Sorrentino.
Se siamo in tre ed è un bene per l’Italia e il cinema italiano. E se ci hanno scelto probabilmente è perché non potevano esistere tre film più diversi. Ma come dicevo anche prima questo è un film che ho voluto rivolgere al pubblico, quindi mi interesserebbe molto di più che abbia successo in sala più che al festival.
Read more »