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Bif&st 2015: Scola, il cinema? Un bene comune

Bif&st 2015: Scola, il cinema? Un bene comune

Da ragazzo di bottega pensava che il suo destino sarebbe stato fare il calzolaio o il falegname, quando vide davanti ai suoi occhi nascere un paio di scarpe subì una fascinazione che lo avrebbe portato a diventare sì, un artigiano, ma della celluloide. Oggi quel ‘garzone’ ha ottantaquattro anni, si chiama Ettore Scola e nel frattempo è diventato un grande narratore.
Prima battutista nella redazione del ‘Marc’Aurelio’, poi sceneggiatore di alcuni dei più grandi capolavori del nostro cinema (da Il sorpasso a I mostri) e infine regista soprattutto di penna (C’eravamo tanto amati, Una giornata particolare, La famiglia), Scola non perde occasione per raccontare e ricordare quel cinema. E lo fa anche in occasione del Bif&st di cui è presidente e che questa volta lo ospita con una Lezione di Cinema al Teatro Petruzzelli.
Una masterclass in cui c’è spazio per la memoria, per l’amarezza ed anche per un accorato appello ai giovani, la componente più importante di questo festival: “Dovete darvi da fare, avete curiosità ed energia, siete giovani e avete delle responsabilità. È ora che questo paese venga raddrizzato e cambiato con le idee. Chi volete che lo faccia? Certo non Renzi. – dice – Siete nati un paese che ha bisogno del vostro aiuto, siete l’unica speranza che abbiamo perché io non ne ho né in Tsipras né nei nostri politici. Manca un progetto comune. Noi lo abbiamo cambiato e venivamo da venti anni di fascismo, oggi nessuno vi chiede di armarvi di mitra e andare in montagna come fecero i nostri padri, non ce n’è bisogno, c’è’ bisogno invece di idee e entusiasmo. Sono felice che vi piaccia il cinema, va bene, ma spero che tra voi ci sia anche qualche calzolaio o falegname, qualcuno che voglia bene a questo paese”. Che è diventato “difficile da amare”.

Come sarebbe stata la nostra vita senza cinema?
Majakovskij diceva: “Per molti un film è uno spettacolo, per me una concezione di vita”. L’invenzione del cinema fu accolta tra la diffidenza generale, anche qui in Italia. Cosa saremmo senza il cinema? Difficile dirlo, ma credo ci mancherebbe una fonte di idee, di dubbi, l’umanità stessa sarebbe un vuoto. Il cinema come la letteratura resta un bene comune e necessario soprattutto ai giovani. È questa la sua grande forza, rappresentare idee che il pubblico già ha in parte e affiancarne delle altre.

Spesso hai parlato bene della fase in cui facevi il ‘negro’ delle sceneggiatura. Ci racconti cosa ha significato per te?
Era un fatto di ruolo. C’erano tanti comici e tutti quei film venivano scritti da due geni della scrittura, Metz e Marchesi, che buttavano giù le sceneggiature in poco tempo e poi le passavano ai ‘negretti’, cioè ai giovani nelle redazioni dei giornali umoristici ai quali affidavano i copioni per aggiungere gag e battute. Ho cominciato così, da ‘negro’, scrivendo idiozie; mi sarei fatto volentieri un biglietto da visita: ‘Ettore Scola, negro’.
Ricordo quando andai a casa di Totò: Metz e Marchesi gli lessero una battuta e lui rise. Gli dissero: “E’ di Scola”. La battuta era quella di “Totò Tarzan”: “Io Tarzan, tu Cita, lei bona’. Quella risata fu per me l’ Oscar che poi non avrei mai avuto.

A un certo punto della tua carriera avresti voluto copiare Steno. Copiare è in qualche modo la possibilità di affinare delle tecniche…
Copiare è un arte. Raffaello copiò da Michelangelo e dal Perugino. Copiare è importante, perché nessuno sarebbe esistito senza gli altri. Steno era caporedattore al ‘Marc’Aurelio’, decideva su disegni e rubriche, faceva parte di quei modelli da seguire.
Non ci sono consigli da dare ai giovani che spesso mi chiedono cosa fare, ci sono solo situazioni più o meno favorevoli.
La mia generazione ha avuto la fortuna di avere dei modelli, gente che ammiravamo e stimavamo, e Steno era uno di loro; i giovani di oggi invece non hanno modelli a cui potersi ispirare.
All’epoca inoltre ci spingeva un paese e un contesto appena uscito dalla guerra, dal nazismo, un paese che amavamo. Ora è dura dire a un giovane autore di amare l’Italia. Come si fa a dire a un ragazzo di amare il proprio paese?
Allora c’erano dei colpevoli ben precisi e identificabili, c’erano delle macerie ma sapevamo chi erano i responsabili; adesso non è facile individuare dei colpevoli e diventa difficile per un giovane interpretare la realtà. Perché devi sapere non solo dove vuoi andare ma anche cosa evitare e con chi prendertela.
Esistono solo delle responsabilità diffuse e collettive di chi non ha saputo interpretare un contesto che andava peggiorando. Come si fa a scrivere un libro o girare un film se non hai qualcuno da prendere di mira, da additare?
Alle nuove generazioni manca un orizzonte oltre il quale spingere lo sguardo, noi ce l’avevamo; ognuno, il giornalista, lo scrittore, il calzolaio, sapeva nel suo piccolo che in qualche modo bisognava partecipare. Così ci si incontrava, si scambiavano idee e nascevano delle amicizie dove non contavano limiti di età o di livello artistico. Era un lavoro comune e avevamo voglia di fare qualcosa per un paese che amavamo.

Hai collaborato alla scrittura di diversi film da “Il sorpasso” a “Un americano a Roma”. Ci regali un ricordo di quei set?
Ero contento dei registi che mettevano in scena i miei copioni, mi piaceva vedere cosa diventavano con loro le mie sceneggiature. Pietrangeli ad esempio aveva una malinconia e uno spessore soltanto suoi, che apparteneva a lui e non alla sceneggiatura; Risi aveva una naturalezza e una leggerezza che gli ho sempre invidiato.
Mi sarebbe piaciuto dirigere quei film, ma avrei fatto di sicuro peggio, perché non avrei avuto la loro stessa grazia.

Alcuni tuoi film come “La terrazza” fecero arrabbiare alcuni compagni di partito…
“La terrazza” raccontava di un gruppo di amici sulla cinquantina, che ogni sabato si incontra su una terrazza e fa un amaro bilancio della propria opera. Era un gruppo di intellettuali scontenti: un giornalista, uno sceneggiatore, un onorevole comunista, un attore e un produttore. Scelsi di raccontare la stessa serata da sei punti di vista differenti.
Il problema fu che in molti si riconobbero nei protagonisti di quel film; Moravia, Paietta, Beniamino Placido, Scalfari, tutti si incazzarono parecchio, nonostante quei personaggi dovessero essere solo degli archetipi, dei ruoli.
Era un film politico certo, ma lo sono tutti persino ‘Dumbo’, con la sua rappresentazione della politica della giungla. E’ impossibile prescindere da questa dimensione, perché la politica è vivere associati, è un dato di fatto che gli uomini che si incontrano fanno politica.

Cosa non era piaciuto a Pertini invece?
Pertini fu molto duro. Non aveva particolarmente apprezzato il personaggio interpretato da Gassman, un professore con un fratello fascista, che non prende mai posizione, non si espone e non ha neanche il coraggio di dichiararsi alla donna che ama. Si arrabbiò molto perché quell’uomo rappresentava l’italiano che non aveva scelto.

Hai sempre detto di esserti annoiato a morte sui set. Cosa facevi?
La noia maggiore era sul set degli altri, non vedevo l’ora di andar via.
In generale ci sono dei tempi di attesa lunghissimi che all’epoca ognuno riempiva a modo suo; Gassman scriveva i suoi spettacoli, Jack Lemmon passava ore e ore a fare cruciverba, Manfredi era contentissimo perché ripeteva la parte, Mastroianni invece stava al telefono, aveva le tasche gonfie di gettoni perseguitato da questo bisogno di contatto continuo. Sordi si dedicava a dare fastidio a tutti e Troisi cantava canzoni tristi, come lo era lui.

Avevi annunciato che non avresti fatto più film e poi ti sei smentito regalandoci “Che strano chiamarsi Federico”. Ne farai un altro?
Avevo detto che non avrei fatto più film finché ci sarebbe stato Berlusconi, proprietario della Medusa, la casa di distribuzione del film che avrei dovuto realizzare. Ma non ero abituato a lavorare come un mecenate, e così scrissi una lettera ai giornali in cui dicevo che non avrei fatto più cinema. Quello su Federico, che feci otto anni dopo, non è un film, ma un biglietto, un album di ricordi per un amico.

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Elisabetta Bartucca

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