LOGO
,,,

Bif&st 2015. Costa Gavras, il cinema è politico

Bif&st 2015. Costa Gavras, il cinema è politico

Per lui “il cinema è politico, tutti i film lo sono”, è stato ispirato da Francesco Rosi, Ettore Scola, Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, ed oggi non esiterebbe a girare un film sull’Isis “a patto che ci sia una storia interessante per poter realizzare un’opera di ampio respiro”.
Greco di nascita, nell’Arcadia utopica e tragica dell’immaginario collettivo, francese di adozione dopo essere stato costretto a trasferirsi in Francia perché di famiglia antimonarchica, Costa Gavras, ottantadue anni, è uno che il cinema lo ha attraversato con la lucidità dell’impegno civile e un occhio sempre attento alla realtà. E non senza suscitare polemiche, come successe nel 2002 per Amen, il film che denunciava le responsabilità della Chiesa Cattolica nell’eccidio nazista.
È lui il protagonista della terza Lezione di Cinema al teatro Petruzzelli di Bari, un occasione per il Bif&st di ripercorrere alcuni dei momenti fondamentali del suo cammino artistico e umano.
Un cinema, il suo, necessariamente politico, e per scelta: “C’è politica in tutti i film, è impossibile uscire da questa dimensione. – spiega – Perché politica non vuol dire solo esprimere una preferenza di voto, ma è relazione tra gli uomini, è rispettare ciò che l’uomo è e ciò che è stato”.

Sei nato in Arcadia, il simbolo dell’utopia, il paese dell’immaginario e anche della tragedia. Si può dire che anche il tuo cinema è in qualche modo utopico e tragico?
Sì, è la vita. Tutto ciò che hai detto però l’ho incontrato in Francia. L’Arcadia è un paesaggio eccezionale, molto verde; paesaggi simili li ritrovi anche in Italia, ad esempio in Sicilia.

Torniamo alla tua infanzia; la guerra civile ti ha segnato: può essere alla base della tua vena polemica?
Il mio bagaglio culturale greco ha svolto un ruolo fondamentale nei film che ho realizzato nel corso della mia carriera. La mia prima cultura, quella greca, mi ha permesso di fare determinati film, poi è subentrata una seconda cultura, quella francese. Non mi ritengo automaticamente un anticomunista; in Francia ad esempio ho incontrato molti comunisti che lavoravano benissimo: di loro credo semplicemente che fossero persone che si sono sentite tradite dall’Unione Sovietica.
Da bambino ho vissuto l’occupazione tedesca e per quattro anni ho sperimentato cosa vuol dire sopravvivere; tutto questo mi ha fatto capire la vita in modo diverso. La cultura della mia infanzia è stata la base della mia vita.

I tuoi primi ricordi?
Dopo la messa andavamo in una scuola dove venivano mostrate delle immagini; la prima immagine, che ricordo mi colpì molto, fu quella di Claretta Petacci e Mussolini uccisi ed esibiti a testa in giù circondati da volti sorridenti. Fui colpito dall’accostamento tra la tragedia di quella scena e la gioia sui visi delle altre persone. Intanto sognavo di diventare Hunphrey Bogart o Burt Lancaster.

Cosa ti ha portato a lasciare Grecia?
Mio padre era considerato un comunista, in guerra con la monarchia greca, e questo sentimento fu trasmesso a tutta la famiglia. All’epoca ai figli delle famiglie antimonarchiche non era consentito proseguire gli studi e perciò mi trasferii in Francia dove era anche facile trovare dei lavoretti che mi permettessero di sostenermi.

Come hai concepito il copione di “Vagone letto per assassini”?
Ero appassionato di polizieschi, perché è un genere che ti lascia una totale libertà e in cui puoi dire e fare tutto ciò che vuoi. Sono stata influenzato più dai polizieschi americani che non dalla nouvelle vague, che per me era l’espressione francese e giovane dei registi italiani; quegli artisti venivano da famiglie borghesi, parlavano di loro, del loro mondo e delle loro vita e fare quei film per me sarebbe stato impossibile, al massimo avrei potuto parlare di un immigrato in Francia. Era un mondo che non mi apparteneva.
Per circa un decennio lavorai come assistente alla regia come prevedeva la tradizione francese: ero un tuttofare, portavo i caffè, spostavo la macchina da presa e nello stesso tempo seguivo i miei studi di cinema. Poi un giorno mi ritrovai a dover contribuire alla scrittura di un copione, doveva trattarsi di un semplice esercizio ma incontrai Yves Montand che lo lesse e mi disse che era ottimo. Fu questa la genesi di “Vagone letto per assassini” e fu l’incontro con Montand a segnare il mio passaggio alla regia.

Alcuni anni dopo arrivò “Z – L’orgia del potere” che vinse l’Oscar come miglior film straniero…
Non intendevo fare un film politico, volevo solo raccontare la storia della presa del potere da parte dei colonnelli in Grecia. Feci leggere il copione a Jean-Louise Trintignant e poi iniziammo a cercare dei finanziatori, ma non li trovammo. Ovunque chiedessi ospitalità ricevevo un rifiuto, così dopo aver anche tentato di girare in Sicilia, incontrammo il ministro di Algeri che ci permise di girare in Algeria nonostante non ci fossero finanziamenti. Jacques Perrin divenne produttore e l’intero cast era convinto dell’utilità del film, tutti uniti da questo sentimento ‘anticolonnelli’. Quando uscì fu un fiasco, ma dopo due settimane divenne un successo mondiale.

I tuoi film riguardano diversi paesi e la tua filmografia è accomunata da un interesse generale per ciò che accade nel mondo. Perché?
A generare il mio interesse sono gli uomini, il potere, i modi in cui lo accettiamo e lo inseguiamo. Ogni film è il riflesso di un evento che mi ha colpito, ogni pellicola corrisponde a una mia passione: questo spiega la mia filmografia.

Spesso i film di Rosi riprendevano titoli di giornale; anche le storie che tu racconti si rivolgono all’attualità: perché?
Il cinema mi ha sempre interessato. In Francia la forma è la principale dimensione di un film, io invece sono più attento alla sostanza, perché è la sostanza ad imporre la forma e non il contrario.

Sei un agguerrito lettore di giornali e spesso hai constato la deriva dei media…
“Mad City” con Dustin Hoffman e John Travolta dimostrava che i media provocano un lotta quotidiana, una corsa allo spettatore, che ne abbassa il livello qualitativo. Il lettore diventa così cliente.

Qual è il rapporto con gli sceneggiatori con cui lavori?
Prima di tutto bisogna trovare un accordo sulla tematica da affrontare e poi stabilire una relazione affettiva con la persona con cui stai lavorando. Con Jorge Semprun ad esempio abbiamo vissuto insieme giorno e notte per circa un mese e mezzo per lavorare al copione di “Z – L’orgia del potere”.
Anche con Franco Solinas per L’Amerikano fu la stessa cosa: lo incontrai, gli spiegai il tema del film e poi iniziammo a cercare insieme del materiale sugli Allende, incontrando diverse persone e andando fino a Cuba.

E con gli attori?
L’attore è il collaboratore principale di un regista perché ha il compito di portare la storia al pubblico, è colui che comprende e interpreta un ruolo perché possa essere trasmesso al meglio allo spettatore: l’importante è che gli attori accettino che l’ultima parola spetti al regista.
Con ognuno di loro mi piace discutere del ruolo, spiegare e approfondire i vari aspetti del personaggio, il mio modo di vederlo, ma non amo molto le fasi preparatorie; poi cerchiamo insieme un compromesso. È quindi fondamentale che ci sia vicinanza, ammirazione e conoscenza.

I tuoi film suscitano spesso controversie, come ad esempio “Amen”.
C’è un tabu nel cinema italiano ed è il Vaticano.
La critica che mi fu mossa all’epoca era di attaccare la Chiesa, ma quel film non voleva essere un attacco alla Chiesa, piuttosto a Papa Pio XII ed alla Curia per il loro silenzio, per non aver denunciato i crimini delle SS, per essere rimasti inermi.

About the author
Elisabetta Bartucca

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top