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L’enfant prodige Dolan: “Vi racconto le mie donne che lottano”

L’enfant prodige Dolan: “Vi racconto le mie donne che lottano”

Il 25enne regista canadese arriva in Italia a presentare Mommy, il film che ha conquistato Cannes e che gli è valso il premio della giuria a parimerito con Jean-Luc Godard.

Xavier Dolan ha 25 anni, viene dal Quebec e con i suoi cinque film ha già stregato il festival di Cannes e conquistato Hollywood. Dolan è pronto a volare verso la California dove l’attende il primo film americano con Jessica Chastain tra i protagonisti, ma prima è venuto in Italia a presentare l’ultimo Mommy, che sulla croisette s’è conquistato il premio della giuria a parimerito con Jean-Luc Godard, non certo uno qualunque. Mommy è una storia potente incentrata sui personaggi e sulle donne che ancora una volta si prendono la scena.
“Ho passato molte parti della mia vita a osservare donne e madri – racconta – E poi non mi è capitato spesso di vedere gli uomini lottare per una posizione sociale, per un lavoro e in genere li ho visti di rado in una situazione interessante per un film. Invece nella mia vita ho visto le donne lottare, le ho viste piangere”.

In passato aveva detto di ispirarsi a sua madre, è anche il caso della protagonista di Mommy?
Sicuramente è vero, mi ispiro a mia madre ma questo non vuol dire che il personaggio sia mia madre. Il mio film non ha uno scopo terapeutico, conosco già il rapporto che mi lega a mia madre e faccio film per capire altro. In questo particolare caso a ispirarmi di più non è stata mia madre, è stata “la” madre, un personaggio ricco che offre sempre spunti.

La musica sembra avere un ruolo fondamentale nella sua cinematografia: che importanza le dà nel suo lavoro di regista?
Spesso per me la musica inizia prima del film. La musica è una partitura come lo è anche un film: i dialoghi sono musica, un’inquadratura è musica. La musica suscita emozioni e a volte quando sento una canzone mi fa venire in mente una scena e quella scena mi resta in mente anche se magari non c’è ancora un film dove metterla.

Anche in questo film si nota il grande lavoro con gli attori: come riesce a trarre sempre il massimo da loro?
La mia prima passione, anche più importante di quella per il cinema, è la recitazione. Sia la mia recitazione che quella degli altri attori e il rapporto con loro, capire i diversi stili di recitazione, studiarli. Quando scrivo poi recito i dialoghi ad alta voce per vedere se sono fluidi. Per esempio la sera mi vedo con Anne Dorval (la protagonista di Mommy, ndr), ci sediamo sugli sgabelli, apriamo una bottiglia, fumiamo e rivediamo i dialoghi e lei ogni tanto mi dice che c’è una nota di troppo perché, come dicevo prima, la sceneggiatura è una partitura.

Fa fare molte prove?
No, facciamo delle letture per lo più. Servono a individuare i punti deboli. Sul set poi guardo le scene in un piccolo monitor e se c’è un particolare che mi pare adatto, che so, una pausa prima di una battuta, dico di farla. Parlo molto durante le riprese, il che è un male perché in fase di montaggio si sente sempre la mia voce in sottofondo. Comunque tornando agli attori devono essere la parte principale del film perché è con loro che si immedesima lo spettatore, non con una luce o con la moquette.

Nei suoi film affronta spesso il tema dell’identità sessuale, è anche il caso di Mommy?
Più che altro affronto il tema dell’identità, punto. Il mio primo film, J’ai tué ma mere, è stato descritto come la storia di un figlio che confessa la propria omosessualità. In realtà racconta del rapporto di un figlio con la madre e non c’entra il fatto che il figlio sia anche omosessuale. In ogni caso il tema è quello della diversità. La diversità è alla base di tutto, del progresso anche scientifico, invece, non so perché, la si combatte.

Il suo cinema, così incentrato sui dialoghi, sui personaggi, sembra rifarsi ad alcuni maestri come Fassbinder e Cassavetes. Sono stati effettivamente fonti d’ispirazione?
La verità è che non ho una formazione cinematografica. Ho abbandonato gli studi a 17 anni. Sono cresciuto in un ambiente popolare. Sono un ignorante, uno che non conosce. Mio padre aveva un’amica sceneggiatrice e grazie a lei ho scoperto scrittori come Agatha Kristof, ho visto film diversi come Lezioni di Piano o quelli di Wong Kar-wai. Ma se mi chiedeste quali sono i miei riferimenti d’istinto vi risponderei con dei film commerciali: Titanic, Batman – Il ritorno, Mamma ho perso l’aereo. Che poi non credo nella distinzione tra film commerciali e film d’autore. Per me esistono solo film belli e film brutti.

Prossimo passo? Hollywood e magari l’Oscar?
Mommy rappresenterà il Canada alla prossima corsa all’Oscar. Anche se ancora non si parla di nomination è una cosa molto eccitante. Quanto a Hollywood, la sceneggiatura ce l’ho ed è pronta. Il film c’è, ci sono gli attori. Anche se va tutto male qualcosa in mano ce l’ho: si chiama “The death and life of John F. Donovan”.

Cosa ci dovremo aspettare? Qualche protagonista maschile?
Sì, nel prossimo film gli eroi saranno gli uomini. È un film che parla delle celebrità e delle tribolazioni che porta. Certo ci saranno anche madri che proveranno a gestire la celebrità del protagonista e una Jessica Chastain che farà un’infida giornalista di gossip. Sarà comunque un film intimo, non sull’industria del cinema. Hollywood mi affascina, è innegabile, ma da lontano, dalla mia Montreal.

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Marcello Lembo

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