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Clive Owen: “Con sceneggiature così è difficile resistere alla televisione”

Clive Owen: “Con sceneggiature così è difficile resistere alla televisione”

Il divo di Sin City e I figli degli uomini visita il Festival di Roma per presentare la serie tv The Knick, realizzata interamente da Steven Soderbergh, di cui è il protagonista.

Tempo di divi e star di Hollywood al Festival Internazionale del Film di Roma. Si comincia oggi con Clive Owen, sex symbol inglese che viene a presentare una serie tv, The Knick, medical drama ambientato ai primi del 900, a novembre in onda su Sky Atlantic. Momento sicuramente irrituale per una kermesse dedicata al cinema ma visti i nomi coinvolti (oltre a Owen c’è Steven Soderbergh che ha diretto tutti e 10 gli episodi) non sembra affatto un sacrilegio.

Cosa ti ha fatto scegliere questo progetto?
Conoscevo Soderbergh anche se non ci avevo mai lavorato. E lui mi propose di fare una serie tv, di dieci ore. Io non volevo impegnarmi per dieci puntate ma 45 minuti dopo che mi avevano dato la sceneggiatura ho capito che avrei accettato l’offerta. Mi interessava il periodo storico, che conoscevo e che avevo già affrontato in un altro mio film, Century (del 1993, ndr). Ma soprattutto è stato per il personaggio, questo dottore che è un genio ma è arrogante, è tossicodipendente e forse anche razzista.

Razzista?
Sì, questa cosa ha fatto molto discutere in America. Ma non è messa lì a caso. È una ricostruzione molto precisa del periodo storico. All’epoca negli ospedali non lavoravano dottori neri, c’erano solo infermieri che lavoravano in settori distaccati degli ospedali. E tutto considerato ho pensato che un personaggio del genere lo avrei voluto interpretare ovunque, anche al teatro, o in una serie di 25 ore. Chi fa l’attore sa che ogni tanto capitano quei ruoli che ti fanno sentire davvero realizzato.

Secondo lei perché i dottori hanno così tanto successo in tv?
Perché nelle loro storie la posta in gioco è sempre alta. In The Knick ci troviamo poi ad affrontare anche la questione del progresso, della sperimentazione, e credo che questo dia qualcosa in più.

C’è un approccio diverso tra cinema e tv per un attore?
Ho cominciato con il teatro, alla Royal Academy, poi ho fatto un po’ di tv da giovane e poi sono passato al cinema. Personalmente mi sono approcciato sempre allo stesso modo.

Lei viene considerato un sex symbol, ci pensa mai, le dà fastidio?
No, non ci penso. Sarebbe davvero terribile se passassi del tempo a pensarci.

La serie sembra davvero realistica, com’è stato possibile?
Non posso prendermi i meriti di Soderbergh, ma tanto per dire, se aprivi i cassetti in scena ci trovavi gli strumenti dell’epoca. Neanche noi sul set pensavamo fosse finto. E io stesso mi sono documentato parecchio, grazie al dottor Burns, storico e archivista specializzato in medicina, che mi ha mostrato foto dell’epoca e non solo.

Come è affrontato il tema della tossicodipendenza?
Non si tratta propriamente di tossicodipendenza, almeno non come la intendiamo oggi. All’epoca la cocaina era legale, il contesto era molto diverso, come era diverso il ruolo di medico.

C’è qualche regista italiano con cui le piacerebbe lavorare?
Ho adorato La Grande Bellezza, quindi Paolo Sorrentino.

About the author
Marcello Lembo

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