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Il mondo fino in fondo: road movie per Marinelli e Scicchitano

Il mondo fino in fondo: road movie per Marinelli e Scicchitano

Due fratelli, un folle viaggio dalla provincia del Nord Italia verso i ghiacciai della Patagonia. Un film itinerante girato tra Carmagnola, Torino e i paesaggi di un Cile spietato e rivelatore. L’esordio alla regia di Alessandro Lunardelli “Il mondo fino in fondo” (Fuori concorso nella sezione parallela del Festival Internazionale del Film di Roma, Alice nella Città), passa da un road movie: commedia avventurosa e dramma familiare insieme, sulle orme di due fratelli, Davide e Loris, che portano il proprio irrisolto e non detto fino ai ghiacciai della Patagonia dove tutto si scioglierà in un silenzio rivelatore.
La coppia Luca Marinelli e Filippo Scicchitano detta ritmi e tempi del film, si sorprende, si azzuffa e si scopre messa a dura prova da mesi in giro per il mondo, passando da un set all’altro, dove come racconta Marinelli “la sorpresa dei personaggi è stata anche la nostra, perché c’erano dei paesaggi pazzeschi, cose che stanno lì da migliaia di anni come il ghiacciaio, gli animali. Non era semplice girare arroccati su dei Pick-up, era la prima volta che facevo un film del genere; c’era polvere, terra, freddo, si cambiava stagione da un momento all’altro”.
Un viaggio e una scoperta quotidiana per tutti, a partire dal regista: “Cambiavamo set tutti i giorni e ci spostavamo dove non si poteva neanche dormire tutti nello stesso posto, per cui le ore di girato sul set si riducevano molto. Era tutto una scoperta giorno per giorno”.

Come nasce l’idea di un ‘on the road’?
Volevo fare un film sulla storia di due fratelli legati da un sentimento di protezione reciproca, ma divisi anche da qualcosa di insormontabile. Devono liberarsi da alcuni sensi di colpa molto forti e volevo che questo racconto avesse anche un certo grado di suggestione: potevamo rinchiuderli in uno sgabuzzino della fabbrica dove affrontare il problema della non comunicazione oppure lanciarli in un viaggio avventuroso ‘on the road’ dove la fuga di uno si trasformasse nel viaggio di tutti e due e dove entrambi si potessero trovare senza rete, perdendo tutto ciò che fino a quel momento gli aveva dato un’identità.

È stata una produzione molto faticosa …
All’idea di girare in un paese straniero la produzione ha un po’ drizzato i capelli, ma nello stesso tempo ha pensato potesse essere un progetto valido da proporre anche fuori dall’Italia. Sono stato mesi da solo a girare in Cile, che non avevo però l’ambizione di raccontare: volevo solo conoscere e raccogliere più storie possibili. La prima volta che sono arrivato lì è stato tremenda, ma in senso positivo, perché c’è un senso di sperdimento incredibile. Filippo e Luca sono arrivati solo in un secondo momento e ho cercato di non raccontargli molto, perché trovassero e provassero le stesse mie sensazioni.

Come hai trovato il tono giusto per raccontare una storia d’amore omosessuale in un paese come l’Italia dove per molti l’omesessualità è ancora un tabù?
Il film è anche una storia d’amore che richiede un gesto improvviso e folle: quello di abbandonare tutto e fuggire. Ho cercato di affrontare questo tema nel modo più onesto e sensibile. Mi piaceva come succede nel film l’idea che Davide si gettasse nelle braccia di uno sconosciuto non tanto per la forza dell’innamoramento che prova, ma perché intravede in lui la prospettiva di un futuro diverso in un posto che non sia il paese da cui proviene. Il personaggio è anche vittima del gioco seduttivo di Andy, mi piaceva farlo calare in un ambiente dove i suoi coetanei erano più avanti di lui e nel quale Davide cerca però di immergersi con ingenuità.

L’idea del film parte come un ‘on the road’ o è una storia d’amore attraverso la quale raccontare l’ ‘on the road’?

Nasce da piccoli spunti autobiografici e dall’idea di raccontare sentimenti e passioni all’interno di un conflitto quasi generazionale, tra due fratelli. All’inizio non doveva essere un progetto ‘on the road’, sono nati prima i due personaggi; sono partito da un fatto di cronaca, dalla storia di un imprenditore del bresciano che nel 2010 aveva pagato le rette della mensa alle famiglie che non potevano permetterselo. Mi colpì quanto il paese si fosse indignato e il fatto che per sopravvivenza quest’uomo fosse rimasto praticamente nascosto senza rivelare la propria identità. Me lo sono immaginato non come un eroe, ma come qualcuno che in un raptus di generosità aveva fatto tutto questo e suo malgrado si era ritrovato a essere un anticonformista. Così è venuto fuori il personaggio Loris e subito dopo è nata la figura di un fratello diciottenne con un problema di identità sessuale, che in un paese dominato dall’oppressione non può che vivere nascosto.
L’ ‘on the road’ è arrivato in seguito alla ricerca di una situazione avventurosa, che mi divertiva e nella quale si potesse sciogliere ciò che loro avevano dentro.

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Elisabetta Bartucca

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