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Something Good, Barbareschi racconta il traffico dei cibi contraffatti

Something Good, Barbareschi racconta il traffico dei cibi contraffatti

Un danno pari a 1700 miliardi di dollari, un volume d’affari impressionante destinato a crescere e a mettere sempre più in pericolo la sicurezza alimentare dell’intera popolazione mondiale.
Sapori contraffatti, alchimie alimentari costruite ad hoc e a prezzi competitivi per appagare un fabbisogno che rischia di rimanere insoddisfatto. E così capita che per sfamare 7 miliardi di bocche, che nel 2040 diventeranno 9, le multinazionali si affidino al facile, veloce ed economico: la chiamano sofisticazione alimentare, frodi, traffici di cibi ‘infetti’ che arrivano sulle nostre tavole passando nelle mani di trafficanti di alimenti. Gli stessi che Luca Barbareschi racconta in “Something Good”, che la 01 Distribution distribuirà nelle nostre sale dal 7 novembre. Centocinquanta copie per una storia fortemente voluta e a lungo corteggiata dal regista, che come tanti ha subito il fascino del romanzo da cui è tratto il film, ‘Mi fido di te’ di Francesco Abate e Massimo Carlotto: “Tutto è nato dall’intuizione di quel libro, un testo che ci siamo rimbalzati in molti in Italia, perché è sempre stata una storia difficile da portare al cinema. L’ho corteggiato a lungo, perché è un libro divertente e grottesco sulla sofisticazione alimentare; il tema affrontato era molto interessante e abbiamo deciso che dovevamo ricominciare da capo”.

E così è stato. Uno sforzo produttivo di circa cinque milioni di euro, sei settimane di riprese per le strade di Hong Kong, con un cast all star (Zhang Jingchu, Kenneth Tsang, Gary Lewis),e rocambolesche avventure per aggirare la censura: “La scena del galoppatoio, ad esempio, è stata girata in un posto inaccessibile perché in mano alla triade della mafia. Insieme al direttore della fotografia Arnaldo Catinari, ci siamo incollati tre macchine da presa e di notte abbiamo scavalcato la recinzione; siamo arrivati a bordo campo e abbiamo girato le scene. I dettagli invece sono stati ripresi di giorno con piccolissime telecamere in mezzo al pubblico; abbiamo praticamente rubato tutto. Ma non potevo rinunciare a dei luoghi che la censura non mi avrebbe mai dato”.
Oggi “Something Good” si prepara al confronto con il pubblico, dopo aver ‘rischiato’ di essere il film di pre-apertura del prossimo Festival di Roma: “Non ci hanno voluto – tuona serafico Barbareschi – forse non eravamo alla loro altezza. All’inizio sembrava che ci dovessimo andare, forse poi hanno cambiato idea ed ora siamo felici di andare in sala. Con una storia di redenzione narrata secondo le regole del cinema di genere, riportata alla dimensione epica della tragedia greca perché lo interessava soprattutto la possibilità di raccontare “dell’assunzione di responsabilità da parte dell’eroe nel momento in cui ammette i propri errori, le proprie colpe e ha il coraggio di dire: ‘Ho sbagliato’, perché in fondo siamo umani e tutti sbagliamo”.

L’eroe in questione è Matteo (interpretato dallo stesso Barbareschi), responsabile del traffico internazionale di alimenti per conto del gruppo Feng: un uomo che ha fatto della vita un eterno compromesso, “un personaggio che corre verso il suicidio, che vuole farla finita, che quando incontra l’amore si accorge di poter avere una chance, anche se ormai non può più mentire”.
Una storia d’amore e redenzione, un thriller e un film di denuncia che certo non potrà esimersi dal sollevare polemiche, ma Barbareschi è pronto ad affrontarle: “Mi assumo la responsabilità di tutto ciò che dico e che ho fatto”. E poi affonda l’ultimo colpo: “Le banche non sono volute entrare in questo film per delle ragioni specifiche, perché partecipate da gruppi come Nestlé e Philip Morris”.

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Elisabetta Bartucca

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