Nicolas Vaporidis e Massimo Ghini fanno Outing
Nicolas Vaporidis e Massimo Ghini due sono tra i principali interpreti di Outing, film dell’esordiente Matteo Vicino; un racconto sulla nostra Italia, tra fantasia e realtà. E sogno…
Siete tra i nomi principali di un film diretto da un esordiente, è ancora una scommessa?
MASSIMO GHINI: Non ci ho pensato troppo. Mi hanno chiamato mentre stavo facendo Il vizietto, per cui ero già vestito da donna… Poi, la casualità ha voluto che lo scorso sia stato un anno che ho attraversato facendo un certo tipo di personaggi; Come quelli di ‘Uomini, uomini, uomini’, ancora proiettato in tutto il mondo come film di culto di quegli anni, accettato e sostenuto dal mondo omosessuale. Stante che nessuno deve giustificare niente, è bello poter dire di esser riusciti a essere credibili pur essendo molto diversi.
Anche se a volte si finisce per creare fenomeni imprevisti, come mi accadde anni fa ne La bella vita. Quando scrivemmo il personaggio di Jerry Fumo, che interpretavo, noi volevamo rappresentare lo schifo di un uomo senza morale, un residuo degli anni ’80. In tutta Italia le tv private continuavano a chiamarmi e a dirmi ‘sei un mito’, ma quella rappresentazione doveva fare schifo, era un personaggio deteriore! Per tornare a oggi, questa rappresentazione deve portare a una risata più che a creare o far sentire questo tipo di comunione.
Cipullo (uno dei produttori, ndr) ci raccontava di non aver potuto attingere ai fondi della Film Commission pugliese per un problema di tempi e di ‘richieste’, che ne pensi?
M.G.: Sicuramente ne sà di più lui, ma credo che adesso il meccanismo della regione Puglia sia persino cambiato. E spero sulla base di elementi di sensibilità. Forse è la cosa giusta bypassare l’idea di una commissione che debba emettere un giudzio di merito. Il nostro è un paese di commissioni, ma è l’idea vincente per allargare questo sistema e farlo diventare produttivo, aumentando anche l’impiego sul territorio. Anche le commissioni devono fare un salto in avanti, passando a un iter quasi automatico di stanziamento e abbandonando istituti giudicanti.
Nicolas, ora che hai superato i 30 anni. E’ un salto più grande di avere un regista esordiente a dirigerti o di parlare di omosessualità?
NICOLAS VAPORIDIS: Speriamo piuttosto di averne parlato senza offendere nessuno, né il mondo gay, né i pugliesi. Il nostro obietivo principale era di rientrare in uno schema di commedia, senza pretese autoriali o di altra natura, ma solo per veicolare attraverso la risata i temi di cui si parla – lobby, finanziamenti, ecc. – e dell’inseguire i propri sogni, o cosa si sia disposti a fare per realizzarli. Magari anche trovando un modo per superare condizionamenti e compromessi, anche se non superando i limiti della legalità. E’ stato un modo per raccontare una Italia che ci va stretta. Molto. Tutti noi vorremmo restare qui, vorremmo che si andasse verso un miglioramento. Tutti insieme. Nel nostro microcosmo, del cinema, facciamo dei tentativi. Anche sbagliando. Ma credo che sia bene che tutti, come Paese e come generazione, proviamo a migliorarci sfruttando le eccellenze che abbiamo.
In questo senso, forse, il vostro impegno di attori in questo caso si sposava particolarmente con quello personale, anche politico…
M.G.: Più che una scelta politica, qui è l’argometo di per sé che ti porta a fare certi ragionamenti nella vita… Personalmente mi aveva affascinato l’idea di trattare questo argomento in maniera politicamente scorretta. Speriamo di esserci riusciti…
N.V.: Io non sono politicamente attivo, non come Massimo almeno; faccio piuttosto polemica sui social network, ma più per un generico stimolo generazionale di miglioramento. Contro un tacito consenso e la non ribellione. D’altronde l’Italia offre non pochi spunti per ribellarsi.
Il film mi piaceva anche per il mio personaggio, al limite tra stenti e furbizia, che truffa perché costretto, a dire suo, ma truffa. Non è un atteggiamento che ami, ma mi piaceva mostrare una parte della nostra generazione costretta a scendere a compromessi con i poteri, o ad accettare di non farcela. Quella che raccontiamo è una Italia immaginaria, almeno per ora, visto che bandi come questi non esistono. Abbiamo pensato a come avrebbero potuto comportarsi in un caso del genere. Loro il talento ce l’hanno, vogliono solo una occasione, e la creano fingendo, accettano di farlo per non perdere tutto. Ed è difficile quando hai una sola possibilità. In un Paese di furbi c’è sempre quello onesto che paga e fa la figura dello stupido. Noi invece volevamo raccontare che l’onestà paga, anche se è un sottotesto molto ‘sotto’ in una commedia che vuole soprattutto far ridere.



