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    Aquaman, supereroe a spasso tra i generi

    Il supereroe di Atlantide, Aquaman, esordisce in solitaria dopo essere apparso coi colleghi della Justice League. James Wan dirige Jason Momoa in uno dei film più riusciti dell’universo Dc. In sala dal 3 gennaio.

    Niente male per una barzelletta. Perché Aquaman, l’eroe creato nei primi anni 40 da Mort Weisinger e Paul Norris, non era mai stato preso troppo sul serio. Dalle battute del serial Big Bang Theory fino al cartoon degli anni 70 che lo immortalava impietosamente in groppa a un cavalluccio marino quello dell’eroe interpretato da Jason Momoa poteva sembrare un percorso cinematografico complicato e decisamente in salita. Invece – magia del cinema – il principe di Atlantide sta sbancando i botteghini del mondo, facendo fare magre figure anche ai colleghi di scuderia più blasonati, come Superman e Batman, reduci dalla delusione del loro Dawn of Justice e dal fiasco plateale di Justice League.

    Il supereroe acquatico, che in Justice League era presente, non si è fatto trascinare dal flop dei compagni e alla prima in solitaria (e non sarà l’unica visti i numeri) ci arriva grazie alla regia di James Wan e alla sceneggiatura di David Leslie Johnson e Will Beall. Quest’ultima ci porta in un regno sottomarino in subbuglio, alle prese con la scalata al potere dell’ambizioso re Orm (Patrick Wilson) che, a dispetto dei consigli del saggio Vulko (Willem Dafoe), vuole riunire i clan subacquei per dichiarare guerra alla terraferma. L’unica speranza per i due mondi è rappresentata da Arthur (Jason Momoa), nato dall’amore tra un guardiano di faro e una principessa ribelle (Nicole Kidman), che preferisce fare l’eroe in superficie col nome di Aquaman. Ma grazie all’aiuto della giovane Mera (Amber Heard) Aquaman seguirà un percorso che lo porterà sulle tracce del suo retaggio, dalle dune del Sahara alla Sicilia da cartolina di Erice, dalle coste americane ai recessi più profondi e spaventosi del tanto amato oceano.

    E come spesso accade con i film di supereroi sono quelli che creano meno aspettative a lasciare più il segno. Era successo lo scorso anno con il Black Panther della Marvel, succede oggi con Aquaman. Forse perché quando l’immaginario collettivo è più sgombro è più facile lasciarci una nuova orma, forse perché i supereroi più presenti si affidano troppo a dinamiche narrative e cinematografiche più collaudate ma forse, anche per questo, un po’ più trite. Fatto sta che il film di James Wan riesce a distinguersi, e in un mercato che ormai propone cinque-sei film di supereroi all’anno, non è una cosa da poco. Riesce a distinguersi principalmente imbastendo un pastiche tra i generi che lascia nello spettatore una piacevole sensazione di spiazzamento. Aquaman comincia come una fiaba di celluloide alla Tim Burton, poi dopo un accenno di disaster movie si avventura nei territori di Mission Impossible, di Indiana Jones, di Alien, di Avatar per poi concludersi con una battaglia campale degna dell’ultimo Signore degli Anelli.

    Altra nota di merito è la cura dedicata anche ai personaggi minori, come ad esempio il cattivo di supplemento, il pirata Black Manta (Yahya Abdul-Mateen II), a cui è dedicata una sottotrama non banale che fa di lui uno dei pochi villain del grande schermo per cui è lecito provare empatia. Discorso a parte meritano le sequenze ad alto tasso di spettacolarità. Tre per la precisione, l’inseguimento sui tetti di Erice, la battaglia finale e la sequenza degli orribili Trench, mostri marini che sembrano usciti da un incubo lovecraftiano. Se questo tipo di scene sono il pane quotidiano per ogni film di supereroi va detto che Wan, specie nella terza citata, si supera davvero, creando immagini di altissimo impatto visivo complice un ampio utilizzo della tecnologia Imax.

    Il risultato finale è una piacevole sorpresa che supera i meriti e i limiti del suo protagonista, Jason Momoa, che magari non avrà un ventaglio particolarmente ampio di espressioni ma oltre a metterci la convinzione e il physique du role dà anche l’idea di divertirsi un mondo, con quel suo sorriso scanzonato che buca lo schermo e che rischia di farlo diventare un’icona del genere. E le note negative? Quelle non mancano, da una lunghezza forse eccessiva fino alla svogliataggine di una delle sue grandi star (Dafoe, che dovrebbe prendere esempio dall’impeccabile e preziosa Kidman), ma sono solo piccole ancore che non impediscono a questo immenso battello di solcare le acque della cultura popolare e rompere il ghiaccio delle platee.

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