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TFF32: la ‘seconda chance’ di Susanne Bier

TFF32: la ‘seconda chance’ di Susanne Bier

Presentato in anteprima al Festival di Torino, il nuovo film della regista Premio Oscar con “In un mondo migliore”, spiazza il pubblico con un dramma che si tinge di svolte thriller.

Due famiglie diverse, due mondi opposti, due storie di madri e figli, dove il confine tra il bene e il male si assottiglia, fino a generare nello spettatore un inevitabile senso di spaesamento. “A second chance” di Susanne Bier, premio Oscar per In un mondo migliore, arriva al Festival di Torino nella sezione Festa Mobile e spiazza il pubblico con una storia condita da elementi thriller, dove nulla è come sembra. Il film arriverà nelle sale italiane distribuito da Teodora Film.

Ha scritto la sceneggiatura ancora una volta insieme a Anders Thomas Jensen. Avevate in mente questa storia sin dall’inizio?
Non partiamo mai dicendoci i temi che tratteremo in un film, il punto di partenza può essere un personaggio che ci coinvolge, un’immagine o una scena che ci incuriosisce. In questo caso Anders è partito dall’immagine di una persona che salva un neonato da una situazione in cui non è accudito come dovrebbe. Era intrigante; in quel periodo inoltre leggemmo del caso di un bambino morto in Gran Bretagna, solo perché i servizi sociali non erano mai riusciti a sottrarlo ai maltrattamenti dei genitori pur avendolo visitato più e più volte. Ci siamo quindi informati sull’argomento e su queste basi abbiamo costruito la storia di “A second chance”.

Mette a confronto due situazioni, due famiglie l’una l’opposto dell’altra…

Lo abbiamo fatto in modo molto chiaro al fine di mescolare le carte della chiarezza. Le situazioni sono speculari, si parla di due famiglie in due contesti sociali differenti. Man mano però che la trama si dipana, ci si rende conto che in fondo questi due mondi non sono così diversi. Volevamo mettere lo spettatore in una condizione di smarrimento rimescolando le carte e creando uno spaesamento; non so se la sensazione che proviamo sia di ritenerli colpevoli entrambi, forse è evidente nel caso della famiglia di tossicodipendenti, ma nell’altro caso non identifichiamo una colpa o una responsabilità, piuttosto abbiamo la sensazione che non stiano rivelando tutto, siamo incantati da questa coppia ma le cose non stanno come sembrano.

Nulla é rivelato, come anche la motivazioni che porteranno una delle protagoniste al gesto estremo del suicidio …
Anna è una persona davvero molto infelice e con una gran paura di se stessa. Non è cattiva, non conosciamo fino in fondo le sue ragioni e forse non ce n’è una sola; penso che una persona con una sofferenza emotiva tale abbia probabilmente diversi fattori che la spingono a quel gesto e non uno soltanto.

Qual è la seconda chance del titolo?
Quasi tutti i personaggi del film hanno una seconda possibilità: Andreas, il protagonista, che fa qualcosa di completamente sbagliato per guadagnarsela; il suo collega Simon che sta distruggendo la propria vita e non trova la forza di rimettersi in sesto; Sanne che all’inizio del film è una donna coinvolta da una relazione disfunzionale.
Spesso le seconde chance ci vengono offerte, solo non riusciamo a vederle.

Cosa rappresenta nel suo percorso professionale un film con dei risvolti da thriller?
Non credo che “A second chance” sia un thriller, è piuttosto una storia drammatica che si inserisce perfettamente nel percorso fatto fino ad ora; ha certamente alcuni elementi del thriller, ma come succedeva già nel mio precedente film “In un mondo migliore”. Ogni opera ha uno spazio sconosciuto in cui l’artista si diverte a dare sfogo alla propria creatività, a diversificarsi e spaziare; diversamente sarebbe noioso anche per lo spettatore.

E il cinema danese? Qual è il suo stato di salute?
Credo sia molto buono, perché proporzionalmente il pubblico danese che guarda i film in sala è molto elevato grazie al rapporto sano che si è creato tra registi e sceneggiatori. La tradizione europea di cinema d’autore crea spesso invece il pericolo di alienare lo spettatore in sala, perché alcuni film risultano troppo alternativi; in tv al contrario sono stati fatti molti sforzi creativi per creare sceneggiature interessanti per il pubblico. Se l’Europa vorrà affrontare questa problematica dovrà lavorare molto su questo rapporto tra registi e sceneggiatori.
In questo ultimo anno ho visto molti film europei; l’essenza del cinema è la possibilità di trovare un suo pubblico: più velocemente avviene questo scambio, prima si stimola un dialogo per mettere in discussione certe cose, più sano diventerà lo stato di salute del cinema. Il pericolo in Europa è dovuto invece all’assenza di questo dibattito.

Qualcuno disse anni fa che il cinema italiano è morto dal momento in cui gli sceneggiatori hanno smesso di prendere l’autobus. Lei lo continua a prendere?
C’è qualcosa di profondamente vero in questa metafora: quando gli autori, gli attori o i registi smettono di avere una vita allora diventa difficile fare cinema o essere credibili nel farlo. Non prendo l’autobus, ma credo di avere una vita comune, non sono così distante dalla normalità, se non si sa quanto costa un litro di latte non vedo come si posa interagire con il pubblico.
È sempre importante mantenere la consapevolezza di avere dei privilegi e che la tua vita non è come quella degli altri.

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Elisabetta Bartucca

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