Bif&st 2014: Paolo Sorrentino, la ‘mia grande bellezza’
L’aria trasognata, lo spirito sfuggente di chi non ha mai fatto nulla per camuffare i lati più schivi e scostanti di sé, l’ironia dell’artista che a volte sa anche concedersi una pausa per raccontarsi. Non era facile farlo davanti alla platea del Petruzzelli a Bari, in una Lezione di cinema che diventa l’occasione per ripercorrere in compagnia del pubblico alcuni momenti della propria carriera, rivelarsi, scoprirsi – più di quanto non sia abituato a farlo – e ricevere il Fellini Platinum Award. Così Paolo Sorrentino arriva al Bif&st, dopo sei film e l’Oscar per La grande bellezza: discusso, voluto, atteso per alcuni, e chiacchierato, contestato e odiato da altri.
“Pensavo che si sarebbero scatenate reazioni di questo genere quando girai Il Divo visto la delicatezza dell’argomento – confessa – Accadde lo stesso, ma in maniera molto più misurata che per questo film atipico e apparentemente destinato a non dover far discutere. Sono misteriosi e insondabili i meccanismi per cui un film scateni delle reazioni così esasperate, forti e contrastanti. Non ho gli strumenti per capirlo.
L’incontro al Bif&st è anche il momento per “farsi ascoltare” e raccontare La grande bellezza lontano dalla bulimia mediatica che lo ha fagocitato: “Di fatto non sono stato ascoltato, tutti hanno parlato di questo film, tutti volevano parlarne… anche io, ma poi è diventato troppo tardi.
Volevo raccontare tutto, non solo Roma o l’ Italia, ma tutti gli stati d’animo possibili o le possibili forme di disperazione e gioie degli esseri umani, di bellezza e di bruttezza. Era questo il tentativo malsano del film”. Interpretato ancora una volta da Toni Servillo, un sodalizio artistico che di certo non cominciò nel migliore dei modi: “Fu una telefonata tragicomica quella in cui lo chiamai per fargli leggere il copione de ‘L’uomo in più’. Servillo mi disse: ‘Perchè vuoi fare il regista? Hai scritto una bella sceneggiatura, fallo dirigere da un altro’. E poi invece realizzammo il primo film insieme”.
Poi Sorrentino racconta di aver iniziato a fare il regista “per un senso di rivalsa” che negli anni ha lasciato spazio allo sperimentatore di linguaggi, all’esteta, all’artista nostalgico:“La regia è il rifugio del dilettante concentrato, prevede la possibilità di avere un atteggiamento da dilettante ma richiede un livello concentrazione molto alto e duraturo. Non necessariamente i bravi registi sono quelli che hanno una conoscenza approfondita delle tecniche e dei mezzi”.
E sul cinema italiano ha le idee chiare: “Per affermarsi il cinema, soprattutto quello italiano – legato a una lingua che si parla solo qui – ha bisogno di lavorare su più binari: sulle idee ma anche sul linguaggio. Negli ultimi anni si lavora solo sulle idee, ritenendo che stile e forma siano il rimorchio di quell’idea. Ma lavorare solo sulla sceneggiatura può andar bene solo per il cinema americano che ha un linguaggio penetrante e forte. Il cinema comincia a invecchiare, viene affiancato se non sorpassato dalla tv che vive un felice momento di sperimentazione; il cinema arranca e allora spesso è necessario trovare delle forme nuove di linguaggio, non è facile ma è ciò che si deve fare per realizzare un buon film”.
Assoluto silenzio invece sul prossimo film, l’unica certezza è che cambierà cambierà titolo e sarà con Michael Caine: “Non si chiamerà più ‘Il futuro’. Quel titolo non ci convinceva molto, ma non siamo ancora completamente sicuri del nuovo. Sto facendo dei sopralluoghi e scegliendo gli attori. Non posso raccontare di un film che devo ancora fare”.



