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Allacciate le cinture: Ozpetek, ossessionato dal tempo che passa

Allacciate le cinture: Ozpetek, ossessionato dal tempo che passa

Gli strappi, gli abbracci, l’amore di una vita, il tempo che passa e tutto consuma. Dopo la parentesi pirandelliana di Magnifica presenza, Ferzan Ozpetek riparte da qui, dalle turbolenze di Allacciate le cinture, in sala dal 6 marzo per 01 Distribution. 350 copie e un casting durato per mesi, anche se Kasia Smutniak (Elena) dice di averla avuta sempre in testa sin dall’inizio, e che per Francesco Arca (Antonio) è stato una vera e propria “via crucis”: “Ferzan mi ha tenuto sui carboni ardenti per giorni, cambiava sempre idea. Alla fine mi ha premiato però, e io mi sono completamente fatto trainare e guidare da lui”.

Un film che nasce quasi per caso, molto tempo fa…

Ferzan Ozpetek: Sei anni fa organizzai una cena a casa per un’amica che all’epoca non stava molto bene; invitai quaranta persone e feci venire anche Stefania Sandrelli, perché sapevo che lei l’adorava. Era fisicamente molto cambiata, eravamo seduti vicini a osservare le altre persone, e a un certo punto mi venne in mente di chiederle: “Ma tu e tuo marito dormite ancora insieme?”. Lei mi rispose: “Sì, e pensa: ci prova anche. Agli uomini non fa schifo niente”. In quel momento lui si girò a guardarla e sentii quell’amore nell’aria, stavo quasi per piangere. Allora capii ciò che vale davvero la pena raccontare: era quell’attimo di amore puro che supera la fisicità. È tutto partito da qui.
Ciò che conta di più è far emozionare, piangere e ridere fa parte della vita.
Non è un film sulla malattia, ma sull’amore nell’arco del tempo, ho la mania del tempo che passa.
Ci siamo fermati un mese per lavorare sui cambiamenti fisici che ogni personaggio avrebbe dovuto affrontare per il salto necessario che li avrebbe portati da 25 a 38 anni.

Una sceneggiatura scritta nuovamente in tandem con Gianni Romoli, dopo Saturno Contro e Le fate ignoranti. In cosa vi siete trovati cambiati? Chi ha cambiato chi?
Gianni Romoli: Io e Ferzan abbiamo scritto insieme cinque film, poi per quattro anni abbiamo seguito impegni diversi; ma è stata un’interruzione che non ha riguardato affatto il nostro rapporto personale, perché continuavamo a sentirci e a discutere di ciò che avremmo voluto fare.
Ferzan mi raccontò l’emozione di quella sera insieme alla sua amica, succedeva addirittura molto prima di “Magnifica presenza” mentre girava “Mine vaganti”. Allora cominciai a scrivere un lungo soggetto che gli feci leggere quando ormai ero arrivato a metà; dopo averlo letto Ferzan mi disse che quella era la direzione giusta da seguire e così decidemmo di dare un seguito a quelle prime quaranta pagine di storia.
La sceneggiatura era molto lunga, è stata scritta, riscritta e smontata più volte, anche durante le riprese, perché la storia non aveva un plot preciso: dovevi seguire delle emozioni, dei piccoli momenti e non dei fatti, il che richiedeva un grande lavoro di editino.
Ferzan non porta personaggio all’attore, ma vuole quasi che l’attore diventi personaggio. Siamo così arrivati a girare un film con un copione blindato, che ci ha però permesso di essere più liberi sul set perché la struttura di base era stata già ampiamente lavorata e decisa punto per punto. A volte abbiamo addirittura riscritto le scene la mattina stessa del ciak.
Mi sembra che temi e storie raccontate nei cinque film precedenti siano tutti confluiti in “Allacciate le cinture”, che rappresenta una specie di summa artistica.

A cosa allude il titolo?
F. O.: Deriva dalla constatazione che nell’arco della propria vita a ognuno capiterà necessariamente di ‘allacciare le cinture’ per le turbolenze che si è destinati ad incontrare, e la vita non è né una macchina né un aereo.
Ho giocato molto sul tempo, l’amicizia, la malattia e ho raccontato tutto attraverso una grande storia d’amore. Ho 55 anni  e se mi guardo intorno mi accorgo che mi rimangono due cose: l’amore e l’amicizia.

Che scelte avete fatto per le scene più crude come quelle in cui la protagonista si sottopone al trattamento della chemio?
F. O.: Siamo stati seguiti da un consulente che leggendo la sceneggiatura si è meravigliato per la scena d’amore in ospedale tra la protagonista consumata dal cancro e suo marito: può sembrare assurdo, ma capita davvero, ci ha raccontato, e spesso per oltre un’ora si lasciano i pazienti da soli con il proprio partner perché possano avere la loro intimità.

E la riflessione sul tempo?
F. O.: Spesso mi capita di rivedere delle vecchie foto e mi fa impressione constatare quanto sia cambiato. La felicità ti rende pauroso, hai paura di perderla, sono fatto così, quando sono felice aspetto o temo sempre che succeda qualcosa che potrebbe rovinare tutto. Così è capitato anche per il film: abbiamo montato subito la prima parte e ci piaceva, ma io e Kasia aspettavamo la seconda parte per piangere, è proprio lì che Kasia si è abbandonata definitivamente.

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Elisabetta Bartucca

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