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Parkland: l’omicidio Kennedy secondo Peter Landesman

Parkland: l’omicidio Kennedy secondo Peter Landesman

Il 22 novembre 1963 un paziente in condizioni critiche viene trasportato d’urgenza al Parkland Memorial Hospital di Dallas. E’ il presidente John Fitzgerald Kennedy. Parkland è il racconto dei tre giorni successivi all’omicidio del Presidente attraverso gli occhi di tutta la gente che si trovò a dover fronteggiare una situazione a cui nessuno li aveva preparati. Dottori e infermieri, gli uomini  dei Servizi Segreti di Dallas, un sarto, Abraham Zapruder, inconsapevole cameraman di quello che sarebbe diventato il filmato più visto e analizzato della storia, gli agenti dell’ FBI, la famiglia di Lee Harvey Oswald, il cecchino che – come avrebbe accertato la Commissione Warren – sparò i colpi che uccisero Kennedy. Tutti piccoli eroi rimasti a fare i conti con un fatto che avrebbe per sempre cambiato le loro vite. A raccontarlo è Peter Landesman, reporter prestato al cinema per fotografare da una prospettiva inedita, la vicenda che segnò il mondo intero. “L’aspetto pratico di tutto quello che sono chiamati a fare sia gli uomini della scorta sia i medici costituisce il tessuto del film, sono i muscoli e i tendini della trama di ‘Parkland’.  – racconta Landesman in un’intervista allo scorso Festival di Venezia dove il film (in onda su Raitre il 22 novembre) è stato presentato in concorso – Volevo mostrare la concitazione di quei momenti; tutta quella gente che si trovò a fare i conti con l’omicidio del Presidente Kennedy non era assolutamente preparata, ha dovuto improvvisare in una situazione brutta, caotica e concitata”. Uno sguardo che dissacra il mito, seguendo da vicino il corpo martoriato di Kennedy, sangue e carne sul tavolo di una sala operatoria presa completamente d’assalto dall’imprevedibilità di una tragedia profondamente umana.

Perché ha deciso di raccontare questo particolare aspetto dell’assassinio Kennedy?

Questa storia è stata raccontata già da tutte le altre prospettive, abbiamo visto la mitologia e  l’astrazione, le teorie della cospirazione e il mistero che ammanta questa tragedia, ma per me il mistero era riuscire a capire come hanno fatto quelle persone a sopravvivere a un evento simile, ritrovandosi in una circostanza assolutamente inconcepibile e dando prova di grande coraggio attraverso piccoli gesti di eroismo.

Il personaggio di Paul Giamatti (Abraham Zapruder) preserva il momento della morte di Kennedy per una forma di rispetto della dignità umana e del comune senso del pudore. Con l’11 settembre abbiamo visto tutto, abbiamo visto continuamente immagini di morte. Cosa cambia nel vedere o non vedere? È davvero necessario mostrare tutto?
Zapruder ha una dignità – e io l’ho rispettata – nel non mostrare il momento cruciale del filmato che è davvero disturbante: la testa di Kennedy che si spappola come un melone. Poco tempo fa mi è capitato di vedere alcune immagini dalla Siria di bambini morenti o morti: mi hanno letteralmente sconvolto. Sono stato corrispondente di guerra in Ruanda e Kosovo, dove ero quotidianamente circondato da cadaveri o pezzi di corpi, ma tutto questo non mi ha mai impressionato tanto come il vederli inquadrati su uno schermo televisivo; sullo schermo hai la realtà letterale e il significato preciso di ciò che accade ed è terribile.

Ha lavorato su un materiale immenso: un libro di 2000 pagine e incontri con diverse persone. Come ha scelto cosa tenere?

C’era anche un dvd con le note del libro a piè di pagina, tant’è che all’inizio la mia sceneggiatura era di 400 pagine ma avrebbe dato origine a un film di almeno quattro ore.
Ho scelto quindi di mettere insieme tutto ciò che ancora non sappiamo, era quella la domanda che mi ha guidato nella scelta di cosa mostrare e non mostrare. “Parkland” arriva ad assumere così un significato simbolico, come Chinatown nel film di Polanski; diventa il luogo dove le speranze e i sogni vanno a morire e subentra un livello di lettura metaforico, anche se tutto quello che si vede nel film è accaduto.

Perché ha deciso di passare dal giornalismo al mondo del cinema?
Mi sono scontrato con i limiti del giornalismo e in particolare nel 2007 con la pubblicazione di un libro sulla schiavitù sessuale; avevo reso noto un traffico di schiave che dall’ Ucraina e dalla Moldavia venivano imbarcate come casse di pompelmo verso gli Usa. In quell’occasione mi resi conto che a volte le storie sono troppo vere per essere raccontate, fui addirittura accusato di aver inventato il reportage e capii che spesso la gente non è disposta a sentire. Più vero, mostruoso e agghiacciante è un fatto, più la gente non è disponibile ad ascoltare.
Il cinema al contrario riesce a dare accesso a tutta una serie di realtà e informazioni, attraverso il filtro dell’emozione.

Che rapporto ha avuto con la famiglia Oswald?
Ho deciso di non aver nessun contatto con le due persone che sono ancora in vita di quella famiglia, Marina, la moglie di Lee Harvey Oswald, e il fratello Robert. Sono stato invece molto in contatto con due persone vicinissime a loro: una giornalista che aveva conosciuto molto bene sia Lee che Marina quando erano in Russia e uno scrittore newyorchese che invece conosceva bene la madre. Ho scelto di non avvicinare i membri della famiglia Oswald perché avrebbero raccontato delle cose solo a condizione di cooptare la narrazione del film, e invece credo che non siano più arbitri di ciò che è accaduto, hanno perso il loro potere di raccontare la verità su quei fatti. Volevo che il racconto fosse il più oggettivo possibile.

Dopo aver realizzato questo film la sua opinione sull’omicidio Kennedy è cambiata?
Ho avuto solo la conferma di ciò che già sapevo: la vera forza di questa storia non è nell’immagine altisonante e ammantata di leggenda, o di teorie di vario tipo, ma sta nell’aspetto umano di questa tragedia, di una storia fatta da persone comuni, da chi aveva i piedi ben piantati.

Come ha preparato gli attori? Li ha fatti leggere o li ha lasciati liberi di inventare?
dovevano essere grandi attori e la scelta per i personaggi più noti è stata un’evidenza, come per Paul Giamatti che interpreta Zapruder. Ho chiesto a tutti di non prepararsi nel modo più assoluto perché la tendenza quando si va a interpretare un personaggio noto è spesso quello di scimmiottare la persona realmente esistita, mentre volevo solo che recitassero.
Sono arrivati sul set con le loro idee e ho chiesto di cancellarle e di vivere le situazioni come fossero se stessi. Con una sola eccezione: Jeremy Strong ha una somiglianza sorprendente con Lee Oswald e sul set si è perfettamente calato nel personaggio, è arrivato in manette e si è rifiutato di mangiare per tre giorni interi. Non sapevo cosa aspettarmi perché non avevo modo di comunicare con lui, ma questa era stata la sua scelta ed ha funzionato.

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Elisabetta Bartucca

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