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Insidious 2 : Quando un sequel non s’ha da fare

Insidious 2 : Quando un sequel non s’ha da fare

Un confinato James Wan  ci illustra un altro quando privo di idee e di suspance nonostante la ripresentazione sul grande schermo di una delle sue più celebri sceneggiature di sempre.

2stelle

L’abilità nel ricreare la paura, adottando i sempre efficaci trucchetti del mestiere vecchia maniera, è diventata una caratteristica importante di  James Wan, abitudine che negli anni  gli ha fatto ritagliare la fama del più talentoso regista di genere del momento. Tale metrica è stata riscontrata ed esaltata in parecchi suoi precedenti lavori come “The Conjuring” oppure “Dead Silence”, ma questo non basta a rendere puntualmente accettabile un film all’occhio dello spettatore (o peggio ancora del cultore di cinema). E’ questo il caso di “Insidious 2 – Oltre i confini del male”.
La forte carenza creativa nella struttura narrativa del film è indice di come Wan negli ultimi anni si sia adagiato sugli allori,  risultando talmente involuto da sembrare un autentico dilettante. Si denota questo nell’ultimo e disgregato Wan, un regista dalle grandi capacità che attua una sorta di pseudo- tradizionalismo indotto dall’agiatezza conseguita negli anni. Gli ultimi suoi lavori, ovviamente a tema horror, sono strutturate da sceneggiature monocromatiche, quasi vuote a rendere, confezionate però, sul fulcro di una fotografia sempre ben curata. Che sia questo il guaio di Wan, diventato oramai un vero e proprio ‘libro aperto’ per qualsiasi seguace di cinema di genere? Non basta solo saper spaventare in un horror, bisogna anche saper strutturare un contesto nella maniera più creativa possibile, soprattutto se parliamo di horror. Neanche l’ottima interpretazione di Patrick Wilson, che fa il bello e il cattivo tempo nei panni di Josh, risulta utile per salvare un lavoro che può risultare solamente efficace ad un pubblico di età minore ai 14 anni.
Il vero problema di Insidious 2″ è proprio che l’efficacia nello spaventare non è accompagnata da un uguale abilità nel disturbare lo spettatore, come se questo lavoro fosse stato sceneggiato da quel Robert Lawrence Stine,  celebre scrittore della serie Piccoli Brividi, che a fine anni ’90 condizionò l’adolescenza di qualsiasi appassionato di cinema horror con i suoi scritti, adattati poi per la tv.
Insomma per un pubblico universale, l’ultima ‘fatica’ di Wan è assolutamente impresentabile. La paura che trasmette non scalfisce la sensibilità degli over-20, figurarsi di una fascia di pubblico più stagionata. Forse l’unico vero momento di paura del film è quel ‘Chapter 2’ che appare nei titoli d’apertura come il presagio ad un ulteriore sequel.  Che Wan ce ne scampi.

Alessio Giuffrida

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