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Sofia Coppola e i ladruncoli della ‘Bling Ring’

Sofia Coppola e i ladruncoli della ‘Bling Ring’

Teenager ossessionati dalle celebrities, adolescenti che si intrufolano indisturbati nelle ville di lusso dei loro beniamini per fare incetta di gioielli, capi d’abbigliamento, auto, droghe, alcol e se capita farci scappare anche qualche scatto da condividere nell’hic et nunc dei social network. Con “The Bling Ring”, in 300 sale dal 26 settembre, Sofia Coppola fa a pezzi la cultura pop e racconta la vera storia della banda di ladruncoli ribattezzata ‘The Bling Ring’, la stessa che nel 2009 mise a soqquadro le ricche case di alcuni vip a Los Anegeles.

Gli eventi raccontati dal film sono ambientati tra il 2008 e il 2009, prima della grande crisi. È cambiato qualcosa oggi in quel panorama sociale?
Il fascino e l’ossessione per il mondo delle celebrity non fa altro che crescere, quindi per quanto ne so io la crisi non ha avuto un grosso impatto sul fenomeno. Ero interessata ad analizzare questo aspetto della cultura pop perché sta toccando degli estremi notevoli.

Quello che colpisce di più è l’assenza totale dei genitori e il vuoto di valori. Sono davvero così questi ragazzi?

La storia del film parla anche di questo: di famiglie che non danno nessun tipo di sostegno. Ma non volevo fare una generalizzazione degli adolescenti americani; sicuramente quelli raccontati dal film sono accomunati da famiglie assenti, ma ce ne sono tanti altri che invece possono contare su nuclei familiari solidi e che gli trasmettono altri valori.

Da “Il giardino delle vergini suicide” a “The Bling Ring”: protagonisti sempre adolescenti anche se in due situazioni completamente diverse. Cosa è cambiato in questi anni? Sono degli estremi o rappresentano delle epoche?

Le ragazze de “Il giardino delle vergini suicide” erano innocenti, mentre i ragazzi dipinti in “The Bling Ring” non lo sono affatto.
Sono due epoche molto diverse e il mio interesse era raccontare cosa sta succedendo nella società contemporanea; si tratta di adolescenti in epoche e situazioni culturali completamente differenti.

Cosa pensa della tendenza sviluppata negli ultimi anni di molti film di raccontare di questa generazione in caduta libera? Ha compreso l’origine di questa crisi?
Per quanto riguarda il disagio degli adolescenti è qualcosa di cui si e sempre parlato. Questa storia però parla soprattutto di estremi, di questa ossessione esasperata per le celebrità e dell’ansia di condividere tutto con tutti in tempo reale, di una cultura pop che rappresenta ormai una parte importante della società americana.

Pare che durante le riprese abbia introdotto i protagonisti del film nelle case di alcuni suoi amici. È vero?

Sì! Prima dell’inizio delle riprese abbiamo fatto in modo che questi ragazzi passassero molto tempo insieme perché si sviluppasse questa idea di gruppo; tra le cose che abbiamo fatto c’è stato anche quella di farli intrufolare in casa di altre persone per cercare di fargli sentire cosa si provasse realmente. Diciamo che alcuni dei miei amici hanno accettato di prestarsi a questo gioco, quindi non era proprio a loro insaputa.

Che rapporto c’è stato con le celebrità di cui si parla nel film? Si sentono vagamente responsabili di questa deriva?
Non abbiamo avuto contatti con nessuna delle star vittime di questi furti, eccetto Paris Hilton che ha collaborato al film. Ho voluto raccontare tutto dal punto vista dei ragazzi mantenendo lo stesso tipo di distacco che hanno questi teenager.

I protagonisti si muovono indisturbati: rubano macchine, fanno incetta di gioielli senza difficoltà. Ma è così facile entrare nelle case in America?

È una peculiarità di Los Angeles; per chi ci vive quei quartieri sono come una piccola comunità.
Fa parte di un atteggiamento cool tipicamente californiano, vivere in queste comunità li fa sentire sereni e protetti. A New York ad esempio, funziona già diversamente!

Lo spettatore non si sente mai emotivamente coinvolto da questi ragazzi. È un distacco voluto?
Un po’ ambedue le cose: volevo che pubblico li seguisse e che allo stesso tempo sviluppasse un distacco emotivo, senza condividere con i protagonisti della storia nessuna intimità, proprio come non ne esiste tra di loro: alla fine l’unica cosa che condividono è questa ossessione per gli oggetti di lusso.

Dove ha studiato questi adolescenti?
Ho parlato molto con la giornalista che pubblicò su ‘Variety’ l’articolo relativo alla vicenda, mentre la figlia adolescente di una mia carissima amica mi ha aiutato nello slang.

Ho letto le trascrizioni della polizia e ho incontrato alcuni protagonisti di questa storia

Perché ha cambiato i nomi reali dei protagonisti?
Prima per questioni legali e poi perché non volevo raccontare un documentario, ma un film di finzione mantenendo una certa libertà narrativa, che altrimenti non avrei avuto.

Il personaggio maschile in questa banda sembra essere solo di passaggio. È una gang tutta al femminile, ispirata da donne e portata avanti da donne…
Sì, le vere leader sono le ragazze. Mi piaceva raccontare la storia dal punto di vista del ragazzo, perchè forse era quello a cui mi potevo sentire più vicina.

Vivere in Europa le dà il giusto distacco per criticare nei suoi film la società americana?
Vivo fra New York e Parigi. Quando sono tornata questa cultura pop era esplosa agli estremi. Essere stata un po’ lontana mi ha forse consentito di vedere le cose in modo più oggettivo.

I veri protagonisti hanno visto il film?
Solo il ragazzo, l’unico che ho voluto incontrare. Non volevo essere troppo vicina a loro, né agli eventi che li avevano coinvolti e che stavo per raccontare.

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Elisabetta Bartucca

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