Gabriele Muccino: “Agli attori chiedo di emozionarsi”

di Gianlorenzo Franzì
A vent’anni esatti da Ecco Fatto, il suo esordio dietro la macchina da presa, Gabriele Muccino torna a raccontare quello che pare più congeniale al suo respiro cinematografico, ovvero la famiglia e le sue tante (e a volte dolorose) disfunzionalità. A Casa Tutti Bene (in sala dal 14 febbraio) è forse il film giusto al momento giusto: dopo i passi falsi della quadrilogia oltreoceano – Quello che so sull’amore e padri e figlie, forse ancora più de La ricerca della felicità e Sette anime -, e la caduta verticale de L’Estate Addosso, era necessario un film che gli restituisse la giusta dimensione, con un cast sontuoso e che ha la caratteristica dell’urgenza: riaffiora prepotente l’affinità tra l’isterismo inquieto dei suoi personaggi e il passo della sua macchina da presa frenetica e vorticosa.
Torni a girare in Italia con un film attesissimo e che sembra un festival di cinema italiano, con un cast che presenta il meglio del comparto attoriale italiano oggi…
Direi che la condizione per riunire gli attori è nata dalla sceneggiatura e dall’idea del film, e magari anche dall’idea che fossi io ad averlo scritto e a dirigerlo. E poi è stato anche un lavoro di scelta: ho dovuto trovare tra tutti i talenti italiani quelli più giusti per i personaggi che avevo immaginato e raccontato. E poi hanno un enorme talento, ma soprattutto un’enorme generosità per mettersi in gioco.
In A casa tutti bene ci sono ritorni “eccellenti” del tuo cinema, come Accorsi e la Sandrelli, ma anche volti relativamente nuovi: nei tuoi film c’è sempre un gran lavoro sul cast, sull’interazione dei personaggi, sembra si respiri realmente un’aria di famiglia. Come lavori con loro sul set?
Ci lavoro molto emotivamente: gli chiedo di emozionarsi e di vivere le emozioni in prima persona. E se questo non avviene, di far vibrare l’emotività, di perdere il controllo, se necessario di entrare nella pelle dei personaggi in modo che diventino i personaggi stessi, e ci sia una aderenza quanto più forte possibile fra la loro natura e chi interpretano.
Hai cominciato proprio vent’anni fa con Ecco Fatto. Poi ci sono stati L’ultimo bacio e Ricordati di me, dei veri e propri fenomeni al botteghino ma a vederli oggi, a distanza, dei ritratti sociali e culturali di un preciso momento storico. Alla fine sei passato in America, ai più alti livelli produttivi. Cosa hai portato in Italia della tua esperienza americana? E cosa invece hai dovuto lasciare girando a Hollywood?
In Italia porto un’ulteriore conoscenza del cinema, della messa in scena, dell’architettura del film in tutte le sue sfumature tecniche ed emozionali. Quindi ritengo di essere cresciuto moltissimo; mentre in America ho portato quello che ho imparato dal cinema italiano degli anni d’oro, più o meno dai ’50 ai ’70, quella combinazione fra realismo ed emotività, poesia e poetica, cose proprie del nostro cinema, e cioè quella commedia amara ma vera, emotivamente poetica: è questo il cinema che ho tentato di portare in America.
I tuoi film sembrano piccolo trattati sociologici delle situazioni emotive: quando scrivi le sue storie, attingi a quello che vedi intorno a te o peschi dal tuo intimo? Come riesci a rendere i tuoi film così attuali e urgenti?
Non tutti i miei film purtroppo riescono così bene, non tutti riescono così urgenti… alcuni diventano delle creature che si compongono e si attaccano da soli al nostro immaginario, ma io cerco sempre di raccontare delle storie che abbiano una loro compiutezza, e quindi capacità comunicativa con il pubblico. Poi ci sono momenti della vita in cui si matura il vissuto, e in qualche modo un’altra conoscenza della vita finisce per trasformarsi in drammaturgia e quindi in una storia strutturata per farne un film.
Adesso che sei tornato, però non ci lasci più…
Ahah, no, conto di restare.



