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Gemma Bovery: Tragicomica Madame Bovary

Gemma Bovery: Tragicomica Madame Bovary

La commedia di Anne Fontaine, ispirata alla graphic novel di Posy Simmonds, apre il 32esimo Festival di Torino. Un trionfo del buffo che trova in Fabrice Luchini il suo naturale interprete.

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Un’esperienza sensoriale oltre che immaginifica, la sensualità impetuosa propria solo di certe eroine tragiche e l’ineluttabilità del destino come nei grandi romanzi, il tutto stemperato da una comicità sofisticata. Ecco cosa succede a voler fondere in una sceneggiatura le suggestioni di un classico della letteratura come Madame Bovary di Gustave Flaubert e l’arguta graphic novel di Posy Simmonds, Gemma Bovery, ispirata proprio al capolavoro con cui lo scrittore francese debuttò nel 1856.
A dirigere le operazioni ci pensa la francese Anne Fontaine, regista di Coco Avant Chanel e Two Mothers, che dà così un seguito alla sua personale poetica del ritratto femminile. In questo caso lo fa partendo dall’estro dell’illustratrice britannica che già tra il 2005 e il 2006 pubblicava Tamara Drewe su The Guardian, portato poi sul grande schermo da Stephen Frears.
Il film di apertura del 32esimo Festival di Torino porta in sé la bizzarria di un fumetto e i tratti di una tragicomico racconto che prende le mosse da un fornaio parigino, Martin, bohémien riciclatosi come panettiere in un paesino della Normandia. Un uomo della cui vita passata rimane solo l’immaginazione ed una ossessione per le opere di Flaubert, che una coppia di inglesi appena trasferitasi nella casa accanto farà risvegliare fino alle estreme conseguenze. I nuovi arrivati si chiamano per uno strano caso del destino Gemma e Charles Bovery, e anche i loro comportamenti sembrano evocare le gesta dei protagonisti di “Madame Bovary”. Martin assumerà il ruolo di un deus ex machina, regista consapevole delle loro vite disposto a fare di tutto pur di impedire che il destino della coppia non segua quello dei malcapitati amanti del romanzo.
La Bovary della Fontaine, tratteggiata dalla genuina sensualità di Gemma Arterton, si muove continuamente tra l’amarezza di una donna tormentata dalla noia, assetata dalla passione per un giovane studente di legge e perseguitata da un amore passato, e un’autoironia che trova in Fabrice Luchini la sua naturale incarnazione. È lui il registro comico del film, che gioca con le fantasie erotiche di un uomo, proiettandone fascinazioni e desideri irrisolti sulla vita della bellissima Gemma. Un’interpretazione che vive dei movimenti impercettibili del volto, delle sue espressioni buffe, dei bizzarri duetti con il fedele cane Gus o dei pensieri in fuga.
Difficile resistere poi al carisma della Arterton, che le fantasie di Martin trasformano in un’eroina tragica dei nostri giorni: alla Fontaine bastò incontrarla a Londra e vederla in pochi secondi togliersi cappello e sciarpa per capire che Gemma sarebbe stata lei.
Un racconto aperto alle infinite possibilità dell’immaginazione, amaro, schivo e infinitamente ironico quando la fantasia finisce per scontrarsi con la banale crudeltà della sorte.

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Elisabetta Bartucca

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