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Le due vie del destino: Storia di violenza e riconciliazione

Le due vie del destino: Storia di violenza e riconciliazione

Colin Firth e Nicole Kidman protagonisti di una delle pagine meno conosciute della seconda guerra mondiale. Dirige l’australiano Jonathan Teplitzky. In sala dall’11 settembre

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Nel 1996 Eric Lomax, un ufficiale britannico fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale e torturato dall’esercito giapponese, pubblica le sue memorie. Il libro vende 300. 000 copie in Inghilterra e vince il NCR Book Award come miglior opera di non-fiction inglese e il J.R. Ackerley Prize come miglior autobiografia.
A quasi vent’anni di distanza la vita di Lomax viene raccontata nell’opera cinematografica di Jonathan Teplitzky e poco prima dell’uscita del film, in sala dall’11 settembre, l’autobiografia arriva anche nelle librerie italiane.
Alternando costantemente nel racconto lo stile tragico e romantico, Le due vie del destino asseconda, in un crescendo incalzante, i toni melodrammatici sottesi alla creazione di una forte tensione morale, corda tesa su cui si misura il ritmo interno della narrazione che, partendo da un incipit asciutto ed essenziale, approda alle immagini cariche di pathos della rappresentazione epica.

Durante la seconda guerra mondiale decine di migliaia di soldati sono fatti prigionieri dalle truppe giapponesi. Spedito a lavorare alla costruzione della Ferrovia della morte, in Thailandia, Eric Lomax è testimone di sofferenze inimmaginabili. Insieme ai suoi compagni costruisce una radio clandestina ma viene scoperto, percosso brutalmente e torturato. Molti anni dopo, su un treno, conosce una donna che, divenuta sua moglie, riesce ad aiutarlo ad affrontare il passato. L’ufficiale giapponese Nagase, che svolgeva il ruolo di interprete nel gruppo dei torturatori, è ancora vivo e Lomax torna in Thailandia per incontrarlo.
Mentre Eric Lomax, nel romanzo autobiografico, porta il discorso a svelare ogni infima bassezza ed atrocità della guerra, senza timore di descrivere nei dettagli le torture e le umiliazioni subite dai prigionieri di guerra, il linguaggio cinematografico con cui il film affronta il racconto rende esplicito il sentimento di colui che, sulla soglia di un luogo proibito, scosso da malessere e stupore, rimane turbato, silenzioso, a guardare.

Del diario di Lomax il film raccoglie in modo forte principalmente l’essenza etica sul valore del perdono e ne sublima il sentimento secondo gli stilemi della narrazione classica, raccontando la storia attraverso l’atmosfera della grande epica militare, censurando e depurando l’immagine dalla visione cruda della decomposizione, morale e fisica, che accompagna l’umiliazione subita dalle vittime di guerra. Mai la sofferenza è mostrata fino in fondo ma soltanto suggerita, evocata.
Se nel romanzo solo sul finale appare una donna, come consolazione salvifica e simbolo di pacificazione dei conflitti interiori, nel film essa è incipit evocativo che assiste ed accompagna il percorso di purificazione, immagine costante che priva la scena della sua scarna ed essenziale durezza. La donna, come il melò, aggiunge orpelli di forma alla rappresentazione del personaggio, stilizzandone la sofferenza, una sofferenza che nel romanzo non è privata del sangue, del fango, del sudiciume, della convivenza con gli insetti, delle piaghe purulente e di ogni tormento inflitto alla vita dei prigionieri. Il film non ha lo stesso coraggio che la penna di Lomax persegue, non mostra i corpi lividi e tumefatti dopo le torture, i volti deformati dalle carenze alimentari ma sceglie di esprimersi attraverso l’enfasi del pamphlet morale, nell’intenzione di non sporcare un ideale romantico con il fango e il sangue dell’abiezione.

Se l’incontro/scontro fra Lomax e Nagase è il fulcro del film, nel romanzo il tema rimane sempre saldamente ancorato alla necessità del riconoscimento storico e alla consapevolezza morale di un massacro.
Le due vie del destino pone in risalto non tanto l’atrocità della guerra quanto il rapporto conflittuale fra due uomini che si sono trovati loro malgrado, in un momento della Storia, nella condizione – realtà/simbolo – di vittima e carnefice e che hanno deciso, quasi in un tempo fuori dal tempo, di riconoscersi come uomini, di essere fratelli. Quello concesso a Nagase da Lomax è un perdono che nel romanzo si svela solo alla fine, a chiusura e completamento di una coraggiosa confessione di verità, il dilemma vendetta/perdono diviene invece leitmotiv della narrazione cinematografica, focalizzando il racconto sulla figurazione del conflitto etico. La tensione morale, animata dalla bruciante passione del protagonista nei confronti della sua storia – un personaggio che ha tutte le caratteristiche per creare una fortissima empatia con gli spettatori – è espediente drammaturgico che suscita il coinvolgimento emotivo e la magia dell’immedesimazione.
Le due vie del destino è costruito attraverso la combinazione di scene del presente, durante gli anni ’80, fredde e grigie, e flashback del passato, durante gli anni ’40, caratterizzate dai colori accessi della giungla asiatica in un alternanza di realtà, sogni, ricordi con cui si realizza la personificazione della mente di Lomax, contesto emotivo in cui lo sguardo si lega fortemente all’immagine e ne fa scaturire la riflessione interiore. Si tratta dunque di un film che riesce a trasmettere, attraverso tutti gli espedienti del cinema classico, il desiderio di non dimenticare, ma di interiorizzare e comprendere la tragedia e che per questo è sentito omaggio, riconoscimento del valore morale di un uomo e della sua vita.

Gisella Rotiroti

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