Song Of Silence: Il silenzio vale più di mille parole
Esordio alla regia per il giovane Chen Zhuo che presenta un’opera riflessiva capace di affrontare tematiche socialmente importanti. In sala dal 29 maggio.
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Song of Silence è indubbiamente una pellicola da non sottovalutare: l’importanza di questo lavoro è infatti dettata dalla bravura di Chen Zhuo nel miscelare il cinema d’autore con le tematiche socialmente difficili che caratterizzano un popolo, o meglio quello tanto vicino al regista – basti pensare che la location dell’intero film è proprio il paese natio di Zhuo . Il senso di incomunicabilità che trasuda da Song of Silence è disarmante: essere totalmente isolati da uno dei mezzi di comunicazione più importanti di sempre, la parola.
Non è un caso che una delle protagoniste del film sia una povera ragazza sordomuta, Jing (Yin Yaning) vittima di una situazione familiare non propriamente idilliaca – madre e padre divorziati . Il valore della pellicola non è però dovuto unicamente a questa vera e propria “metafora d’autore”; come detto, il film affronta anche quelle tematiche “scomode” che sono elementi caratteristici della società contemporanea. L’irresponsabilità familiare ad esempio, forte e semi-anarchica nel film, il disorientamento giovanile, figlio sempre di una negligenza a livello genitoriale e situazioni altamente delicate – e a dir poco sfiorate – come incesti ed aborti. Tutto questo collage viene incastonato in una location plumbea, caratterizzata da quel chiaro-scuro che in qualche modo è in simbiosi con i personaggi. Come sottolineato dallo stesso Zhuo, il nucleo centrale di Song of Silence è il silenzio, ma allo stesso tempo il canto – inteso come forma di liberazione che costituisce però una rottura – rappresentato da quel parallelismo sinottico che coinvolge sia Jing – appunto il silenzio – che l’altra protagonista del film, Mei (la cantautrice Wu Bingbin). Nonostante però questa sorta di “Yin e Yang “ – ironico il fatto che una delle due interpreti si chiami proprio Yin – le due protagoniste si assomigliano esistenzialmente. C’è molto da esaltare in questa opera prima di Chen Zhuo, rifacimento a quel cinema d’autore asiatico che non esiste quasi più, e che cerca in tutti i modi di esortare la massa ad affrontare anche se solo da una poltrona realtà semi-sconosciute. La scelta registica ricorda molto la metrica adottata dal famoso Hou Hsiao-Hsien , tant’è che Song of Silence rievoca uno dei lavori più conosciuti del regista sopracitato, ossia Goodbye South Goodbye. Lavoro indipendente, prodotto tra i vari dall’ italiano Gianluigi Perrone (già attivo in lavori come Ritual, Oltre il guado ma anche Morituris), Song of Silence è molto più di una pellicola per palati fini: è il voler tornare a quel neo-realismo d’autore tanto dimenticato.
Alessio Giuffrida



