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Bif&st 2014: i Vanzina ricordano Volontè

Bif&st 2014: i Vanzina ricordano Volontè

Non avrebbero mai immaginato che uno come Gian Maria Volontè potesse accettare l’idea di fare un loro film. E invece le cose andarono diversamente. Volontè accettò, il film si fece e loro, Carlo ed Enrico Vanzina, certo non avrebbero mai neanche pensato di ritrovarsi a parlarne quasi ventiquattro anni dopo. Il tributo del Bif&st all’attore simbolo del cinema italiano impegnato parte da Tre colonne in cronaca, che Carlo Vanzina diresse nel 1990 adattando un romanzo di Corrado Augias e Daniela Pasti all’epoca dei fatti redattori de ‘La Repubblica’.

“Gian Maria Volontè era un mostro sacro, il contrario apparentemente di ciò che facevamo noi.- ricorda Carlo – Quando ci chiamò per dirci che avrebbe accettato restammo sorpresi. Eravamo andati a trovarlo a Velletri dove aveva casa, lui ascoltò le nostre motivazioni e lesse subito il copione. Ci richiamò immediatamente dopo per dirci che avrebbe fatto quel film”, con cui né critica né pubblico furono teneri. Tre colonne in cronaca si rivelò un insuccesso e i due registi non ne fanno mistero: “Si disse che il pubblico di Volontè non sarebbe mai andato a vedere un film nostro e viceversa il nostro pubblico non sarebbe andato a vedere un film con Volontè. Il solito problema dell’essere etichettati”.

Storia di una scalata ad un importante quotidiano d’opposizione, giochi di potere e intrighi dell’alta finanza, Tre colonne in cronaca si rivela oggi sorprendentemente attuale, ennesimo banco di prova di un mattatore che fece del genio e sregolatezza il suo tratto distintivo. Artista ombroso, schizofrenico e viscerale, metodico a tal punto da  “riscrivere a mano la propria parte su un quaderno, così una volta sul set si sarebbe potuto dedicare ad altro che non fosse l’aspetto prettamente mnemonico del ruolo: la postura, i movimenti del personaggio, alcuni dettagli fisici. Era quel tipo di attore che non butta via le battute, accentuava una frase per farla entrare in testa allo spettatore”.
Nel film di Carlo Vanzina Volontè diede anima e corpo al personaggio di un direttore di giornale che strizzava l’occhio a Eugenio Scalfari, allora direttore de ‘La Repubblica’: “Fu sua l’idea –ricorda Carlo – di caratterizzare il personaggio con quella risata da serpente”.
“Fu lo specchio migliore di cosa sono gli italiani, come Sordi. – gli fa eco Enrico – Volontè entrava completamente nei personaggi che gli venivano offerti e lo faceva tutte le volte in modo diverso. Sordi era istintivamente vero, lui costruiva la verità, era il massimo del verismo pur lasciando quel velo che ti fa capire che si stava recitando una parte.
Mi piace il modo in cui riusciva a rendere il senso della solitudine del potere, lo faceva con uno sguardo o con una parola omessa che restituisce la sensazione di un uomo solo in un’Italia che gli fa schifo, che non ama più”
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Un uomo e un artista, oggi ricordo di un paese poco avvezzo a preservare la propria memoria storica.

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Elisabetta Bartucca

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