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The Wolf of Wall Street: ‘Quel bravo ragazzo’ di Scorsese

The Wolf of Wall Street: ‘Quel bravo ragazzo’ di Scorsese

Quinta collaborazione di Scorsese con il suo attore feticcio Leonardo DiCaprio. Un’epica allucinata e fulminante dove il regista di “Quei bravi ragazzi” non si risparmia per coraggio, stile e contenuti. In sala dal 23 gennaio.

4stelle

Dark e spudoratamente comico come Quei bravi ragazzi, ambizioso come Casinò, smodato, folle e oscuro. In una sola parola fulminante. The Wolf of Wall Street, il film che con ogni probabilità porterà a Leonardo DiCaprio un Oscar – il primo dopo esserci andato tanto vicino in passato –, dichiara i suoi intenti sin dalle prime inquadrature: orgiastico, delirante e coraggioso, allucinogeno e barocco come solo Martin Scorsese avrebbe potuto fare.
Fu lo stesso DiCaprio a portargli la sceneggiatura, un adattamento firmato da Terrence Winter partendo dall’omonima autobiografia di Jordan Belfort, uno dei più celebri broker di New York, un ‘cowboy della finanza’, il perverso Robin Hood di Wall Street.
Era molto prima che Scorsese girasse Shutter Island, poi il progetto si arenò per riprendere quota nel 2012 quando iniziarono le riprese. Oggi finalmente è pronto a esplodere sugli schemi, raccontando come nessuno avrebbe saputo fare meglio l’epica un gangster moderno, l’ascesa e la caduta di uno spregiudicato ragazzo del Queens, che nella selvaggia Wall Street degli anni ’80 si fa strada come broker manipolando i mercati e truffando milioni di investitori. A ventisei anni aveva guadagnato 49 milioni di dollari “cosa che mi ha fatto incazzare, perché ne mancavano solo tre e avrei ottenuto una media di un milione a settimana” dirà poi nella sua autobiografia.
Si spostava volando su un elicottero personale, guidava sei auto di lusso, attraversava l’oceano a bordo di uno yacht di 50 metri, lo stesso che era appartenuto a Coco Chanel, collezionava suite d’albergo e prostitute, si abbandonava ai deliri provocati da abuso di sedativi – ne assumeva una ventina al giorno, un cocktail di Quaalude, cocaina e morfina. Nel giro di pochi anni si era reso protagonista di una cavalcata senza freni tra “leoni, tigri e orsi”, in un caleidoscopico mix di trofei ed eccitanti : denaro, droghe, automobili, una bellissima modella come moglie e la villa più grande degli Hamptons come nido d’amore.
E Scorsese sa bene come lavorare un materiale così ipnotico e spudorato: lo aveva fatto con Quei bravi ragazzi e ci riprova oggi, sostituendo alla gang di quartiere un manipolo di squali di Wall Street. Lo schema è identico, ma il regista di Hugo Cabret riesce a rinverdirlo ad ogni sequenza, sovvertendo le regole del genere – Jordan non fugge dalla legge come avrebbe fatto un gangster, ma la sfida, sguazza nell’illegale fino alla fine – giocando ad autocitarsi e riempiendo questa storia di omaggi. Perché The Wolf of Wall Street è il condensato di una cinematografia folle e senza limiti, libero, grottesco, surreale e autoironico, ma soprattutto capace di rievocare pezzi di storia del cinema americano. Dall’infinita lunga serie di gangster movie tra gli anni ’70 e ‘90 al John Landis più anarchico di Animal House: inevitabile non pensarci dopo aver visto gli sfrenati e goliardici festini a base di cocaina, donne e sesso di Jordan e compagni negli uffici della Stratton Oakmon.
Scorsese non si pone limiti, supera il politicamente corretto qui più che in ogni altra sua creatura, scomoda Gordon Gekko, vola e fa di Jordan Belfort l’essenza dello spietato sogno americano, indugia nell’edonismo del protagonista senza pudore, schivando i moralismi e dando libero sfogo alla disumana e strisciante bramosia di denaro.
DiCaprio nei panni del protagonista è alla completa mercé del suo mentore, capace in un ciak di fargli fare di tutto: sbiascicare, folleggiare, farfugliare in preda all’ennesimo mix di sonniferi e coca o strisciare vittima delle allucinazioni. Per una performance delirante, folle, tossica.
Insieme agli altri suoi compagni di viaggio: Jonah Hill, Matthew McConaughey, Jon Favreau, Jean Dujardin, Spike Jonze, Margot Robbie, tutti egualmente stupefacenti, facce di un’umanità paradossale e allucinata, dove ‘giovani, affamati e stupidi’ diventano il bersaglio più appetibile. Standing ovation.

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Elisabetta Bartucca

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