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Don Jon: Il “latin lover” di ultima generazione…

Don Jon: Il “latin lover” di ultima generazione…

L’esordio registico di Joseph Gordon-Levitt presenta una sfrontata commedia sui “non principi” che alimentano gli asettici rapporti di coppia contemporanei.

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E fu così che anche Joseph Gordon-Levitt si dilettò regista…  In che modo ? Presentando una commedia tanto sfrontata quanto convenzionale che però ha dalla sua il genio di voler approfondire al meglio i “non principi” basilari su cui si strutturano animatamente, la gran parte dei rapporti di coppia contemporanei.
C’è da riconoscere audacia registica al giovane attore californiano, soprattutto per aver voluto miscelare una mera commedia a tinte rose con quella sprezzante e grottesca alla Paul Weitz, infarcendo il tutto di flash pornografici,  ‘Ave Maria’ durante gli esercizi di body building ed inquietanti – ma dannatamente realistici – discorsi familiari filo-tradizionalistici.
Quello che impressiona di Don Jon  non è solo la quotidianità con cui viene mostrato il rapporto di coppia contemporaneo, ma anche la superficialità della società attuale, fagocitata dalla televisione, dai social network e dalla mondanità. Chapeau a Gordon-Levitt che ha avuto la bravura sia di pensarli che di mostrarli in quel modo, con quell’estrema vicinanza voluta, in modo da farli assimilare e subito rigettare allo spettatore.
Notevole poi mostrare l’intero contesto attraverso la figura di un “latin lover” dipendente da pornografia da web, ma al contempo tradizionalista e dannatamente credente – connubio decisamente fuori dagli schemi – e presentando il tutto con quell’originalità cinematografica degna del grande artista. E’ giusto poi lodare le interpretazioni di Scarlett Johansson, all’apparenza ragazza facile che cela una profondità d’animo egocentrica, e Julianne Moore, donna tutta d’un pezzo che nasconde un animo totalmente trasgressivo influenzata da strascichi di dipendenza pornografica.
Altra nota positiva è la vitalità delle scene altamente hollywoodiane, girate con quella maestria registica che elevano l’apparente status del film ossia quello di un lavoro indipendente (il budget era di circa 6 milioni di dollari).
Doveroso elogiare  Gordon-Levitt e questo suo esperimento dove, oltre a sceneggiar(si) nell’intento di apparire sullo schermo con tinte che altri registi difficilmente gli avrebbero proposto (se non l’Araki che lo lanciò con il Misteryous Skin decisamente poco adatto alle educande!), giunge persino a dirigersi. Una cosa frequentissima oggi, intendiamoci, e per lo più lodevole come tentativo di deviare il proprio cliché da parte di molti divi e ‘divetti’: ma in questo caso traspare una poliedricità più arrischiata e bizzarra, che potrebbe addirittura rievocare – specie nello scenario statunitense – quell’audacia “polanskiana” da sempre esaltata da chi non dimentica che il polacco fu in modo assai sinergico attore e quindi inarrivato maestro della settima arte.

Alessio Giuffrida

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