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Venere in Pelliccia: Masochismi da palcoscenico

Venere in Pelliccia: Masochismi da palcoscenico

Roman Polanski torna con un (altro) film dall’impianto teatrale, per una riflessione sull’amore, sul dolore, l’umiliazione e, perché no, il sessismo. Presentato allo scorso festival di Cannes, esce nelle nostre sale il prossimo 14 novembre.

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I quattro attori diventano due, l’inglese diventa francese, l’appartamento claustrofobico diventa un piccolo teatro. Due anni dopo “Carnage” Roman Polanski torna sulla scena del crimine, e qui la parola “scena” riprende tutto il senso classico del termine perché “Venere in Pelliccia” è di nuovo un esperimento di teatro al cinema.
Il film è tratto infatti dalla pièce omonima dell’americano David Ives, adattata dallo stesso Ives e da Polanski e poi tradotta in francese da Abel Gerschenfeld. Il testo originale è a sua volta un’opera di metateatro ispirata al romanzo omonimo dell’austriaco Leopold von Sacher-Masoch. “Uno dei grandi capolavori della letteratura”, ripete ossessivamente il regista introverso e vagamente represso interpretato da Mathieu Amalric. “Un libro porno dell’inventore del sadomaso”, sostiene l’attrice che porta il viso di Emmanuelle Seigner, moglie e musa di Polanski, in un ruolo accattivante che alterna superficialità e mistero, sex appeal e spessore.

Solo due persone sul palco, quindi e sarebbe facile dire che sono loro il motore del film, anche perché sostanzialmente sono tutto il film. Polanski sceglie di portare alle estreme conseguenze questa nuova passione per il teatro, dimezzando il numero dei personaggi rispetto a “Carnage” e sfidandosi dichiaratamente a tenere alta la tensione e l’attenzione per tutti i 96 minuti di durata, rispettando rigorosamente le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione.
Nel suo crescendo di dialoghi brillanti, sul filo sottile dell’erotismo condito da un pizzico di perversione, nel suo finale parossistico, nel suo mettere in scena una guerra non dichiarata tra i sessi la sceneggiatura fa decisamente il suo lavoro. Del resto non è un caso se la pièce di Ives a Broadway ha ricevuto non pochi onori. Dal canto suo Polanski ci mette il talento nella direzione degli attori e l’attenzione delle inquadrature che indicano agli occhi dello spettatore la strada da seguire.

E proprio questo è uno dei pochi elementi che fa emergere un’estetica più propriamente cinematografica, per quanto minimalista. Il linguaggio cinema per il resto si limita a poco altro. All’inserimento di effetti sonori per accompagnare gesti solamente mimati, a un montaggio non troppo invasivo e alla piacevole colonna sonora di Alexandre Desplat.
E in questo nuovo omaggio al grande genitore del cinema, il teatro – un omaggio sperimentale e senza compromessi – l’unico dubbio che potrebbe assalire lo spettatore è proprio che l’ultima opera di Polanski sia in realtà un film che non è un film e questa sensazione straniante si percepisce più chiaramente che non nel precedente e simile “Carnage”. Chi non si farà spaventare scoprirà però che l’eleganza non manca e che “Venere in Pelliccia” resta un film bello da vedere e soprattutto da sentire.

Marcello Lembo

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