Venezia 75., Leone d’Oro a Roma di Cuaron
Trionfa il film del regista messicano. Premio speciale a Nothingale di Jennifer Kent, Leone d'Argento a "The Favourite" di Yorgos Lanthimos.
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Read more »“Sembra di arrivare in paradiso e invece è l’inferno”, annuncia la domestica dell’aristocratica villa di vacanza famigliare dove arriva Valeria Bruni Tedeschi, appena lasciata dal compagno (Riccardo Scamarcio). Ad attenderla la madre vedova, la sorella (Valeria Golino) con l’anziano marito tycoon indagato per truffa, le due famiglie di domestici e la figlia adottiva Celià.
È una riflessione autobiografica al sapore di cinema, quella che la Bruni compie nel suo quarto film da regista e attrice protagonista: perché in I villeggianti, presentato in anteprima fuori concorso a Venezia.75, viene messa in scena la sua famiglia, con una ricostruzione se non proprio storica, di sicuro emotiva. Le difficoltà di reperire fondi per girare il suo prossimo film, gli alti e bassi sentimentali, il dolore sempre nuovo di un fratello morto, le dispotiche dinamiche dei rapporti: c’è tutto il suo mondo e tutta la sua emotività che sale a fior di labbra ma non riesce quasi mai a risolversi con un pianto liberatorio, preferendo piuttosto sfogarsi con un urlo muto. Ma c’è anche molto di più: c’è un cinema che riflette su se stesso e la sua capacità psicoanalitica (per chi lo fa soprattutto, ma anche per chi lo guarda), c’è il disagio della lotta di classe forse mai finita, c’è insomma un bagaglio sociale e culturale seppellito sotto le macerie umane di un’alta borghesia che va disfacendosi come cenere fra le dita.
Perfettamente aderenti alla bruma che fuoriesce come nebbia mattutina, la Golino e la Bruni fanno a gara a chi è più brava ad emozionare levando, sottraendo ed emozionando, mentre Scamarcio sembra sempre più sottovalutato e soprattutto sotto utilizzato in relazione a quanto riesce sempre a mettere in scena quel disagio perpetuo con uno sguardo in perenne fuga.
Non è neanche troppo abbozzata, in I villeggianti, la descrizione di un sottoproletariato ancora in debito di ossigeno e di una classe (non più dirigente, ma ancora) arroccata in una nobiltà esteriore e fin troppo fintamente, faticosamente sfarzosa.
Ed è una traccia che corre sottocutanea, un dolore silenzioso ma presente: nell’artrosi della mamma anziana che non si arrende al pianoforte, nel proteggersi dalla morte semplicemente chiudendo in una stanza i ricordi allontanandosene in un castello di rimozioni, insomma una sorta di attesa esistenziale della distruzione osservando da vicino e anzi compiacendosi quasi del proprio decadimento. Avvertito solo dalla vecchia zia (che in una sequenza finale non riesce a dormire perché sente i passi del Nulla che sta per venire a prenderli), ma capace di estendersi come un’ombra angosciosa e soffocante a tutto un disagio esistenziale che annichilisce.
A nulla serve aggrapparsi con le unghie e con i denti a rapporti esausti, a matrimoni logori: sull’altare viene sacrificato anche un figlio mai nato: ma alla fine le emozioni risalgono prepotenti e sono assenze/presenze fantasmatiche, spettri fin troppo reali che si aggirano dovunque ghermendo la vita vera e trascinandoci con loro. Fino a sparire nella nebbia.
di GianLorenzo Franzì
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In concorso al festival arriva il dramma giudiziario di Gonzalo Tobal.
Buenos Aires: spazi e decòr impassibili e senz’anima, proprio come Dolores, un’intensissima, indecifrabile Lali Esposito, a nascondere un turbinio inusitato di emozioni, dolori e lacerazioni.
Acusada, con la regia di Gonzalo Tobal, ha i contorni del caso Amanda Knox: una ragazza al centro di un’indagine giudiziaria la cui soluzione sembra non fermarsi e non essere abbastanza univoca con il solo verdetto processuale.
Cos’è la verità? Quando un avvenimento, pur se brutale, viene consegnato al passato, com’è possibile decifrarne le coordinate, fin dove è possibile coglierne l’essenza? Acusada si interroga su domande elementari quanto abissali con un lungo, tesissimo racconto nel quale la protagonista attende, insieme alla famiglia e al suo spietato avvocato, la conclusione della fase processuale che deve far luce sull’efferato omicidio della sua (ex?) migliore amica, che proprio lei è l’ultima ad aver visto viva. E mette in chiaro i suoi intenti fin dal titolo: accusata. Di cosa? Da chi? Perché? Le risposte non sono univoche, se l’accusa non riguarda la colpevolezza “giuridica” ma quella dei fatti, di una realtà sfuggente e ineffabile, sorprendente e sogghignante.
Tobal utilizza al meglio il tempo scenico e mette in scena un racconto dal ritmo preciso, incredibilmente lucido, servito da una sceneggiatura che disegna i personaggi attraverso i loro sguardi, senza sottrarsi ad un prepotente, importante aggancio con l’attualità più necessaria: per indagare fino a che punto i media, e l’indagine mediatica, e la gogna sociale, incidano sulla nostra percezione del vero.
E soprattutto in questo si avverte l’influenza del caso Knox: “vittima” e “colpevole” sono solo terminologie da talk-show, perché non importa cosa sia successo, quello che alla fine vince è soltanto l’ipotesi che con più fascino viene suggerita dalla tv. Unico luogo di confessione, tempio sacro che rende credibili in egual modo vittime e carnefici, come se l’unico modo per rintracciare noi stessi sia quello che ci viene suggerito dai media sempre più invasivi.
Perfetto.
di GianLorenzo Franzì
Read more »Luca Guadagnino porta in concorso al festival la sua personalissima rivisitazione del film di Dario Argento. Il risultato è un’opera maestosa e impervia ricca di rimandi e sottotesti.
Cosa c’è di più terrificante, spaventoso, maestoso dell’amore? In quanti modi l’amore può influire sulle nostre vite, in quante maniere si declina l’amore nella vita di ogni giorno? E la vita, l’intera esistenza, non è forse solo una danza nella quale un partner cerca sempre di “condurre” l’altro dove vuole lui?
Senza ridurre tutto ad un semplice gioco delle coppie, ma indagandone la natura e le pieghe più nascoste, oscure, terribili, Luca Guadagnino porta avanti il suo discorso sull’amore e su come possa essere utilizzato per manipolare e legarlo ad un insano bisogno di controllo: dal lontano (per risultati e intenzioni) Melissa P., fino a Io Sono L’Amore, A BIgger Splash, Chiamami Col Tuo Nome, il cinema di questo geniale -ex- enfant prodige del cinema prima italiano ora internazionale ha sempre messo al centro della sua narrazione l’amore, declinandolo ora secondo il noir, ora secondo la saga famigliare, oggi attraverso l’horror. Ma sempre e comunque con il suo gusto quasi barocco, eccessivo, decadente e straripante: i suoi film, quando deragliano, lo fanno per eccesso, per una quantità abnorme di cose, emozioni, dettagli, persone e personaggi, storie e finali, che esondano dalla linea retta della trama. Suspiria è un progetto antico, atteso al varco da quella nuova genìa virtuale, inutile quanto chiassosa, degli haters, ed è ovviamente il remake, anzi, una nuova rilettura della storia già raccontata e immaginata da Dario Argento e Daria Nicolodi: Susie Banner, una ragazza americana, arriva in Germania a Berlino per iscriversi nella scuola di danza Markos, diretta e frequentata da sole donne, in realtà sulfureo covo di streghe. Guadagnino riprende quella storia, di per sé scarna e poco dettagliata, che il maestro Argento utilizzò per una sua personalissima coreografia dell’orrore senza logica se non quella del puro piacere filmico ed estetico; la riprende, la metabolizza, la mastica e la rielabora esasperandone aspetti, scarnificandola da eccessi, incicciandola con particolari, sottotrame, indirizzi metatestuali, iperboli filosofiche e politiche, arricchendola insomma di tanto di quel materiale da creare un vero e proprio monstrum.
Suspiria creerà un vero e proprio caso, sarà amato e odiato, sfonderà ogni limite e confine, tanto pesante, monolitico, incredibilmente pregno dell’autore e delle sue ossessioni e di una visionarietà impressionante da non poter e non dover passare inosservato, travolgendo come una slavina tutto e tutti. Scenografie dense di art noveau, cura maniacale per dettagli e inquadrature, ma soprattutto background narrativi e psicologici restituiscono una messa in scena rigogliosa e labirintica, ma sempre e assolutamente affascinante, mentre Tilda Swinton e Dakota Jhonson si giocano il ruolo di una carriera, la prima musa ispiratrice del regista, la seconda nuovo oggetto erotico multimediale e polimorfico: Suspiria gioca con lo spettatore più scafato come con quello più innocente, travolgendo la visione con un sovraccarico sensoriale aiutato dalla superba colonna sonora di Tom Yorke e da un apparato iconografico e scenico impressionante.
Guadagnino, dal canto suo, si diverte con insert politici e sociali: perché love is everywhere, e che cos’è il terrorismo se non una forma di amore distorto per un ideale? Cos’è una congrega se non un rapporto intimo malato e diabolico? Cos’è la relazione madre/figlia se non l’amore supremo? C’è Rainer Werner Fassbinder, ma c’è anche Kubrick; c’è ovviamente Argento, ma c’è su tutto una forma di cinema purissima che si nutre solio di sé stessa e di una messa in scena fastosa magniloquente, ora spenta da luci fredde e ambienti congelati, ora esaltata da soluzioni cromatiche pericolosamente kitsch ma inequivocabilmente efficaci. Visioni, sogni, incubi e deliri; psicanalisi, politica, la banda Baader-Meinohf, Berlino Est e Berlino Ovest, il nazismo e il Male, la danza e Pina Bausch, l’orrore e il gran guignol: Suspiria 2018 è tutto questo e anche di più, storto e sghembo quando sembra non sapere che direzione prendere, esorbitante nel suo mettere in piazza anche il superfluo (e 152’ sono in effetti troppi), ma geniale per come riesce a mettere tutto insieme in un’opera maestosa e impervia, tremenda nel suo essere una scossa sottocutanea, horror senza paura e film d’amore senza amore. Ma perfetta, quando trova la sua quadratura in quell’ultima immagine che, dopo spargimenti di sangue e budella, stringe e sfuma su un vecchio cuore cancellato.
di GianLorenzo Franzì
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Presentato in anteprima alla 75esima Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, arriva in sala dall'11 ottobre l'esordio alla regia di Bradley Cooper, che consacra come attrice la regina del pop.
Read more »Alfonso Cuaron in concorso al festival con un film targato Netflix, che ripercorre luoghi e persone della sua infanzia nel quartiere Colonia Roma di Città del Messico.
Lunghi piani sequenza, il bianco e nero, il sapore mite del ricordo, la ricognizione storica, una casa-museo strabordante di oggetti, pezzi, frammenti di vita, i rumori, i suoni e le voci dello scalcinato quartiere Colonia Roma di Città del Messico fra il 1970 e il 1971, proprio mentre il paese si ritrovava ad attraversare un momento politico cruciale, che sarebbe culminato nel tristemente noto ‘Massacro del Corpus Christi’, quando un gruppo paramilitare appoggiato dal governo uccise circa centoventi persone. Irrompe così nel concorso della Mostra del Cinema di Venezia il sontuoso e personalissimo ritratto di famiglia (la propria, di estrazione borghese) di Alfonso Cuarón.
Roma, distribuito in tutto il mondo da Netflix e in sala da dicembre, segna il ritorno del regista messicano al Lido dopo Gravity del 2013; un film realizzato usando i ricordi famigliari e del quartiere della sua infanzia, un progetto a cui Cuaron pensava da almeno quindici anni. E soprattutto interamente messicano dalla troupe al cast, composto anche da attori non professionisti come Yalitza Aparicio (Cleo, all’epoca dei fatti la sua bambinaia), scelta insieme a Nancy García in un villaggio rurale nello stato di Oaxaca.
Roma appare come il lavoro forse più maturo e completo del regista de I figli degli uomini, che dagli spazi della casa in cui è cresciuto silenziosa, caotica, affollata di persone e mobili, alcuni dei quali autentici, si affaccia al proprio passato e lo guarda con tenerezza (quella di Cleo), lasciando allo spettatore il compito di perdersi nelle inquadrature scolpite dal bianco e nero, e cadenzate dai dettagli.
Dominano i campi lunghi, le scene si stratificano in più azioni come anche i suoni, uno per ogni luogo: i fischietti degli ambulanti per le strade affollate dell’epoca, i campanelli delle bici, lo sferragliare delle auto in mezzo al traffico, la voce cantilenante dell’arrotino, le urla di protesta. Rumori che si muovono da un punto all’altro, sorprendono il pubblico, lo avvolgono e seguono il movimento della camera, mentre la memoria scorre tra i luoghi, appollaiata tra i volti delle persone e le vecchie fotografie.
Cuaron ricostruisce la propria storia familiare servendosi dello sguardo di Cleo, “un ruolo basato sul personaggio di Limu, la mia tata da bambino. Eravamo la sua famiglia; sono partito dai ricordi che avevo di lei, durante le riprese sul set ci parlavo spesso. Quando cresci con qualcuno che ami non metti mai in discussione la sua identità, Limu per me era semplicemente mia mamma e qui invece ho tentato di vederla per la prima volta come una donna, di origini indigene, di una classe sociale più bassa, ho adottato un punto di vista che prima non avevo. Nella mia famiglia sono state le donne a portare avanti la casa, praticamente non c’erano uomini”.
Sì, perché Roma è anche un omaggio alle figure femminili della sua infanzia: domestiche, madri, nonne, ironiche, dolci, dirompenti, abbandonate e agguerrite nel tentativo di rimettersi in carreggiata. Un universo matriarcale in cui le donne sanno di essere sole, perché “non importa quello che ti dicono, saremo sempre sole”.
Un cinema equilibrato che gioca sulla giusta distanza, sul potere evocativo delle cose e delle immagini, sul ricordo come momento per riguardarsi da un punto di vista privilegiato e lasciare che il lavorio della memoria faccia il resto. Insieme al tempo che ingiallisce, scolora, consuma. E a volte si ferma implacabile su una scena, un istante, un volto.
In concorso al festival il nuovo film di Yorgos Lanthimos, storia in costume che guarda al presente attraverso un uso spregiudicato della macchina da presa.
Viene comunemente definita la prima guerra dei tempi moderni quella che si svolse fra il 1702 e il 1707 tra la Francia e l’Inghilterra della regina Anna: The Favourite parte da qui, costruendo intorno alla sovrana un’altra guerra più intima e forse più spietata, quella fra le sue cortigiane lady Sarah Churchill, duchessa di Marlborough e la sua giovane cugina Abigail Masham, una battaglia fra le mura di palazzo e soprattutto della camera da letto della reggente, donna insicura e labile di carattere e di psiche.
The Favourite arriva a pochissima distanza dall’ultimo capolavoro di Lanthimos, Il Sacrificio Del Cervo Sacro, e conferma il suo periodo più prolifico e la sua vena più autentica, proseguendo l’interessantissimo e geniale percorso di un autore che ha una visione del cinema tutta sua e che tuttavia sembra muoversi, fondendoli insieme in un unicum personalissimo, tra i territori misterici di Kafka e quelli di Haneke, tra il sadismo allegorico di Lars Von Trier e le perversioni crudeli di Bret Easton Ellis, tra il teatro di Artaud e le suggestioni del Dadaismo.
Con The Favourite, presentato in concorso alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, Lanthimos sembra poi invertire i paradigmi del suo universo poetico più recente: non drammi moderni che attualizzano i miti antichi, ma una storia in costume che declina la confusione etica e sensoriale del presente attraverso un uso spregiudicato e potente della macchina da presa ma anche del suono, della musica, dell’immagine stessa che sembra deformarsi letteralmente sotto i cortocircuiti di un autore ondivago, feroce e densissimo.
Qua la metafora non è rappresentativa del mondo contemporaneo: ma il comportamento umano che viene studiato e rappresentato è trait d’union tra le epoche, così da mettere in scena la sua teoria secondo cui da un’epoca all’altra cambia solo il contesto, ma quello che scorre sottocutaneo è sempre lo stesso, magmatico, immanente, misterioso e doloroso, inevitabile e arcaico.
La più normale delle situazioni (come dei conigli tenuti in gabbia, pratica della regina Anna che desta non poco fastidio alla sua ancella Sarah) nasconde sempre qualcosa di insano e aberrante.
Il paradosso lascia lo spettatore disorientato e privo dei soliti mezzi per interpretare le immagini, e così ogni storia, ogni personaggio viene esasperato fino all’assurdo e deformato all’interno e all’esterno, rendendo il cinema di Lanthimos un vero e proprio labirinto impregnato di un senso del perturbante nel senso più intimo e distruttivo del termine. The Favourite richiama Greenaway nel cromatismo della messa in scena, nel suo voler essere in tutto e per tutto sontuoso e totemico, nel parossismo del mistero quotidiano; eppure porta profonde le stimmate del regista greco, entomologo dell’anima moderna così sfuggente per come completamente fuori dagli schemi. Allo stesso modo i personaggi dello scandaloso trio protagonista (Olivia Colman, ma soprattutto le incredibili Emma Stone e Rachel Weisz) sembrano essere e andare costantemente in direzione ostinata e contraria per sfondare ogni regola, per sforare nell’assurdo, per resistere alla norma e ad una normalità che è sempre e solo di facciata, e nasconde soltanto innominabili, laceranti segreti.
di GianLorenzo Franzì
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Il film di Damien Chazelle apre la 75esima Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia e omaggia l'astronauta destinato a entrare nella storia come il primo uomo sulla luna.
Read more »Venezia 75. svela le carte. Un’edizione ricchissima di ritorni, opere prime e star. Tre gli italiani in gara per il Leone d’Oro: Capri Revolution di Mario Martone, l’attesa e preannunciato Suspiria di Luca Guadagnino e il documentario di Roberto Minervini What you wanna do when the world’s on fire?. Folta la squadra americana capitanata dal film d’apertura First Man che riporterà al Lido Damien Chazelle e Ryan Gosling dopo il successo di La La Land. Fuori competizione A star is born esordio alla regia di Bradley Cooper che farà sfilare sul red carpet Lady Gaga, una delle protagoniste del film. Nutrita la compagine Netflix: Roma di Alfonso Cuaron, 22 July di Paul Greengrass, The Ballad Of Buster Scruggs di Joel e Ethan Coen, The Other Side Of The Wind di Orson Welles e They’ll Love Me When I’m Dead di Morgan Neville.
Saranno presentati inoltre come evento speciale i primi due episodi de L’amica geniale, la serie di Saverio Costanzo tratta dai romanzi di Elena Ferrante.
Ecco tutti i film categoria per categoria.
CONCORSO
FIRST MAN – FILM D’APERTURA
di DAMIEN CHAZELLE
con Ryan Gosling, Jason Clarke, Claire Foy / USA / 138’
THE MOUNTAIN
di RICK ALVERSON
con Tye Sheridan, Jeff Goldblum, Hannah Gross, Denis Lavant, Udo Kier / USA /106’
DOUBLES VIES
di OLIVIER ASSAYAS
con Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret, Pascal Greggory / Francia / 100’
THE SISTERS BROTHERS
di JACQUES AUDIARD
con Joaquin Phoenix, John C. Reilly, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed / Francia, Belgio, Romania, Spagna / 120’
THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS
di ETHAN COEN, JOEL COEN
con Tim Blake Nelson, James Franco, Liam Neeson, Tom Waits, Bill Heck, Zoe Kazan, Tyne Daly, Brendan Gleeson / USA / 132’
VOX LUX
di BRADY CORBET
con Natalie Portman, Jude Law, Raffey Cassidy, Stacy Martin, Jennifer Ehle / USA / 110’
ROMA
di ALFONSO CUARÓN
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Carlos Peralta, Nancy García / Messico / 135’
22 JULY
di PAUL GREENGRASS
con Anders Danielsen Lie, Jonas Strand Gravli, Jon Øigarden, Isak Bakli Aglen, Seda Witt, Maria Bock, Thorbjø Harr / Norvegia, Islanda / 133’
SUSPIRIA
di LUCA GUADAGNINO
con Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth, Chloë Grace Moretz / Italia / 152’
WERK OHNE AUTOR (OPERA SENZA AUTORE)
di FLORIAN HENCKEL VON DONNERSMARCK
con Tom Schilling, Paula Beer, Sebastian Koch, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci / Germania / 188’
THE NIGHTINGALE
di JENNIFER KENT
con Aisling Franciosi, Sam Claflin, Baykali Ganambarr, Damon Herriman, Harry Greenwood, Ewen Leslie, Michael Sheasby, Charlie Shotwell / Australia / 136’
THE FAVOURITE
di YORGOS LANTHIMOS
con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz, Nicholas Hoult, Joe Alwyn / UK, Irlanda, USA / 120’
PETERLOO
di MIKE LEIGH
con Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith / UK, USA / 154’
CAPRI-REVOLUTION
di MARIO MARTONE
con Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Antonio Folletto, Gianluca Di Gennaro, Eduardo Scarpetta, Jenna Thiam, Ludovico Girardello, Lola Klamroth, Maximilian Dirr, Donatella Finocchiaro / Italia, Francia / 122’
WHAT YOU GONNA DO WHEN THE WORLD’S ON FIRE?
di ROBERTO MINERVINI
con Judy Hill, Dorothy Hill, Michael Nelson, Ronaldo King, Titus Turner, Ashley King, Kevin Goodman, The New Black Panthers Party for Self Defense / Italia, USA, Francia / 123’
NAPSZÁLLTA (SUNSET)
di LÁSZLÓ NEMES
con Juli Jakab, Vlad Ivanov / Ungheria, Francia / 142’
FRÈRES ENNEMIS
di DAVID OELHOFFEN
con Matthias Schoenaerts, Reda Kateb, Adel Bencherif, Sofiane Zermani, Nicolas Giraud, Marc Barbe, Sabrina Ouazani, Gwendolyn Gourvenec / Francia, Belgio / 111’
NUESTRO TIEMPO
di CARLOS REYGADAS
con Carlos Reygadas, Natalia López, Eleazar Reygadas, Rut Reygadas, Phil Burgers / Messico, Francia, Germania, Danimarca, Svezia / 173’
AT ETERNITY’S GATE
di JULIAN SCHNABEL
con Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Niels Arestrup / USA, Francia / 110’
ACUSADA
di GONZALO TOBAL
con Leonardo Sbaraglia, Mariana Espósito, Inés Estevez, Daniel Fanego, Gerardo Romano / Argentina, Messico / 108’
ZAN (KILLING)
di SHINYA TSUKAMOTO
con Sousuke Ikematsu, Yu Aoi, Tatsuya Nakamura, Shinya Tsukamoto, Ryusei Maeda / Giappone / 80’
FUORI CONCORSO
EVENTO SPECIALE
THE OTHER SIDE OF THE WIND
di ORSON WELLES
con John Huston, Oja Kodar, Peter Bogdanovich, Susan Strasberg, Norman Foster / USA / 122’
THEY’LL LOVE ME WHEN I’M DEAD
di MORGAN NEVILLE
USA / 98’
PROIEZIONI SPECIALI
L’AMICA GENIALE
di SAVERIO COSTANZO
con Elisa Del Genio, Ludovica Nasti, Margherita Mazzucco, Gaia Girace / Italia, Belgio / 120’
IL DIARIO DI ANGELA – NOI DUE CINEASTI
di YERVANT GIANIKIAN
con Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi / Italia / 90’
FICTION
UNA STORIA SENZA NOME
di ROBERTO ANDÒ
con Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante, Alessandro Gassmann / Italia, Francia / 110’
LES ESTIVANTS
di VALERIA BRUNI TEDESCHI
con Valeria Bruni Tedeschi, Pierre Arditi, Valeria Golino, Noémie Lvovsky, Yolande Moreau, Laurent Stocker, Riccardo Scamarcio / Francia, Italia / 125’
A STAR IS BORN
di BRADLEY COOPER
con Lady Gaga, Bradley Cooper, Andrew Dice Clay, Dave Chappelle, Sam Elliott / USA / 135’
MI OBRA MAESTRA
di GASTÓN DUPRAT
con Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Andrea Frigerio / Argentina, Spagna / 100’
A TRAMWAY IN JERUSALEM
di AMOS GITAI
con Noa Ahinoamam Nini, Mathieu Amalric, Hana Laslo, Yael Abecassis, Pippo Delbono, Yuval Scharf, Karen Mor, Lamis Amar , Mustafa Masi / Israele, Francia / 90’
UN PEUPLE ET SON ROI
di PIERRE SCHOELLER
con Gaspard Ulliel, Adèle Haenel, Olivier Gourmet, Luis Garrel, Izïa Higelin, Noémie Lvovsky, Céline Sallette, Denis Lavant / Francia, Belgio / 121’
LA QUIETUD
di PABLO TRAPERO
con Martina Gusman, Bèrènice Bèjo, Graciela Borges, Edgard Ramirez, Joaquim Furríel, / Argentina / 117’
DRAGGED ACROSS CONCRETE
di S. CRAIG ZAHLER
con Mel Gibson, Vince Vaughn, Tory Kittles / Canada, USA / 159’
YING (SHADOW)
di ZHANG YIMOU
con Deng Chao, Sun Li, Zheng Kai, Wang Qianyuan, Wang Jingchun, Hu Jun, Guan Xiaotong, Wu Leo / Cina / 116’
NON-FICTION
A LETTER TO A FRIEND IN GAZA
di AMOS GITAI
Israele / 34’
AQUARELA
di VICTOR KOSSAKOVSKY
UK, Germania / 89’
EL PEPE, UNA VIDA SUPREMA
di EMIR KUSTURICA
con Pepe Mujica
Argentina, Uruguay, Serbia / 74’
PROCESS
di SERGEI LOZNITSA
Paesi Bassi / 125’
CARMINE STREET GUITARS
di RON MANN
Canada / 80’
ISIS, TOMORROW. THE LOST SOULS OF MOSUL.
di FRANCESCA MANNOCCHI, ALESSIO ROMENZI
Italia, Germania / 80’
AMERICAN DHARMA
di ERROL MORRIS
con Stephen K. Bannon/ USA, UK / 95’
INTRODUZIONE ALL’OSCURO
di GASTÓN SOLNICKI
con Gastón Solnicki / Argentina, Austria / 71’
1938 DIVERSI
di GIORGIO TREVES
Italia / 62’
NI DE LIAN (YOUR FACE)
di TSAI MING-LIANG
con Lee Kang Sheng / Taipei Cinese / 76’
MONROVIA, INDIANA
di FREDERICK WISEMAN
USA / 223’
ORIZZONTI
SULLA MIA PELLE – FILM D’APERTURA
di ALESSIO CREMONINI
con Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano / Italia / 100’
KRABEN RAHU (MANTA RAY)
di PHUTTIPHONG AROONPHENG
con Wanlop Rungkamjad, Aphisit Hama, Rasmee Wayrana / Thailandia, Francia, Cina / 105’
SONI
di IVAN AYR
con Geetika Vidya Ohlyan, Saloni Batra / India / 97’
OZEN (THE RIVER)
di EMIR BAIGAZIN
con Zhalgas Klanov, Eric Tazabekov, Zhasulan Userbayev, Ruslan Userbayev / Kazakistan, Polonia, Norvegia / 108’
LA NOCHE DE 12 AÑOS
di ÁLVARO BRECHNER
con Antonio de la Torre, Chino Darín, Alfonso Tort / Spagna, Argentina, Francia / 123’
DESLEMBRO
di FLAVIA CASTRO
con Jeanne Boudier, Hugo Abranches, Arthur Vieira Raynaud, Sara Antunes, Eliane Giardini / Brasile, Francia, Qatar / 105’
ANONS (THE ANNOUNCEMENT)
di MAHMUT FAZIL COŞKUN
con Ali Seçkiner Alici, Tarhan Karagöz, Murat Kiliç, Şencan Güleryüz / Turchia, Bulgaria / 95’
UN GIORNO ALL’IMPROVVISO
di CIRO D’EMILIO
con Anna Foglietta, Giampiero De Concilio, Massimo De Matteo, Lorenzo Sarcinelli Giuseppe Cirillo, Biagio Forestieri / Italia / 88’
CHARLIE SAYS
di MARY HARRON
con Matt Smith, Hannah Murray, Marianna Rendon, Suki Waterhouse, Odessa Young, Carla Gugino, Kayli Carter / USA / 104’
AMANDA
di MIKHAËL HERS
con Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin, Ophélia Kolb, Marianne Basler, Jonathan Cohen, Greta Scacchi / Francia / 107’
YOM ADAATOU ZOULI (THE DAY I LOST MY SHADOW)
di SOUDADE KAADAN
con Sawsan Arsheed, Reham Al Kassar, Samer Ismael, Oweiss Moukhallalati, Ahmad Morhaf Al Ali / Siria, Libano, Francia, Qatar / 94’
L’ENKAS
di SARAH MARX
con Sandor Funtek, Sandrine Bonnaire, Virginie Acariès, Alexis Manenti / Francia / 85’
TCHELOVEK KOTORIJ UDIVIL VSEH (THE MAN WHO SURPRISED EVERYONE)
di NATASHA MERKULOVA, ALEKSEY CHUPOV
con Evgeniy Tsiganov, Natalya Kudryashowa / Russia, Estonia, Francia / 105’
KUCUMBU TUBUH INDAHKU (MEMORIES OF MY BODY)
di GARIN NUGROHO
con Muhammad Khan, Raditya Evandra, Rianto, Randy Pangalila, Whani Darmawan / Indonesia / 105’
HAMCHENAN KE MIMORDAN (AS I LAY DYING)
di MOSTAFA SAYYARI
con Nader Fallah, Elham Korda, Majid Aghakarimi, Vahid Rad, Mohammad Rabbani / Iran / 73’
LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO
di EMANUELE SCARINGI
con Simone Liberati, Pietro Castellitto, Valerio Aprea / Italia / 99’
EROM (STRIPPED)
di YARON SHANI
con Laliv Sivan, Bar Gottfried / Israele, Germania / 119’
JINPA
di PEMA TSEDEN
con Jinpa, Genden Phuntsok, Sonam Wangmo / Cina / 86’
TEL AVIV ON FIRE
di SAMEH ZOABI
con Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton, Nadim Sawalha, Maisa Abd Elhadi / Lussemburgo, Francia, Israele, Belgio / 97’
VENICE VIRTUAL REALITY
IN CONCORSO-INTERATTIVO
MAKE NOISE
di MAY ABDALLA
con Nikki Amuka-Bird / UK / 8’ / installation
ECLIPSE
di JONATHAN ASTRUC, AYMERIC FAVRE
Francia / 35’ / installation
THE UNKNOWN PATIENT
di MICHAEL BEETS
con Lily Sullivan / Australia / 9’ / stand up
BUDDY VR
di CHUCK CHAE
con Yena Jang / Corea del Sud / 16’ / stand up
UMAMI
di LANDIA EGAL, THOMAS PONS
con Amaury La Burthe, Eimi Kawahara / Francia / 15’ / installation
THE HORRIFICALLY REAL VIRTUALITY
di MARIE JOURDREN
con Josh Jefferies, Robin Berry / Francia / 40’ / installation
SPHERES, la serie
di ELIZA MCNITT
USA, Francia / installation
Capitolo 1 – CHORUS OF THE COSMOS, 15’
Capitolo 2 – SONGS OF SPACETIME, con Jessica Chastain / 13’
Capitolo 3 – PALE BLUE DOT, con Patti Smith / 15’
A DISCOVERY OF WITCHES – HIDING IN PLAIN SIGHT
di KIM-LEIGH PONTIN
con Teresa Palmer, Matthew Goode, Adetomiwa Edun / UK / 15’ / stand up
THE ROAMING – WETLANDS
di MATHIEU PRADAT
con Stephen Harrison, Nicolas Pradat, Beatrice Mujdei, Barbara Weber Boustani, Avant Strangel / Francia, UK, Belgio / 10’ / installation
KOBOLD
di MAX SACKER, IOULIA ISSERLIS
con David Bredin, Nick Holaschke, Garry Lane / Germania / 20’ / stand up
AWAVENA
di LYNETTE WALLWORTH
con Hushahu Yawanawa, Tata Yawanawa / USA, Brasile, Australia / 30’ / installation
IN CONCORSO – LINEARE
EVEN IN THE RAIN
di LINDSAY BRANHAM
USA, Repubblica Centrafricana / 16’ / VR theatre
ANGELŲ TAKAIS (TRAIL OF ANGELS)
di KRISTINA BUOZYTE
Lituania, Bielorussia / 20’ / stand up
X-RAY FASHION
di FRANCESCO CARROZZINI
USA, Danimarca, India / 20’ / installation
HALF LIFE VR – SHORT VERSION
di ROBERT CONNOR
con Amanda Åkesson, Sarah-Jane Brodbeck, Frida Hambreus / Svezia / 12’ / VR theatre
CROW: THE LEGEND
di ERIC DARNELL
con John Legend, Constance Wu, Liza Koshy, Tye Sheridan, Sarah Eagle Heart, Randy Edmonds, Diego Luna, Oprah Winfrey / USA / 22’ / stand up
AGE OF SAIL
di JOHN KAHRS
con Ian McShane, Cathy Ang / USA / 12’ / stand up
MINDPALACE
di CARL KRAUSE, DOMINIK STOCKHAUSEN
con Anthony Paul, Maximilian Allgeier / Germania / 10’ / stand up
BALLAVITA
di GERDA LEOPOLD
con Bianca Kraml, Thomas Kraml, Haymon Buttinger / Austria, Germania / 34’ / VR theatre
BORDERLINE
di ASSAF MACHNES
con Indal Kabada, Alan Godying, Tom Kroszynski / Israele, UK / 9’ / VR theatre
SHENNONG: TASTE OF ILLUSION
di MI LI, WANG ZHENG
Cina / 9’ / stand up
THE GREAT C
di STEVE MILLER
con Niamh Wilson, Jonathan Koensgen, Camilla Scott / Canada / 30’ / installation
L’ÎLE DES MORTS
di BENJAMIN NUEL
con Richard Doust / Francia / 8’ / stand up
HOME AFTER WAR
di GAYATRI PARAMESWARAN, FELIX GAEDTKE
Iraq, Germania, USA / 20’ / installation
MADE THIS WAY: REDEFINING MASCULINITY
di ELLI RAYNAI, IREM HARNAK
con Elijah Miley, Devyn Farries / Canada / 18’ / stand up
LUCID
di PETE SHORT
con Jaleh Alp, Nicky Goldie, Peter Landi / UK, Australia / 16’ / stand up
WU ZHU ZHI CHENG VR (THE LAST ONE STANDING VR)
di WANG JIWEN, LIU YANG
Cina / 10’ / stand up
FRESH OUT
di WEY SAM, TAO FANGCHAO
Cina, USA / 7’ / stand up
1943: BERLIN BLITZ
di DAVID WHELAN
Irlanda, UK / 14’ / stand up
ROOMS
di CHRISTIAN ZIPFEL
Germania / 23’ / VR theatre
FUORI CONCORSO– Best of VR
(una selezione internazionale delle migliori opere VR)
Interattivo
VR_I
di GILLES JOBIN, CAECILIA CHARBONNIER, SYLVAIN CHAGUÉ
con Victoria Chiu, Susana Panadés Diaz, Diya Naidu, Tidiani N Diaye, Gilles Jobin / Svizzera / 20’ / installation
Lineare
BATTLESCAR
di NICO CASAVECCHIA, MARTIN ALLAIS
con Rosario Dawson / Francia, USA / 7’ / stand up
ARDEN’S WAKE: TIDE’S FALL
di EUGENE YK CHUNG
con Alicia Vikander, Richard Armitage / USA / 28’ / stand up
GHOST IN THE SHELL: VIRTUAL REALITY DIVER
di HIGASHI HIROAKI
con Elizabeth Maxwell, Christopher Sabat, Jad Saxton / Giappone / 16’ / VR theatre
ISLE OF DOGS: BEHIND THE SCENES (IN VIRTUAL REALITY)
di PAUL RAPHAËL, FÉLIX LAJEUNESSE
con Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Liev Schreiber, Jeff Goldblum, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Bob Balaban / Canada, UK, USA / 6’ / VR theatre
KEKKON YUBIWA MONOGATARI VR (TALES OF WEDDING RINGS VR)
di SOU KAEI
con Akari Kito, Takumi Satou, Kouichi Souma / Giappone / 30’ / stand up
Fuori Concorso – Biennale College Cinema – VR
Lineare
IN THE CAVE
di IVAN GERGOLET, produttore: ANTONIO GIACOMIN, DAVID CEJ
con Maruša Majer, Bruno Serban, Claudia Sfetez / Italia / 15’
ELEGY
di MARC GUIDONI, produttore : JOANNA SZYBIST
con Robert William Bradford, Madalina Constantin, Dan Rosson, Walter Dickerson, Julie Judd, Kester Lovelace, Charles Morillon, Natalia Pujszo, Gaya Verneuil / Francia / 30’
METRO VEINTE: CITA CIEGA
di MARIA BELEN PONCIO, produttore: EZEQUIEL LENARDON
con Delfina Diaz Gavier, Cristobal Lopez Baena / Argentina / 17’
SELYATAĞI (FLOODPLAIN)
di DENIZ TORTUM, produttore: ANNA MARIA ASLANOGLU
(ispirato al lungometraggio di Biennale College – Cinema YUVA, di Emre Yeksan) con Okan Bozkuş, Berk Akman, Turgut Ekinci, Çağdaş Akar, Nihat Can Tinas / Turchia / 12’/ VR theatre
A Vanessa Redgrave il Leone d’oro alla carriera della 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (29 agosto – 8 settembre 2018). Come ogni anno la Biennale assegna due Leoni d’Oro alla carriera: a un regista, e a un attore o un’attrice.
“Sono sbalordita e straordinariamente felice di sapere che sarò premiata col Leone d’oro alla carriera dalla Mostra di Venezia. La scorsa estate stavo girando proprio a Venezia The Aspern Papers. – ha dichiarato l’attrice britannica – Molti anni fa ho girato La vacanza nelle paludi del Veneto. Il mio personaggio parlava solo in dialetto veneziano. Scommetto di essere l’unica attrice non italiana ad aver recitato un intero ruolo in dialetto veneziano! Grazie infinite cara Mostra!”.
“Unanimemente considerata tra le migliori interpreti femminili del cinema moderno, la Redgrave è un’attrice sensibile e capace di infinite sfumature, interprete ideale di personaggi complessi e non di rado controversi. – ha fatto sapere Alberto Barbera, direttore della Mostra – Dotata di naturale eleganza, innata forza di seduzione e di uno straordinario talento, è potuta passare con disinvoltura dal cinema d’autore europeo alle fastose produzioni hollywoodiane, dalle tavole del palcoscenico alle produzioni televisive, offrendo ogni volta risultati di assoluta eccellenza. Le sue apparizioni, distribuite in sessant’anni di attività, emanano autorevolezza e piena padronanza dei ruoli, generosità senza limiti ed estrema raffinatezza, qualità non disgiunte da una buona dose di audacia e combattività che costituiscono uno dei tratti più evidenti della sua personalità umana e artistica”.
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