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    La prima notte del giudizio: Blaxploitation all’epoca di Trump

    La Prima Notte del Giudizio è l’ultimo episodio del fortunato franchise prodotto da Jason Blum. Il regista Gerard McMurray dirige un cast di giovani afroamericani. In sala dal 5 luglio.

    “Le possibilità di un franchise come La Notte del Giudizio sono praticamente infinite”. Così disse il produttore Jason Blum in un suo breve passaggio in Italia. Era l’anno 2014 e nel corso di questi 1.400 giorni i film che in America escono con il titolo di The Purge sono passati da due a quattro e presto le storie ideate da James De Monaco potranno contare su una testa di ponte televisiva. Nel 2018, anno del presidente Donald Trump, arriva una nuova declinazione della serie che racconta di un futuro distopico dove una notte all’anno ogni cosa è concessa, ogni crimine è perdonato. La Prima Notte del Giudizio è quindi una sorta di prequel, sebbene non prenda a prestito i personaggi dei film precedenti.

    Nella pellicola diretta da Gerard McMurray (che riceve il testimone dallo stesso De Monaco) si raccontano le storie del gangster Dmitri (Y’lan Noel), dell’attivista Nya (Lex Scott Davis) e del suo fratellino, l’adolescente Isaiah (Joivan Wade), tre anime perdute afroamericane che popolano i quartieri più poveri di Staten Island, quartiere ghetto che sarà la sede dell’esperimento “Notte del giudizio”, sorta di decimazione mascherata sponsorizzata dal perverso regime Wasp dei Padri Fondatori e supervisionata dal dottor Updale (Marisa Tomei).

    De Monaco, che si ritaglia il ruolo di sceneggiatore, continua a imbastire quel mix tra thriller horror e fantascienza alla John Carpenter che è stato il trademark di almeno due dei film precedenti. Di nuovo c’è invece un elemento black che sembra figlio del successo di un altro film recente prodotto da Jason Blum, quello Scappa – Get Out che è riuscito a tornarsene dal Chinese Theatre di Hollywood con un’Oscar alla miglior sceneggiatura ma soprattutto che è riuscito, insieme al marvelliano Black Panther, a capitalizzare gli incassi di un’intera fetta di popolazione che si è recata al botteghino in massa. Storie di ghetto applicate alle visioni inquiete della Notte del giudizio, dove tutti i carnefici sono bianchi, dove tutte le vittime sono nere, dove bande di mercenari indossano maschere del Ku Klux Klan per fare pulizia etnica e dove non manca neanche qualche frecciata (che forse andrà persa in fase di traduzione) diretta proprio a Trump.

    Alla Prima Notte del Giudizio manca però l’intelligenza e l’afflato satirico di Scappa – Get Out e anche quell’accenno di rigore dei film precedenti si annacqua in un mix di gore e action che potrebbe avere un retrogusto autoironico. La cosa più probabile è però che non si tratti di autoironia ma di semplice exploitation, blaxploitation visto il focus sugli afroamericani. E allora ci si accontenta di Y’Lan Noel che affronta i nemici in canotta, un po’ come Rambo o John McClane di Die Hard, o delle maschere disegnate dalla costumista Amela Baksic, che aggiungono una nota sinistra a una sinfonia già inquietante di suo.

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    Unsane: Stalking on the moon

    Unsane è l’ultima impresa di Steven Soderbergh: un thriller sullo stalking girato in una settimana con un iPhone. Protagonisti: Claire Foy e Joshua Leonard. In sala dal 5 luglio.

    Un regista alla deriva tra i generi, un iPhone, un horror con le radici ben piantate nella realtà dei fatti, la realtà nera come la cronaca. Ed ecco servito l’instant movie che non ti aspetti, Unsane, ultima prova dello Steven Soderbergh di Ocean’s Eleven, che per le logiche insondabili della distribuzione italiana approda in sala a poche settimane da un altro suo film, La truffa dei Logan. Ad attirare l’attenzione dell’eclettico di Hollywood è stavolta il tema dello stalking. E la denuncia prende le forme di un horror a tema, sulla falsariga di Scappa – Get Out ma senza la vena satirica che accompagnava il film di Jordan Peele premiato agli Oscar per la miglior sceneggiatura.

    Del resto sullo stalking c’è poco da fare ironia come spiega Soderbergh raccontando la storia di Sawyer (la Claire Foy della serie tv The Crown), la cui vita è diventata un incubo a causa della persecuzione di David (il Joshua Leonard di Blair Witch Project). L’ansia giornaliera prende anche la forma del terrore puro, quando in seguito alle macchinazioni di David, Sawyer finisce per essere ricoverata forzatamente in un ospedale psichiatrico dove lavora lo stesso David. Lì, alla mercé del suo aguzzino, senza essere creduta da nessuno, Sawyer potrà affidarsi solo all’amicizia e alla complicità di un altro ricoverato, Nate (Jay Pharoah), e della madre (Amy Irving).

    Ma oltre al tema attuale imbastito dalla sceneggiatura di Jonathan Bernstein e James Greer, Soderbergh ci mette l’estro registico decidendo di girare Unsane in soli sette giorni e realizzando le riprese unicamente con un iPhone. Scelta estetica radicale che sarebbe molto piaciuta a Jason Blum, re delle pellicole horror a basso costo e a grandi incassi, a cominciare dal fenomeno Paranormal Activity per finire proprio con il già citato Scappa – Get out. Certo, un’idea del genere meglio affidarla a un regista di spessore, uno che non ha paura di affrontare i temi e le tecniche più disparate. Sarebbe stato troppo facile per un cineasta più sprovveduto sprecare lo spunto inserendosi in una dinamica di genere vista e stravista, veder smorzare la tesi nel profluvio di effetti e di brandelli sanguinolenti intrisi in salsa gore. Meglio quindi il rigore formale che insieme al buon quoziente thrilling dello script e all’intensa performance della Foy forma una base a tre colonne per un film di genere più intelligente della media e che potrebbe trovare il plauso non solo ai fan dell’horror ma anche a una platea cinefila.

     

     

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    David Nicholls presenta Patrick Melrose: “Così ho ‘fatto a pezzi’ il romanzo di Edward St. Aubyn ”

    Se nel romanzo “Un giorno” la giornata da cui tutto partiva era una, quella del 15 luglio 1988, in Patrick Melrose i giorni da raccontare per lo scrittore inglese David Nicholls, sceneggiatore e creatore della serie,  sono diventati cinque e sono quelli della travagliata vita dell’omonimo protagonista, Patrick Melrose. Ispirata al ciclo di romanzi di Edward St. Aubyn e diretta da Edward Berger, la serie che andrà in onda dal 9 luglio su Sky Atlantic è composta da cinque episodi; ciascuno seguirà da vicino le vicende di Patrick (Benedict Cumberbatch),  un tossicodipendente della Londra bene, che combatte i mostri di una violenza subìta da piccolo e tenuta nascosta. Accanto a Cumberbatch, anche Hugo Weaving, il terribile e temibile padre, e Jennifer Jason Leigh, la madre assente di Patrick. Ecco cosa ci ha raccontato Nicholls alla presentazione della serie alla stampa a Milano.

    Com’è stato da scrittore lavorare sul materiale di un collega? Durante la scrittura della sceneggiatura si è confrontato con Edward St. Aubyn?
    È difficile avere a che fare con il lavoro di qualcun altro, specialmente se è uno scrittore che apprezzi. Quando ho cominciato, ho incontrato i produttori e gli ho subito detto cosa avrei voluto introdurre di nuovo nella serie. Poi ho incontrato Edward a pranzo ed è stato molto disponibile. Quando ci siamo salutati mi ha detto che potevo chiamarlo in qualsiasi momento oppure non sentirlo per tutto il tempo del mio lavoro sulla sceneggiatura. Dipendeva da me. Alla fine ho deciso di non contattarlo e così è stato per cinque anni. Penso sia stata la scelta migliore: adattare un romanzo per la televisione è un po’ “fare a pezzi” il libro. E credo non sia facile per uno scrittore vedere la propria creatura cambiare. Quando ci siamo rivisti, però, Edward era contento del risultato. Gli attori invece, soprattutto Benedict Cumberbatch, ma anche Hugo Weaving e Jennifer Jason Leigh, hanno voluto incontrare St. Aubyn per lavorare meglio sui loro personaggi.

    C’è molta crudeltà in questa serie, soprattutto la crudeltà dello stare da soli. Cos’è la crudeltà per lei?
    Il nostro mondo conosce la crudeltà in varie forme. Per me però, nel mio lavoro di scrittore, la crudeltà in sé non è interessante se presa da sola. In una storia di redenzione come questa invece diventa essenziale per il racconto e va esplorata. Nelle cinque ore di questa serie per esempio, ha sul presente delle ripercussioni che affondano le proprie radici in eventi di trenta anni prima. Quindi in questo caso la crudeltà ha motivo di esistere.

    C’è secondo lei un legame tra crudeltà e il benessere economico di una classe sociale che si sta moralmente disintegrando?
    Certamente. Una cosa che mi sento di dire però è che compassione e crudeltà coesistono in tutte le classi sociali, anche in quella benestante. Sicuramente però nel background di Patrick Melrose alcuni aspetti tipici della sua classe sociale emergono maggiormente: c’è molta falsità, ad esempio. E anche nei libri da cui è tratta la serie emerge forte la satira intorno a quel mondo.

    La miniserie è composta da cinque episodi, ognuno tratto da un romanzo. La affascina l’idea di raccontare la storia dei suoi personaggi attraverso un numero limitato di eventi?
    Sì, per me una narrazione del genere è molto più affascinante. Volutamente, tra un episodio e l’altro non spieghiamo nulla allo spettatore: ci sono dei buchi temporali. Penso che sia più interessante per chi guarda mettere da solo insieme i pezzi di questo puzzle. Per complicare le cose, l’arco temporale della serie non è fisso: si passa da un giorno, a due e poi a quattro anni dopo. Credo che sia una narrazione più coinvolgente.

    La serie affronta il tema di una violenza terribile. Da autore quali responsabilità ha dovuto affrontare nel per raccontarla a un pubblico televisivo?
    Da subito sono stato consapevole della responsabilità e della sensibilità che avrei dovuto usare per descrivere queste scene, prima di tutto perché sarebbero state girate con persone vere che, pur essendo attori, avrebbero comunque vissuto una condizione di disagio. E poi c’era anche il problema di quanto far vedere al pubblico. Alla fine, nella serie le scene violente sono meno esplicite rispetto ai romanzi: ho pensato che non ci fosse il bisogno di far vedere per far capire. Abbiamo usato immagini, suoni che evocassero quella violenza, come ad esempio un gecko sulle pareti, delle porte che si chiudono. Sono felice di essere riuscito a dare il giusto peso a queste scene senza usare immagini crude.

    C’è chi dice che una grande sceneggiatura sia resa tale dalla presenza di un grande cattivo. Questa serie TV un grande cattivo ce l’ha ed è interpretato da Hugo Weaving, che impersona il padre di Patrick. Com’è stato portare sul piccolo schermo David Melrose?
    È difficile rispondere alla domanda senza spoilerare. Prima di tutto nella serie abbiamo ribaltato l’ordine temporale dei primi due romanzi. David Melrose, a parte qualche apparizione nel primo episodio, compare in tutta la sua personalità veramente solo dalla seconda puntata in poi. È un uomo vizioso, riprovevole, ma allo stesso tempo attraente, verso il quale c’è addirittura qualche tentativo di perdono. C’è una frase nell’ultimo episodio che ritengo molto significativa: ‘A volte le persone che odiamo di più sono quelle che dobbiamo capire di più’ e questo è un po’ il tema di tutta la serie.

    di Ana Maria Fella

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    Figari Film Fest 2018, i vincitori

    Calato il sipario sull’ottava edizione del Figari Film Fest (in progamma a Olbia dal 19 al 24 giugno), festival internazionale di cortometraggi, inserito per il primo anno all’interno dell’evento professionale di cinema Olbia Film Network.
    Un lavoro “che da anni portiamo avanti per fare di Olbia una meta cinematografica, trova in questo evento una consacrazione costante anno dopo anno. – ha dichiarato il direttore Matteo Pianezzi – Il nostro network europeo, durante il quale promuoviamo il nostro territorio in giro per i maggiori festival internazionali, fa sì che sempre più persone scelgano Olbia e la Sardegna per sviluppare i loro progetti e venire a presentare i propri film. Usiamo il cinema e l’arte come attrattore turistico e questa ormai è una realtà sotto gli occhi di tutti”.

    La serata, che si è aperta con un ricordo del festival internazionale del cinema indipendente organizzato a Olbia negli anni 70 da Piero Livi, ha preso il via con la presentazione ufficiale del secondo episodio della serie tv The Generi di Maccio Capatonda, che ha intrattenuto la platea con sketch e battute. La proiezione è stata accolta con grande entusiasmo e applausi a scena aperta.
    La giuria di qualità, composta fra gli altri dall’attore Andrea Sartoretti, i produttori Claudio Falconi, Fabrizio Cristallo, Paolo Bogna e i giornalisti Maurizio Di Rienzo e Raffaella Serini ha assegnato il premio per il miglior cortometraggio internazionale all’iraniano Kaveh Mazaheri per Retouch mentre il poetico Negative Space, già candidato agli Oscar 2017, ha trionfato come Miglior Animazione.
    Il premio per il Miglior Corto Regionale va a Nina del regista sardo Mario Piredda; il titolo di Miglior Film Italiano va invece allo spregiudicato Cani di razza di Riccardo Antonaroli e Matteo Nicoletta. A ritirare il premio insieme a uno dei registi l’attore Niccolò Senni.
    Due premi sono andati anche a due sceneggiature in sviluppo di film che vedranno prossimamente la luce. Si tratta del corto Sorelle d’Italia di Federica Quaini e dell’opera prima Estate senza fine di Francesca Sangalli e Fabrizio Bozzetti.
    Al termine delle premiazioni la magnifica performance musicale dei Mokadelic, autori di molte colonne sonore di successo come quella della serie Gomorra o del film Acab.

    Entusiasta l‘Assessore alla Cultura del Comune di Olbia, Sabrina Serra: “Sono molto soddisfatta dell’ edizione appena conclusa del festival.  Una grande partecipazione di pubblico ed una città sensibile e accogliente hanno fatto da cornice alla bellezza artistica ed alla forte carica emotiva delle opere presentate. Ringrazio di cuore gli organizzatori per l’impegno e per la visione ispirata che hanno caratterizzato la manifestazione e che sono stati riconosciuti sia dalle più importanti istituzioni pubbliche del settore che dai principali produttori ed operatori, non solo nazionali. Il festival dimostra che le professionalità locali in campo culturale sono una grande risorsa che può produrre importanti eventi di livello nazionale e internazionale. Lavoriamo da ora per rafforzare il legame tra il festival e la città  e per dare sempre più in futuro al festival la dimensione che vogliamo e che merita”.

     

     

     

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    Figari Film Fest 2018, Premio Bracco a Giacomo Ferrara

    È stato il suo anno. Dal cinema con Il permesso e Guardo in alto alla consacrazione definitiva con SuburraLa serie dove interpreta Spadino. Al Figari Film Fest (in programma a Olbia dal 19 al 24 giugno) Giacomo Ferrara arriva, prendendosi una brevissima pausa dal set della seconda stagione della serie Netflix, per ritirare un meritatissimo Premio Bracco per il miglior giovane attore dell’anno, che nelle scorse edizioni era andato a Alessandro Borghi, Stefano Fresi, Salvatore Esposito e Tea Falco.  Sul palco a consegnargli il premio una vulcanica Francesca Chillemi, un concentrato di autoironia e arguzia, anche lei in vacanza per qualche giorno dalle riprese della quinta stagione di Che Dio ci aiuti e impegnata nella divertentissima web serie con Diana Del Bufalo.

    Il successo dice Ferrara, non gli ha cambiato la vita: “Faccio le stesse cose di prima, anche gli amici sono quelli di sempre con qualche new entry ovviamente”. Bocca cucita sulla nuova stagione, top secret anche i tempi di lavorazione. Intanto si gode i risultati di “un anno impegnativo e pieno di emozioni, in cui ho lavorato tanto su tre ruoli diversi tutti da protagonista, in un momento in cui c’è una grandissima competizione da parte dei miei coetanei. Il cinema italiano sta vivendo un bellissimo periodo, con nuovi autori e artisti che hanno qualcosa da raccontare”.
    Il dopo Suburra? Per ora non ci pensa: “Vivo il presente, vado sul set e faccio il mio lavoro”. Ma la voglia di misurarsi con nuovi ruoli è tanta e palpabile: “Non c’è un personaggio a cui tengo in modo particolare, in questo momento li farei tutti. Non vedo l’ora ad esempio di tornare a teatro per affrontare i testi classici”. E  chi gli chiede quale sia un suo pregio, risponde: “La determinazione. A otto anni ho deciso che avrei voluto fare l’attore e che a diciotto sarei venuto a Roma per studiare. E così è stato”.

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    Figari Film Fest 2018, stasera ospiti Giacomo Ferrara e Francesca Chillemi

    Ultimi colpi di coda per il Figari Film Fest, chein attesa della chiusura il prossimo 24 giugno, si prepara a consegnare stasera il Premio Bracco al miglior giovane attore italiano Giacomo Ferrara, lo Spadino di Suburra ospite del festival insieme a Francesca Chillemi.
    Ieri intanto a tenere banco l’eccentricità e le sefrzate ironiche di Andrea Pinna, il blogger diventato celebre per i suoi sarcastici post “le perle di Pinna” sulla propria pagina Facebook, raccolte ora anche in un libro “L’amore è eterno finchè è duro”. Da Milano dove vive ormai stabilmente Andrea torna nella sua terra a ritirare il Premio Comunicazione, che negli anni precedenti è toccato a La Pina, Frank Matano e Diana Del Bufalo: “Tiro fuori la parte più demente e stupida di ognuno di noi. Onorato di ricevere questo premio nella mia madre patria”, ha commentato.
    Ma la serata di ieri è stata anche quella dell’inaugurazione della sezione Cinemini, proiezioni di corti dedicate ai bambini; a presentarla Roger Gonin, direttori del più importante festival del settore, quello di Clermont-Ferrand. Un punto di riferimento nel panorama internazionale dove il corto è un genere, una scelta di campo su cui investire e cinema di serie B; fermamente convinto, da buon francese, che al cinema bisogna educare è anche l’ideatore di laboratori per bambini.

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    Figari Film Fest 2018, tra talenti visionari e storie del reale

    Nel cuore di Olbia tra piccoli borghi, piazze e spiagge battute dai primi turisti tedeschi entra nel vivo l’ottava edizione del Figari Film Fest, il festival dedicato al mondo dei cortometraggi e agli esordi cinematografici, giunto ieri alla terza serata di proiezioni. Serata all’insegna del talento visionario e immaginifico degli autori dei corti presentati, a partire dall’animazione Nausicaa, già scelto come apertura della Settimana Internazionale della Critica veneziana nel 2017 e interamente realizzato nella Marche con la tecnica del motion comic partendo da una graphic novel di Bepi Vigna, che in questo caso è anche regista. Dalla poesia della principessa che parte alla ricerca dell’uomo che l’ha stregata, Ulisse, all’eccentrico, esplosivo e psichedelico The N.A.P. di Adolfo Di Molfetta, un omaggio surreale al nonsense.
    Ma il colpo di fulmine arriva dall’Iran: si chiama Kaveh Mazaheri, classe 1981, nato a Teheran e al Figari è in concorso con Retouch, un thriller compiuto che nei suoi quasi venti minuti di durata dimostra coerenza ed equilibrio narrativi, una regia essenziale e di precisione quasi geometrica che ricorda il cinema di Ashgar Farhadi. Un corto con velleità (più giustificabili) da lungometraggio, un nome da tenere d’occhio. Lo aspettiamo al debutto al lungo.
    La mezzanotte ha salutato i corti della Horror Night: degni di nota il claustrofobico The Hour of Darkness di Domenico De Feudis e il grottesco Rip di Albert Pintó, splatter spagnolo tutto da ridere.
    Stasera si prosegue con il Premio Comunicazione al blogger Le Perle di Pinna, mentre venerdì 23 giugno l’attore Giacomo Ferrara (lo Spadino di Suburra) riceverà il Premio Bracco al miglior giovane attore 2018. Attesi per la fine della kermesse Francesca Chillemi ospite d’onore durante la serata del 23 giugno e Maccio Capatonda con il quale si chiuderà la nove giorni dedicata al cinema. Ospiti nei giorni scorsi The Jackal, lo scrittore Walter Siti, il regista Daniele Coluccini, Matteo Martinez e Frank Matano con le proiezioni dei film Addio fottuti musi verdi, Il contagio e Tonno spiaggiato.

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    Al via il Figari Film Fest 2018

    Al via stasera ad Olbia  l’ottava edizione del Figari Film Fest, il festival internazionali di cortometraggi ospitato quest’anno dall’Olbia Film Network, l’evento professionale di cinema che porta in Sardegna produttori, distributori, registi, attori,  buyers televisivi e istituti di cultura da tutto il mondo, inaugurato lo scorso 16 giugno.

    Il Figari Film Fest è una manifestazione dedicata al cinema giovane ed indipendente, ai cortometraggi ed agli esordi cinematografici cresciuta negli anni grazie al costante lavoro del direttore artistico Matteo Pianezzi e di tutto il giovane staff. Da stasera fino al 23 giugno verranno proiettati i cortometraggi di giovani registi provenienti da tutto il mondo che verranno attentamente giudicati da una giuria composta da produttori, registi e  giornalisti che premieranno il migliore nella serata del 24 giugno.

    Dopo gli incontri dell’Olbia Film Network che nei giorni scorsi  hanno visto protagonisti i The Jackal, Ilenia Pastorelli, Matteo Martinez e Frank Matano da stasera si entra dunque nel vivo della competizione con la proiezione dei primi lavori presso l’aeroporto del capoluogo sardo al quale seguirà il concerto dei Mòn.

    Da domani molti gli incontri con il pubblico  e  gli incontri professionali tra cui le colazioni con gli autori ogni mattina alle 9.00 e aperte a tutti, le proiezioni speciali organizzate dai festival partner internazionali tra cui il Mecal di Barcellona e l’Interfilm di Berlino, fino alla novità rappresentata dal Cinemini, proiezioni di film cortometraggio dedicate ai bambini nelle serate del 22,23,24 giugno dalle ore 19.00.

    In arrivo nei prossimi giorni anche molti altri ospiti tra cui il blogger Le Perle di Pinna e l’attore Giacomo Ferrara (lo Spadino di Suburra) che riceveranno rispettivamente il Premio Comunicazione 2018 (il 22 giugno) e il Premio Bracco al ilmiglior giovane attore 2018 (il 23 giugno). Tra gli altri attori che sbarcheranno al Figari anche Maccio Capatonda, Andrea Sartoretti e la bellissima Francesca Chillemi ospite d’onore durante la serata del 23 Giugno.

    Le piazze, i piccoli borghi e le splendide spiagge, che fanno da cornice all’evento lo rendono unico nel suo genere. Il festival, oltre a valorizzare la cinematografia internazionale, mira allo sviluppo dell’attività filmica dell’isola e alla valorizzazione della Sardegna sotto ogni suo profilo: ambientale, storico, culturale e di costume.

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    Festa del Cinema di Roma 2018, Premio alla carriera a Martin Scorsese

    La tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre 2018) celebra Martin Scorsese, uno dei più grandi cineasti della storia della settima arte, assegnandogli il Premio alla Carriera. Lo annuncia il direttore artistico Antonio Monda.

    A consegnare il riconoscimento al maestro statunitense – autore di straordinaria serie di capolavori da Mean Streets Taxi Driver a Toro Scatenato, da Quei bravi ragazzi Casinò, da Gangs of New York a The Departed – Il bene e il male, da The Wolf of Wall Street a Silence – ci sarà Paolo Taviani.

    “È un onore unico consegnare il premio alla Carriera a un gigante del cinema – ha detto Antonio Monda – Sono entusiasta e commosso di poter celebrare Scorsese, non solo come grandissimo regista ma anche per il suo ruolo straordinario e impagabile nella riscoperta del grande cinema classico e, in particolare, del cinema italiano”.

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    Karawan Fest 2018, a Roma la settima edizione del festival di cinema itinerante

    Torna a Roma dal 20 al 24 giugno 2018 il Karawan Fest, la festa del cinema itinerante open air che, giunto alla settima edizione, porta il grande cinema nei cortili dei quartieri Tor Pignattara e Pigneto, proponendo visioni non convenzionali per trattare i temi della convivenza e dell’incontro tra culture in tono non drammatico. Proiezioni di lungometraggi, tra cui due anteprime, laboratori, incontri, una mostra fotografica, reading di poesia, un tour per il quartiere, musica e ogni sera dalle 20 il Karawan Bistrot, aperitivo e dj set, in una delle aree più multietniche della Capitale, per il secondo anno consecutivo sostenuto dal Mibact con il bando MigrArti.
    Tema centrale di questa edizione è La Città, “a sottolineare – dichiarano i direttori artistici Carla Ottoni, Claudio Gnessi, Alessandro Zoppo e Gaia Parrininuove visioni della civitas come habitat aperto e inclusivo, che fa esplodere i margini e in cui nessuno è ospite, ma tutti sono membri di una nuova, plurale, comunità. Il filo rosso che unisce le storie proposte è proprio il nuovo senso di communitas che si (ri)crea partendo dall’ascolto dell’altro, che diventa globale senza perdere i legami con il territorio di riferimento”. Karawan 2018 presenta, tra gli altri, due film in anteprima: il pluripremiato Newton, candidato indiano all’Oscar per miglior film straniero e il surreale The Village of No Return, firmato dal maestro cinese della commedia Chen Yu-hsun.

    “Fin dagli esordi – sottolineano i quattro direttori artistici – uno degli obiettivi della manifestazione è stimolare una riflessione sui concetti di ‘centro’ e ‘periferia’, Karawan negli anni è diventato un festival diffuso e site specific, che si sposta ogni sera in un cortile diverso, trovando ospitalità in condomini privati così come in spazi pubblici e mettendo in relazione le energie più positive nel territorio”.

    La serata di apertura di mercoledì 20 giugno si svolge durante la Giornata Mondiale del Rifugiato, in una location non casuale, ovvero Casa Scalabrini 634, ex seminario dei padri Scalabriniani in via Casilina, che dal 2015 ospita una trentina di rifugiati, che vivono in semi-autonomia con un percorso di accompagnamento al lavoro. Alle 18 il tour di Tor Pignattara condotto da donne e l’inaugurazione della mostra fotografica Viaggio alla scoperta del patrimonio culturale e dei luoghi dell’anima, a cura delle donne della scuola di Asinitas, evento conclusivo di un lungo laboratorio in un lavoro di lettura, interpretazione del territorio ed educazione all’immagine attraverso la fotografia, in collaborazione con Ecomuseo Casilino, Alessia Tagliaventi e Silvia Magna. Alle ore 20:30, “Labili Confini”, reading di poesie di migrazione, viaggio ed esilio, a cura di Francesca Palumbo, Stilo Edizioni. Alle 21 la proiezione del film L’altro volto della speranza del regista finlandese Aki Kaurismäki. Il film, vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino per la migliore regia, racconta di un giovane rifugiato siriano, che si ritrova per caso a Helsinki come passeggero clandestino su una carboniera.

    La serata di giovedì 21 giugno si terrà nel cortile del condominio di Via di Tor Pignattara 29 e alle 21 partirà la proiezione, in anteprima italiana, del film cinese The village of no return di Chen Yu-hsun, ambientato in un villaggio della Cina del 1914, dove l’arrivo di un misterioso prete taoista con una magica attrezzatura che cancella la memoria, crea una serie di disavventure, inganni e gag in salsa wuxia che ammicca ai vecchi film d’azione in costume, per un’acuta riflessione sulla memoria.
    Venerdì 22 giugno alle 21 nel cortile della Casa delle Arti e del Gioco del Municipio V, proiezione in collaborazione con Goethe Institut Rom, della commedia turco-tedesca Hans in salsa piccante, della regista Buket Alakuş, tratta dall’omonimo best seller, racconta con tono divertito le dinamiche dei matrimoni misti dipingendo un affresco vivace e sfaccettato delle giovani donne di origini turche nella società tedesca di oggi. Sabato 23 giugno, sempre alle 21 nel cortile della Biblioteca Goffredo Mameli al Pigneto la proiezione, in anteprima romana, del film indiano Newton di Amir V Masurkar, la storia di un giovane impiegato ministeriale nominato scrutatore per le imminenti elezioni. Con acuto umorismo, il regista racconta le dinamiche che si celano dietro ogni elezione democratica e il “miraggio” della libertà.
    La serata conclusiva del festival, domenica 24 giugno, si svolgerà a partire dalle 21 nel cortile della Scuola Internazionale Carlo Pisacane con la proiezione, in collaborazione con Rendez-vous Festival del Nuovo Cinema Francese, del lungometraggio Good Luck Algeria di Farid Bentoumi, fresca e intelligente commedia sull’integrazione, ispirata all’eroica impresa dell’ingegnere Noureddine Maurice Bentoumi (fratello del regista) che partecipò alle Olimpiadi invernali di Torino nel 2006 sotto la bandiera algerina per salvare la sua piccola impresa di sci. Nel cast, anche Chiara Mastroianni ed Hélène Vincent.

     

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