Cannes 2018: La Guerra Fredda di Paweł Pawlikowski conquista il festival

Non è passato molto tempo da quell’epoca, e parlare di Guerra Fredda in certi termini sarebbe sembrato impossibile solo qualche anno fa. Eppure, il polacco Paweł Pawlikowski ci ha dimostrato una volta di più come il cinema riesca a soprendere, anche chi lo fa. Il suo Cold War (Zimna wojna) ha stregato tutti al Festival di Cannes, critica e pubblico, con una storia toccante e affascinante, per vari motivi. Alcuni dei quali emergono nel confronto del regista con la stampa che abbiamo seguito: “È stato il precedente Ida (vincitore dell’Oscar 2015 per il miglior film straniero e nel quale era già la splendida Joanna Kulig, qui protagonista, ndr) a incoraggiarmi. Ma avevo pensato a questo film già molto tempo prima. Non ero sicuro di come raccontare una storia d’amore così complicata, ma poi mi si sono chiarite le idee. Spesso inizio a raccontare le mie storie, e poi ci torno su aggiungendo elementi nuovi. A volte devi solo aspettare il momento giusto”, racconta.
Da dove nasce la scelta del bianco e nero?
Avevamo pensato di farlo a colori, in origine, ma poi non ci convincevano le tonalità. Non volevamo apparisse come una imitazione affettata di un certo stile sovietico. Il bianco e nero ci è sembrano più onesto, in qualche modo, e perfetto per la metafora del mondo cui pensavamo… Come dice Lukasz Zal: A colori non avrebbe funzionato, perché non c’è colore in Polonia!
Che rapporto hai con la tua Patria?
Io ho vissuto all’estero per la maggior parte della mia vita, ma quando sono tornato in Polonia mi sono sentito a casa anche se era cambiata parecchio… Certo, il linguaggio fa sempre molto in questi casi. Ma in generale considero il concetto di Patria in modo piuttosto ampio, e non in senso nazionalistico, per quanto oggi sia di moda. La Patria è più un luogo, il contesto culturale nel quale cresci.
Il film ci porta anche in Francia e Jugoslavia…
La Francia è sempre stata una delle nazioni nelle quali si rifugiavano i polacchi. E poi è come se fosse il contrario della Polonia: per uno straniero, Parigi può sembrare molto poetica. Era il posto perfetto per vederli distruggere la loro relazione. All’epoca la Jugoslavia era un paese socialista, ma indipendente. Strategicamente poi aveva una polizia segreta che avrebbe avuto a che fare con lui in un certo modo per evitare problemi diplomatici, e al personaggio di Tomasz sarebbe stato permesso di viaggiare lì con documenti francesi.
Il film è dedicato ai tuoi genitori, perché?
I miei genitori hanno molto in comune con la coppia protagonista, persino i nomi, stranamente. Erano una coppia disastrosa che si innamorò, si separò, si innamorò di nuovo, sposò altre persone, si riunì di nuovo, si perse cambiando paese, si riunì di nuovo, e così via. Non è il loro ritratto, ma i meccanismi della relazione sono abbastanza simili.
di Mattia Pasquini



