Babadook: Mix di favola, horror e thriller psicologico
Prendendo spunto dal suo premiato cortometraggio horror, Monster del 2005, la regista australiana Jennifer Kent realizza un horror d’eccellenza. Dal 15 luglio nelle sale italiane.
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Ispirato ai primi film horror muti, dall’estetica ossessiva e perturbante, Babadook si rifà allo stile fotografico e scenografico dell’espressionismo tedesco e, pur restando fedele all’iconografia di genere, scava in profondità nell’animo dei personaggi, per portare alla luce paure e sofferenze represse nell’inconscio. Il film di Jennifer Kent rielabora in maniera originale, con grande raffinatezza e sensibilità compositiva, gli stereotipi dell’horror, affinché non siano meri orpelli di superficie ma assumano profonda valenza drammatica e psicologica, in stretta relazione con il tema del racconto.
Amelia (Essie Davis) è una giovane vedova che ha perduto il marito in un incidente stradale mentre la stava accompagnando in ospedale a partorire il figlio Samuel (Noah Wiseman).
Sono trascorsi sette anni, i sogni di Samuel sono tormentati da un mostro che ha intenzione di uccidere lui e sua madre. Quando viene ritrovato in casa un inquietante libro delle fiabe intitolato Babadook, Samuel crede che Babadook sia la creatura che lo perseguita; a poco a poco anche Amelia inizia a temere che ciò di cui ha paura Samuel possa essere reale.
La pregiata estetica visiva di Babadook si nutre di un meticoloso e accurato lavoro scenografico caratterizzato dal minimalismo della messa in scena, realizzato dal pluripremiato scenografo Alexander Juhasz (a cui si devono anche le bellissime illustrazioni del libro di fiabe pop-up Babadook) e grazie alla meravigliosa fotografia di Radek Ladczuk, che in modo suggestivo accosta chiaroscuri e sfumature di grigio a colori freddi e desaturati.
La casa in cui vivono madre e figlio è un luogo silenzioso ed asfittico in cui si alternano ombre minacciose e particolari tagli di luce, utilizzati per suggerire pericoli in agguato dietro ogni angolo. Questo scrigno di raffinata fattura è il teatro in cui ha luogo una storia crudele, tragica e dolorosa, in cui prendono corpo i fantasmi della psicosi di una donna sola, vittima di un insanabile bisogno d’amore, in discesa lungo la china pericolosa della disperazione e della follia. La protagonista, che per sette anni ha represso la rabbia e i sentimenti negativi, causati dal trauma della morte del marito, vedrà riemergere un magma incandescente di emozioni violente contro cui combattere per difendere se stessa e l’amore verso il proprio figlio. Babadook è un viaggio spaventoso negli abissi insondabili del sentimento dove spesso, amore e odio sono facce complementari della stessa medaglia; in questo senso il film ha il significato e il valore della favola morale perché, senza fare ricorso a finte soluzioni consolatorie, mostra fino in fondo le difficoltà nell’affrontare il male, quando non può essere annientato, quando può solo essere rielaborato e messo da parte, accettando l’ineluttabilità di eventi che non potranno mai essere modificati.
Merito del film è quello di saper coniugare in maniera originale gli archetipi della fiaba infantile con l’estetica del thriller psicologico, dando corpo ad atmosfere oniriche e surreali che ritraggono una madre e il suo bambino abbandonati a se stessi, nella sofferenza della solitudine, lontani da ogni conforto umano, in una società che li giudica e li emargina.
Il mostro, che Amelia e Samuel non vogliono lasciare entrare e che credono di tenere lontano, sprangando porte e finestre, è in realtà sul fondo dell’anima, sopito e represso da anni di negazione e paura.
Tre sono i linguaggi che in Babadook si integrano e vicendevolmente si esaltano, per dar vita all’estetica visiva con cui si rappresenta il Male: la fiaba ne evoca la paura dando forma, delicatamente, alla sua presenza onirica e perturbante, l’horror ne fa esplodere con violenza tutta la brutalità, il dramma psicologico svela e chiarisce il percorso di autoanalisi compiuto dalla protagonista per superare il trauma e rinascere alla vita e all’amore verso il suo bambino. Come, giustamente, lo ha definito la stessa regista, Babadook è “visivamente avvincente, fortemente toccante e profondamente spaventoso”.
Gisella Rotiroti



