L’ipnotista: Profondo bianco
VOTO: 3
L’inizio promettente introduce a questa inusuale escursione nel noir del regista svedese Lasse Hallstrom, che avevamo lasciato a pescare salmoni nello Yemen e ritroviamo in una fredda e spersonalizzata Stoccolma, perfettamente resa da splendide riprese aeree e interni claustrofobici e algidi. Una gragnuola di coltellate e una immagine particolarmente poco politically correct ravvivano l’ambiente e danno il via alla presentazione del caso e dei personaggi che lo animano, interessanti pur nelle loro contraddizioni e ingenuità, evidenti soprattutto in certi snodi narrativi particolarmente criticabili. Lo sterminio di una intera famiglia è un’ottima base per un intrigo con i fiocchi, e Hallstrom conduce sapientemente la danza creando la tensione necessaria, sempre in equilibrio tra efferatezza e analisi intima. Ma, si sa, in questi casi le curiosità son le solite: indagine e esito.
E se l’esito è piutosto classico, senza che per questo il film perda interesse e fascino, soprattutto nella realizzazione delle sequenze finali, sull’indagine resta qualche remora in più… per personaggi che spariscono inopinatamente e altri che si comportano in maniera piuttosto ingenua, per tacere dei soliti poliziotti privi di buon senso o del più prevedibile intuito professionale, visto che continuano a trascurare il filone principale della ricerca a favore di – comprensibili ma poco realistiche – necessità di sceneggiatura. Peccato, perché questi scricchiolii disturbano un thriller dilatato ma riuscito e disperdono parte del Pathos creato con colpi di scena e apparizioni inquietanti, su tutte quella della figura incappucciata, senza però rovinare i ‘festeggiamenti’ per un atipico Natale scandinavo.



