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    Black Panther: I misteri della giungla nera

    Il nuovo supereroe Marvel varca le soglie del cinema e c’è una novità: ha la pelle nera. Black Panther, interpretato da Chadewick Boseman e Lupita N’yongo, e diretto dal Ryan Coogler di Creed è una valida variazione al canone imposto dal producer Kevin Feige. In sala dal 14 febbraio.

    Supereroi in corsa verso la diversità. Che sia davvero voglia di allargare gli orizzonti di Hollywood o solo un pretesto per mettere le mani su nuove fette di mercato è un quesito a cui risponderà solo il futuro. Nel frattempo i Marvel Studios di Kevin Feige riescono a piazzare il colpo Black Panther, primo cinecomics con protagonista nero, in un anno dove (e lo dimostra il successo di Scappa – Get Out) i film black hanno mostrato performance ottime al botteghino. E così dopo l’exploit di Wonder Woman la scorsa estate continua a venire meno il prototipo dell’eroe maschio, bianco, anglosassone e protestante che ha fatto la storia prima della carta stampata e ora del cinema.

    Conquistati i titoli (e nemmeno troppi) dei giornali, restava però da fare il film. Ecco quindi che la Marvel ha indetto un raduno dei migliori talenti e delle rising star afroamericane di stanza a Los Angeles. Il protagonista, Chadewick Boseman, che aveva già esordito in Captain America: Civil War, si trova di fianco un paio di premi Oscar, il veterano Forest Whitaker e la giovane e bellissima Lupita N’yongo, qualcuno che per l’Oscar è in corsa anche ora, il Daniel Kaluuya di Scappa, un’attrice di sicura affidabilità come Angela Bassett, uno di grande prospettiva come Michael B. Jordan e qualche volto noto della tv, dalla Danai Gurira di The Walking Dead fino al dominatore della stagione dei premi televisivi, lo Sterling K. Brown del teledramma This is us. Al timone di questo bastimento carico di talento e buone intenzioni un regista meno banale della media dei cinecomics, quel Ryan Coogler che dopo essere emerso al Sundance Festival con il personale Prossima fermata: Fruitvale Station aveva dimostrato di sapersi giostrare anche in imprese più commerciali, come il recente seguito di Rocky, Creed. Film molto diversi ma accomunati dalla tematica black.

    A voler pensare male si direbbe che tutto cospiri verso la teoria dell’operazione di marketing. Ma Hollywood è terra di sogni e di incongruenze e così finisce che un film che sembrerebbe nato da un’indagine di mercato finisca per trasformarsi in un’operazione più che dignitosa. Grazie sicuramente alla guida esperta di Kevin Feige, alla scioltezza mostrata dalla regia di Coogler ma anche e soprattutto grazie a una sceneggiature (firmata da Coogler e da Joe Robert Cole) che mescola l’adrenalina dell’azione all’epica del racconto e che schiva con maestria le trappole più trite della blacksploitation, evitando con cura lo sfondo dei ghetti delle metropoli americane e il culto, visto e rivisto, dell’eroe di strada scegliendo un approccio più fuori dagli schemi Marvel e più vicino alla tradizione di altri generi, come fantascienza e fantasy. Le vicende del principe T’Challa (Boseman), costretto anzitempo a ereditare il trono del regno segreto e supertecnologico di Wakanda, lo vedono affrontare il mistero che circonda la morte di suo padre, la caccia all’avido trafficante Ulysses Klaw (Andy Serkis), poi la sfida di un misterioso mercenario (Jordan) che metterà il protagonista di fronte a non pochi dilemmi, a cominciare dalla necessità di fare chiarezza sugli aspetti più bui di un passato familiare glorioso, almeno in apparenza.

    La storia di Black Panther è più complessa e stratificata, rispetto a quella di colleghi più blasonati, che si accontentano di mantelli, armature e simboli e poi riducono le loro brevi esistenze sullo schermo all’arco di qualche scazzottata e a un diorama infinito di effetti speciali. Beninteso, scazzottate ed effetti speciali ci sono pure nel film di Coogler ma sono accompagnati, una volta tanto, a una storia che prova a scendere un po’ più in giù che della superficie. Certo il personaggio è meno conosciuto da noi e i fan dei film Marvel hanno sempre preferito le scazzottate e gli effetti speciali a tutto il resto (basti vedere il successo internazionale di un film come Captain America: Civil War che la trama preferiva demandarla ad altri film del franchise) ma la macchina perfetta imbastita da Feige e soci ha permesso di trasformare in insperati successi anche film dedicati a personaggi minori o mai battuti prima dal cinema, come Guardiani della Galassia e Doctor Strange, ed è difficile pensare che non riescano a ripetere la magia, specie con un film che non manca nei fondamentali di casa e che per il resto non si limita al compitino, e non solo al reparto storia ma anche alla voce “cast”. Certo, il grande cinema segue probabilmente altri circuiti, ma se il cinema commerciale fosse tutto come Black Panther probabilmente il mondo sarebbe meno banale.

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    Creed – Nato per combattere: Di nuovo sul ring

    A 40 anni dal primo film torna in scena la Philadelphia dolente di Rocky. E lo fa con Creed, sequel e spin-off, interpretato da Sylvester Stallone e Michael B. Jordan. Alla regia Ryan Coogler. In sala dal 14 gennaio.

    3stelle

    Quaranta anni dopo è tempo di riaprire l’occhio della tigre. È tempo di stringere i lacci dei guantoni, di salire sul ring, magari dopo una corsa per le strade di Philadelphia. Si torna nel mondo di Rocky per la settima volta dal lontano 1976 e tutto sembra uguale anche se tutto è cambiato. A cominciare dal titolo del film, Creed, che non omaggia più il personaggio ideato e incarnato da Sylvester Stallone ma quello che era il suo storico avversario. E in effetti al centro del quadrato non c’è più Sly ma Michael B. Jordan, giovane astro in ascesa, che nella finzione del cinema interpreta Adonis, figlio naturale del campione Apollo Creed, in cerca della sua strada nel mondo.

    Cambia tutto anche in cabina di regia dove non troviamo né Stallone (che ha firmato quattro dei sei film precedenti), né John G. Avildsen (autore degli altri due tra cui lo storico primo episodio) ma Ryan Coogler, che si era fatto notare al Sundance Film Festival con Prossima fermata: Fruitvale Station e che qui si trova alle prese con il suo esordio nella Hollywood più mainstream.

    La parabola di Adonis Creed, figlio d’arte cresciuto nell’agiatezza dopo un’infanzia difficile, è molto diversa da quella di Rocky Balboa e di certo l’omaggio alla figura del loser che non si arrende non è più la forza trainante di questo film come lo era stata in quello del 1976, un traino così possente da essersi tirato dietro anche il tempo e da aver colpito indifferentemente un paio di generazioni. La sceneggiatura, firmata da Coogler e da Aaron Covington, però non prende sottogamba l’impresa di ricreare un immaginario che ha fatto la storia del cinema e ha un duplice merito, quello di non campare sugli allori e di non cedere alle tentazioni più commerciali. Coogler capisce subito che la forza di Rocky, specie nei primi film, era nei suoi personaggi non scontati e nel modo in cui riuscivano a relazionarsi e riesce a creare un protagonista combattente e combattuto che reggerebbe la scena anche senza la spalla fidata di Rocky. Vincente è anche l’idea di spostare a bordo ring quello che era stato il protagonista di sempre. Complice una splendida interpretazione di Stallone, che indossa la pelle di Rocky come se fosse una sua seconda identità, la figura leggendaria del cinema riesce a essere motore di emozioni senza essere ingombrante. E così Creed, chiamato da una vocazione al pugilato, e Rocky, veterano provato, si ritrovano fianco a fianco, a darsi forza a vicenda per due battaglie che sembrano più grandi di loro.

    Allo stesso tempo, si diceva, Coogler evita la trappola del tormentone. Il celebre tema composto da Bill Conti fa la sua comparsa, come pure la corsa per i quartieri di Philadelphia, ma lo fa solo quando il film ha preso il suo abbrivio, quando si capisce che Creed avrebbe potuto camminare sulle sue gambe, anche senza la forza di tutto quello che era avvenuto in passato. In un certo senso la storia del film è la stessa del suo protagonista, un figlio d’arte che vuole trovare un suo posto nel mondo. E Creed ci riesce, complice una sceneggiatura inaspettatamente delicata, un utilizzo sapiente della macchina da presa, sia sul ring che fuori, e un’ottima direzione degli attori (non solo Jordan e Stallone ma una menzione va anche alla giovane Tessa Thompson, cantante di talento condannata a una sordità progressiva). E anche se il match finale non sarà certo dei più realistici la sensazione è che il talento di Coogler e del cast possa aver dato ancora anni di vita a una saga già quarantennale.

     

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