LOGO adv-468x60
  • ,

    The Assassin: estetica pura

    A otto anni dal suo ultimo film, Hou Hsiao-hsien torna al cinema con una storia ambientata nella Cina del passato. Tra governatori di provincia corrotti e spietate assassine colte da dissidi interiori, The Assassin risplende nella forma, ma non coinvolge nella narrazione. Al cinema dal 29 settembre.

    2stellemezzo

    Nella Cina del IX secolo, la dinastia Tang fa vivere un periodo di prosperità al Paese. L’equilibrio, però, è minacciato da alcuni governatori della provincia, ambiziosi e corrotti. Nie Yanniang, rientrata nella sua città, nella provincia di Weibo, dopo un periodo di esilio di tredici anni durante il quale è stata addestrata nelle fila dell’ordine degli assassini, ha avuto l’ordine di uccidere Tian Ji’an, governatore di Weibo. Ma Tian Ji’an è suo cugino, oggetto del desiderio della donna sin dall’adolescenza. Quando l’assassina si troverà davanti all’uomo, però, il dilemma morale che le si presenta sarà molto forte.

    A otto anni da Le voyage du ballon rouge, parentesi europea del regista di Taiwan, Hou Hsiao-hsien torna a raccontare la Cina del passato con The Assassin, un wuxia sui generis che ripropone la poetica del regista.
    Rispetto ad alcuni suoi predecessori come La tigre e il dragone, La foresta dei pugnali volanti o La città proibita, la pellicola di Hsiao-hsien si ascrive nel genere tanto caro alla cinematografia cinese, ma, allo stesso tempo, se ne allontana. Nel bilanciamento tra introspezione e combattimento, l’ago della bilancia si sposta verso il primo: con i duelli che iniziano e finiscono improvvisi e senza apparente vincitore, Hsiao-hsien, come ha fatto in passato, favorisce una visione metaforica secondo la quale il combattimento non portato a termine è espressione dell’interiorità della protagonista. Nie Yanniang, che ha il bellissimo volto e la grazia dell’attrice taiwanese Shu Qi, è la spietata assassina, eroina solitaria, che si muove in un mondo corrotto, ma che vive un forte dissidio interiore: far prevalere la “ragion di Stato” o quella del cuore? Ecco spiegata anche la scelta del formato 4.3: il quadro incornicia non una storia, ma lo svolgersi di una conflittualità interiore.

    I campi lunghi che caratterizzano il cinema del regista, i movimenti quasi impercettibili della sua macchina, la fotografia brillante anche quando prevalgono i colori scuri, sono tutti elementi che conferiscono a The Assassin un fascino quasi catartico. I nostri occhi risultano felicemente catturati dallo splendore delle immagini, come davanti ad un quadro di rara bellezza: i colori si trasformano in vibrazioni emotive che ci colpiscono, a differenza di quanto fanno le spade presenti nel film, che non arrivano mai a fendere il loro obiettivo.
    Ma se la forma è esperienza sublime, è nella narrazione che The Assassin trova il suo maggiore limite. Il cinema ci ha abituato a storie di questo tipo, a mostrare il dissidio interiore di alcuni suoi protagonisti in vari modi, ma qui lo spettatore è totalmente abbandonato a se stesso, perso nei meandri di un racconto che difficilmente si fa capire. I troppi silenzi, le eccessive pause, rendono la pellicola di Hsiao-hsien un’esperienza fin troppo estetizzante, quasi fine a se stessa, poco fruibile. La forma sconvolge, ma la sostanza resta imbrigliata dentro una splendida cornice.

    Read more »
  • ,

    I Magnifici 7, il remake non centra il bersaglio

    Denzel Washington, Chris Pratt e il regista Antoine Fuqua riportano al cinema un classico del western, I Magnifici 7. In sala dal 22 settembre.

    2stelle

    Sette pistoleri senza un padrone, gli abitanti disperati di un villaggio, la minaccia di un cattivo. Le similitudini tra I Magnifici 7 di Antoine Fuqua e il classico hollywoodiano diretto da John Sturges  finiscono sostanzialmente qui. Ciò non toglie che i grandi studios, Sony Pictures in questo caso, abbiano deciso di rispolverare un mito che da 56 anni continua a vivere grazie all’immagine di uno Yul Brynner in tenuta da cowboy nera e all’immortale colonna sonora composta da Elmer Bernstein. Stavolta in sella a un cavallo, pistole alla mano, c’è una banda guidata da Denzel Washington e composta tra gli altri da Ethan Hawke, Chris Pratt, Vincent D’Onofrio, con la sola Haley Bennett a rappresentare il genere femminile.

    La storia è quella del villaggio di Rose Creek, obiettivo delle malcelate mire di un ricco possidente. Ecco allora che la coraggiosa Emma (Bennett) decide di assoldare una posse di pistoleri guidata da Sam Chisolm (Washington) per salvare le proprie vite e le proprie terre.

    Ispirato, come già il classico del 1960, a I Sette Samurai di Akira Kurosawa questo nuovo adattamento, firmato alla sceneggiatura dal Nic Pizzolatto di True Detective e da Richard Wenk (The Equalizer) mostra molta, forse troppa attenzione alla sensibilità moderna. Quella della popolazione generale ma anche e soprattutto quella del dipartimento marketing. Il risultato è che la maggior parte dei sette magnifici del titolo sembra confondersi con le figure sullo sfondo, chiamata solo a timbrare il cartellino per mantenere inalterato l’equilibrio razziale del gruppo. Tanto per intendersi il personaggio che fu di James Coburn è ora affidato al coreano Byung-hun Lee e la banda conta anche sul messicano Manuel Garcia Rulfo e sull’attore d’origine nativo-americana Martin Sensmeier. Cambio anche per il villain con il bandido messicano interpretato da Eli Wallach che lascia il posto al capitalista bianco Peter Sarsgard.

    A parte la notazione (letteralmente) di colore il problema dello script dei Magnifici 7 è quello di un’eccessiva linearità nel cambiamento. Una strategia che finisce per non rendere omaggio al film originale e allo stesso tempo non aggiunge niente che possa giustificare il remake, se non forse la solida e solita interpretazione di Denzel Washington, che non diventerà un’icona come Brynner ma che nella storia del cinema ci è entrato già per tanti altri film. Per il resto Chris Pratt non è Steve McQueen e non bastano le discrete interpretazioni di Ethan Hawke e di D’Onofrio a reggere un impianto pericolante.

    La sensazione che si tratti di un’occasione persa c’è. Anche perché Antoine Fuqua, che sedici anni fa si fece notare per il cult Training Day, ha tutto quello che serve per essere un grande regista e lo ha dimostrato più di una volta. In questo caso il cineasta afro-americano mostra il coraggio di mettere da parte la tradizione hollywoodiana e di studiare la lezione dei maestri revisionisti del genere a cui probabilmente si sente molto più vicino. Parliamo del nostro Sergio Leone e di Sam Peckinpah, il cui stile affiora spesso nelle sequenze coreografiche che precedono gli scontri a fuoco. Elaborati racconti di sguardi e di gesti, occhi che si muovono da una parte all’altra, mani che si posano sul calcio della pistola, per cui Fuqua si divide il merito con il suo montatore di fiducia, John Refoua. A due anni da Southpaw il regista però si trova a firmare un altro film non riuscito e non certo per demerito suo. Complice quella sceneggiatura troppo elementare nel cercare di reinterpretare il senso originale del film (più quello di Kurosawa che non quello dei Magnifici Sette) e di mettere in scena il confronto fra la tirannia e una banda di improbabili paladini.

    Read more »
  • ,

    Elvis & Nixon: Appuntamento con la storia

    Michael Shannon è il re di Memphis, Kevin Spacey è il presidente del Watergate. Saranno loro i protagonisti di Elvis & Nixon, commedia sopra le righe tratta da un’improbabile storia vera. In sala dal 22 settembre.

    3stelle

    Il re più adorato, il presidente più detestato. Il musicista di Memphis, il direttore d’orchestra del Watergate. Elvis Presley e Richard Nixon. Sono loro i protagonisti di Elvis & Nixon, commedia diretta dalla regista indipendente Liza Johnson e interpretata da Michael Shannon e da Kevin Spacey, che torna a sedersi al centro dello Studio Ovale, stavolta nel ruolo di un presidente realmente esistito.

    Immortalato da una foto che è il documento più richiesto e più venduto degli archivi della Casa Bianca, l’incontro avvenne il 21 dicembre del 1970 e su richiesta di Presley fu tenuto segreto per molto tempo. La sceneggiatura scritta da Joey e Hanala Sagal e dall’attore Cary Elwes si rifà ai racconti dei pochi testimoni oculari, dall’amico personale del Re, Jerry Schelling (interpretato da Alex Pettyfer), ad Egil Krogh (Colin Hanks), braccio destro del presidente degli Stati Uniti.

    Con uno stile garbato e leggermente sopra le righe Liza Johnson, qui alla sua quarta regia, ci fa la cronaca di una giornata davvero particolare puntando ovviamente l’obiettivo sui due protagonisti. I due ritratti, di personalità apparentemente opposte, sono animati da una leggera vena macchiettistica, con Spacey costretto a imitare la voce e la postura gobba del presidente più odiato della storia d’America, e Michael Shannon che interpreta un Elvis al tramonto, ossessionato dalla celebrità e dai suoi feticci, che siano occhiali e cinture d’oro, pistole e distintivi di varie forze dell’ordine.

    Vuoi perché la storia su Nixon si è già espressa, vuoi perché l’Elvis del film è così lontano dal musicista assurto al rango di icona che Hollywood ci ha sempre raccontato, il ritratto più impietoso e riuscito è proprio quest’ultimo. Una visione iconoclasta e impertinente che trova in un presidente goffo anche nei raggiri, un perfetto contrappunto. Tanti sorrisi, qualche passaggio esilarante (la descrizione dei due “protocolli”) e uno sguardo divertito su vite diverse, opposte, che per due ore trovano una convergenza inaspettata, assoluta e anche tenera. Un sorriso, una stretta di mano, qualche colpo di karate e la magia di Elvis & Nixon è fatta, complici anche dei validi comprimari e due protagonisti talentuosi che, pur limitati dal fardello dell’imitazione e della satira, riescono a dare fisicità e un pizzico di umanità a due personaggi su cui non c’è più molto da aggiungere.

    Read more »
  • ,

    Bridget Jones’s Baby: la freschezza ritrovata

    Un ritorno in grande stile per la single più goffa dl’Inghilterra: quindici anni dopo il primo film, Renée Zellweger riveste i panni di Bridget Jones in uno dei sequel più riusciti di sempre, Bridget Jones’s Baby. Ad affiancarla, Colin Firth e la new entry Patrick Dempsey. In sala dal 22 settembre.

    3stelle

    Dimagrita, single, in carriera e incinta. Ecco la nuova Bridget Jones che dal prossimo 22 settembre irromperà con la sua ritrovata simpatia nei cinema italiani, grazie al terzo film a lei dedicato: Bridget Jones’s Baby. Dopo il fallimentare Che pasticcio Bridget Jones!, affidato alla regia di Beeban Kidron, la serie ritrova la regista del primo, epocale, film, Sharon Maguire, e, con lei, una certa freschezza e la voglia di far ridere in maniera intelligente.
    Dopo aver chiuso la sua storia con Mark Darcy (Colin Firth), Bridget (Renée Zellweger) è di nuovo sola nel suo appartamento a festeggiare il suo compleanno. Immersa nel suo nuovo lavoro di produttrice di un notiziario televisivo, Bridget accetta l’invito di una sua collega per un festival tutto musica e sesso e qui conosce l’affascinante americano Jack (Patrick Dempsey). Qualche giorno dopo, ad un battesimo, ritrova Mark e tra i due sembra riaccendersi la fiamma. Ma Bridget, ricordando la loro precedente relazione, decide di andare via, fino a quando, un giorno, non scopre di essere incinta. Chi sarà il padre?

    Difficile non riuscire a spoilerare i vari colpi di scena (il primo è dopo circa tre minuti dall’inizio) presenti in quello che può essere ritenuto il miglior sequel dell’anno: Bridget Jones’s Baby, a parte il volto di Dempsey, non porta assolutamente nulla di nuovo con sé, ma con successo veste di nuova freschezza l’intera storia, impresa alquanto difficile dopo il pessimo sequel del 2004.
    Sin da subito veniamo catapultati nel mondo dei ricordi, con una Bridget sola e triste che festeggia il suo compleanno. Stavolta, però, le note di All by myself vengono messe da parte per fare spazio a quelle di Jump Around degli House of Pain: chiara dimostrazione del fatto che la ritrovata Bridget ha imparato tanto dalle sue esperienze passate.

    Dimenticata la goffaggine dei primi film (e meno male!), la sceneggiatura della Maguire e di David Nicholls, passata per le mani anche di Paul Feig (Ghostbusters) e Dan Mazer (Borat, Brüno), con la costante supervisione di Helen Fielding e, soprattutto, la revisione finale di Emma Thompson, non delude mai: ci si stanca solo a furia di tenere la bocca aperta per le tante risate, perché Bridget Jones’s Baby è una commedia davvero spassosa, che non scade mai nel ridicolo.

    Merito lo dobbiamo riconoscere anche al cast. Iniziamo da lei, Renée Zellweger, che dopo quindici anni rispolvera tutto il bello di un personaggio così amato: il pericolo di farlo diventare una macchietta piuttosto blanda (c’era andata vicinissimo con il secondo film), viene elegantemente scampato e l’attrice Premio Oscar riesce ad andare ancora più in profondità nel suo personaggio, portando sullo schermo una donna fragile non più vittima degli eventi, ma pienamente consapevole di quello che fa. Colin Firth dimostra che di Mark Darcy non si è stancato e, anzi, lo ripropone mostrando a tutti quanto si sia divertito a girare questo nuovo capitolo. Impeccabile anche Patrick Dempsey: quello di Jack Qwant è il ruolo giusto per l’attore per scollarsi di dosso quello del Dr. Shepherd di Grey’s Anatomy e l’inizio di una nuova fase nella sua carriera. Meritano di essere citate anche Emma Thompson, nei panni della spassosissima ginecologa, e Sarah Solemani, in quelli della scatenata collega di Bridget, Miranda.
    Se da un lato ci si dispiace per la mancanza di nuovi spunti, per la trama piuttosto nota e per la decisione da parte della produzione di esplorare un territorio fin troppo sicuro, dall’altro non possiamo non sottolineare come Bridget Jones’s Baby centri pienamente il suo obiettivo: quello di intrattenere senza mai stancare il suo pubblico.

    Read more »
  • ,,

    Blair Witch: Il sequel che non strega

    Le telecamere tornano dopo 18 anni nei boschi del Maryland per Blair Witch, nuovo sequel di The Blair Witch Project. In sala dal 21 settembre.

    2stelle

    Una leggenda nera, un video ritrovato e torna l’orrore nei boschi del Maryland. Blair Witch riporta in auge il mito della strega di Blair a quasi 18 anni da un film che ha fatto la storia, del marketing se non del cinema, ma di certo la storia. L’obiettivo è quello di far dimenticare un sequel senza amore, datato 1999, e creare un possibile nuovo franchise horror, per fare concorrenza ai vari Paranormal Activity e Insidious. Alla regia troviamo Adam Wingard, veterano del genere, mentre tra le fila del cast una serie di illustri semi-sconosciuti (il protagonista James Allen McCune vanta qualche presenza in prodotti televisivi come Shameless e The Walking Dead), quasi a rendere omaggio alla fattura casalinga del Blair Witch Project originale.

    La trama segue le mosse di James (McCune), fratello minore di Heather Donahue, attrice-personaggio del primo film, che decide insieme a un gruppo di amici, tra cui un’aspirante documentarista, di mettersi sulle tracce della sorella scomparsa ormai tanti anni prima. Armati di microtelecamere da portare con l’auricolare e persino di un drone, il gruppo, incurante di ogni rischio e pericolo, si addentra nei boschi che furono teatro delle misteriose sparizioni imputate alla strega di Blair.

    Come lascia intendere la trama questo nuovo episodio dell’aspirante saga non mette in campo particolari elementi di novità, se non forse l’aggiornamento tecnologico del sottogenere “found footage“, ovvero quella branca dell’horror che usa come premessa il fittizio ritrovamento di alcuni filmati in modo da farci calare nell’azione con una prospettiva pseudo-soggettiva. L’idea, che si fa risalire all’italiano Ruggero Deodato e al suo leggendario Cannibal Holocaust (1980), ha rinunciato da tempo, però, ai crismi dell’originalità. Basti pensare al fiorire di titoli che di questo canone narrativo hanno fatto scuola, dal già citato Paranormal Activity, al Cloverfield prodotto da J.J. Abrams, dal recente The Visit di M. Night Shyamalan al cult fantascientifico Chronicle, senza contare innumerevoli altri prodotti di serie b o inferiori. Dal canto suo questo nuovo Blair Witch può contare su qualche momento di genuino disagio se non di vero raccapriccio (la scena del tunnel sotterraneo, l’inquietante apparizione della strega) ma allo stesso tempo non c’è niente che streghi, né tanto meno incanti. La sensazione è che senza la potentissima campagna promozionale del primo The Blair Witch Project – campagna che tra ricostruzioni virali e battage pubblicitario era riuscita davvero, almeno per un attimo, a creare l’illusione che quello ritrovato fosse un filmato autentico – questo materiale mostri tutti i suoi i limiti e che non possa fare altro che ripetere stancamente la stessa formula senza però arrivare al cuore e alle viscere di spettatori solitamente poco attratti dall’horror. Niente può fare il regista Adam Wingard se non confezionare un prodotto di genere che difficilmente varcherà i confini del fandom più affezionato.

     

     

    Read more »
  • ,

    Demolition: Della morte e dell’amore

    In sala dal 15 settembre il terzo lungometraggio di Jean Marc Vallée. Un melò sui generis sulla elaborazione del lutto, che può contare su uno dei miglior attori della sua generazione: Jake  Gyllenhaal.

    3stelle

     

     

     

    “Se vuoi aggiustare qualcosa, devi smontare tutto e capire cos’è importante”. Dopo la tragica morte della moglie in un incidente d’auto, Davis Mitchell passerà intere giornate a cercare di riparare cose: che sia un distributore di merendine o il frigorifero di casa, un rubinetto che si è messo a fare i capricci o le lampadine di un salotto che fanno luce a intermittenza. E prima di ripararle le fa a pezzi, casa compresa. Il piacere sarà rimettere insieme quei frammenti e ricomporre il puzzle. Il nostro ‘demolitore’ ha il volto di Jake Gyllenhaal, attore che definire camaleontico sarebbe un eufemismo; negli ultimi anni ha saputo infatti dar vita ai ruoli più provocatori, folli  e meno consolatori del cinema contemporaneo (dal recente Nocturnal Animals a Lo sciacallo-The Nightcrawler).

    In Demolition Jean Marc Vallée non gli permette di sottrarsi a questa regola; terzo lungometraggio del regista consacrato da Dallas Buyers Club, il film arriva nelle sale italiane ben un anno dopo il passaggio al Festival di Toronto e costruisce attorno al personaggio di Davis un’elaborazione del lutto che esula dalle tradizionali catarsi post perdita. E che avrà inizio con un banale reclamo alla società di distributori automatici dell’ospedale in cui Davis vedrà morire sua moglie: un insignificante malfunzionamento darà il via ad una serie di lettere al servizio clienti, che con il tempo assume i connotati di una personalissima confessione. Ad accogliere il suo sfogo dall’altra parte del telefono, la responsabile Karen (Naomi  Watts), donna irrisolta con tanto di figlio adolescente (Judah Lewis) sulle spalle alla ricerca di una propria identità sessuale.

    In compagnia di due perfetti sconosciuti Davis imparerà a metabolizzare il dolore che non è riuscito a condividere con la famiglia della defunta compagna, ma per farlo dovrà decostruire, scomporre, prendere a picconate tutta la sua vita precedente, rimettendo persino in discussione la propria relazione, colpevolizzandosi per non aver saputo ‘curarla’ abbastanza, dissotterrando vecchi conflitti con quei genitori così composti e affranti dalla sofferenza.
    Svuotato, incapace di concedersi un pianto liberatorio, isolato nel suo personalissimo modo di vivere la perdita, Davis non ha altri mezzi per sopravvivere se non quelli che la bizzarra amicizia con un ragazzino rockettaro e sua madre potranno offrirgli tra le pieghe di un quotidiano completamente nuovo: capiterà così di vederlo scatenarsi in balli improbabili, cantare e distruggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano. Un melò sui generis non sempre perfetto nella scrittura, a tratti discontinuo, ma che riporta  Vallée al suo cinema e che deve gran parte del merito a una straordinaria squadra di attori: imprevedibili, reali e capaci di dare vita a stati emotivi e sensoriali altrimenti irraccontabili.

    Read more »
  • ,

    Trafficanti: economia di guerra

    Il nuovo film di Todd Phillips, Trafficanti, sceglie la strada del grottesco per raccontare fatti realmente accaduti. Forte della buona alchimia tra i due attori protagonisti, Jonah Hill e Miles Teller, la pellicola propone una riflessione piuttosto drammatica incoraggiata anche dalla distanza che il regista sceglie di mantenere, ma il risultato finale è un ibrido senza particolare fascino.

    2stellemezzo

    Dopo aver fatto ridere il pubblico con la trilogia Una notte da leoni, il regista Todd Phillips torna nelle nostre sale, dal 15 settembre, con Trafficanti, film che si basa su fatti realmente accaduti raccontati dal libro Arms and the Dudes di Guy Lawson.
    David Pakouz (il Miles Teller di Whiplash) è un giovane ventenne di Miami che ogni giorno cerca di sbarcare il lunario con vari lavori: da massaggiatore a venditore di lenzuola porta a porta. Un giorno, ad un funerale, ritrova il suo amico di infanzia Efraim Diveroli (Jonah Hill), che gli propone di lavorare insieme. L’inaspettata gravidanza della compagna mette David alle strette e così si ritrova a mettere in piedi, con l’amico, una società di fornitura di armi, che ben presto ottiene un contratto da 300 milioni di dollari con il governo statunitense. Successo e denaro danno subito alla testa e i due si ritrovano coinvolti in una serie di situazioni molto pericolose.

    Se vi aspettate una commedia dove le risate vi accompagnano dall’inizio alla fine, mi dispiace deludervi, ma non è così. Phillips sceglie di abbandonare le risate a tutti i costi per intraprendere la strada del grottesco. Anche qui abbiamo davanti il prototipo dei personaggi di Phillips: giovani che vogliono giocare a fare i grandi, vittime di una società che ti permette di essere qualcuno solo se fai soldi e se hai successo, indipendentemente dal processo che ti ha permesso di ottenerli. Quindi che male c’è se, in un Paese dalle tante contraddizioni, dove le armi da fuoco hanno vita fin troppo facile, inizi a fare affari con il governo per portare avanti guerre che fanno bene solo a pochi?
    Dal titolo originale, War Dogs, si capisce bene la totale assenza di umanità dei due protagonisti: se David ne conserva poca, Efraim non conosce nemmeno il significato della parola. E’ dal loro incontro, e dalla sinergia dei due attori, che nascono i momenti più divertenti: splendida l’interpretazione di Hill, un po’ frenata quella di Teller.

    Nonostante la storia presenti innumerevoli situazioni pronte a sfociare nel comico, rincuora il fatto che Phillips non abbia scelto questa via fin troppo facile, ma che si sia concentrato su un nuovo cammino per portare il suo pubblico ad una riflessione finale piuttosto drammatica. E in parte ci riesce, soprattutto grazie alla presa di distanza (accentuata nel finale) rispetto a ciò che fanno David e Efraim: senza fare la morale, senza giudicare i suoi personaggi, Phillips lascia che a parlare siano solo i fatti.
    Ma è nella stridente lentezza che Trafficanti trova il suo limite: focalizzandosi su momenti molto spesso inutili, il film accelera solo in alcune parti, salvo poi frenare bruscamente e riportare il tutto ad una tranquillità che stona con l’intreccio.

    Non poteva mancare un piccolo ruolo per Bradley Cooper: va bene l’aria da boss, ma quando questa sfocia nel “che ci sto a fare qui?“, rende la sua presenza davvero superflua. Come superflui sono altri personaggi: introdotti all’improvviso, assumono una certa importanza e poi vengono totalmente abbandonati. A Trafficanti spetta, quindi, il merito di portare sugli schermi una storia che, per quanto surreale e inverosimile possa sembrare, ci ricorda che la realtà, soprattutto quella che ci viene nascosta dai poteri forti, supera di gran lunga qualsiasi tipo di finzione. Più di quanto possiamo immaginare.

    Read more »
  • ,

    Alla ricerca di Dory: vecchi e nuovi amici

    Tredici anni dopo Alla ricerca di Nemo, la Pixar ritorna nel blu profondo della Barriera Corallina per raccontarci cosa è successo a Nemo, Marlin e, soprattutto, Dory. In sala dal 15 settembre, Alla ricerca di Dory, nonostante il peso del precedente film, riesce a vivere una sua dignitosissima esistenza.

    3stelleemezzo

    Le brutali logiche di mercato devono solo inchinarsi davanti al ritorno nella Barriera Corallina della Pixar: Alla ricerca di Dory, sequel/spin-off di Alla ricerca di Nemo del 2003, è l’ennesima dimostrazione di quanto piaccia alla Pixar giocare con le nostre emozioni e di quanto un’operazione del genere, a volte, va oltre il mero discorso economico. Atteso e temuto, questo sequel del film che, ormai tredici anni fa, ha ridisegnato (è il caso di dirlo) i tratti del cinema d’animazione contemporaneo, arriva nelle nostre sale il 15 settembre e, sicuramente, si farà notare.

    Accantonate per un attimo le riflessioni più profonde proposte in Inside Out, Alla ricerca di Dory si configura come qualcosa di meno complesso, ma ugualmente potente. Siamo nella Barriera Corallina, un anno dopo i fatti raccontati nel primo film. Dory vive con Marlin, Nemo e gli altri suoi amici, ma i suoi disturbi alla memoria a breve termine non le rendono vita facile. Ma presto alcuni ricordi di infanzia fanno capolino: Dory ricorda i genitori ed è intenzionata ad andarli a trovare. Nel suo viaggio, oltre a vecchie conoscenze, il pesce pagliaccio ritroverà vecchi amici e ne conoscerà di nuovi (primo fra tutti il simpaticissimo polpo Hank).

    Da spalla nel primo film a protagonista assoluta in questa nuova avventura, senza perdere un grammo del suo indiscusso fascino, anzi. Se in Alla ricerca di Nemo Dory era un’eccentrica pesciolina dal passato non molto chiaro, qui ci troviamo di fronte ad un approfondimento in chiave psicologica molto ben riuscito. Ritorna il tema dell’handicap: prima la pinna atrofica di Nemo, ora la memoria labile di Dory è al centro della vicenda. La protagonista non lo nasconde e più volte lo ripete durante il film: e questa sua debolezza si trasformerà nella sua vera forza. I ricordi si susseguono a colpi di teneri flashback (davanti ad alcuni dei quali faticherete a trattenere le lacrime, siete avvisati) e pian piano assistiamo alla vera nascita di un personaggio a tutto tondo, alla sua evoluzione e alla sua crescita.
    Quello di Dory nelle acque della California è un percorso di crescita alla ricerca delle origini, difficile, pieno di insidie, ma che vale la pena di essere vissuto. Nessun cattivo da contrastare (se non fosse per un calamaro gigante all’inizio del film), perché ciò che il film ci suggerisce è l’amara verità secondo la quale, a volte, siamo noi stessi e i limiti che ci imponiamo i nostri peggior nemici.

    A colpi di pinna o trasportati in una caraffa grazie ai tentacoli del polpo Hank, saltando tra le vasche dell’acquario e ritornando a parlare il balenese, Alla ricerca di Dory è figlio legittimo del primo film: il messaggio di fondo è solo uno, quello di non smettere mai di credere in se stessi.
    Certo, la sensazione di già visto c’è e si sente. Ma se il déjà vu è forte a livello visivo, è a livello narrativo che scompare dopo circa dieci minuti: nel momento esatto in cui Dory, Marlin e Nemo abbandonano il gruppo di tartarughe, capitanate da Scorza, che li accompagna in California, inizia la nuova avventura. Anche se la grandezza del primo film predomina, Alla ricerca di Dory vive una sua dignitosissima esistenza che già gli ha conferito un grande successo Oltreoceano. Memorabile la lunga scena in soggettiva verso il finale che infonde ancora più fascino al prodotto finale.
    Ora resta solo di sapere cosa ne penseranno tutti quei bambini, ormai adolescenti, che, all’epoca, avevano trovato in Nemo un alleato importante per la loro crescita.

    Read more »
Back to Top