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    Il Libro della Giungla: la formazione di un eroe

    Dopo i due Iron Man, Jon Favreau passa a dirigere il live-action di Il Libro della Giungla. In sala dal 14 aprile, il film racconta una storia semplice che trova un prezioso alleato nella CGI, così da regalarci uno straordinario viaggio sensoriale tra liane, alberi giganteschi e animali dai quali gli uomini hanno tanto da imparare.

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    Usciti tra il 1893 e il 1894 su vari giornali e riviste, i racconti di Rudyard Kipling vennero raccolti in un unico libro nel 1895, con il titolo Il Libro della Giungla. Nel 1967, Walt Disney decise di trasformare nel suo diciannovesimo classico (l’ultimo che avrebbe personalmente seguito prima della sua morte) quel romanzo che avrebbe permesso al suo autore di ottenere il Premio Nobel per la Letteratura. A quarantanove anni dal film Disney, il regista Jon Favreau fa rivivere Mowgli, Bagheera, Shere Khan, Kaa e Baloo nella versione live-action in uscita il 14 aprile.
    Parlare di live-action è piuttosto esagerato, considerato che l’unico attore è il piccolo Neel Sethi, ma indubbiamente lo splendido lavoro realizzato attraverso la CGI permette a questa versione di Il Libro della Giungla di accogliere gli entusiasmi di un pubblico nuovo. Gli amanti del film del 1967 la smettano di storcere la bocca: la bravura di Favreau & Co. sta nel trovare una giusta via di mezzo tra i cupi racconti di Kipling e l’esilarante e colorata trasposizione disneyana.

    Mowgli è stato abbandonato nella Giungla e a trovarlo è stato Bagheera, una regale pantera nera, che lo affida ad un branco di lupi. Raksha e Akela si prendono cura del cucciolo d’uomo fino a quando non fa il suo ritorno Shere Khan, la temibile tigre che odia gli esseri umani. Per Mowgli arriva il momento di lasciare la Giungla ed unirsi alla sua specie, ma durante il suo viaggio, accompagnato da Bagheera, si imbatterà non solo nell’irriverente Baloo, ma anche in animali ostili e pericolosi, come il serpente Kaa e Re Louie, sovrano delle scimmie.

    Distribuito anche in 3D, Il Libro della Giungla consente un viaggio sensoriale tra liane, alberi giganteschi e immense distese di terra anche nella versione normale, grazie all’animazione fotorealistica con la quale sono stati realizzati paesaggi e animali. Gli spazi ci vengono mostrati sia nella loro dimensione verticale (la sensazione di camminare sui rami dei possenti alberi insieme a Mowgli è stupenda) che in quella orizzontale. Ma è anche nella profondità del campo e negli ineccepibili effetti sonori che Il Libro della Giungla cattura i suoi spettatori. Gli animali sono resi in una maniera così realistica che raramente si è visto al cinema un effetto del genere e la bravura del doppiaggio (in questo caso parliamo del doppiaggio italiano) sta proprio nel caratterizzare ciascun personaggio con quel tono di voce che ci si aspettava: l’eleganza di Bagheera (con la voce di Toni Servillo), la simpatica cialtroneria di Baloo (Neri Marcorè), la possenza di King Louie (Giancarlo Magalli), la dolcezza di Rashka (Violante Placido) e la seduzione di Kaa (Giovanna Mezzogiorno).

    Favreau decide di omaggiare il cartoon Disney con tanto di momenti musical – da Lo stretto indispensabile a Voglio essere come te – e scene identiche a quelle del cartoon (Baloo e Mowgli nel fiume), ma inserisce anche quella oscurità che caratterizzava i racconti di Kipling. E così l’incontro con Kaa si trasforma nella discesa agli Inferi dell’eroe Mowgli (in cerca di un suo posto nel mondo), che affronta il suo passato mentre l’enorme pitone cerca di divorarlo.
    Un viaggio di formazione accompagnato da due figure paterne agli antipodi, Bagheera e Baloo, ma con la mente verso la madre adottiva, Raksha, e al suo branco.
    Favreau mette la firma ad una favola che respira e trasuda amore per la natura da tutti i pori: dalla scena in cui viene spiegata la “tregua dell’acqua” (l’etica semplice e potente di cui si fanno portatori gli animali) allo splendido momento in cui Bagheera invita Mowgli ad inginocchiarsi davanti alla marcia degli elefanti, considerati le divinità che hanno creato la Giungla e, proprio per questo, sono gli unici animali a non avere voce.

    Si potrebbe obiettare che la morale finale del film sia eccessivamente esposta ai soli due poli del bene e del male, ma a guardare con attenzione, in questa versione di Il Libro della Giungla c’è molto di più di una semplice dicotomia. La pellicola ci invita ad immedesimarci in Mowgli e ad assistere alla sua crescita con gli occhi di un bambino: solo in questo modo la profondità di un discorso apparentemente semplice potrà conquistarci con tutta la sua potenza.
    Ad oggi, forse, si può anche azzardare nel dire che il film di Favreau risulta essere la migliore trasposizione in live-action di un classico dell’animazione e non stupisce nemmeno la decisione di realizzare un sequel, visto anche il finale molto aperto del film. E guai ad alzarsi dalle poltrone dopo la fine: anche i titoli di coda meritano tutto il costo del biglietto.

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    Les Souvenirs: tra nonna e nipote

    L’attore, regista e sceneggiatore francese Jean-Paul Rouve porta sugli schermi una delicata commedia sullo stretto legame tra due generazioni diverse. Una nonna e suo nipote sono i protagonisti di Les Souvenirs, un film sull’importanza dei ricordi e sul tempo che passa inesorabile. In sala dal 14 aprile.

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    Nel 2013 David Foenkinos pubblicò il romanzo L’eroe quotidiano portando tra gli scaffali delle librerie (in Italia è edito da Edizioni E/O), la semplice storia di un uomo che vuole diventare scrittore e che cerca ovunque l’ispirazione giusta, senza rendersi conto di averla sotto gli occhi: sua nonna.
    A distanza di tre anni, quel racconto diventa film, Les Souvenirs, in uscita nelle sale italiane il prossimo 14 aprile. A dirigere il lungometraggio è l’attore, regista e sceneggiatore francese Jean-Paul Rouve, che mette in scena il profondo legame che unisce un nipote a sua nonna. Romain (Mathieu Spinosi) ha 23 anni, vuole fare lo scrittore, ma per il momento ha trovato lavoro come portiere di notte in un albergo. Quando muore il nonno, il padre di Romain, Michel (Michel Blanc), decide di trasferire la nonna Madelaine (Annie Cordy) in una casa di riposo e vendere la casa dove la donna ha vissuto per tanti anni. Nella casa di riposo, però, la donna è insofferente, allietata solo dalle frequenti visite del giovane nipote. Un giorno Madelaine fugge e quando Romain riceve una sua cartolina dalla Normandia, il giovane si mette in viaggio per trovarla e riportarla a casa.

    Con una certa delicatezza, senza essere troppo invadente sia nei confronti dei suoi personaggi sia verso gli spettatori, Rouve dirige una commedia che ha il dono di far riflettere. E si riflette sul tempo che scorre inesorabile: per Madelaine è il tempo trascorso nella casa in cui ha vissuto con il marito e i figli, per Romain è l’inizio, invece, della vita, mentre, per Michel, è la mezza età con la pensione e tutti i problemi (e frustrazioni) che ne conseguono.
    Proprio questo incrociarsi di tre generazioni permette a Les Souvenirs di scavare nei ricordi e di mostrarci come quell’eroe quotidiano descritto da Foenkinos sia ben presente nella nostra vita di tutti i giorni: la nonna che sprona il nipote a fare ciò che gli piace, il padre che affronta le sue paure, il nipote che ascolta, osserva e regala alla nonna uno dei momenti più emozionanti della sua vita.

    Un nuovo punto di vista del rapporto tra nonni e nipoti che si pone esattamente all’opposto di quello descritto da Dan Mazer con Nonno Scatenato, in uscita un giorno prima di Les Souvenirs. Lì all’insegna dell’eccesso e della volgarità ostentata e insensata, qui portato avanti con delicatezza e tranquillità. Forse anche troppo, visto che il modo in cui il regista ha deciso di svolgere la trama – molto semplice – della pellicola, tende a cozzare con le grandi emozioni che il film ci regala.

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    Il Libro della Giungla: parlano i doppiatori italiani

    A quasi cinquant’anni dall’uscita nelle sale del classico Disney, Il Libro della Giungla torna in versione live-action nei cinema grazie alla regia di Jon Favreau. Abbiamo incontrato i doppiatori italiani di alcuni personaggi del film, che sarà nelle sale da giovedì 14 aprile: Toni Servillo (Bagheera), Neri Marcorè (Baloo), Violante Placido (Raksha), Giovanna Mezzogiorno (Ka) e Giancarlo Magalli (Re Luigi).

    Una caratteristica molto interessante di questo film – afferma Toni Servilloè quella di essere un film di formazione e il mio personaggio, Bagheera, è proprio quel genere di maestro che ognuno di noi avrebbe voluto avere nella sua vita. La pantera fiancheggia la crescita di Mowgli, gli indica la strada, gli fa da faro con la sua esperienza, insegnandogli a stare in piedi con forza sulle sue stesse gambe“. Giovanna Mezzogiorno ammette di essere stata affascinata dal serpente Ka perché questo personaggio ha “la complessità di chi seduce. Ka è onesta nel suo modo di sedurre e, paradossalmente, si dimostra protettiva nei confronti di Mowgli. Allo stesso tempo, però, cerca di stritolarlo e divorarlo. Presenta caratteristiche molto opposte tra loro e mi piaceva che nel film il suo personaggio fosse in un certo modo lontano da quello visto nel classico del ’67: lì Ka era maschio, era un personaggio molto ironico e anche divertente, qui, invece, è femmina ed è un’ammaliatrice“.

    Anche se Il Libro della Giungla presenta una morale molto manichea (e la cosa non è sbagliata visto che ci si rivolge ai bambini) – afferma Neri Marcorèpenso che questo sia un film stupendo. E gran parte del merito lo si deve al mio personaggio, il più interessante di tutti, Baloo. Il vero protagonista, ammettiamolo! L’orso ama meno le regole, è più cialtrone rispetto a Bagheera, ma alla fine sul suo buon cuore non ci sono dubbi“. Parlando del film, Violante Placido dichiara di riconoscersi nel protagonista: “Da piccola volevo fare l’etologa e avere un rapporto così stretto e quasi simbiotico con la natura mi affascina moltissimo. Con questo film ti ritrovi immerso nella natura, sia grazie agli effetti visivi sia grazie a quelli sonori. Rashka, il mio personaggio, è la mamma lupa di Mowgli e penso abbia molto da insegnare agli esseri umani. Durante il doppiaggio mi sono commossa in varie occasioni, proprio perchè il rapporto che Rashka e Mowgli hanno è davvero molto stretto“. Non estraneo al doppiaggio – nel 1997 doppiò Filottete in Hercules, sempre targato Disney – Giancarlo Magalli ammette di essersi molto divertito: “Quello che ho notato, però, è che se Filottete era pelato e grasso, Re Luigi è un bestione enorme. Quindi penso che alla Disney scelgano i doppiatori non tanto in base alle loro qualità, ma al loro aspetto! Il Re Luigi che vediamo in questo film è un personaggio che presenta una lettura in più rispetto al film di animazione. E questo è importante anche per i bambini di oggi“.

    Bambini che si rapportano ai classici dell’animazione in maniera diversa a come abbiamo fatto (o facciamo) noi più adulti, come dichiara la Mezzogiorno: “L’animazione oggi è talmente raffinata, ha raggiunto davvero dei livelli notevoli, che quando faccio vedere ai miei figli dei cartoni classici della Disney, molto spesso si annoiano. Mentre io sono lì che piango e mi dispero!“. Per doppiare il suo personaggio, la Mezzogiorno, alla sua prima esperienza di doppiaggio, afferma di aver visto solo pochi minuti della versione originale, nella quale il serpente ha la voce di Scarlett Johansson, e di aver voluto creare una sua particolare versione: “Nel doppiaggio, gli attori non possono contare su alcuni elementi quali il movimento del corpo o le espressioni del viso, e questo mi ha affascinato molto. Farlo è stato un’esperienza del tutto nuova, per me“. Al contrario, invece, Toni Servillo ha ascoltato la voce originale di Bagheera (Ben Kingsley): “Ho potuto notare che Kingsley dava al personaggio quella nobiltà che traspariva nel suo accento marcatamente inglese. Con l’italiano non è possibile ottenere questo effetto, quindi ho iniziato a pensare a come rendere elegante Bagheera. Per questo ho deciso di andare verso una direzione che mirasse a creare intorno a Mowgli, quel senso di attenzione e di responsabilità che caratterizza la pantera“.

    Animali umanizzati che in un certo qual modo risultano migliori dell’uomo stesso, “come nella scena che spiega la ‘tregua dell’acqua’, – afferma Magallidurante la quale, proprio perché l’acqua scarseggia, non è consentito darsi la caccia e combattersi l’un l’altro. Io questa scena la proietterei almeno un paio di volte al giorno a Palazzo Chigi, ai nostri politici! Gli animali hanno questi istinti, questa capacità di trasmettersi dei messaggi… hanno un’etica molto forte. Loro!“. Sul doppiaggio, infine, Neri Marcorè racconta la sua personale esperienza spiegando di essere stato sempre affascinato da questo mondo: “Quando lavoravo in radio, con Magalli, tra l’altro, molto spesso andavo ad assistere ai lavori di doppiaggio di alcuni film. Per un anno intero ho cercato di carpirne i segreti e poi con gli anni sono riuscito ad ottenere quella scioltezza che non è mai immediata. Doppiare non è difficile: è una tecnica, pari a quelle che si usa per recitare in tv, al cinema o al teatro“. “Ma bisogna saper recitare – conclude Giancarlo Magallie, soprattutto, saper recitare in sincrono con l’immagini. Nelle versioni originali, il cartone o l’immagine sono creati solo dopo che l’attore ha recitato le sue battute. E’ come trovarsi davanti un vestito cucito per un’altra persona e tu, doppiatore, devi fare in modo di calzare a perfezione in questo abito“.

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    The Idol: sognare a Gaza

    La storia vera di Mohammed Assaf, vincitore dell’edizione 2013 di Arab Idol, arriva nelle nostre sale dopo la presentazione al Torino Film Festival. Hany Abu-Assad dirige The Idol, film in cui le buone intenzioni dell’inizio lasciano il posto ad un eccessivo sentimentalismo. Al cinema dal 14 aprile.

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    Era il 2013 quando Mohammed Assaf vinse la seconda stagione di Arab Idol, programma televisivo dedicato ai nuovi talenti musicali del mondo arabo (in base al format Pop Idol creato da Simon Fuller). Oltre alla sua incredibile voce, la storia di Assaf fece il giro del mondo per il suo profondo significato e dal prossimo 14 marzo arriva in Italia il film che racconta le sue vicende: The Idol, del regista palestinese Hany Abu-Assad.
    La notte in cui Assaf ha vinto la competizione canora, il mondo arabo era letteralmente incollato davanti agli schermi televisivi: il giovane, classe 1989, è cresciuto nella Striscia di Gaza, quei pochi chilometri quadrati di terra dove si reggono, in maniera molto precaria, gli equilibri mondiali.

    Diviso in due parti, The Idol si apre raccontandoci l’infanzia di Mohammed: tra le strade sterrate, i palazzi crollati e le piazze distrutte, Assaf mette su un piccolo gruppo con la sorella e alcuni amici. Il suo talento è eclissato solo dalla sua enorme modestia e timidezza, ed è solo grazie alla sorella che lo sprona, che il sogno di Mohammed prende piede ogni giorno di più, fino a fargli compiere il grande passo: scappare da Gaza e raggiungere l’Egitto, dove si tengono i provini per il casting del programma.
    Il film di Abu-Assad diventa la storia di un popolo intero che nel ragazzo di Gaza ripone tutte quelle speranze secondo le quali, anche in un territorio disagiato, anche vivendo di stenti e in circostanze estreme, i sogni rendono migliore qualsiasi situazione. E non è un caso che la sera della finale di Arab Idol, tutto il mondo palestinese si è riversato in massa nelle piazze per ascoltare la voce di Mohammed e sperare nella sua vittoria.

    Ad una prima parte molto toccante, ben trainata dalle interpretazioni dei giovanissimi attori, soprattutto quella di Hiba Attallah (Nour, la sorella di Mohammed), segue una seconda parte che fa perdere molto del suo fascino alla pellicola. L’ironia della prima parte, che ci mostra dei bambini forzatamente più grandi di quello che sono – crescere a Gaza comporta anche questo, purtroppo – lascia il posto al sentimentalismo, sul quale Abu-Assad spinge troppo l’acceleratore, finendo per portare sugli schermi un racconto popolare usando canoni molto classici che appesantiscono il tutto.

    Se finora Abu-Assad ha raccontato la guerra attraverso le pellicole Paradise Now (2005) e Omar (film che nel 2013 è stato candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero), con The Idol ci porta in un luogo dove la guerra si vede solo nelle macerie e nella precarietà dell’esistenza, dove dei bombardamenti si vedono solo le conseguenze e i sogni diventano armi più potenti, dove i militari sono vecchi amici e, anche se hanno avuto ordini precisi, ti concedono di lasciare quella terra troppo stretta e troppo crudele. Il crescendo della prima parte del film, però, si appiattisce con la seconda parte, per arrivare ad un finale dove il volto dell’attore protagonista, Tawfeek Barhom, lascia il posto a quello del vero Mohammed Assaf e dove le immagini di repertorio prendono il sopravvento. Creando un senso di spaesamento in chi guarda che, purtroppo, penalizza ulteriormente l’opera finale.

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    Nonno Scatenato: generazioni allo sbando

    Zac Efron e Robert De Niro sono i protagonisti della commedia Nonno Scatenato, diretta da Dan Mazer e in sala da mercoledì 13 aprile. L’incontro tra due generazioni tra eccessi, dialoghi sboccati e situazioni che dovrebbero far ridere, ma che in realtà a mala pena riescono a strappare un sorriso.

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    Da Toro Scatenato a Nonno Scatenato: Robert De Niro si concede – e può farlo tranquillamente – un’incursione nella commedia demenziale, quella che insegue la scia lasciata da American Pie cercandone di emulare il successo. Ma Nonno Scatenato non riesce nemmeno lontanamente ad avvicinarsi a quel genere di film e ci propone una storia senza capo né coda, con personaggi discutibili e situazioni al limite del grottesco e surreale.
    Tutto ha inizio ad un funerale: Jason Kelly (Zac Efron) ha appena perso la nonna e i preparativi del matrimonio con Meredith gli stanno facendo attraversare un periodo non proprio tranquillo. Così, quando il nonno Dick (Robert De Niro) gli chiede di accompagnarlo nella sua casa in Georgia, passando per la Florida, Jason, anche se non del tutto convinto, accetta. Il viaggio che i due, un tempo molto legati, intraprendono, sarà all’insegna dell’eccesso più spinto e permetterà a Jason di vedere il nonno sotto un’altra prospettiva.

    Nipote bacchettone e nonno eccentrico (il cui unico obiettivo è quello di “fottere, fottere, fottere!“) ritrovano quel legame che da qualche tempo si era spezzato e insieme ne combinano di tutti i colori, come partecipare ad una mega festa a base di droghe, alcool e sesso a Daytona Beach.
    Tutto è superficiale in Nonno Scatenato, niente è approfondito e si tende a considerare la comicità solo come il risultato dei dialoghi sboccati (e senza alcun senso) tra i vari personaggi. Ovvio: non ci si aspetta un capolavoro del genere comico con battute intelligenti e situazioni che lasciano incollati allo schermo gli occhi del pubblico. Ma davvero si può ancora credere che solo usando parolacce, creando situazioni surreali, inserendo personaggi inutili, sederi che strabordano da succinti costumi da bagno ed espedienti ridicoli si possa generare, in chi guarda, delle risate veramente sentite? Nonno Scatenato – dove “scatenato” sostituisce lo “zozzone” del titolo originale, forse per richiamare il titolo di Scorsese di cui De Niro è protagonista (davvero, non ce n’era bisogno!) – manca di comicità e quei pochi momenti divertenti (più o meno due in un’ora e quaranta di film) sono così risicati da risultare inutili, tanto da rimpiangere quei Borat e Brüno di cui Mazer scrisse la sceneggiatura.

    I riflettori sono puntati sulle due star: su Zac Efron, che continua a sbatterci in faccia (oltre alla sua fisicità che rasenta la perfezione) i suoi trascorsi canori, ma soprattutto su Robert De Niro, che con questo film si mette totalmente in gioco, ma Mazer non riesce a sfruttarne appieno le abilità indiscusse. Niente da dire sul resto del cast, che risulta solo un comodo appoggio per i due protagonisti e un fastidioso orpello per il pubblico.

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    Desconocido – Resa dei conti: adrenalina spagnola

    La crisi economica di questo decennio ritorna al cinema con un film spagnolo diretto da Dani de la Torre, Desconocido – Resa dei conti. Con Luis Tosar e Javier Gutiérrez, la pellicola si muove tra il thriller e l’action, regalandoci momenti di pura adrenalina, uniti alla riflessione sociale. Ma la sceneggiatura, ogni tanto, traballa. In sala dal 31 marzo.

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    Nel 2012 alcune banche spagnole furono colpite dallo scandalo delle participaciones preferentes: gli istituti di credito iberici avevano venduto ai propri correntisti dei prodotti finanziari ad alto rischio, senza, però, informare i clienti delle eventuali conseguenze. I contratti firmati, molto spesso da correntisti anziani o disabili, avevano un carattere tecnico così elevato che solo un esperto di finanza poteva interpretare al meglio. Da questa tristissima pagina della storia economica spagnola, il regista Dani de la Torre, qui al suo debutto al lungometraggio, firma Desconocido – Resa dei conti.
    Carlos (lo straordinario Luis Tosar, che con questo ruolo ha ottenuto la sua settima candidatura al Premio Goya, l’Oscar spagnolo) è un banchiere senza scrupoli che una mattina decide di rompere la solita routine e di accompagnare i figli a scuola, cosa che in genere fa la bellissima moglie. I tre salgono in macchina e poco dopo un cellulare poggiato sul sedile anteriore inizia a squillare. Dall’altra parte una voce sconosciuta gli intima di versare su un conto corrente quasi mezzo milione di euro. Se Carlos non accetterà l’accordo, l’uomo azionerà la bomba che ha installato sotto i sedili dell’auto.

    Una corsa contro il tempo dove tutto ruota attorno alla duplice funzione dei due personaggi principali: Carlos e Lucas, lo sconosciuto al telefono, interpretato da un altro pezzo grosso del cinema iberico, Javier Gutiérrez, protagonista, pochi mesi fa, di un’altra pellicola degna di nota, La Isla mínima. Prima di essere vittima, Carlos è il carnefice: a causa della sua condotta immorale, Lucas ha perso tutti i suoi risparmi e le persone che amava. In Lucas, che da vittima si fa carnefice, la voglia di vendetta aumenta giorno dopo giorno fino ad architettare un piano perfetto in ogni suo aspetto.
    La pellicola di de la Torre può contare indubbiamente su due interpretazioni straordinarie, alle quali si aggiunge quella della giovane Paula Del Rìo, che interpreta Sara, la figlia di Carlos, ma soprattutto riesce a tenere incollato lo spettatore sulla poltrona con i suoi ritmi frenetici e le sue straordinarie scene action. Gli inseguimenti si avvicendano tra le strade di La Coruña e, ad ogni sterzata, l’adrenalina aumenta, impossibilitandoci a chiudere gli occhi o a distrarci. De la Torre realizza un film che ha tanto dell’industria hollywoodiana, e non solo a livello visivo. Desconocido – Resa dei conti pecca, infatti, nei dialoghi: qui si sente un certo influsso del cinema melodrammatico spagnolo, forse, ma in alcune scene si fa davvero fatica a seguire lo scambio di battute che quasi stona con il carattere, molto forte, della pellicola.

    Il sedile vuoto affianco a Carlos è la non tanto velata metafora della presenza dello spettatore in quel macchinone sportivo: noi siamo lì, soffriamo con Carlos e i figli, ne sentiamo il sudore che imperla la loro fronte e i battiti accelerati di un cuore che si aspetta la tragedia da un momento all’altro. Un film che non lascia il tempo di battere le palpebre, che ha la capacità di farti riflettere su quel sottobosco popolato da finanza e banche, come aveva già fatto a inizi anno Adam McKay con il suo La Grande Scommessa. Ed è anche per questo motivo che il finale rovina tutto, propinandoci la più banale delle morali, quella proprio non vuoi vedere o sentire dopo quasi due ore di pura adrenalina.

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  • Race – Il colore della vittoria: il mito di Jesse Owens

    Il regista Stephen Hopkins fa rivivere al cinema la leggenda di Jesse Owens, campione olimpionico che sfidò il Terzo Reich partecipando alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove vinse ben quattro medaglie d’oro. Ne viene fuori Race – Il colore della vittoria, film che preferisce mostrare l’eroe piuttosto che concentrarsi sull’uomo. In sala dal 31 marzo.

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    La storia dello sport è fatta di personaggi che hanno fatto parlare di sé a lungo. Alcuni di questi sono entrati nella leggenda, non solo per aver stabilito record che per decenni sono rimasti imbattuti, ma anche per l’alto valore simbolico che avevano le loro imprese agonistiche. Tra questi, Jesse Owens è sicuramente l’atleta che più di tutti ha scritto le migliori pagine della storia dello sport e il regista Stephen Hopkins racconta la sua storia in Race – Il colore della vittoria, in sala dal 31 marzo.
    Siamo nel 1936: a tre anni dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, in Europa il regime nazista di Hitler vuole mostrarsi in tutta la sua potenza al resto del Mondo e lo fa usando lo sport, così Berlino diventa il fulcro delle Olimpiadi più discusse della storia. Gli Stati Uniti decidono, in un primo momento, di boicottare l’evento, ma ben presto il Comitato Olimpico Americano, grazie alla mediazione di Avery Brundage (nel film interpretato da Jeremy Irons), decide di partecipare ai giochi. Tra gli atleti che arrivano nella capitale del Reich vi è Jesse Owens (Stephan James), ventitreenne di colore originario di Cleveland. Un duro colpo per il regime nazista, soprattutto quando Owens vince ben quattro medaglie d’oro e stabilisce nuovi record mondiali.

    Non nuovo al genere biopic (si veda Tu chiamami Peter del 2004, dedicato all’attore Peter Sellers), Hopkins porta al cinema una storia che, nel modo in cui viene raccontata, non va oltre al mito. Classico nella forma, focalizzato più sull’eroe che sull’uomo Owens, Race – Il colore della vittoria esalta, come giusto che sia, i valori dello sport, ma si dimentica di donare al suo pubblico dei personaggi in cui rispecchiarsi, cosa importante soprattutto per quei film che raccontano storie di uomini o donne realmente esistiti. E così Stephan James ci regala un Owens che è più una macchina da guerra, un corpo capace di sfrecciare con grazia e precisione sulle piste dello Stadio e che sin da subito è dipinto come un eroe, un punto di riferimento irraggiungibile. Nemmeno il rapporto che Owens stringe con il suo allenatore Larry Snyder (Jason Sudeikis) viene approfondito in quella chiave psicologica che potrebbe permettere al film di toccare ancora di più nel profondo le emozioni del suo pubblico. Sia chiaro, Race – Il colore della vittoria non lesina di emozionare (a volte anche in maniera piuttosto didascalica), ma il regista preferisce percorrere la strada del politically correct e non azzardare nella presentazione dei personaggi. Talmente corretto che il discorso sulla discriminazione che Owens subisce in madrepatria (l’atleta verrà invitato alla Casa Bianca ben quarant’anni dopo la sua partecipazione alle Olimpiadi di Berlino, nel 1976) viene relegato solo in alcune – e poche – scene del film e a ridosso dei titoli di coda, mentre grande spazio viene dato alla reazione dei rappresentanti del regime nazista dopo le vittorie dell’atleta, secondo la logica piuttosto elementare e noiosa del “noi siamo i buoni, loro i cattivi”.

    Interessante, invece, l’importanza che nella vicenda il regista affida a Leni Riefenstahl (interpretata dalla Carice van Houten di Game of Thrones): a lei spetta in un primo momento il ruolo di mediatrice tra l’algido Goebbles e il focoso Brundage, per poi concentrarsi sul ruolo che la regista ha avuto nel realizzare il più grande film (e capolavoro) di propaganda che sia mai stato realizzato, Olympia, con la sua esaltazione dei corpi degli atleti (compreso quello di Owens). Se il merito di Race – Il colore della vittoria sta nel far rivivere una leggenda dello sport, la grande pecca sta nella decisione di Hopkins di muoversi più verso una struttura formale impeccabile che verso una certa sostanza.

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    Land of Mine: Una mina pronta ad esplodere

    Il regista Martin Zandvliet porta al cinema una pagina poco nota della Seconda Guerra Mondiale con Land of Mine. Grazie alle notevoli interpretazioni dei giovani attori, il film racconta la storia di un gruppo di soldati tedeschi prigionieri che devono recuperare le mine disseminate sulle coste danesi. In sala dal 24 marzo.

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    Emotivamente toccante, Land of Mine è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma dal regista danese Martin Zandvliet in Selezione Ufficiale. La pellicola racconta una pagina poco nota della storia della Seconda Guerra Mondiale. Siamo in Danimarca alla fine del conflitto: i soldati tedeschi fatti prigionieri vengono mandati sulle coste del Paese per recuperare le mine antiuomo che l’esercito tedesco ha posizionato sotto la sabbia per fronteggiare l’invasione degli Alleati. Tra questi prigionieri vi è un gruppo di adolescenti che, guidati dal sergente Rasmussen (interpretato da Roland Møller), dovranno recuperare 45.000 mine.

    Zandvliet ci racconta questo doloroso evento ricostruendo la tensione emotiva che la storia porta con sé. Una tensione che emana da ogni singola scena del film: si segue il periodo di addestramento dei ragazzi per poi arrivare in questa landa desolata a pochi metri dal mare, dove occorre fare ben attenzione a dove si mettono i piedi. Non si è spettatori passivi davanti alle immagini di questo film, ma si partecipa alle ansie dei protagonisti: basta la minima distrazione, il minimo movimento a fare si che la mina scoppi in tutta la sua potenza.
    La pellicola di Zandvliet non vuole prendere le parti di nessuno: non si fa il tifo né per l’una né per l’altra fazione. Il regista vuole solo mostrarci l’orrore di una guerra che ha messo in ginocchio l’Europa. Come spettatori siamo chiamati ad osservare questo orrore, a viverlo con una tensione che cresce vertiginosamente. Anche le parti più “leggere” del film (come quella in cui Rasmussen gioca a calcio con i ragazzi) sottendono a qualcosa di più “pesante”: stiamo mettendo il piede nel posto sbagliato e tra poco la deflagrazione ci colpirà. Come le mine disseminate sotto la sabbia, anche noi spettatori non sappiamo il momento esatto in cui lo scoppio ci sorprenderà. E se siamo del parere che dopo la tempesta viene sempre un momento di quiete, Zandvliet non ci mette davanti nessuna eccezione. Lo scoppio sarà inevitabilmente seguito da un altro: non sappiamo quando accadrà, ma sentiamo solo crescere in noi una forte ansia, che è la stessa dei protagonisti.

    Egregio il lavoro fatto con i giovani attori: nei loro occhi azzurri si percepisce tutta la loro tensione, tutto il loro impegno per portare sullo schermo personaggi che restituiscano l’orrore visto, vissuto e che stanno vivendo.
    Dalla pellicola di Zandvliet vengono fuori anche i temi del rapporto tra “padre” e “figlio” (vedi le scene tra Rasmussen e uno dei soldati prigionieri) e del rapporto tra fratelli: la storia dei due gemelli è il momento più emotivo di un film che, di certo, non fa economia di emozioni, ma, anzi, ce le presenta in tutta la loro potenza, costringendoci a confrontarci con l’orrore della guerra.

    Durante il suo intervento alla Festa del cinema di Roma, lo stesso Møller ha parlato del rapporto particolare che sul set si era creato con gli altri giovanissimi attori: “Sono tutti ragazzi, ed erano venuti a girare un film in un paese straniero, e così è finita che l’hanno presa come una vacanza – racconta – io al contrario ero nervoso, era il mio primo film da protagonista e sentivo che era la mia grande occasione. Quindi, non lo negherò, ci sono state delle incomprensioni sul set, delle urla. Ma mi sono reso conto che ero io a sbagliare. Mi sono scusato con loro e proprio dalle mie scuse ha cominciato a crearsi un rapporto diverso, più complice con loro, simile a quello che avete visto sullo schermo“.

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    Il condominio dei cuori infranti: surreale banlieue

    Un astronauta, un ragazzo abbandonato a se stesso, una madre il cui figlio è in carcere, un asociale burbero, un’attrice che ha perso qualsiasi interesse nei confronti della vita, un’infermiera nostalgica: Il condominio dei cuori infranti di Samuel Benchetrit è popolato da un’umanità misera e solitaria. E dal loro incontro ne nasce un film surreale, ma ricco di speranza. In sala dal 24 marzo.

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    Raccontare la banlieue è una delle imprese in cui il cinema francese si è cimentato negli ultimi anni. Che sia una commedia o un film drammatico, quel delicato luogo di confine ha avuto modo di esprimersi in vari modi, ma raramente quel racconto raggiunge livelli poetici così forti come accade in Il condominio dei cuori infranti, in sala dal 24 marzo.
    Samuel Benchetrit adatta per il grande schermo alcuni racconti di Les Chroniques de l’Asphalte, un suo libro del 2005, per portarci in una banlieue popolata da personaggi molto diversi da quelli che siamo abituati a vedere. Dal cielo grigio che sovrasta la città, l’astronauta americano John McKenzie (Michael Pitt, che ci fa molto piacere ritrovare in questo film), finito fuori rotta, precipita sul tetto di un palazzo e qui viene accolto dalla signora Hamida (Tassadit Mandi), che lo ospita in casa fino a quando la Nasa non verrà a recuperarlo. Nello stesso palazzo vivono anche Stemkowitz (Gustave Kervern), che per un incidente sulla cyclette finisce sulla sedia a rotelle e conosce una nostalgica e timida infermiera (Valeria Bruni-Tedeschi), e il giovane Charly (Jules Benchetrit), che vive con una madre assente e che non esiterà ad aiutare la sua nuova vicina, l’attrice Jeanne Meyer (Isabelle Huppert), rimasta fuori casa.

    Il condominio dei cuori infranti (titolo italiano per l’originale Asphalte) partendo dall’immagine, a volte metaforica, della caduta, vuole raccontare storie di risalita. John cade dal cielo con la sua capsula spaziale; Jeanne ha perso qualsiasi interesse verso il suo lavoro ed è vicina all’oblìo; Stemkowitz cerca l’evasione pedalando sulla sua cyclette, ma dopo 100 km cade a terra ed è costretto ad usare la sedia a rotelle. Tutti e tre avranno modo di incontrare, in questo strano condominio, altri personaggi che, in un modo o nell’altro, sono rovinosamente precipitati sull’asfalto, appunto. Con le sue immagini pulite, i dialoghi minimi, ma ricchi di ironia, i lunghi piani sequenza e il sarcasmo delle situazioni raccontate, ai limiti del surreale, la pellicola di Benchetrit porta poesia nel grigiore della periferia (le interpretazioni che ciascuno personaggio dà al rumore sinistro che ogni tanto si sente, ne sono un esempio meraviglioso) e permette ai suoi personaggi di redimersi da tutte quelle insoddisfazioni, preoccupazioni e dispiaceri che hanno avuto un peso notevole nella loro vita.
    Tutti, in questo film, hanno perso qualcosa – la strada di casa, il figlio in carcere, l’amore materno, la fiducia nel futuro e nel prossimo, la spensieratezza della gioventù, l’amore e l’interesse per la vita – ed è solo incontrandosi che questi personaggi potranno dirsi effettivamente completi.

    La loro è una solitudine interiore che si espande anche all’esterno, occupando i luoghi della periferia, dove, però, il senso di solidarietà è tanto forte da creare legami così importanti che, se finiscono per un qualche motivo (come quello tra John e la signora Hamida), non si dimenticano mai. E l’unico scopo dei gesti compiuti è quello di far sorridere l’altro, di infondergli quella speranza che al momento non c’è. Poetico, a tratti surreale, mai banale e intriso di un profondo umanesimo, Il condominio dei cuori infranti ci invita a trovare dentro di noi la nostra interpretazione a quello strano rumore che ogni tanto sentiamo (fantasmi? Urla di bambini? Mostri?) e ci fa vedere come sotto tutto il grigiume che ricopre il nostro mondo, ci sia ancora tanto spazio – e tante risorse – per incontrarsi.

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    Il mio grosso grasso matrimonio greco 2: i soliti Portokalos

    Dopo il successo del primo capitolo, torna al cinema la famiglia Portokalos alle prese con un nuovo matrimonio. Nia Vardalos scrive Il mio grosso grasso matrimonio greco 2, questa volta diretto da Kirk Jones. Tra situazioni già viste nel primo capitolo e altre che meritavano un maggiore approfondimento, la pellicola, in sala dal 24 marzo, diverte, ma non osa.

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    Confusionari, uniti (fin troppo) ed esilaranti: i Portokalos sono tornati. A quattordici anni dal primo film, Nia Vardalos scrive Il mio grosso grasso matrimonio greco 2, diretto da Kirk Jones. La nuova pellicola, in sala dal 24 marzo, vive di tanti momenti revival, ma riesce comunque a far trascorrere un’ora e mezza di divertimento.
    In questo nuovo capitolo, Toula e Ian si fanno da parte per lasciare la scena a Gus e Maria. Mentre sta cercando di scoprire se tra i suoi antenati figura Alessandro Magno, Gus si imbatte nel certificato di nozze e si accorge che non è stato firmato dal sacerdote che ha celebrato l’unione. Il matrimonio è nullo e tocca organizzarne uno nuovo. Ancora più grande, ancora più maestoso e ancora più kitsch rispetto a quello di Toula.

    Mossa vincente, quella della Vardalos (che per il primo film fu candidata all’Oscar per la sceneggiatura), di spostare l’attenzione su questi due personaggi che nel 2002 avevano fatto breccia nel cuore degli spettatori (ve la ricordate la scena della “cassata”?), ma anche abbastanza furbetta. Il mio grosso grasso matrimonio greco 2 ripropone quegli elementi che nel primo film avevano suscitato l’ilarità del pubblico cambiandoli quel tanto che basta per mantenere ben oleati i meccanismi interni della storia. Dispiace che non ci sia stato quel passo in più che avrebbe dato carattere alla pellicola. A parte l’inizio quasi uguale al film del 2002 (Toula e Gus che si apprestano ad aprire il Dancing Zorba) e l’immediato “momento nostalgia” che ne consegue (gli occhiali “a fondo di bottiglia” che Toula indossa nella pellicola precedente), la prima parte del film vede il ritorno di battute e situazioni (a partire dal “Perché tu vuoi lasciarmi?“) già viste e sentite, cambiate solo di qualche virgola (e cioè il personaggio che le pronuncia).

    Nella seconda parte il film prende una strada tutta sua, ma manca comunque di una certa dose di originalità e alcune nuove situazioni vengono presentate e trattate in maniera piuttosto sbrigativa, come la crisi tra Toula e Ian o l’organizzazione del matrimonio: vedere Maria Portokalos (e le sue parenti) alle prese con una rigida wedding planner poteva dare quella marcia in più al risultato finale e, magari, togliere tempi alla scena del matrimonio vero e proprio (con un parallelismo generazionale che suggerisce, forse, un terzo capitolo). Sottotono le interpretazioni della Vardalos e di John Corbett, ma in in splendida forma appaiono Michael Constantine (Gus), Lainie Kazan (Maria) e Andrea Martin (zia Voula), che riescono anche a sovrastare la nuova generazione dei Portokalos (capeggiata da Paris, figlia di Ian e Toula e interpretata da Elena Kampourish). E’ vero, Il mio grosso grasso matrimonio greco 2 manca di quella dose di coraggio in più per arrivare ad eguagliare il primo film, ma comunque, con qualche acciacco, riesce a divertire.

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