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    Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Anime al bivio

    Frances McDormand dichiara guerra alla polizia in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, dramma presentato alla Mostra del cinema di Venezia e fresco vincitore del Golden Globe. Dirige Martin McDonagh, nel cast anche Woody Harrelson e Sam Rockwell. In sala dall’11 gennaio.

    Tre cartelloni pubblicitari avvolti nella nebbia sulle note liriche del Letzte Rose, L’ultima rosa dell’estate. Dalla poesia di Thomas Moore, che ispirò l’aria dell’opera di Von Flotow, ai paesaggi del midwest americano il passo sembra lungo e invece non lo è. Il viaggio sentimentale e umano di Tre manifesti a Ebbing, Missouri dura un attimo in realtà, anche se il punto di partenza è la mente del suo autore, lo sceneggiatore e regista londinese Martin McDonagh, e le tappe intermedie sono tra le più distanti, dai set della grande ex frontiera a stelle e strisce, fino all’umidità del Lido di Venezia e agli allori della cerimonia dei Golden Globes in attesa, magari, di un oro ancora più pregiato, quello degli Oscar.

    La protagonista della vicenda è Mildred e ha il volto rugoso, cocciuto, caparbio e tremendamente espressivo di Frances McDormand. Una perla naturale in una Hollywood di perle coltivate. Mildred ha due figli, anzi li aveva. Perché sua figlia ha fatto una fine orribile per mano di ignoti. Decide allora di intraprendere una guerra personale. Non contro i presunti colpevoli, ma contro la polizia del suo paese, rea di non aver fatto abbastanza per trovarli. La polizia in questione ha due volti, quello rassicurante dello sceriffo Willoughby. Il solito, magnifico, Woody Harrelson. E quello tutto da decifrare del vice sceriffo Dixon, un Sam Rockwell che è la vera sorpresa del film. Nella trama entrano in gioco allora i tre manifesti del titolo, un’idea di Mildred per riaccendere i riflettori sul caso e per tenere sul chi vive le forze dell’ordine, sia il pacato Willoughby che il violento Dixon.

    Tre cartelloni pubblicitari sul ciglio della strada, così come tre sono le anime che si ritrovano a camminare sul ciglio dell’esistenza in questo film che ogni volta che pensi di sapere dove vada ti spiazza come sanno fare solo i grandi film. Mildred sotto una scorza dura e spiacevole nasconde il senso di colpa. Willoughby nasconde anche di peggio. Dixon potrebbe essere un villain scontato, un misto tra Roscoe, lo sceriffo tonto della contea di Hazzard, e i poliziotti razzisti e dal grilletto facile che imperversano sulle pagine di cronaca nera dei quotidiani americani. Potrebbe si diceva, se la sceneggiatura di Martin McDonagh fosse banale come quelle  firmate da tanti colleghi. E invece il regista di In Bruges ha il coraggio di scegliere l’anticlimax, di non scadere mai troppo nella logica del thriller e di non dividere mai i personaggi in buoni e cattivi. Perché il thriller è uno schema, perché il manicheismo è uno schema, e la vita vera di schemi non ne ha.

    E allora ci sono una vittima sgradevole, uno sceriffo buono e malato, uno sbirro cattivo ma che forse dentro di sé ha la forza del riscatto. C’è un mistero irrisolto, forse irrisolvibile, ma anche, magari, la via per superarlo. Quella dell’umanità e dell’amore, l’amore che dona la calma, che a sua volta è l’arma di un buon detective, come dice lo sceriffo Willoughby in una delle sequenze più riuscite del film. Tre manifesti a Ebbing, Missouri è l’inno a questa umanità e a questo amore, è l’inno ai personaggi veri e non scontati. È anche un inno al talento dei suoi attori, del regista Martin McDonagh, e alla fotografia di Ben Davis, dolce senza scadere nel melenso. E a una splendida selezione musicale, che oltre alla già citata aria (che accompagna l’incipit ma non solo) conta anche sulle note di Joan Baez, degli Abba e di alcuni tra i più interessanti protagonisti dell’indie-folk contemporaneo.

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    The War – Il pianeta delle scimmie: Elegia del digitale

    Il regista Matt Reeves porta sullo schermo The War – Il pianeta delle scimmie, terzo capitolo della saga ispirata al classico sci-fi con Charlton Heston. Protagonisti Andy Serkis e Woody Harrelson. Dal 13 luglio al cinema.

    Un’espressione da una parte, un’emozione dall’altra e un sensore nel mezzo. In gergo si chiama motion capture, ovvero la cattura e la digitalizzazione di un movimento e di un’espressione, ed è stata al centro di un dibattito piuttosto acceso tra sostenitori e detrattori. A dispetto di questi ultimi The War – Il pianeta delle scimmie, terzo e ultimo capitolo del franchise generato dal classico con Charlton Heston, trasforma la tecnica del motion capture in una forma d’arte tanto che oltreoceano alcune note testate di settore hanno invitato l’Academy ad assegnare un Oscar speciale ad Andy Serkis. Parliamo ovviamente del protagonista del film e anche di molti altre pellicole, dal Signore degli Anelli all’Episodio VII di Star Wars. Un attore molto attivo a Hollywood, peccato che in faccia non l’abbiate visto quasi mai. Serkis, artista ormai specializzato nel motion capture, è il cuore pulsante di questo film, assieme al regista Matt Reeves, prossimo cantore di Batman, tanto che gli attori in carne e ossa (Woody Harrelson nello specifico) passano quasi in secondo piano.

    Dopo l’avvento di una nuova razza e dopo il tramonto del sogno di una convivenza pacifica la storia di Caesar (Serkis), leader delle scimmie, lo porta ad affrontare un’ultima battaglia per la sopravvivenza della specie contro l’armata sanguinaria del Colonnello (Harrelson), ufficiale rinnegato dell’esercito americano.

    Scritto da Reeves e da Matt Bomback The War – Il pianeta delle scimmie chiude uno dei cicli più interessanti del cinema commerciale moderno. Uno dei pochi a dare un senso non solo economico ma anche narrativo al concetto di franchise. Pur senza raggiungere le vette del precedente Apes Revolution, dove alla spettacolarità del blockbuster si sovrapponeva una riflessione molto amara sulle dinamiche della storia, sulla semplicità della guerra e sull’estrema labilità della pace, il terzo capitolo è più che altro un’elegia al motion capture, il coronamento di un progetto ambizioso che ha messo in secondo piano l’elemento reale e ha dato il centro della scena a un personaggio profondo, umano e indiscutibilmente virtuale. La sicurezza nei mezzi tecnologici è tanta e tale che spesso The War si affida ai silenzi e alle espressioni dei suoi attori umani coperti da un costume digitale. Non solo Andy Serkis ma anche Karin Konoval che dà voce e sguardo al saggio e mansueto Maurice e Toby Kebbell incarnazione del malvagio Koba. Dall’altra parte, a soffrire di più questa condizione è forse Woody Harrelson. Il suo Colonnello è un personaggio stereotipato, che vorrebbe assomigliare al Kurtz di Apocalypse Now senza averne il fascino magnetico. Il vuoto di carisma è colmato da una spietatezza superficiale che lo rende uno degli elementi più banali di un film che gli schemi preferisce crearli piuttosto che adottarli. Una piccola nota stonata, acuita dall’avere a disposizione un attore che in questi anni sta facendo vedere il meglio di sé.

    Quanto alla regia Reeves riesce a mescolare epica e delicatezza, rifacendosi nelle scene iniziali a tutta la tradizione del Vietnam di celluloide (Apocalypse Now sempre ma anche i film di Oliver Stone) e lasciando poi parlare le emozioni quando ce n’è bisogno. Il risultato finale è un film spettacolare ma anche inaspettatamente maturo, che sfrutta al massimo il suo personaggio principale, uno dei migliori degli anni recenti. In sostanza The War – Il pianeta delle scimmie è la degna conclusione di una saga cinematografica azzeccata sin dal primo capitolo, un piccolo esempio per chiunque decida di intraprendere la via del franchise, un pro-memoria per chi invece ripropone senza vergogna la stessa formula, più o meno mediocre, a ogni uscita, sperando che gli incassi possano far passare in secondo piano la povertà qualitativa.

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    17 Anni (E come uscirne vivi): Tempi difficili

    Hailee Steinfeld e Woody Harrelson sono i protagonisti di 17 Anni (E come uscirne vivi), commedia adolescenziale dall’aria indie diretta dall’esordiente Kelly Fremon Craig. In sala dal 30 marzo.

    Il liceo e l’amica del cuore, il bel tenebroso e il bravo ragazzo, la mamma ansiogena e il fratello popolare. Hollywood torna a tracciare i sentieri dell’adolescenza, a mappare la geografia dell’età più difficile. 17 Anni (E come uscirne vivi) è la storia piccola e delicata imbastita dalla regista esordiente Kelly Fremon Craig e interpretata da Hailee Steinfeld, attrice col volto perenne di bambina che già si era fatta notare, correva l’anno 2010, nel Grinta dei fratelli Cohen. Attorno a lei si muove un cast variegato, tra giovani di belle speranze (Blake Jenner, che fu protagonista del Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater) e veterani di sicura affidabilità (Woody Harrelson su tutti).

    La storia è quella di Nadine (Steinfeld), 17enne che ha perso il padre da poco e che ha un rapporto difficile con la madre (Kyra Sedgewick) e con il fratello Darian (Jenner). L’unica valvola di sfogo è l’amica Krista, peccato che anche lei cada preda del fascino di Darian e così Nadine si ritroverà d’un tratto sola ad affrontare l’adolescenza, tra le prime cotte e i primi colpi di testa, le liti e le sfuriate continue, una situazione difficile a casa e i consigli svogliati di un professore di storia (Harrelson).

    Kelly Fremon Craig, regista e anche sceneggiatrice, tratteggia con perizia un affresco vorticoso. Piccole pennellate violente a ricreare quei fremiti venati di tempesta che si alternano ai momenti di riflessione, ai primi vagiti di una maturità ancora lontana ma comunque all’orizzonte.  A 17 Anni (E come uscirne vivi) mancano forse le ambizioni autoriali che avevano animato Quel fantastico peggior anno della mia vita, la favola nera e adolescenziale diretta da Alfonso Gomez-Rejon che si era aggiudicata il massimo premio al Sundance Film Festival di tre anni fa, sicura pietra di paragone del cinema young adult di questi anni 10. Il film con Hailee Steinfeld ha però il dono della genuinità e dell’immediatezza. Rinunciando alle architetture drammatiche, alla premessa romanzesca, 17 Anni punta più marcatamente sul meccanismo dell’immedesimazione e della nostalgia, proprio come faceva quel Tutti vogliono qualcosa da cui pesca uno dei protagonisti.

    I personaggi sono ben definiti e viene voglia di preferire l’aggettivo “reali” al più abusato “realistici”. La Steinfeld incarna con grazia e talento il turbine dell’adolescenza, è un fante perfetto in quella guerra perenne contro il mondo e soprattutto contro se stessi. Se volesse potrebbe anche reggere il film da sola ma preferisce puntare sulla sintonia, affidarsi ai gregari quando serve, a cominciare da quel Blake Jenner che sembra uscito dalle teen comedy degli anni 80, quelle con Molly Ringwald vestita in rosa che trova l’amore al ballo del liceo, e per finire con un Woody Harrelson pacato e sornione, padre surrogato che vela ogni battuta di un sarcasmo irresistibile. Il risultato finale è un film per adolescenti che pur avendo trovato il sostegno di una major (la Sony Pictures per la distribuzione mondiale, la Warner Bros. per la distribuzione italiana) ha conservato quella sua aria indie, quel retrogusto inedito che finisce per esaltare il sapore di una ricetta classica.

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    Woody Harrelson nel cast dello spin off di Star Wars su Han Solo

    Woody Harrelson si è unito al cast dello spin off di Star Wars dedicato al personaggio di Han Solo. Le voci degli scorsi giorni che vedevano l’attore in trattative per raggiungere il cast del film, quindi, sono state confermate ufficialmente dalla stessa Disney, che produce il progetto.
    Non sappiamo, però, quale sarà il suo ruolo, anche se alcune indiscrezioni non confermate lo vedono come possibile interprete di un mentore del giovane Han. “Non potremmo essere più felici – hanno affermato Phil Lord e Chris Miller, registi dello spin off – all’idea di lavorare con un artista che possiede una tale profondità e versatilità come Woody. Il suo talento nel trovare umorismo e pathos, a volte nello stesso ruolo, è unica. Poi è bravissimo a giocare a ping pong!“.
    Harrelson raggiunge sul set anche Alden Ehrenreich, che interpreterà il giovane Han Solo, ruolo passato alla storia del cinema grazie a Harrison Ford, Emilia Clarke e Donald Glover. Il film, secondo spin off della nuova saga, sarà ambientato anni prima di quanto raccontato in Star Wars – Una nuova speranza, e, molto probabilmente, scopriremo l’origine dell’amicizia tra Han Solo e Chewbacca.

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    Codice 999: Guardie e ladri blues

    Il thriller cupo e violento di John Hillcoat, con un cast all star guidato da Chiwetel Ejiofor e Woody Harrelson, ci porta in un’Atlanta dolente e crepuscolare. In sala dal 21 aprile.

    3stelle

    Una banda di disperati coinvolti in un turbine di violenza che finisce per confondere anche i confini più netti. Quello tra vita e morte, quello tra legge e caos. È l’Atlanta crepuscolare e dolente di Codice 999, il nuovo thriller di John Hillcoat, sesto film del regista, il quarto distribuito anche in Italia, che arriva a quattro anni da Lawless, a sette dall’altrettanto cupo The Road. Al suo servizio un cast di prima grandezza, da Chiwetel Ejiofor a Casey Affleck, dalle stelle in ascesa Anthony Mackie e Gal Gadot, fino a volti noti televisivi come l’Aaron Paul di Breaking Bad e il Norman Reedus di The Walking Dead, chiudendo con alcuni veterani in gran forma come Woody Harrelson e Kate Winslet.

    La storia è quella di un gruppo di rapinatori guidato da Michael Atwood (Ejiofor), formato da poliziotti ed ex militari e costretto a colpi quasi impossibili dai ricatti della mafia russa. Ma per realizzare l’ultima impresa criminale servirà qualcosa di più del solito, un codice 999, ovvero l’uccisione di un poliziotto in servizio.

    La sceneggiatura dell’esordiente Matt Cook lascia nel cassetto la tradizione hollywoodiana del gangster movie e sembra pescare dal meglio della produzione televisiva poliziesca dell’ultimo decennio: The Shield, The Wire, in minor misura e grazie soprattutto alla presenza di Harrelson anche True Detective. Il risultato è un piccolo congegno dagli incastri meccanici, che lascia lievitare la tensione fino a farla esplodere in un numero non banale di colpi di scena e in sequenze d’azione piene di ritmo e adrenalina. Nella tradizione della narrativa noir, quale che sia il media di riferimento, non può mancare poi una nota malinconica e Codice 999 non si sottrae al dovere, prendendo i fili delle vite dei suoi protagonisti, tutti rigorosamente dei loser, e tessendoli in una trama elisabettiana dove la luce è spesso filtrata dall’ombra di un presagio funesto.

    Luci e ombre, quindi. E luci e ombre sono il marchio di fabbrica del cinema di Hillcoat, un cinema fatto di assoluti, dove ogni premessa viene portata all’estrema conseguenza. E se questo, nel 2009, finì per penalizzare il suo The Road, adattamento del romanzo di Cormac McCarthy che faticò a trovare una distribuzione perché ritenuto troppo deprimente, oggi la storia è diversa e allo stesso tempo uguale. La mano del regista e lo splendido contributo del direttore della fotografia Nicolas Karakatsanis (Chi è senza colpa) disegnano un universo in chiaroscuro, di corridoi bui e strade illuminate da un sole spietato, di scelte violente e vendette senza speranza. Hillcoat sfrutta poi lo splendido cast, azzeccato anche nei ruoli minori,  guidato da una conferma, il Chiwetel Ejiofor di 12 Anni Schiavo, da un attore sottovalutato come Casey Affleck e da un Woody Harrelson che migliora ad ogni film, confermandosi all’occorrenza un protagonista affidabile e un caratterista di razza. Discorso diverso per le donne, costrette quasi del tutto a una funzione meramente decorativa. L’eccezione – neanche a dirsi – è Kate Winslet, qui in versione trasformista. Attrice dal talento tanto evidente da riuscire credibile anche nel ruolo della capomafia russa.

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