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    Weekend al cinema: le uscite del 14 aprile

    Si avvicina un nuovo weekend al cinema e vi ricordiamo che fino ad oggi, 14 aprile, potete vedere il vostro film preferito pagando il biglietto solo 3€ (5 per le versioni in 3D): sono i CinemaDays, iniziativa di cui vi abbiamo parlato qui (al link anche le sale che aderiscono). Vediamo ora quali sono i film in sala da questa settimana, iniziando con le quattro pellicole che sono uscite ieri, 13 aprile.

    Kevin Costner è il protagonista di Criminal, l’action diretto da Ariel Vromen con Gary Oldman e Tommy Lee Jones. Per la prima volta nella sua carriera, Costner cede al fascino del male e interpreta un villain: qui ci ha raccontato la sua esperienza sul set del film. Ancora action con Hardcore!, la pellicola di Ilya Naishuller con Sharlto Cooper che interpreta un cyborg in cerca di vendetta. Il film è girato interamente in soggettiva, come se fosse un videogame “sparatutto”. Dalla Francia, invece, arriva la commedia Un’estate in Provenza, diretta da Rose Bosch con Jean Reno, Anna Galiena e Hugo Dessioux. Il film racconta la storia di due fratelli che vanno a trascorrere l’estate a casa dei nonni, nella campagna provenzale. Qui, senza tv e con cibi a base di aglio, scopriranno un luogo magico e delle persone che sapranno sorprenderli. Ancora commedia con Nonno Scatenato, il film di Dan Mazer con l’insolita coppia Robert De Niro e Zac Efron: nonno e nipote si ritrovano in un viaggio verso la Florida tra situazioni bizzarre e voglia di superare ogni limite.

    Restando nel tema nonni-nipoti, sempre dalla Francia esce oggi al cinema Les Souvenirs, film diretto da Jean-Paul Rouve. A metà tra il dramma e la commedia, la pellicola racconta la storia di tre generazioni (nonna, padre e figlio) le cui strade sono profondamente intrecciate tra loro. Per i bambini (e gli adulti) dopo quasi cinquant’anni dall’uscita in sala del classico della Disney, ecco arrivare nei nostri cinema Il Libro della Giungla in versione live-action (in foto). Jon Favreau ci trasporta in un viaggio sensoriale tra liane, alberi giganteschi e animali che hanno tanto da insegnare agli uomini. Il film sarà distribuito anche in 3D.

    The Idol del palestinese Hany Abu-Assad, invece, porta sul grande schermo la storia vera di Mohammed Assaf, vincitore nel 2013 del talent televisivo Arab Idol. Cresciuto nella Striscia di Gaza, Mohammed sogna sin da bambino di diventare un cantante. Quando decide di partecipare alla sfida canora, si avventura in un viaggio che lo porta a sfidare i delicati equilibri della sua terra. Anche Fiore del deserto di Sherry Hormann si ispira ad una storia vera: quella di Waris che dalla Somalia arriva a Londra. Qui incontrerà un fotografo che la farà diventare una modella molto ricercata. Ma Waris nasconde un passato che vuole dimenticare. Noah Baumbach, invece, dirige Greta Gerwig e Lola Kirke in Mistress America, un faccia a faccia tra due generazioni delineato dallo sguardo tragi-comico del regista. Il film era stato presentato durante la Festa del Cinema di Roma.

    Concludiamo la rassegna dei film di questa settimana con tanti film italiani, ben sei. Da oggi in sala, Margherita Buy e Claudia Gerini sono Nemiche per la pelle per la regia di Luca Lucini. Fabiola e Lucia sono state sposate con lo stesso uomo e quando questo muore improvvisamente, tutt’e due si ritroveranno a fare i conti con un segreto che il loro ex-marito ha tenuto ben nascosto: un figlio.
    Gianclaudio Cappai dirige Senza lasciare traccia, film drammatico con Michele Riondino. Un uomo gravemente malato a causa di un evento traumatico avvenuto nella sua infanzia scopre che alla moglie è stato affidato il restauro di un dipinto proprio nel luogo della sua gioventù. Così decide di risolvere i suoi problemi e di andare con lei per mettere in pratica il suo piano di vendetta. Nel quartiere fiorentino di San Frediano è, invece, ambientato il film di Federico Micali, L’Universale, che racconta la storia di tre amici vista attraverso l’evoluzione di un cinema di quartiere.

    Bambini e mafia è il tema che sta al centro di Il bambino di vetro, film drammatico diretto da Federico Cruciani. Ambientata a Palermo, la pellicola racconta una storia di maturazione di un bambino che inizia a capire cosa sono le famiglie mafiose. Da venerdì 15, infine, altri due film italiani irromperanno nelle nostre sale. Il primo è Nessuno mi troverà, documentario diretto da Egidio Eronico che cerca di far luce sulla misteriosa scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta il 26 marzo 1938. Il secondo film è Montedoro di Antonello Faretta: il viaggio di una donna americana che scopre di essere stata adottata e che arriva nel profondo Sud dell’Italia per trovare le sue origini.

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    The Idol: sognare a Gaza

    La storia vera di Mohammed Assaf, vincitore dell’edizione 2013 di Arab Idol, arriva nelle nostre sale dopo la presentazione al Torino Film Festival. Hany Abu-Assad dirige The Idol, film in cui le buone intenzioni dell’inizio lasciano il posto ad un eccessivo sentimentalismo. Al cinema dal 14 aprile.

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    Era il 2013 quando Mohammed Assaf vinse la seconda stagione di Arab Idol, programma televisivo dedicato ai nuovi talenti musicali del mondo arabo (in base al format Pop Idol creato da Simon Fuller). Oltre alla sua incredibile voce, la storia di Assaf fece il giro del mondo per il suo profondo significato e dal prossimo 14 marzo arriva in Italia il film che racconta le sue vicende: The Idol, del regista palestinese Hany Abu-Assad.
    La notte in cui Assaf ha vinto la competizione canora, il mondo arabo era letteralmente incollato davanti agli schermi televisivi: il giovane, classe 1989, è cresciuto nella Striscia di Gaza, quei pochi chilometri quadrati di terra dove si reggono, in maniera molto precaria, gli equilibri mondiali.

    Diviso in due parti, The Idol si apre raccontandoci l’infanzia di Mohammed: tra le strade sterrate, i palazzi crollati e le piazze distrutte, Assaf mette su un piccolo gruppo con la sorella e alcuni amici. Il suo talento è eclissato solo dalla sua enorme modestia e timidezza, ed è solo grazie alla sorella che lo sprona, che il sogno di Mohammed prende piede ogni giorno di più, fino a fargli compiere il grande passo: scappare da Gaza e raggiungere l’Egitto, dove si tengono i provini per il casting del programma.
    Il film di Abu-Assad diventa la storia di un popolo intero che nel ragazzo di Gaza ripone tutte quelle speranze secondo le quali, anche in un territorio disagiato, anche vivendo di stenti e in circostanze estreme, i sogni rendono migliore qualsiasi situazione. E non è un caso che la sera della finale di Arab Idol, tutto il mondo palestinese si è riversato in massa nelle piazze per ascoltare la voce di Mohammed e sperare nella sua vittoria.

    Ad una prima parte molto toccante, ben trainata dalle interpretazioni dei giovanissimi attori, soprattutto quella di Hiba Attallah (Nour, la sorella di Mohammed), segue una seconda parte che fa perdere molto del suo fascino alla pellicola. L’ironia della prima parte, che ci mostra dei bambini forzatamente più grandi di quello che sono – crescere a Gaza comporta anche questo, purtroppo – lascia il posto al sentimentalismo, sul quale Abu-Assad spinge troppo l’acceleratore, finendo per portare sugli schermi un racconto popolare usando canoni molto classici che appesantiscono il tutto.

    Se finora Abu-Assad ha raccontato la guerra attraverso le pellicole Paradise Now (2005) e Omar (film che nel 2013 è stato candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero), con The Idol ci porta in un luogo dove la guerra si vede solo nelle macerie e nella precarietà dell’esistenza, dove dei bombardamenti si vedono solo le conseguenze e i sogni diventano armi più potenti, dove i militari sono vecchi amici e, anche se hanno avuto ordini precisi, ti concedono di lasciare quella terra troppo stretta e troppo crudele. Il crescendo della prima parte del film, però, si appiattisce con la seconda parte, per arrivare ad un finale dove il volto dell’attore protagonista, Tawfeek Barhom, lascia il posto a quello del vero Mohammed Assaf e dove le immagini di repertorio prendono il sopravvento. Creando un senso di spaesamento in chi guarda che, purtroppo, penalizza ulteriormente l’opera finale.

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