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    L’uomo che uccise Don Chisciotte: finisce l’incubo, inizia il sogno

    Esce dopo un’attesa ultra ventennale L’uomo che uccise Don Chisciotte, il film maledetto del regista di culto Terry Gilliam. Protagonisti Jonathan Pryce e Adam Driver. In sala dal 27 settembre.

      

    Sedersi sulla poltrona di un cinema e vedere L’uomo che uccise Don Chisciotte è probabilmente già un privilegio. Come sapranno già tutti gli appassionati di cinema la lavorazione dell’ultimo film di Terry Gilliam, regista culto di film come Brazil e Paura e delirio a Las Vegas, è una leggenda nera della settima arte. Iniziata più di venti anni fa la parabola di questo film assunse presto i contorni di una maledizione, tra infortuni sul set, alluvioni, rotoli di pellicola rovinata da rumori di sottofondo e infiniti problemi produttivi di ogni tipo. Abbandonato quindi il cast originale (Jean Rochefort e Johnny Depp) i tentativi di riprendere in mano il progetto si susseguirono negli anni con vari altri attori che venivano scelti per i ruoli principali (Robert Duvall e Ewan McGregor, John Hurt e Jack O’Connell).

    Intanto, lo confessa lo stesso Gilliam, con gli anni l’idea di fondo cambia. “Forse il passare del tempo – ha confessato il regista incontrando la stampa italiana – ha aiutato il film perché mi ha permesso di ripensarlo e di trovare idee migliori”. Prima di tutto ha permesso di trovare altri due ottimi attori, Jonathan Pryce, che fu protagonista di Brazil, capolavoro di Terry Gilliam, nel ruolo di Chisciotte e Adam Driver, attore molto amato dai registi, che dalla scena underground si è ritagliato un ruolo nei nuovi film di Star Wars e ha anche collaborato con  cineasti del calibro di Martin Scorsese, Jim Jarmusch, Noah Baumbach, Spike Lee e Steven Soderbergh.

    “Adam era la persona che cercavo da anni per questo film. Adam non si comporta da star e a dire il vero non si comporta neanche da attore”. Lui incarna il ruolo di Toby, regista di spot con un passato costellato da ambizioni artistiche, che ritorna sui luoghi dove aveva  girato in passato il suo saggio per la scuola di cinema, un film intitolato L’uomo che uccise Don Chisciotte. Lì scopre che il suo protagonista, un ciabattino spagnolo (Pryce) vive nella convinzione di essere il Don Chisciotte di Cervantes e che la sua Dulcinea (Joana Ribeiro) ora è diventata una escort, amante succube di un violento magnate russo.

    Inutile riassumere le vicissitudini che spingeranno Toby ad affiancare  Don Chisciotte in un nuovo viaggio, a comporre una nuova chansonne de geste che lo vedrà rappresentare l’attaccamento terreno, genuino ma anche limitato, della odierna umanità, a fronte di un idealismo, quello rappresentato da Don Chisciotte, che non può che risultare strampalato e alieno, ma non per questo è meno nobile. Ed è in questo passaggio che la sceneggiatura di Gilliam e Tony Grisoni riprende il testo di Miguel de Cervantes e lo rimescola con una sensibilità moderna perché Don Chisciotte, e con lui lo stesso Toby, si scopre vittime di un bullismo perpetrato da una società superficiale e ignorante, e neanche quel buon senso che fa vedere i mulini a vento al posto dei giganti riesce a riscattare un’umanità fallace, la cui prima colpa è quella – sembra dirci il film – di avere scordato i propri ideali.

    “Esiste la fantasia, esiste la realtà. Col mio cinema ho sempre voluto raccontare il modo in cui questi mondi dolorosamente si scontrano”, ha detto Gilliam e questo vale anche per L’Uomo che Uccise Don Chisciotte. Ma come dicevamo prima, se anche l’aurea mitica di un film maledetto non fosse un pretesto sufficiente valga allo spettatore la bella fotografia dell’italiano di Nicola Pecorini che con inquadrature mai banali riesce a ricreare quell’aria di vago surrealismo che pervade le opere di Gilliam e quell’atmosfera stranita e fantastica che sembra riuscire a fare a meno, tranne nei momenti più plateali, di effetti speciali in digitale, usati invero con grande parsimonia.

    Per il resto a spiccare, oltre al piglio registico che già nell’ultimo The Zero Theorem era parso in crescita dopo la prova poco convincente di Parnassus, sono i due protagonisti. Adam Driver, talento così lontano dal canone hollywoodiano, e Jonathan Pryce che riesce a calarsi perfettamente in un ruolo che una volta o l’altra nella vita ogni attore dai capelli bianchi avrà sognato di interpretare. E allora L’Uomo che Uccise Don Chisciotte ci riporta al 1998, quando la carriera di Gilliam, uno dei registi più interessanti della sua generazione, prese una svolta decisamente meno interessante. Forse proprio in virtù di quella maledizione che sembra alla fine si sia dissipata. Oggi però la strada presa è quella giusta, ed è quindi con grande piacere ritrovare lui e ritrovare questo film che per troppo tempo era stato negato ai suoi fan e al pubblico più cinefilo

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    The Zero Theorem: Il ritorno di un maestro

    A quasi tre anni dalla presentazione al Festival di Venezia sbarca al cinema The Zero Theorem, nuova avventura distopica firmata dal regista di culto Terry Gilliam. In sala dal 7 luglio.

    3stelle

    Un maestro dimenticato in un cassetto. Terry Gilliam si riaffaccia nelle sale italiane a quasi sette anni dall’ultimo Parnassus, quando le speranze di vedere in Italia il suo The Zero Theorem si stavano lentamente affievolendo. Nonostante la presenza di Christoph Waltz nel ruolo del protagonista e due guest star di lusso come Matt Damon e Tilda Swinton, nonostante il passaggio in anteprima al Festival di Venezia nel 2013, tutto sembrava perduto ma alla fine non è stato così e grazie agli sforzi di Minerva Pictures l’opera ultima di un maestro del cinema trova una distribuzione in sala.

    La storia racconta delle ansie, delle fobie e della depressione di un uomo di nome Qohen Leth (Waltz), che in un futuro distopico ed estremizzato, dove ogni cosa sembra ridotta a uno slogan e accompagnata da un jingle, vive in attesa di una telefonata. Uomo di fede circondato dal nichilismo Qohen si vede rivoltare la vita quando l’azienda per cui lavora gli affida un compito particolare, quello di riuscire a dimostrare il misterioso teorema zero.

    Gli anni passano ma Gilliam non ha perso l’occhio e il gusto di raccontare i suoi futuri surreali, i suoi eroi sopra le righe. Troppo facile ricollegare The Zero Theorem con alcuni dei film più famosi del regista, Brazil e L’Esercito delle 12 Scimmie su tutti. Eppure il filo rosso termina qui. The Zero Theorem non è rivoluzionario come Brazil e non ha l’anima del blockbuster come il film con Bruce Willis e Brad Pitt. L’ultima opera del regista che si fece conoscere grazie all’avventura dei Monty Python, è una sorta di parabola moderna con lo sceneggiatore Pat Rushin che ha dichiarato di ispirarsi direttamente al biblico Libro dell’Ecclesiaste, il cui nome ebraico, Qoheleth, richiama quello del personaggio di Waltz.

    Ma se altre volte (Le avventure del barone di Munchausen, La leggenda del re pescatore) la natura allegorica dei suoi intrecci, dei suoi protagonisti, aveva permesso a Gilliam di raggiungere le vette della sua poetica in The Zero Theorem lo schema diventa una gabbia che i personaggi non riescono a scardinare, troppo intenti a dimostrare qualcosa, troppo presi a seguire le direttive di un assioma, per riuscire a raggiungere la profondità narrativa. Né la povertà dei mezzi (economici, non espressivi) aiuta, racchiudendo la fantasia ipertrofica di Gilliam nei rigidi confini di quattro mura, quelle della chiesa abbandonata dove vive Qohen, dove l’unica forma di sollievo possibile sembra l’eterno tramonto di una spiaggia virtuale.

    Ci sarebbe da restare profondamente delusi se non fosse che ogni inquadratura è una gioia per gli occhi, che ogni particolare scenografico meriterebbe un’occhiata approfondita in fermo-immagine e che ogni elemento di questo nuovo e sghembo futuro sembra uscito direttamente da un manuale di design di alta scuola. E così The Zero Theorem non sarà probabilmente un capolavoro ma è di certo il film più sentito di Gilliam da parecchi anni a questa parte. E quando un regista grande e non sempre celebrato a dovere riesce a parlare con la sua voce, vale la pena di fare silenzio e di lasciarsi prendere per mano.

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